2026-06-25
Stefano Donnarumma e Matteo Salvini (Ansa)
Il manager dovrebbe chiudere nei prossimi giorni i dossier più urgenti prima di lasciare l’incarico. Per la guida operativa del gruppo prende quota il nome dell’ad di Trenitalia, Gianpiero Strisciuglio.
Si è svolto questa mattina un incontro tra il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Stefano Donnarumma. Secondo fonti del ministero, il manager sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni e avrebbe convocato a breve una riunione con il management del gruppo.
La guida operativa di Fs potrebbe essere affidata all’attuale amministratore delegato e direttore generale di Trenitalia, Gianpiero Strisciuglio. Prima di lasciare l’incarico, riferiscono fonti del Mit, Donnarumma dovrebbe chiudere nei prossimi giorni alcuni dei dossier più importanti.
Due giorni fa i vertici di Fs e delle principali società operative del gruppo avevano incontrato Salvini per discutere degli interventi infrastrutturali, degli obiettivi del Pnrr, della qualità del servizio e delle misure per ridurre i disagi registrati negli ultimi mesi. Sullo sfondo resterebbero divergenze sulla gestione del gruppo con il ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista di controllo di Fs. «Salvini - affermano da ministero - ha ringraziato l'a.d per il lavoro svolto e gli oltre 90 mila dipendenti Fs che ogni giorno svolgono una funzione essenziale. Entrambi concordano sulla conclusione del mandato in anticipo rispetto ai tempi previsti per far partire la fase due dell'azienda, chiusi positivamente gli obiettivi Pnrr, con a capo una figura scelta dall'interno».,
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2026-06-25
In Francia ecologisti storditi dalla calura: l’aria condizionata è un pericolo fascista
Marine Le Pen (Ansa)
Intanto la sinistra italiana cavalca la canicola contro il governo. Maurizio Landini pretende soldi a integrazione del reddito o non si lavora.
Fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra. Fu Giorgio Gaber a tracciare il solco in una canzone del 1995, forse immaginando, da artista, che un giorno saremmo arrivati a dirlo davvero, o quasi. In effetti, oggi è la Francia a dettare la linea: l’aria condizionata è di destra.
Del resto, l’aria fresca era una delle poche cose rimaste fuori dal romanzo climatico raccontato dai media, secondo cui i combustibili fossili e il motore a scoppio sono residui del patriarcato maschilista tossico. Ora all’indice finisce anche il raffrescamento, accusato di nefandezze perché scalda le città e aumenta le emissioni, che a loro volta aumentano l’effetto serra.
Marine Le Pen ha scatenato la battaglia politica al di là delle Alpi nel corso di una ondata di calore che ha portato oltre i 40 gradi la temperatura in tutto il Paese. «È assurdo che le persone muoiano per il caldo. Se sarò eletta presidente, metterò in atto un massiccio piano di installazione di impianti di climatizzazione, a partire dai luoghi frequentati dalle fasce di popolazione più vulnerabili: ospedali, case di cura e scuole», aveva detto tempo fa la candidata (forse) alle prossime elezioni presidenziali in Francia, che archivieranno una volta per tutte l’era Macron.
Non l’avesse mai fatto. Gli ha risposto il prode Jean-Luc Mélenchon: «Assolutamente no, significherebbe aumentare i danni», alludendo alle emissioni di CO2. I Verdi hanno risposto alla Le Pen sfottendola per il suo improvviso interesse al caldo, dopo che avrebbe, secondo la forza politica ambientalista, screditato per anni gli scienziati del clima giudicandoli allarmisti. I Verdi dicono che l’aria condizionata riscalda i quartieri e sovraccarica la rete elettrica.
La canicule ha preso d’assalto la Francia e sui giornali è guerra totale. Su L’Opinion, Emmanuelle Ducros deride una «Francia che non ama l’aria condizionata», preferendo la «penitenza» del caldo. Il saggista Olivier Babeau sul social X tronca il dibattito: «Ricordate: è l’assenza di aria condizionata che uccide. Non il contrario». Ma il quotidiano Liberation di ieri risponde ad alzo zero: «Di fronte all’offensiva di un ecosistema di destra (sic) e di estrema destra che non esita a deformare il loro discorso per attribuire loro le difficoltà sopportate dalla popolazione, i verdi sono soli contro tutti». Liberation dice che occorre «politicizzare la canicola».
Fa molto discutere, poi, un manifesto dei verdi che illustra come i condizionatori farebbero scendere l’aria calda verso le strade mentre gli alberi farebbero salire l’aria fredda verso le case (sic). Nel mirino anche la nuova stazione di Nantes, inaugurata nel 2020 con criteri termici green e super efficienti, che avrebbe dovuto raffrescarsi naturalmente in presenza di calore esterno. In realtà, con il caldo attuale all’interno della stazione si registrano in media 5 gradi centigradi in più che all’esterno. Con 41 gradi a Nantes, dentro la stazione ce ne sono 46. Auguri a chi parte e arriva.
Ovviamente la saga dell’aria condizionata arriva anche in Italia. Sul fronte del lavoro, Il segretario della Cgil Maurizio Landini chiede l’applicazione di un protocollo dello scorso anno sulle tutele per i rider e i lavoratori esposti a temperature superiori ai 35 gradi, invocando l’integrazione del reddito nei casi di sospensione dell’attività. Forte disagio anche nelle scuole per gli esami di maturità: l’Anp (Associazione nazionale presidi) sollecita una riflessione strutturale sull’edilizia scolastica e maggiore flessibilità nel numero di candidati giornalieri, suggerendo di anticipare le prove orali al mattino presto. Ieri Christian Raimo ha scritto che «gli esami di maturità vanno completamente ripensati alla luce del cambiamento climatico». A questo proposito, sarebbe certamente auspicabile, anziché parlare di cambiamento climatico, investire come si deve sull’edilizia scolastica, ristrutturando o costruendo nuove scuole e provvedendole di sistemi di riscaldamento e raffrescamento moderni ed efficienti. Più che politicizzare la canicola, occorre investire sul benessere dei nostri figli, rompendo le catene della cieca austerità che considera debito improduttivo la costruzione di una scuola.
L’ondata di calore che sta flagellando l’Europa però non dà tregua e si avvia verso il picco, atteso tra il fine settimana e lunedì prossimo con punte di 40 e 41 gradi a Firenze e in Pianura Padana. E in Italia si fa anche un bilancio dei morti: sono quattro le vittime accertate per il caldo estremo. Dopo il decesso di un cinquantasettenne nel Lodigiano, hanno perso la vita un uomo di 61 anni mentre lavorava in una vigna nel Piacentino, un cinquantaseienne colto da malore a Garlasco e un senzatetto trovato senza vita a Napoli. I bollini rossi salgono a 17 oggi e a 18 domani, spingendo il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a convocare una riunione d’emergenza.
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Stefano Massini (Ansa)
L’uscita di Massini e Sciarelli scatena l’ira nell’opposizione, al grido di «Giù le mani da Viale Mazzini». Peccato che il volto di «Chi l’ha visto?» abbia chiesto una pausa. E l’azienda rassicura pure su «Caterpillar».
Achtung baby. Nei corridoi di Rai 3 si aggirano loschi figuri in camicia nera che stanno rastrellando autori e conduttori non allineati, o dichiaratamente «sovversivi», per deportarli... al cancello. Una remigrazione professionale, per dir così.
«Tornate alle vostre occupazioni precedenti, o inventatevene un’altra, ma fuori di qui», sarebbe il messaggio degli scherani di TeleMeloni.
Eja-eja-fatti-più-in-là.
Ma l’Armageddon è davvero tale? Quando, marzullianamente, una stagione tv è appena finita e la nuova non è ancora cominciata, ecco che inizia il rimescolamento di carte. E pure di zebedei (i miei, nella fattispecie). Perché quando c’è la destra, una qualsiasi, al governo, è consuetudine stucchevole alzare la voce contro l’«okkupazione» della «più grande azienda culturale del Paese» da parte di Palazzo Chigi. Il che avviene se a essere chiuso è il «nostro» (perché lo conduciamo o perché lo guardiamo) programma. O se il contratto in scadenza - nostro o dei nostri beniamini - non è rinnovato per tempo.
In quel caso, parte lo Sturm und Drang: il «regime» ci vuole imbavagliati, silenziati, censurati, virtualmente tutti «evirati» (maschile sovraesteso). È il regime degli Indiscutibili.
Prendete gli ultimi tre giorni. Lunedì sera Stefano Bollani e Valentina Cenni annunciano via social che il loro programma Via dei matti n° 0 non tornerà. Lo fanno senza atteggiarsi a martiri, con una punta di naturale rammarico, in sostanza: «È stato bello, peccato, noi avremmo anche continuato, ma vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare».
Figuriamoci se gli indignados in servizio permanente effettivo si facevano sfuggire l’occasione per tuonare contro i «fascisti» al potere: «Vergogna! Schifo! Vomito! Non pagherò più il canone!», etc, etc.
L’altro ieri è stata la volta della radio. Con l’intervista di Zita Dazzi per Repubblica al conduttore di una «storica» trasmissione di Radio 2, titolo «Massimo Cirri: “Così stanno facendo morire Caterpillar”», che peraltro ha debuttato 30 anni fa.
Ieri ancora Repubblica «spara»: «Ora la destra vuole Rai 3. Stop alla show di Stefano Massini», Riserva indiana (con ascolti in linea con il titolo).
Oggi sui giornali ci sarà poi il quarto «inquietante» episodio: Federica Sciarelli fuori da Chi l’ha visto?? Peccato però che sia stata la stessa conduttrice a comunicare all’azienda e alla sua squadra di lavoro: «Scusate, sono un po’ stanchina» (il che dopo 22 anni è pure comprensibile). La separazione è dunque consensuale, con tanto di comunicato congiunto: la tv pubblica e la giornalista «stanno ragionando insieme» su altri possibili impegni comuni.
Nota a margine: il 18 giugno la tv di Stato ne aveva diffuso un altro, in cui si esprimeva «sorpresa» davanti alle esternazioni di Cirri: «Leggiamo con stupore della possibile chiusura della trasmissione Caterpillar, notizia priva di fondamento. La direzione di Radio 2 sta lavorando ai nuovi palinsesti che verranno comunicati nei tempi e nei modi consueti» (curioso che la precisazione sia sfuggita a Repubblica, che sulla presunta «soppressione» è tornata appunto il 23).
Il dettaglio ci porta però al punto. Al netto della qualità dei format, la domanda sorge spontanea (facendo il verso a certi ritornelli ripetuti a sinistra): se questo non è un Paese per giovani, se la nomenklatura è più o meno sempre quella, se la classe dirigente è sclerotizzata, se ogni ricambio è precluso, com’è possibile, di grazia, che siano i palinsesti televisivi a dover rimanere immutabili?
Della Rai ma anche di Mediaset, che tuttavia è riuscita in una mission impossible: sostituire nella fascia dopo il Tg5 un programma che è nella storia del piccolo schermo come Striscia la notizia con l’edizione riveduta e corretta de La ruota della fortuna, e questo proprio perché è un’azienda privata che bada al sodo (in attesa di scoprire questa mattina quale sarà stato il «bottino Auditel» della prima puntata di Temptation Island).
Come ha rilevato Claudio Plazzotta su Italia Oggi: «Non smette di stupire l’impietoso confronto del dato di share di Canale 5 in prima serata: media del 20,83% nel maggio 2026 e del 13,5% nel maggio 2025, quando ancora esalava gli ultimi respiri l’access di Striscia la notizia» .
Chi lavora per la Rai, invece, si sente in diritto di rivendicare una sorta di usucapione della collocazione in palinsesto: sono qui da tanti anni, lo spazio è mio di diritto. Lo pensava Fabio Fazio, una vita in Rai prima di emigrare - sempre all’insegna dell’après moi le déluge - verso i ricchi lidi della Nove (che comunque ha tratto beneficio dall’acquisto, a differenza di quanto accaduto con Amadeus). Lo pensa sempre Bruno Vespa, che a Panorama il 10 novembre 2024, compiuti gli 80 anni, ha confidato: «L’unico che può mandarmi in pensione è il Padreterno. Indro Montanelli diceva che sarebbe uscito dalla redazione solo con i piedi in avanti? Lo capisco, le persone che non lavorano si deprimono» (ma pure i telespettatori che si sorbiscono sempre le stesse facce...).
L’intervista gliela fece il collega Giorgio Gandola, che scrive per La Verità e che era a Radio Rai in Giù la maschera, dove - con Peter Gomez, Alessandra Ghisleri e Luca Ricolfi - affiancava l’ex presidente Rai Marcello Foa. Trasmissione chiusa all’insaputa del conduttore, uomo di centrodestra. Quindi l’ha epurato la sinistra? Macché. Il «licenziamento» è avvenuto la scorsa estate. Nel silenzio generale.
Come avvenne quando non fu mandata in onda nemmeno la prima puntata, già registrata, di Cyrano, ideato da Massimo Fini, noto irregolare della corporazione giornalistica: fu oscurato dalla destra (era il 2003) e ignorato dalla sinistra. Non faceva parte della conventicola, il giro dei compagnucci della parrocchietta. Quelli che si stracciano le vesti in pubblico, «siamo agli ultimi giorni di Pompei», salvo ricomporsi appena firmano un nuovo accordo, sempre ben remunerato, tra l’altro.
Morale della fav(ol)a. In Rai hanno adattato il motto di Enrico Cuccia a proposito delle azioni societarie: gli ascolti si pesano, e non si contano. E quelli dei format de sinistra, come dicono a Trastevere, sono rilevanti di per sé.
Quindi: se a essere espulsa è una persona di destra, magari appena sbarcata nei palinsesti Rai, chissenefrega, se lo sarà meritato. Se a essere messa in discussione, anche solo in via ipotetica, è una figura «democratica e antifascista», il circo autoreferenziale fa muro. Più incrollabile di quello di Berlino. Perché a sinistra si cade sempre in piedi.
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Elly Schlein con Stefano Bonaccini durante la direzione nazionale del Pd del 23 giugno 2026 (Ansa)
Dopo aver strillato contro il modello Albania del governo, la sinistra deve fare i conti con la volontà europea di spedire gli irregolari in Paesi terzi. Alcuni Stati, tra cui le «venerate» Danimarca e Olanda, valutano i trasferimenti nel territorio africano o in Uzbekistan.
Sfidando ogni logica, secondo cui un percorso di riflessione dovrebbe condurre gradualmente dall’errore alla verità, la segretaria del Pd Elly Schlein, subito dopo la firma a Roma del protocollo Italia-Albania, si era dapprima pronunciata in forma dubitativa («sembra in aperta violazione con il diritto europeo», dichiarava a novembre 2023) per poi non avere più dubbi: «Questa procedura viola le leggi europee», sentenziava un anno dopo, a ottobre 2024.
Avrebbe mai immaginato Schlein che un gruppo influente di nazioni europee (Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Paesi Bassi), sta valutando - la notizia l’ha anticipata la testata Politico - la possibilità concreta di replicare il modello Meloni trasferendo in Paesi terzi (il Ruanda e l’Uzbekistan, forse anche l’Uganda) i richiedenti asilo che hanno ricevuto un provvedimento di respingimento definitivo? Il ministro dell’immigrazione di Cipro, Nicholas Ioannides, aveva già anticipato che l’«idea generale» è quella di impostare i centri «forse in Africa o in Asia», ma «non vicino ai confini europei». E ora c’è anche una lettera in cui più della metà dei 27 Stati membri dell’Unione europea chiede alla Commissione di accelerare i tempi per la creazione di queste strutture di rimpatrio dislocate al di fuori dei confini comunitari, dove rimpatriare quei migranti che hanno già esaurito infruttuosamente tutte le vie legali per ottenere l’asilo politico e che si trovano quindi in una condizione giuridica di irregolarità che ne impone l’espulsione dal territorio europeo. Eppure, a Schlein erano andati dietro tutti: Giuseppe Conte (M5s) in commissione affari costituzionali («L’impianto del modello Albania viola le direttive sulle procedure d’asilo dell’Unione Europea», ottobre 2024), l’altro ex presidente del consiglio Matteo Renzi («L’accordo vìola lo spirito delle regole europee e della decenza», giugno 2024, «è solo un pasticcio giuridico e morale», ottobre 2024), il prezzemolino del piccolo schermo Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra che pochi mesi fa, a marzo, aveva definito la soluzione di Giorgia Meloni «un’operazione che è andata a sbattere contro le leggi europee e la realtà dei fatti». Anche secondo Nicola Fratoianni l’esternalizzazione delle frontiere era «una vergogna etica e una clamorosa violazione del diritto d’asilo europeo» (novembre 2023) e l’impianto normativo era «totalmente illegittimo. Le sentenze europee parlano chiaro: non si possono inventare “Paesi sicuri” per aggirare le tutele del diritto comunitario» (autunno 2024, durante i tavoli dell’opposizione e i ricorsi in tribunale). Per non parlare di Riccardo Magi (ironia della sorte, leader del partito +Europa) che a novembre 2023 si era spinto a parlare di «Guantanamo italiana» bofonchiando di una presunta «violazione del principio di non-refoulement» e insistendo, un anno dopo, sul «tentativo del governo di aggirare le tutele comunitarie giuridicamente incompatibile con il diritto europeo, che è sovra ordinato a quello nazionale». Così tanto «giuridicamente incompatibile» che lo scorso 1 giugno il Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno siglato l’accordo sul nuovo Regolamento rimpatri, approvato in via definitiva il 17 giugno, che ha introdotto la possibilità di allontanare i richiedenti asilo respinti verso hub o nei cosiddetti «Paesi terzi» (territori situati al di fuori dei confini dell’Ue) seguendo un modello simile proprio a quello del governo italiano di Giorgia Meloni. E oggi si apprestano - è il caso di dirlo, vista l’urgenza geopolitica e la pressione migratoria interna - a definire un cronoprogramma stringente per la realizzazione del progetto. «Il nostro obiettivo politico ed esecutivo è concludere i primi accordi bilaterali per la creazione di queste strutture esterne entro il 2026, in modo che l’intero sistema logistico e giuridico sia pienamente operativo a partire dal 2027», ha dichiarato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Il modello Meloni della gestione extra-Ue dei flussi è, insomma, integrato e apprezzato dai principali governi Ue, guidati da coalizioni trasversali e nessuno lo vede come una provocazione ideologica italiana: è diventato, passo dopo passo, una linea programmatica condivisa a livello europeo, dopo che il cortocircuito burocratico in salsa Ue si è rivelato un sistema perfetto per alimentare l’irregolarità diffusa, la marginalità sociale e, di conseguenza, la profonda sfiducia del corpo elettorale europeo nei confronti delle istituzioni comunitarie.
Schlein però rimane sempre lì, sul «no» preventivo e categorico nonostante l’intera Europa, sinistra progressista inclusa, segua la strada pionieristica indicata dall’Italia. E c’è ancora chi contesta lo schema e si unisce alla coda dei «contrari per principio», ad esempio il presidente della Repubblica francese: «Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero», ha dichiarato Emmanuel Macron, aggiungendo di non essere sicuro che questa soluzione rappresenti «la nostra Europa». La sua, se Dio vuole, finalmente no.
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