
Ieri la città spagnola di Santiago de Compostela ha ospitato l’ennesima riunione dell’Eurogruppo con un punto dell’ordine del giorno esplicitamente dedicato alla ratifica della riforma del Mes e con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nella scomoda posizione di dover fornire ai colleghi l’aggiornamento sui lavori. A giudicare dalle misurate dichiarazioni rilasciate dal presidente Paschal Donohoe e dal direttore generale Pierre Gramegna, l’impressione è che Giorgetti abbia tenuto la posizione. E ha conseguito un risultato niente affatto banale e scontato, ottenendo il sostegno dell’Eurogruppo alla candidatura di Piero Cipollone, vice governatore di Bankitalia, a componente del comitato esecutivo della Bce, in sostituzione di Fabio Panetta prossimo governatore che si insedierà a Palazzo Koch a novembre. A questo primo passaggio, seguirà la formale raccomandazione del Consiglio dei ministri Ue inviata al Consiglio Europeo dei capi di governo. Sono state così smentite le voci di un’Italia costretta a subire l’ostracismo dei partner europei su questa nomina, perché «inadempiente» sul fronte della ratifica del Mes.
Oggi ci saranno i lavori del Consiglio Ecofin, in preparazione del quale il ministro spagnolo dell’economia Nadia Calvino, che regge la presidenza di turno, ha ribadito di voler raggiungere un accordo entro fine anno sulle nuove regole per i bilanci pubblici. I vertici dell’Eurogruppo hanno adottato un linguaggio sorvegliato e mirato a proposito della vicenda del Mes. Donohoe ha evidenziato che «la ratifica del trattato del Mes è importante non solo per l’Italia che beneficerà della rete di sicurezza che il Mes fornisce. Ma questa rete deve essere operativa per tutta l’eurozona». Con ciò puntando sul tema del beneficio comune. Una «mozione degli affetti» per invitare l’Italia a ratificare per il bene di tutti. Mossa astuta ma comunque inefficace e irricevibile per due essenziali motivi. In primo luogo, quando c’è stato bisogno di una «rete di sicurezza», perché l’economia dell’eurozona si era fermata a causa del lockdown pandemico, quella rete è arrivata da Francoforte con 1.660 miliardi di euro di titoli pubblici nazionali (294 italiani) acquistati dalla Bce. E nessun Paese ha accettato quella linea di credito «pandemica» creata ad hoc dal Mes: con un fabbisogno finanziabile con tassi negativi comprati un attimo dopo dalla Bce, non avrebbe avuto alcun senso. In secondo luogo - riprendendo le dichiarazioni di Gramegna, secondo il quale «se il trattato riformato non entra in vigore, la rete di sicurezza del backstop, che è la principale funzione di questo nuovo trattato, non sarà in vigore» - quella rete fornirebbe la sicurezza e affidabilità di un retino per gamberi quando si va a pesca di balene.
Insistere sul ruolo rilevante del prestito «paracadute» erogabile dal Mes a favore del fondo unico di risoluzione per le crisi bancarie (Srf), significa essere a corto di argomenti. Quel prestito sarebbe infatti «di ultima istanza», qualora il fondo di risoluzione avesse esaurito le proprie disponibilità, che entro fine anno dovrebbero raggiungere gli 80 miliardi. Ma prima ancora di ricorrere a questo fondo, si renderebbe obbligatorio il bail-in, cioè il sacrificio di depositanti, obbligazionisti non garantiti e azionisti della banca. Un prestito di 68 miliardi del Mes può avere un ruolo decisivo nel caso di una crisi di una banca «significativa»? No. In ogni caso, il Mes avrebbe il diritto alla restituzione di quel prestito entro tre anni e ciò significa che saranno le banche a dover erogare al Srf i contributi necessari. Un giro tortuoso quando è possibile chiedere direttamente alle banche di contribuire per risanare un dissesto di un’altra, come ha fatto per decenni in Italia il fondo interbancario.
Gramegna si è mosso in punta di piedi osservando che «abbiamo ricevuto le osservazioni dal ministro italiano sul processo in corso al Parlamento italiano. Siamo in costante contatto e speriamo che la procedura al Parlamento aiuti a spingere la ratifica che gli altri diciannove Stati si attendono», a cui ha fatto eco Donohoe rimarcando che «il ministro Giorgetti è ben consapevole della dimensione europea di questa importante dibattito e ci ha aggiornato sui suoi sforzi. Non abbiamo un’aspettativa realistica che qualcuno sia in grado di garantire il risultato, ma siamo certi dei suoi sforzi». Sforzi che dovrebbero fermarsi davanti all’elevata probabilità che in Parlamento la legge di ratifica potrebbe passare solo con il voto di una maggioranza diversa da quella che oggi sostiene il governo, con conseguente salita al Colle del premier. Ciò che nessuno vuole ammettere è che questo Mes riformato non serve a nulla, ma l’ingente capitale politico investito dal 2018 è l’unico motivo per la ratifica. E allora avanti per inerzia fino al prossimo Eurogruppo.
Per un Gramegna in punta di piedi, però, c’è un Financial Times a gamba tesa: un nuovo, feroce avvertimento è giunto proprio ieri sera dalle colonne del quotidiano economico. Un «pizzino» internazionale che nota come tutto sommato lo spread italiano sia ancora contenuto, mentre «Giorgia Meloni’s moves may yet scare investors». Ovvero: le mosse della Meloni potrebbero spaventare gli investitori. E il ballo degli spread ricominciare. Mes o non Mes, da qui a fine anno meglio tenersi stretti: si ballerà parecchio.






