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2023-02-16
Giotto e il Novecento in mostra al MART di Rovereto
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Se Cimabue - molto probabilmente il suo maestro - è stato l’ultimo, grande pittore della tradizione pittorica bizantina, Giotto di Bondone, o, più semplicemente, Giotto (1267-1337), è senza ombra di dubbio colui che per primo questa tradizione l’ha superata, sostituendo agli ori e alla staticità ieratica dell’arte figurativa medioevale l’umanità e la sensibilità delle sue figure, che vivono e si muovono in uno spazio reale. Ed è in questo senso che Giotto è il primo pittore moderno. Perché anche quando rappresenta (o forse è meglio dire «narra») le storie dei santi, lo fa come se fosse un film, frame dopo frame, sequenza dopo sequenza, senza mai perdere il contatto con la realtà e con la natura. Anzi. Accentuando questi due elementi. Non è un caso che sia proprio di Giotto il primo bacio della storia dell’arte italiana, quello fra Gioacchino e Anna, rappresentato in una delle scene della Cappella degli Scrovegni di Padova. Pittore moderno dunque, ma anche «rivoluzionario», perché con lui finisce «l’era della bidimensionalità» e nasce la prospettiva, la sua famosa «prospettiva a spina di pesce», che prevede non uno, ma diversi punti di vista da cui poter guardare l’immagine.
Insomma, Giotto è un elemento cardine della storia dell’arte. Esiste un «prima» e un «dopo» Giotto. Dopo di lui tutto è cambiato ed è chiaro che un genio di tale portata abbia influenzato generazioni e generazioni di artisti, secolo dopo secolo, sino ad arrivare ai giorni nostri. Che è poi il tema della bella mostra allestita nei modernissimi spazi del MART di Rovereto, esposizione che, appunto, approfondisce l’influenza di Giotto sull’arte moderna e contemporanea.
Giotto e il Novecento, la mostra
Un percorso suddiviso in sette sezioni, curato da Alessandra Tiddia, che ha inizio con il capolavoro assoluto del Maestro toscano, la sopracitata Cappella degli Scrovegni di Padova - riprodotta in una grande installazione immersiva che regala allo spettatore l’inebriante sensazione di trovarsi fra i protagonisti di quell’inarrivabile ciclo di affreschi (patrimonio UNESCO) risalenti al XIV secolo - e che prosegue con una raccolta di opere di grandi autori e autrici del XX secolo, tutti accomunati dalla passione per la figura e l’arte di Giotto: da Carlo Carrà a Mario Sironi, da Gino Severini a Ubaldo Oppi, passando per Giorgio Morandi, Fausto Melotti e anche, in ambio internazionale, Henri Matisse e Yves Klein (solo per citarne alcuni…), schiere di artisti di epoche e secoli diversi videro, nella straordinaria, moderna sintesi giottesca fra plasticismo e colore, l’ispirazione e il punto di riferimento preciso per la loro arte. ... «faccio ritorno a forme primitive, concrete, mi sento un Giotto dei miei tempi », scriveva Carlo Carrà; «in Giotto il senso architettonico raggiunge spazi metafisici », faceva eco Giorgio De Chirico; « Quando vedo gli affreschi di Giotto … percepisco immediatamente il sentimento che ne emerge, perché è nelle linee, nella composizione, nel colore», dichiarava Henri Matisse, forse più di ogni altro influenzato dal celebre, corposo, intenso «blu di Giotto».
Di opera in opera - in mostra ce ne sono circa 200, di cui una cinquantina proveniente dal patrimonio del MART (meravigliosa Le figlie di Loth, di Carlo Carrà, dipinto scelto come immagine guida della mostra ed opera-simbolo delle collezioni museali), mentre le altre provengono da alcune tra le più importanti collezioni pubbliche e private europee - si arriva alla fine del lungo e convolgente percorso espositivo, che si conclude con un’altra grande installazione immersiva: una stanza di puro e luminoso blu.
Si tratta di un celebre lavoro dello statunitense artista contemporaneo James Turrel, maestro della luce e dei colori e studioso della percezione: attraverso la pura astrazione, l’opera richiama quella spiritualità che gli storici dell’arte e gli artisti hanno attribuito a Giotto, il genio pittorico che ha sapute rendere visibile l’invisibile e reale il trascendente.
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Da Carrà a Sironi, passando per Fontana, Matisse, Klein e un'ampia carrellata di grandi artisti, in mostra sino al 19 marzo 2023, 200 opere che approfondiscono il tema dell’influenza di Giotto sull’arte moderna e contemporanea. Un'esposizione importante e originale, che celebra i primi vent’anni del Polo culturale di Rovereto, inaugurato il 15 dicembre 2002.Se Cimabue - molto probabilmente il suo maestro - è stato l’ultimo, grande pittore della tradizione pittorica bizantina, Giotto di Bondone, o, più semplicemente, Giotto (1267-1337), è senza ombra di dubbio colui che per primo questa tradizione l’ha superata, sostituendo agli ori e alla staticità ieratica dell’arte figurativa medioevale l’umanità e la sensibilità delle sue figure, che vivono e si muovono in uno spazio reale. Ed è in questo senso che Giotto è il primo pittore moderno. Perché anche quando rappresenta (o forse è meglio dire «narra») le storie dei santi, lo fa come se fosse un film, frame dopo frame, sequenza dopo sequenza, senza mai perdere il contatto con la realtà e con la natura. Anzi. Accentuando questi due elementi. Non è un caso che sia proprio di Giotto il primo bacio della storia dell’arte italiana, quello fra Gioacchino e Anna, rappresentato in una delle scene della Cappella degli Scrovegni di Padova. Pittore moderno dunque, ma anche «rivoluzionario», perché con lui finisce «l’era della bidimensionalità» e nasce la prospettiva, la sua famosa «prospettiva a spina di pesce», che prevede non uno, ma diversi punti di vista da cui poter guardare l’immagine. Insomma, Giotto è un elemento cardine della storia dell’arte. Esiste un «prima» e un «dopo» Giotto. Dopo di lui tutto è cambiato ed è chiaro che un genio di tale portata abbia influenzato generazioni e generazioni di artisti, secolo dopo secolo, sino ad arrivare ai giorni nostri. Che è poi il tema della bella mostra allestita nei modernissimi spazi del MART di Rovereto, esposizione che, appunto, approfondisce l’influenza di Giotto sull’arte moderna e contemporanea.Giotto e il Novecento, la mostraUn percorso suddiviso in sette sezioni, curato da Alessandra Tiddia, che ha inizio con il capolavoro assoluto del Maestro toscano, la sopracitata Cappella degli Scrovegni di Padova - riprodotta in una grande installazione immersiva che regala allo spettatore l’inebriante sensazione di trovarsi fra i protagonisti di quell’inarrivabile ciclo di affreschi (patrimonio UNESCO) risalenti al XIV secolo - e che prosegue con una raccolta di opere di grandi autori e autrici del XX secolo, tutti accomunati dalla passione per la figura e l’arte di Giotto: da Carlo Carrà a Mario Sironi, da Gino Severini a Ubaldo Oppi, passando per Giorgio Morandi, Fausto Melotti e anche, in ambio internazionale, Henri Matisse e Yves Klein (solo per citarne alcuni…), schiere di artisti di epoche e secoli diversi videro, nella straordinaria, moderna sintesi giottesca fra plasticismo e colore, l’ispirazione e il punto di riferimento preciso per la loro arte. ... «faccio ritorno a forme primitive, concrete, mi sento un Giotto dei miei tempi », scriveva Carlo Carrà; «in Giotto il senso architettonico raggiunge spazi metafisici », faceva eco Giorgio De Chirico; « Quando vedo gli affreschi di Giotto … percepisco immediatamente il sentimento che ne emerge, perché è nelle linee, nella composizione, nel colore», dichiarava Henri Matisse, forse più di ogni altro influenzato dal celebre, corposo, intenso «blu di Giotto».Di opera in opera - in mostra ce ne sono circa 200, di cui una cinquantina proveniente dal patrimonio del MART (meravigliosa Le figlie di Loth, di Carlo Carrà, dipinto scelto come immagine guida della mostra ed opera-simbolo delle collezioni museali), mentre le altre provengono da alcune tra le più importanti collezioni pubbliche e private europee - si arriva alla fine del lungo e convolgente percorso espositivo, che si conclude con un’altra grande installazione immersiva: una stanza di puro e luminoso blu. Si tratta di un celebre lavoro dello statunitense artista contemporaneo James Turrel, maestro della luce e dei colori e studioso della percezione: attraverso la pura astrazione, l’opera richiama quella spiritualità che gli storici dell’arte e gli artisti hanno attribuito a Giotto, il genio pittorico che ha sapute rendere visibile l’invisibile e reale il trascendente.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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