True
2025-05-09
Da Mosca l’avvertimento di Xi e Putin: «Usa ostili, uniti li contrasteremo»
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Il grande giorno, per la Russia, è arrivato: oggi si celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale, divenuta la più importante festa laica sotto Vladimir Putin, con la storica parata militare nella Piazza rossa. Un momento di orgoglio nazionale, un’esibizione di potenza militare e politica, un’occasione per approfondire le alleanze strategiche: il 9 maggio, nella Russia di Putin, è tutto questo e anche di più. È la memoria storica di una guerra costata il sacrificio di circa 27 milioni di uomini (tra soldati e civili), segno che i russi, quando - a ragione o a torto - sentono minacciata la loro esistenza, mostrano una forza sorprendente. Una retorica a cui l’Occidente non è più abituato ma che, al di là della propaganda, permea la cultura russa più di quanto siamo disposti a credere.
La cifra tonda, 80 anni, merita particolare riconoscimento, tanto da aver indotto lo zar ad annunciare una tregua, scattata (in linea teorica) alla mezzanotte di giovedì e prevista fino alla mezzanotte dell’11 maggio. Anche, probabilmente, per scongiurare rischi durante la visita dei molti leader internazionali accorsi a Mosca per le celebrazioni, a partire presidente cinese Xi Jinping, stretto alleato del Cremlino, che ieri ha avuto sette ore di colloqui col suo omologo russo. Oltre a lui, alla parata di oggi ci sarà anche il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko. Assente, per via delle tensioni con il Pakistan, il primo ministri indiano, Narendra Modi. Tra gli europei, presenti (tra le critiche) soltanto lo slovacco Robert Fico e il presidente della Serbia (ancora non appartenente all’Ue), Aleksandar Vučić.
Tra tutti, l’ospite d’onore è senz’altro Xi Jinping che ieri, al Cremlino, ha ricevuto un’accoglienza particolarmente pomposa. Putin e l’omologo cinese si sono salutati chiamandosi reciprocamente «caro amico», mentre il primo ha affermato che la cooperazione tra Pechino e Mosca ha raggiunto «il più alto livello nella storia». Xi, invece, ha espresso apprezzamenti per le relazioni sviluppate tra i due Paesi, definendole «più improntate alla fiducia, più stabili, più resilienti». «Di fronte alla tendenza internazionale all’unilateralismo e al bullismo egemonico», ha affermato il capo del Dragone, «la Cina lavorerà con la Russia per assumersi le responsabilità specifiche delle grandi potenze mondiali». I due Paesi continuano a rafforzare i loro legami «a beneficio dei rispettivi popoli», ha spiegato Putin, ma essi non sono «contro nessuno». «Le nostre relazioni», ha aggiunto, «sono alla pari e reciprocamente vantaggiose e non dipendono dall’attuale situazione. La decisione di costruire relazioni di buon vicinato, rafforzare l’amicizia e sviluppare la cooperazione è una scelta che la Russia e la Cina hanno fatto sulla base di un’interazione strategica».
La posizione condivisa dai due leader è piuttosto chiara: l’unilateralismo degli Stati Uniti è finito. Xi ha parlato espressamente della «necessità dei tempi di salvaguardare l’equità e la giustizia internazionale e di promuovere la riforma del sistema di governance globale», esortando «i due Paesi», riporta l’agenzia Xinhua, «a promuovere insieme la corretta prospettiva storica sulla Seconda guerra mondiale e un mondo multipolare equo e ordinato».
La giornata si è rivelata anche piuttosto produttiva, visto che le due parti hanno siglato oltre 20 documenti di cooperazione bilaterale e una lunga dichiarazione congiunta. Il tutto mentre il Parlamento ucraino ha ratificato l’accordo sui minerali con gli Stati Uniti.
Tra i passaggi riportati dall’agenzia russa Tass, si legge che Russia e Cina intendono «incrementare la cooperazione e rafforzare il coordinamento per contrastare risolutamente la politica di Washington di doppio contenimento» di Mosca e Pechino. «Le parti», continua, «si oppongono con decisione all’imposizione di approcci ostili verso la Russia e la Cina su Paesi terzi in varie regioni del mondo». Inoltre, entrambe si sono dette convinte che «per una soluzione duratura e sostenibile della crisi ucraina sia necessario eliminarne le cause profonde, nel rispetto dei principi della Carta delle nazioni Unite nella loro interezza, totalità e interrelazione, nonché del principio di indivisibilità della sicurezza, tenendo conto dei legittimi interessi e delle preoccupazioni di tutti gli Stati in materia di sicurezza». «Guidate da ciò», prosegue, «le parti sostengono tutti gli sforzi che contribuiscono al raggiungimento della pace».
Il documento pubblicato sul sito del Cremlino rimarrà probabilmente un punto di riferimento storico, con Mosca e Pechino che chiedono il riconoscimento del loro ruolo internazionale. D’altra parte, il passato insegna che spesso i conflitti nascono proprio quando le potenze non si sentono adeguatamente rappresentate, rispetto al loro reale peso, negli equilibri internazionali. «Le due parti», si legge nel testo, «sono convinte che i destini dei popoli di tutti i Paesi siano interconnessi; gli Stati e le loro associazioni non dovrebbero cercare di garantire la propria sicurezza a scapito e a detrimento della sicurezza di altri Stati». Il messaggio riguarda, in particolare, le potenze nucleari, che «dovrebbero abbandonare la mentalità da Guerra fredda e i giochi a somma zero, risolvere le contraddizioni attraverso il dialogo su un piano di parità e consultazioni rispettose, costruire fiducia per evitare pericolosi errori di calcolo e astenersi da azioni che generano rischi strategici».
Tregua mai iniziata: 1.200 incursioni
La tregua unilaterale annunciata da Mosca in vista delle celebrazioni del 9 maggio non ha fermato gli scontri sul campo tra Russia e Ucraina. Le forze di entrambe le parti si accusano di violazioni sistematiche del cessate il fuoco, mentre sul piano diplomatico si susseguono aspre dichiarazioni.
Il presidente russo, Vladimir Putin, aveva proclamato un cessate il fuoco dall’8 al 10 maggio in coincidenza con le celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della «Giornata della vittoria» sulla Germani nazista. Il governo ucraino ha, però, respinto l’annuncio bollandolo come una «messa in scena», ribadendo di non riconoscere tregue unilaterali e proponendo, semmai, una sospensione delle ostilità di almeno 30 giorni. «Ho parlato con il comando militare ucraino, che mi ha fornito informazioni sulla situazione al fronte. Come previsto, la “tregua di parata” di Putin si è rivelata una farsa. Secondo i nostri dati militari, nonostante le dichiarazioni del Cremlino, le truppe russe continuano ad attaccare lungo tutta la linea del fronte», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, mentre il governo di Kiev riferiva che, nonostante l’annuncio russo, le sue truppe avevano subito 734 violazioni del cessate il fuoco e 63 attacchi nelle prime 12 ore della giornata.
La Russia ha reagito con un’accusa speculare: secondo il ministero della Difesa, sarebbero stati i militari ucraini a condurre almeno 488 operazioni offensive. In un crescendo di recriminazioni, Mosca ha definito gli attacchi dell’Ucraina su obiettivi civili come «atti terroristici», con l’ambasciatore con incarichi speciali presso il ministero degli Esteri russo, Rodion Miroshnik, che ha denunciato un raid con droni sul villaggio di Alyoshki, nel Sud della Russia, dove si sarebbero registrati morti e feriti tra i civili.
L’agenzia stampa russa Tass ha rilanciato la versione ufficiale del Cremlino: l’Ucraina sarebbe la sola responsabile della mancata tregua, con il portavoce, Dmitry Peskov, che ha accusato Kiev di «mettere a rischio la sicurezza» anche dei leader stranieri attesi a Mosca per le celebrazioni, visto che nella giornata di ieri, anche il presidente cinese Xi Jinping si è recato a Mosca per festeggiare con il suo omologo la «Giornata della vittoria» . Duro anche il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui «l’unico ostacolo a una pace duratura è l’intransigenza di Volodymyr Zelensky».
La reazione di Kiev è stata altrettanto decisa. Lo stesso presidente Zelensky, che nei giorni scorsi aveva chiesto l’invio urgente di ulteriori sistemi antiaerei, ha sottolineato come le truppe russe continuino a bombardare infrastrutture e centri abitati nonostante la proclamata tregua. Secondo fonti citate da Reuters, l’Ucraina avrebbe avanzato la richiesta formale per almeno dieci nuovi sistemi, mentre alcuni membri della Nato, tra cui Stati Uniti e Polonia, starebbero valutando la possibilità di fornirli in vista del vertice dell’Alleanza atlantica di giugno.
Sul piano politico europeo, si registra un nuovo fronte di frizione all’interno dell’Unione. Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha dichiarato da Bruxelles che la guerra in Ucraina è diventata «un pozzo senza fondo», annunciando il veto di Budapest a ogni ulteriore pacchetto di aiuti finanziari o militari a Kiev. Una posizione che isola nuovamente l’Ungheria nel consesso europeo, proprio mentre il Parlamento di Strasburgo ha approvato il prolungamento delle esenzioni doganali per i prodotti ucraini fino al 2028. Secondo fonti diplomatiche citate da Bloomberg, il Cremlino starebbe, inoltre, ponendo nuove condizioni per aprire un dialogo di pace, ossia il controllo totale delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate: Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Richiesta giudicata «inaccettabile» da Kiev e che allontana la possibilità di mediazioni efficaci nel breve termine.
Continua a leggereRiduci
L’incontro tra i due leader in occasione del Giorno della vittoria è servito per lanciare un messaggio chiaro: l’unilateralismo statunitense, per loro, è concluso. Firmati oltre 20 memorandum di cooperazione bilaterale.Ucraina e Russia non rispettano lo stop annunciato dal Cremlino, che alza la posta dei territori da annettere per parlare di pace. «No» dell’Ungheria ad altri aiuti a Kiev.Lo speciale contiene due articoli Il grande giorno, per la Russia, è arrivato: oggi si celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale, divenuta la più importante festa laica sotto Vladimir Putin, con la storica parata militare nella Piazza rossa. Un momento di orgoglio nazionale, un’esibizione di potenza militare e politica, un’occasione per approfondire le alleanze strategiche: il 9 maggio, nella Russia di Putin, è tutto questo e anche di più. È la memoria storica di una guerra costata il sacrificio di circa 27 milioni di uomini (tra soldati e civili), segno che i russi, quando - a ragione o a torto - sentono minacciata la loro esistenza, mostrano una forza sorprendente. Una retorica a cui l’Occidente non è più abituato ma che, al di là della propaganda, permea la cultura russa più di quanto siamo disposti a credere.La cifra tonda, 80 anni, merita particolare riconoscimento, tanto da aver indotto lo zar ad annunciare una tregua, scattata (in linea teorica) alla mezzanotte di giovedì e prevista fino alla mezzanotte dell’11 maggio. Anche, probabilmente, per scongiurare rischi durante la visita dei molti leader internazionali accorsi a Mosca per le celebrazioni, a partire presidente cinese Xi Jinping, stretto alleato del Cremlino, che ieri ha avuto sette ore di colloqui col suo omologo russo. Oltre a lui, alla parata di oggi ci sarà anche il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko. Assente, per via delle tensioni con il Pakistan, il primo ministri indiano, Narendra Modi. Tra gli europei, presenti (tra le critiche) soltanto lo slovacco Robert Fico e il presidente della Serbia (ancora non appartenente all’Ue), Aleksandar Vučić.Tra tutti, l’ospite d’onore è senz’altro Xi Jinping che ieri, al Cremlino, ha ricevuto un’accoglienza particolarmente pomposa. Putin e l’omologo cinese si sono salutati chiamandosi reciprocamente «caro amico», mentre il primo ha affermato che la cooperazione tra Pechino e Mosca ha raggiunto «il più alto livello nella storia». Xi, invece, ha espresso apprezzamenti per le relazioni sviluppate tra i due Paesi, definendole «più improntate alla fiducia, più stabili, più resilienti». «Di fronte alla tendenza internazionale all’unilateralismo e al bullismo egemonico», ha affermato il capo del Dragone, «la Cina lavorerà con la Russia per assumersi le responsabilità specifiche delle grandi potenze mondiali». I due Paesi continuano a rafforzare i loro legami «a beneficio dei rispettivi popoli», ha spiegato Putin, ma essi non sono «contro nessuno». «Le nostre relazioni», ha aggiunto, «sono alla pari e reciprocamente vantaggiose e non dipendono dall’attuale situazione. La decisione di costruire relazioni di buon vicinato, rafforzare l’amicizia e sviluppare la cooperazione è una scelta che la Russia e la Cina hanno fatto sulla base di un’interazione strategica».La posizione condivisa dai due leader è piuttosto chiara: l’unilateralismo degli Stati Uniti è finito. Xi ha parlato espressamente della «necessità dei tempi di salvaguardare l’equità e la giustizia internazionale e di promuovere la riforma del sistema di governance globale», esortando «i due Paesi», riporta l’agenzia Xinhua, «a promuovere insieme la corretta prospettiva storica sulla Seconda guerra mondiale e un mondo multipolare equo e ordinato».La giornata si è rivelata anche piuttosto produttiva, visto che le due parti hanno siglato oltre 20 documenti di cooperazione bilaterale e una lunga dichiarazione congiunta. Il tutto mentre il Parlamento ucraino ha ratificato l’accordo sui minerali con gli Stati Uniti.Tra i passaggi riportati dall’agenzia russa Tass, si legge che Russia e Cina intendono «incrementare la cooperazione e rafforzare il coordinamento per contrastare risolutamente la politica di Washington di doppio contenimento» di Mosca e Pechino. «Le parti», continua, «si oppongono con decisione all’imposizione di approcci ostili verso la Russia e la Cina su Paesi terzi in varie regioni del mondo». Inoltre, entrambe si sono dette convinte che «per una soluzione duratura e sostenibile della crisi ucraina sia necessario eliminarne le cause profonde, nel rispetto dei principi della Carta delle nazioni Unite nella loro interezza, totalità e interrelazione, nonché del principio di indivisibilità della sicurezza, tenendo conto dei legittimi interessi e delle preoccupazioni di tutti gli Stati in materia di sicurezza». «Guidate da ciò», prosegue, «le parti sostengono tutti gli sforzi che contribuiscono al raggiungimento della pace».Il documento pubblicato sul sito del Cremlino rimarrà probabilmente un punto di riferimento storico, con Mosca e Pechino che chiedono il riconoscimento del loro ruolo internazionale. D’altra parte, il passato insegna che spesso i conflitti nascono proprio quando le potenze non si sentono adeguatamente rappresentate, rispetto al loro reale peso, negli equilibri internazionali. «Le due parti», si legge nel testo, «sono convinte che i destini dei popoli di tutti i Paesi siano interconnessi; gli Stati e le loro associazioni non dovrebbero cercare di garantire la propria sicurezza a scapito e a detrimento della sicurezza di altri Stati». Il messaggio riguarda, in particolare, le potenze nucleari, che «dovrebbero abbandonare la mentalità da Guerra fredda e i giochi a somma zero, risolvere le contraddizioni attraverso il dialogo su un piano di parità e consultazioni rispettose, costruire fiducia per evitare pericolosi errori di calcolo e astenersi da azioni che generano rischi strategici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giornata-della-vittoria-xi-putin-2671920917.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tregua-mai-iniziata-1-200-incursioni" data-post-id="2671920917" data-published-at="1746744115" data-use-pagination="False"> Tregua mai iniziata: 1.200 incursioni La tregua unilaterale annunciata da Mosca in vista delle celebrazioni del 9 maggio non ha fermato gli scontri sul campo tra Russia e Ucraina. Le forze di entrambe le parti si accusano di violazioni sistematiche del cessate il fuoco, mentre sul piano diplomatico si susseguono aspre dichiarazioni. Il presidente russo, Vladimir Putin, aveva proclamato un cessate il fuoco dall’8 al 10 maggio in coincidenza con le celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della «Giornata della vittoria» sulla Germani nazista. Il governo ucraino ha, però, respinto l’annuncio bollandolo come una «messa in scena», ribadendo di non riconoscere tregue unilaterali e proponendo, semmai, una sospensione delle ostilità di almeno 30 giorni. «Ho parlato con il comando militare ucraino, che mi ha fornito informazioni sulla situazione al fronte. Come previsto, la “tregua di parata” di Putin si è rivelata una farsa. Secondo i nostri dati militari, nonostante le dichiarazioni del Cremlino, le truppe russe continuano ad attaccare lungo tutta la linea del fronte», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, mentre il governo di Kiev riferiva che, nonostante l’annuncio russo, le sue truppe avevano subito 734 violazioni del cessate il fuoco e 63 attacchi nelle prime 12 ore della giornata. La Russia ha reagito con un’accusa speculare: secondo il ministero della Difesa, sarebbero stati i militari ucraini a condurre almeno 488 operazioni offensive. In un crescendo di recriminazioni, Mosca ha definito gli attacchi dell’Ucraina su obiettivi civili come «atti terroristici», con l’ambasciatore con incarichi speciali presso il ministero degli Esteri russo, Rodion Miroshnik, che ha denunciato un raid con droni sul villaggio di Alyoshki, nel Sud della Russia, dove si sarebbero registrati morti e feriti tra i civili. L’agenzia stampa russa Tass ha rilanciato la versione ufficiale del Cremlino: l’Ucraina sarebbe la sola responsabile della mancata tregua, con il portavoce, Dmitry Peskov, che ha accusato Kiev di «mettere a rischio la sicurezza» anche dei leader stranieri attesi a Mosca per le celebrazioni, visto che nella giornata di ieri, anche il presidente cinese Xi Jinping si è recato a Mosca per festeggiare con il suo omologo la «Giornata della vittoria» . Duro anche il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui «l’unico ostacolo a una pace duratura è l’intransigenza di Volodymyr Zelensky». La reazione di Kiev è stata altrettanto decisa. Lo stesso presidente Zelensky, che nei giorni scorsi aveva chiesto l’invio urgente di ulteriori sistemi antiaerei, ha sottolineato come le truppe russe continuino a bombardare infrastrutture e centri abitati nonostante la proclamata tregua. Secondo fonti citate da Reuters, l’Ucraina avrebbe avanzato la richiesta formale per almeno dieci nuovi sistemi, mentre alcuni membri della Nato, tra cui Stati Uniti e Polonia, starebbero valutando la possibilità di fornirli in vista del vertice dell’Alleanza atlantica di giugno. Sul piano politico europeo, si registra un nuovo fronte di frizione all’interno dell’Unione. Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha dichiarato da Bruxelles che la guerra in Ucraina è diventata «un pozzo senza fondo», annunciando il veto di Budapest a ogni ulteriore pacchetto di aiuti finanziari o militari a Kiev. Una posizione che isola nuovamente l’Ungheria nel consesso europeo, proprio mentre il Parlamento di Strasburgo ha approvato il prolungamento delle esenzioni doganali per i prodotti ucraini fino al 2028. Secondo fonti diplomatiche citate da Bloomberg, il Cremlino starebbe, inoltre, ponendo nuove condizioni per aprire un dialogo di pace, ossia il controllo totale delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate: Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Richiesta giudicata «inaccettabile» da Kiev e che allontana la possibilità di mediazioni efficaci nel breve termine.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
Continua a leggereRiduci