
«Il conflitto in Iran durerà. E noi europei non siamo pronti alla guerra. Occorre rafforzare gli sforzi diplomatici». Secondo l’ambasciatore Giampiero Massolo, già segretario generale della Farnesina, non ci sono segnali di un rasserenamento sul fronte iraniano. Anzi. «Sembra che la leva dell’escalation adesso sia più in mano iraniana che americana. E anche Usa e Israele non sembrano perseguire gli stessi obiettivi». E se Trump dovesse perdere le elezioni? «Reagirà con il suo temperamento: alzando la posta».
Dalla Casa Bianca arrivano dichiarazioni ora bellicose ora distensive. Nel frattempo i marines si mobilitano in vista di una possibile operazione di terra.
«La crisi si protrarrà, nonostante le ultime dichiarazioni del presidente americano sul possibile ridimensionamento delle attività militari. Mi pare che Trump abbia in qualche modo perso il controllo dell’escalation, che è passata nelle mani iraniane: attraverso l’uso dei loro strumenti asimmetrici - barchini, mine, colpi mirati - gli iraniani generano un’insicurezza sistemica nello Stretto di Hormuz, facendo salire a livelli altissimi i costi dei noli e delle assicurazioni, e rendendo di fatto impraticabile quella via di mare. Questo provoca uno shock energetico e geopolitico a cascata».
Quando lei dice che Trump ha «perso il controllo» dell’escalation, si riferisce anche al versante comunicativo?
«Sì, è saltato anche il controllo della narrativa. All’inizio si parlava di disarmare l’Iran sul piano nucleare, adesso sembra che l’obiettivo sia impossessarsi di Hormuz - che è una cosa ancora più complicata. Da un lato si afferma di essere vicini al raggiungimento degli obiettivi della missione - senza precisare quali - e si dice di aver cancellato la capacità militare iraniana. Ma se l’Iran è stato debellato, perché resiste ancora agli attacchi?».
Il regime ha cambiato volto, con l’uccisione della Guida suprema Khamenei? Scorge delle fragilità nel sistema di potere iraniano?
«Siamo passati da un regime a prevalenza clericale a uno a prevalenza laica, con i pasdaran al comando, ma non sembra alle viste né un crollo né un’implosione».
Israele e Stati Uniti puntano allo stesso obiettivo?
«C’è una discrepanza di fondo sulle finalità. Israele vuole che la guerra duri e si estenda il più a lungo possibile, contando sul fatto che prima o poi il Paese collassi. L’obiettivo di fondo è la pax militare israeliana nella regione».
E questo scenario è accettato dalla Casa Bianca?
«Solo fino a un certo punto, perché contrasta con le ambizioni degli Emirati del Golfo e dell’Arabia Saudita, i quali vedono male una prevalenza regionale troppo rilevante di Israele: colpire l’Iran va bene, ma non rendere Israele la potenza dominante della regione».
Quindi qual è il sentiero stretto di Trump?
«Come dicevo, questa guerra si gioca sul destino di Hormuz. Finché resta chiuso lo stretto, Trump non può permettersi di chiudere l’operazione senza subire un danno rilevante alla propria immagine e a quella degli Stati Uniti».
Dunque la partita si decide sullo stretto?
«Serve un accomodamento sul passaggio delle navi, perché per il resto gli obiettivi più ambiziosi - il crollo del regime - sono fuori portata. E questa soluzione può assumere diverse forme, ma deve riprendere visibilmente la navigazione, attraverso una forzatura, oppure con una sorta di condominio. Cioè riconoscendo all’Iran una quota di controllo sullo stretto in cambio del libero transito».
E sul piano interno, quanto gli Usa possono permettersi un coinvolgimento che si protrae nel tempo?
«Trump comincia ad avvertire scricchiolii nella sua base Maga, che mal digerisce questo attivismo militare, specialmente l’eventualità di truppe a terra, sia a Kharg che sulle coste meridionali iraniane per forzare il blocco».
L’incertezza nuoce anche all’economia americana, e già si palesa lo spettro della recessione.
«Trump dice che Hormuz non è un problema americano, che gli Stati Uniti non dipendono da quelle risorse energetiche. Ma ignora un piccolo particolare: gli shock energetici provenienti da Hormuz, in un mondo globalizzato in cui i mercati energetici e alimentari - inclusi i fertilizzanti - sono interconnessi, avranno inevitabilmente ripercussioni anche sull’America».
Ci sarà un contraccolpo politico-elettorale a Washington? Alcuni sondaggi dicono che soltanto un americano su quattro approva l’intervento in Iran.
«È tradizione che i presidenti in carica perdano le elezioni di midterm. Ma Trump è un presidente diverso dagli altri, e ha fatto di questo voto intermedio un banco di prova».
Dunque?
«Se, come è prevedibile, dovesse perdere la Camera dei rappresentanti - e anche il Senato potrebbe essere in bilico - si ingenererebbe un’impressione di debolezza intollerabile per una personalità come quella di Trump».
Questo tuttavia non frenerebbe la verve presidenziale?
«No, all’opposto, il presidente rilancerebbe con una reazione uguale e contraria. In caso di sconfitta elettorale, Trump si impegnerebbe ancora di più per espandere ulteriormente i poteri dell’esecutivo. E negli Stati Uniti, ricordiamocelo, si possono prendere moltissime decisioni per decreto».
«Alleati codardi, mi ricorderò di voi». Quando Trump utilizza il suo linguaggio colorito nei confronti dei partner europei, sta sancendo la fine dei rapporti Usa-Europa? O anche questa è campagna elettorale, e prima o poi le relazioni si ricomporranno?
«Perdere l’Europa sarebbe un danno di immagine anche per Trump. Le basi militari in Europa, che gli Stati Uniti ora ci chiedono di finanziare, rappresentano anche la proiezione americana verso l’Indopacifico, che altrimenti sarebbe geograficamente troppo distante. Gli americani hanno interesse a restare in Europa, e noi abbiamo interesse a tenerli qui».
Perché?
«Nel futuro non saremo indipendenti, e sviluppare un’autonomia adeguata in tempi rapidi sarà difficile».
La Nato si ritira dall’Iraq e in Europa non si fa che ripetere: non è la nostra guerra.
«Ma la guerra ci tocca da vicino, perché fa salire i costi energetici e alimentari, e provoca pressioni inflazionistiche. Fino a quando possiamo permetterci di dire che non ci riguarda?».
Il piano per la riapertura dello stretto di Hormuz firmato da sei Paesi, Italia compresa, è un primo passo verso una soluzione?
«È importante, ma deve essere seguito da azioni concrete. L’Europa e il Giappone non sono pronti per un’operazione militare in acque ostili. Ma si potrebbe agire diplomaticamente, favorendo una risoluzione Onu sulla libertà di navigazione, che copra eventuali azioni di fiancheggiamento o di sminamento. E parallelamente si potrebbe incoraggiare un’azione comune con la Cina per una partecipazione più ampia».
Chi comanda oggi in Europa?
«Ci sono due Paesi che per consistenza militare hanno la gravitas internazionale per assumere un ruolo rilevante: Francia e Regno Unito, al di là delle loro debolezze interne. Noto poi con soddisfazione che anche il governo italiano si sta collocando in una dimensione che privilegia il collegamento con i partner europei come interesse primario. È la scelta giusta».
Nel frattempo la Russia brinda agli introiti petroliferi?
«L’innalzamento dei proventi petroliferi ha ridato alla Russia un cuscinetto finanziario. La Russia non ha, in questo momento, nessun incentivo concreto a negoziare seriamente sull’Ucraina. E Trump non torcerà il braccio a Putin, così come probabilmente non infierirà su Zelensky».
Non converrebbe intavolare un dialogo con la Russia per avere sollievo sul piano energetico?
«Non credo che sarà politicamente possibile, né economicamente necessario, tornare a riaprire le forniture energetiche russe come se si girasse un interruttore. In Ucraina non ci sarà vera pace, ma al più un assetto provvisorio e precario».
Il diritto internazionale è sepolto? Rischiamo la legge della giungla in altri teatri del mondo?
«Se il messaggio è “might is right”, che poi è la legge del più forte, allora il rischio esiste. Va detto però che la legge della giungla sta trovando i suoi limiti nella realtà: l’Ucraina non si sistema, l’Iran non si arrende, in Medio Oriente il piano Trump è al palo. I fatti hanno questa maligna abitudine: contraddicono le intenzioni».






