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2025-05-09
Da Mosca l’avvertimento di Xi e Putin: «Usa ostili, uniti li contrasteremo»
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Il grande giorno, per la Russia, è arrivato: oggi si celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale, divenuta la più importante festa laica sotto Vladimir Putin, con la storica parata militare nella Piazza rossa. Un momento di orgoglio nazionale, un’esibizione di potenza militare e politica, un’occasione per approfondire le alleanze strategiche: il 9 maggio, nella Russia di Putin, è tutto questo e anche di più. È la memoria storica di una guerra costata il sacrificio di circa 27 milioni di uomini (tra soldati e civili), segno che i russi, quando - a ragione o a torto - sentono minacciata la loro esistenza, mostrano una forza sorprendente. Una retorica a cui l’Occidente non è più abituato ma che, al di là della propaganda, permea la cultura russa più di quanto siamo disposti a credere.
La cifra tonda, 80 anni, merita particolare riconoscimento, tanto da aver indotto lo zar ad annunciare una tregua, scattata (in linea teorica) alla mezzanotte di giovedì e prevista fino alla mezzanotte dell’11 maggio. Anche, probabilmente, per scongiurare rischi durante la visita dei molti leader internazionali accorsi a Mosca per le celebrazioni, a partire presidente cinese Xi Jinping, stretto alleato del Cremlino, che ieri ha avuto sette ore di colloqui col suo omologo russo. Oltre a lui, alla parata di oggi ci sarà anche il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko. Assente, per via delle tensioni con il Pakistan, il primo ministri indiano, Narendra Modi. Tra gli europei, presenti (tra le critiche) soltanto lo slovacco Robert Fico e il presidente della Serbia (ancora non appartenente all’Ue), Aleksandar Vučić.
Tra tutti, l’ospite d’onore è senz’altro Xi Jinping che ieri, al Cremlino, ha ricevuto un’accoglienza particolarmente pomposa. Putin e l’omologo cinese si sono salutati chiamandosi reciprocamente «caro amico», mentre il primo ha affermato che la cooperazione tra Pechino e Mosca ha raggiunto «il più alto livello nella storia». Xi, invece, ha espresso apprezzamenti per le relazioni sviluppate tra i due Paesi, definendole «più improntate alla fiducia, più stabili, più resilienti». «Di fronte alla tendenza internazionale all’unilateralismo e al bullismo egemonico», ha affermato il capo del Dragone, «la Cina lavorerà con la Russia per assumersi le responsabilità specifiche delle grandi potenze mondiali». I due Paesi continuano a rafforzare i loro legami «a beneficio dei rispettivi popoli», ha spiegato Putin, ma essi non sono «contro nessuno». «Le nostre relazioni», ha aggiunto, «sono alla pari e reciprocamente vantaggiose e non dipendono dall’attuale situazione. La decisione di costruire relazioni di buon vicinato, rafforzare l’amicizia e sviluppare la cooperazione è una scelta che la Russia e la Cina hanno fatto sulla base di un’interazione strategica».
La posizione condivisa dai due leader è piuttosto chiara: l’unilateralismo degli Stati Uniti è finito. Xi ha parlato espressamente della «necessità dei tempi di salvaguardare l’equità e la giustizia internazionale e di promuovere la riforma del sistema di governance globale», esortando «i due Paesi», riporta l’agenzia Xinhua, «a promuovere insieme la corretta prospettiva storica sulla Seconda guerra mondiale e un mondo multipolare equo e ordinato».
La giornata si è rivelata anche piuttosto produttiva, visto che le due parti hanno siglato oltre 20 documenti di cooperazione bilaterale e una lunga dichiarazione congiunta. Il tutto mentre il Parlamento ucraino ha ratificato l’accordo sui minerali con gli Stati Uniti.
Tra i passaggi riportati dall’agenzia russa Tass, si legge che Russia e Cina intendono «incrementare la cooperazione e rafforzare il coordinamento per contrastare risolutamente la politica di Washington di doppio contenimento» di Mosca e Pechino. «Le parti», continua, «si oppongono con decisione all’imposizione di approcci ostili verso la Russia e la Cina su Paesi terzi in varie regioni del mondo». Inoltre, entrambe si sono dette convinte che «per una soluzione duratura e sostenibile della crisi ucraina sia necessario eliminarne le cause profonde, nel rispetto dei principi della Carta delle nazioni Unite nella loro interezza, totalità e interrelazione, nonché del principio di indivisibilità della sicurezza, tenendo conto dei legittimi interessi e delle preoccupazioni di tutti gli Stati in materia di sicurezza». «Guidate da ciò», prosegue, «le parti sostengono tutti gli sforzi che contribuiscono al raggiungimento della pace».
Il documento pubblicato sul sito del Cremlino rimarrà probabilmente un punto di riferimento storico, con Mosca e Pechino che chiedono il riconoscimento del loro ruolo internazionale. D’altra parte, il passato insegna che spesso i conflitti nascono proprio quando le potenze non si sentono adeguatamente rappresentate, rispetto al loro reale peso, negli equilibri internazionali. «Le due parti», si legge nel testo, «sono convinte che i destini dei popoli di tutti i Paesi siano interconnessi; gli Stati e le loro associazioni non dovrebbero cercare di garantire la propria sicurezza a scapito e a detrimento della sicurezza di altri Stati». Il messaggio riguarda, in particolare, le potenze nucleari, che «dovrebbero abbandonare la mentalità da Guerra fredda e i giochi a somma zero, risolvere le contraddizioni attraverso il dialogo su un piano di parità e consultazioni rispettose, costruire fiducia per evitare pericolosi errori di calcolo e astenersi da azioni che generano rischi strategici».
Tregua mai iniziata: 1.200 incursioni
La tregua unilaterale annunciata da Mosca in vista delle celebrazioni del 9 maggio non ha fermato gli scontri sul campo tra Russia e Ucraina. Le forze di entrambe le parti si accusano di violazioni sistematiche del cessate il fuoco, mentre sul piano diplomatico si susseguono aspre dichiarazioni.
Il presidente russo, Vladimir Putin, aveva proclamato un cessate il fuoco dall’8 al 10 maggio in coincidenza con le celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della «Giornata della vittoria» sulla Germani nazista. Il governo ucraino ha, però, respinto l’annuncio bollandolo come una «messa in scena», ribadendo di non riconoscere tregue unilaterali e proponendo, semmai, una sospensione delle ostilità di almeno 30 giorni. «Ho parlato con il comando militare ucraino, che mi ha fornito informazioni sulla situazione al fronte. Come previsto, la “tregua di parata” di Putin si è rivelata una farsa. Secondo i nostri dati militari, nonostante le dichiarazioni del Cremlino, le truppe russe continuano ad attaccare lungo tutta la linea del fronte», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, mentre il governo di Kiev riferiva che, nonostante l’annuncio russo, le sue truppe avevano subito 734 violazioni del cessate il fuoco e 63 attacchi nelle prime 12 ore della giornata.
La Russia ha reagito con un’accusa speculare: secondo il ministero della Difesa, sarebbero stati i militari ucraini a condurre almeno 488 operazioni offensive. In un crescendo di recriminazioni, Mosca ha definito gli attacchi dell’Ucraina su obiettivi civili come «atti terroristici», con l’ambasciatore con incarichi speciali presso il ministero degli Esteri russo, Rodion Miroshnik, che ha denunciato un raid con droni sul villaggio di Alyoshki, nel Sud della Russia, dove si sarebbero registrati morti e feriti tra i civili.
L’agenzia stampa russa Tass ha rilanciato la versione ufficiale del Cremlino: l’Ucraina sarebbe la sola responsabile della mancata tregua, con il portavoce, Dmitry Peskov, che ha accusato Kiev di «mettere a rischio la sicurezza» anche dei leader stranieri attesi a Mosca per le celebrazioni, visto che nella giornata di ieri, anche il presidente cinese Xi Jinping si è recato a Mosca per festeggiare con il suo omologo la «Giornata della vittoria» . Duro anche il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui «l’unico ostacolo a una pace duratura è l’intransigenza di Volodymyr Zelensky».
La reazione di Kiev è stata altrettanto decisa. Lo stesso presidente Zelensky, che nei giorni scorsi aveva chiesto l’invio urgente di ulteriori sistemi antiaerei, ha sottolineato come le truppe russe continuino a bombardare infrastrutture e centri abitati nonostante la proclamata tregua. Secondo fonti citate da Reuters, l’Ucraina avrebbe avanzato la richiesta formale per almeno dieci nuovi sistemi, mentre alcuni membri della Nato, tra cui Stati Uniti e Polonia, starebbero valutando la possibilità di fornirli in vista del vertice dell’Alleanza atlantica di giugno.
Sul piano politico europeo, si registra un nuovo fronte di frizione all’interno dell’Unione. Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha dichiarato da Bruxelles che la guerra in Ucraina è diventata «un pozzo senza fondo», annunciando il veto di Budapest a ogni ulteriore pacchetto di aiuti finanziari o militari a Kiev. Una posizione che isola nuovamente l’Ungheria nel consesso europeo, proprio mentre il Parlamento di Strasburgo ha approvato il prolungamento delle esenzioni doganali per i prodotti ucraini fino al 2028. Secondo fonti diplomatiche citate da Bloomberg, il Cremlino starebbe, inoltre, ponendo nuove condizioni per aprire un dialogo di pace, ossia il controllo totale delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate: Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Richiesta giudicata «inaccettabile» da Kiev e che allontana la possibilità di mediazioni efficaci nel breve termine.
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L’incontro tra i due leader in occasione del Giorno della vittoria è servito per lanciare un messaggio chiaro: l’unilateralismo statunitense, per loro, è concluso. Firmati oltre 20 memorandum di cooperazione bilaterale.Ucraina e Russia non rispettano lo stop annunciato dal Cremlino, che alza la posta dei territori da annettere per parlare di pace. «No» dell’Ungheria ad altri aiuti a Kiev.Lo speciale contiene due articoli Il grande giorno, per la Russia, è arrivato: oggi si celebra l’ottantesimo anniversario della vittoria della seconda guerra mondiale, divenuta la più importante festa laica sotto Vladimir Putin, con la storica parata militare nella Piazza rossa. Un momento di orgoglio nazionale, un’esibizione di potenza militare e politica, un’occasione per approfondire le alleanze strategiche: il 9 maggio, nella Russia di Putin, è tutto questo e anche di più. È la memoria storica di una guerra costata il sacrificio di circa 27 milioni di uomini (tra soldati e civili), segno che i russi, quando - a ragione o a torto - sentono minacciata la loro esistenza, mostrano una forza sorprendente. Una retorica a cui l’Occidente non è più abituato ma che, al di là della propaganda, permea la cultura russa più di quanto siamo disposti a credere.La cifra tonda, 80 anni, merita particolare riconoscimento, tanto da aver indotto lo zar ad annunciare una tregua, scattata (in linea teorica) alla mezzanotte di giovedì e prevista fino alla mezzanotte dell’11 maggio. Anche, probabilmente, per scongiurare rischi durante la visita dei molti leader internazionali accorsi a Mosca per le celebrazioni, a partire presidente cinese Xi Jinping, stretto alleato del Cremlino, che ieri ha avuto sette ore di colloqui col suo omologo russo. Oltre a lui, alla parata di oggi ci sarà anche il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko. Assente, per via delle tensioni con il Pakistan, il primo ministri indiano, Narendra Modi. Tra gli europei, presenti (tra le critiche) soltanto lo slovacco Robert Fico e il presidente della Serbia (ancora non appartenente all’Ue), Aleksandar Vučić.Tra tutti, l’ospite d’onore è senz’altro Xi Jinping che ieri, al Cremlino, ha ricevuto un’accoglienza particolarmente pomposa. Putin e l’omologo cinese si sono salutati chiamandosi reciprocamente «caro amico», mentre il primo ha affermato che la cooperazione tra Pechino e Mosca ha raggiunto «il più alto livello nella storia». Xi, invece, ha espresso apprezzamenti per le relazioni sviluppate tra i due Paesi, definendole «più improntate alla fiducia, più stabili, più resilienti». «Di fronte alla tendenza internazionale all’unilateralismo e al bullismo egemonico», ha affermato il capo del Dragone, «la Cina lavorerà con la Russia per assumersi le responsabilità specifiche delle grandi potenze mondiali». I due Paesi continuano a rafforzare i loro legami «a beneficio dei rispettivi popoli», ha spiegato Putin, ma essi non sono «contro nessuno». «Le nostre relazioni», ha aggiunto, «sono alla pari e reciprocamente vantaggiose e non dipendono dall’attuale situazione. La decisione di costruire relazioni di buon vicinato, rafforzare l’amicizia e sviluppare la cooperazione è una scelta che la Russia e la Cina hanno fatto sulla base di un’interazione strategica».La posizione condivisa dai due leader è piuttosto chiara: l’unilateralismo degli Stati Uniti è finito. Xi ha parlato espressamente della «necessità dei tempi di salvaguardare l’equità e la giustizia internazionale e di promuovere la riforma del sistema di governance globale», esortando «i due Paesi», riporta l’agenzia Xinhua, «a promuovere insieme la corretta prospettiva storica sulla Seconda guerra mondiale e un mondo multipolare equo e ordinato».La giornata si è rivelata anche piuttosto produttiva, visto che le due parti hanno siglato oltre 20 documenti di cooperazione bilaterale e una lunga dichiarazione congiunta. Il tutto mentre il Parlamento ucraino ha ratificato l’accordo sui minerali con gli Stati Uniti.Tra i passaggi riportati dall’agenzia russa Tass, si legge che Russia e Cina intendono «incrementare la cooperazione e rafforzare il coordinamento per contrastare risolutamente la politica di Washington di doppio contenimento» di Mosca e Pechino. «Le parti», continua, «si oppongono con decisione all’imposizione di approcci ostili verso la Russia e la Cina su Paesi terzi in varie regioni del mondo». Inoltre, entrambe si sono dette convinte che «per una soluzione duratura e sostenibile della crisi ucraina sia necessario eliminarne le cause profonde, nel rispetto dei principi della Carta delle nazioni Unite nella loro interezza, totalità e interrelazione, nonché del principio di indivisibilità della sicurezza, tenendo conto dei legittimi interessi e delle preoccupazioni di tutti gli Stati in materia di sicurezza». «Guidate da ciò», prosegue, «le parti sostengono tutti gli sforzi che contribuiscono al raggiungimento della pace».Il documento pubblicato sul sito del Cremlino rimarrà probabilmente un punto di riferimento storico, con Mosca e Pechino che chiedono il riconoscimento del loro ruolo internazionale. D’altra parte, il passato insegna che spesso i conflitti nascono proprio quando le potenze non si sentono adeguatamente rappresentate, rispetto al loro reale peso, negli equilibri internazionali. «Le due parti», si legge nel testo, «sono convinte che i destini dei popoli di tutti i Paesi siano interconnessi; gli Stati e le loro associazioni non dovrebbero cercare di garantire la propria sicurezza a scapito e a detrimento della sicurezza di altri Stati». Il messaggio riguarda, in particolare, le potenze nucleari, che «dovrebbero abbandonare la mentalità da Guerra fredda e i giochi a somma zero, risolvere le contraddizioni attraverso il dialogo su un piano di parità e consultazioni rispettose, costruire fiducia per evitare pericolosi errori di calcolo e astenersi da azioni che generano rischi strategici».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giornata-della-vittoria-xi-putin-2671920917.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tregua-mai-iniziata-1-200-incursioni" data-post-id="2671920917" data-published-at="1746744115" data-use-pagination="False"> Tregua mai iniziata: 1.200 incursioni La tregua unilaterale annunciata da Mosca in vista delle celebrazioni del 9 maggio non ha fermato gli scontri sul campo tra Russia e Ucraina. Le forze di entrambe le parti si accusano di violazioni sistematiche del cessate il fuoco, mentre sul piano diplomatico si susseguono aspre dichiarazioni. Il presidente russo, Vladimir Putin, aveva proclamato un cessate il fuoco dall’8 al 10 maggio in coincidenza con le celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della «Giornata della vittoria» sulla Germani nazista. Il governo ucraino ha, però, respinto l’annuncio bollandolo come una «messa in scena», ribadendo di non riconoscere tregue unilaterali e proponendo, semmai, una sospensione delle ostilità di almeno 30 giorni. «Ho parlato con il comando militare ucraino, che mi ha fornito informazioni sulla situazione al fronte. Come previsto, la “tregua di parata” di Putin si è rivelata una farsa. Secondo i nostri dati militari, nonostante le dichiarazioni del Cremlino, le truppe russe continuano ad attaccare lungo tutta la linea del fronte», ha dichiarato il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, mentre il governo di Kiev riferiva che, nonostante l’annuncio russo, le sue truppe avevano subito 734 violazioni del cessate il fuoco e 63 attacchi nelle prime 12 ore della giornata. La Russia ha reagito con un’accusa speculare: secondo il ministero della Difesa, sarebbero stati i militari ucraini a condurre almeno 488 operazioni offensive. In un crescendo di recriminazioni, Mosca ha definito gli attacchi dell’Ucraina su obiettivi civili come «atti terroristici», con l’ambasciatore con incarichi speciali presso il ministero degli Esteri russo, Rodion Miroshnik, che ha denunciato un raid con droni sul villaggio di Alyoshki, nel Sud della Russia, dove si sarebbero registrati morti e feriti tra i civili. L’agenzia stampa russa Tass ha rilanciato la versione ufficiale del Cremlino: l’Ucraina sarebbe la sola responsabile della mancata tregua, con il portavoce, Dmitry Peskov, che ha accusato Kiev di «mettere a rischio la sicurezza» anche dei leader stranieri attesi a Mosca per le celebrazioni, visto che nella giornata di ieri, anche il presidente cinese Xi Jinping si è recato a Mosca per festeggiare con il suo omologo la «Giornata della vittoria» . Duro anche il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui «l’unico ostacolo a una pace duratura è l’intransigenza di Volodymyr Zelensky». La reazione di Kiev è stata altrettanto decisa. Lo stesso presidente Zelensky, che nei giorni scorsi aveva chiesto l’invio urgente di ulteriori sistemi antiaerei, ha sottolineato come le truppe russe continuino a bombardare infrastrutture e centri abitati nonostante la proclamata tregua. Secondo fonti citate da Reuters, l’Ucraina avrebbe avanzato la richiesta formale per almeno dieci nuovi sistemi, mentre alcuni membri della Nato, tra cui Stati Uniti e Polonia, starebbero valutando la possibilità di fornirli in vista del vertice dell’Alleanza atlantica di giugno. Sul piano politico europeo, si registra un nuovo fronte di frizione all’interno dell’Unione. Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, ha dichiarato da Bruxelles che la guerra in Ucraina è diventata «un pozzo senza fondo», annunciando il veto di Budapest a ogni ulteriore pacchetto di aiuti finanziari o militari a Kiev. Una posizione che isola nuovamente l’Ungheria nel consesso europeo, proprio mentre il Parlamento di Strasburgo ha approvato il prolungamento delle esenzioni doganali per i prodotti ucraini fino al 2028. Secondo fonti diplomatiche citate da Bloomberg, il Cremlino starebbe, inoltre, ponendo nuove condizioni per aprire un dialogo di pace, ossia il controllo totale delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate: Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Richiesta giudicata «inaccettabile» da Kiev e che allontana la possibilità di mediazioni efficaci nel breve termine.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.