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2021-02-16
Dai gestori delle piste ai ristoratori: i ribelli aprono alla faccia del governo
Ansa
La pista è nera, ma di rabbia. Mario Draghi è costretto a uno slalom tra i paletti strettissimi della protesta che monta, del Cts che vuole divieti assoluti e del suo ministro, Roberto Speranza, che è ancora convinto di essere al servizio del bisConte. Lo riporta alla realtà Massimo Garavaglia (Lega), neoministro del Turismo, che dice: «La stagione del turismo invernale è finita qui, ora indennizzi immediati all'industria del turismo». Del resto tutti gli operatori sono concordi: riaprire il 5 marzo non ha senso. Farebbe solo allargare il buco nei bilanci fiaccati dal retromarcia del governo. In tutte le Regioni (come hanno sottolineato Luca Zaia per il Veneto, Attilio Fontana per la Lombardia e Massimiliano Fedriga per il Friuli Venezia Giulia) l'annunciata e poi mancata ripartenza per il 15 febbraio aveva indotto gli albergatori ad assunzioni, i ristoratori ad acquisti, gli impianti di risalita a sistemare le piste. Lavoro, merci, contratti buttati via e altri 3,5 milioni di presenza turistiche svanite. Il danno è enorme.
Le Regioni fanno il tifo per i maestri di sci, i gestori degli impianti di risalita, gli albergatori e i ristoratori che minacciano di travolgere lo Stato con una valanga di cause legali e per i disobbedienti civili che tengono aperti gli impianti nonostante i divieti a tempo scaduto. È una forma di protesta indotta dall'istinto di sopravvivenza. A conti fatti lo stop allo sci significa 12 miliardi di fatturato turistico perso, 150.000 posti di lavoro evaporati, altri 10 miliardi persi lungo la filiera agricola, altri 4 miliardi li hanno persi le industrie italiane (sono 1.200 per 90.000 posti di lavoro) che producono abbigliamento, accessori, attrezzi per gli sport invernali: a loro manca il 70% del fatturato. In montagna hanno preso esempio dai ristoratori che anche il giorno di San Valentino - soprattutto in Liguria, ma non solo - sono tornati a forzare il blocco delle chiusure. Il ministro della Salute dice che è colpa della variante inglese del Covid (guai a chiamarlo virus cinese) che galoppa. Ma così travolge del tutto quel che resta del turismo. La stima è che i danni della decisione del ministro per un giorno solo siano superiori ai 700 milioni di lire.
Al diktat di Roberto Speranza ieri mattina si sono opposte due località del Piemonte. Impianti aperti a Piana di Vigezzo con Luca Mantovani, uno dei gestori delle sciovie, che dice: «Qui abbiamo un fatturato sui 400.000 euro, quest'anno non siamo arrivati a 27.000 e di ristori neppure l'ombra. Abbiamo aperto per protesta, ma domani si chiude se no le multe ci ammazzano». La rivolta di Piana di Vigezzo è motivata dal fatto che sono a un valico dal canton Ticino, dove si scia da sempre. Impianti aperti anche a Pian Munè nel Saluzzese, dove i gestori della Dodonix contestano: «I modi, i tempi, la mancanza di rispetto e l'indifferenza, abbiamo accettato un lungo stop, ora lo Stato dovrebbe farsi carico di noi». A Bardonecchia tutto il paese ha organizzato un flash mob di protesta, a conferma che il Piemonte è l'epicentro della rivolta bianca c'è anche il fatto che il presidente della Regione, Alberto Cirio (Lega), sta studiando un ricorso contro il ministro della Salute e ha già detto che la Regione si costituirà nelle cause di risarcimento danni. Probabilmente lo seguiranno tutte le altre interessate dallo stop alle piste.
Il punto dolente è quello dei ristori, peraltro mai arrivati. I gestori ora vogliono i risarcimenti danni. E già si preparano almeno tre class action: quella degli impianti a fune, quella degli albergatori e quella dei maestri di sci. Che si ritrovano nel loro collega di Livigno che ieri mattina ha fatto lezione a un gruppo di sciatori, che hanno usato le auto al posto degli skilift per risalire.
La protesta dei disobbedienti dilaga dalle Alpi agli Appennini e tutti si sono ritrovati nelle parole di Stefano Bonaccini (presidente dem dell'Emilia Romagna e della conferenza delle Regioni) che ha sparato a zero sul governo dicendo: «Mai più». L'associazione dei maestri di sci, 15.000 famiglie, denuncia che da un anno questi professionisti sono abbandonati e senza un euro. L'associazione degli impianti a fune sostiene che sono andati in fumo 4 miliardi, il turismo montano stima una perdita secca di 12 miliardi e almeno 140.000 posti di lavoro diretti. Per la Coldiretti si sono persi 10 miliardi lungo la filiera alimentare. Contro il governo si leva un coro alpino d'invettive: protestano l'Unione dei Comuni montani con Marco Bussone, Confindustria alberghi con Maria Carmela Colaiacovo, la Confcommercio con Carlo Sangalli, Marco Michielli di Federalberghi, che è «inferocito»; sono gli stati generali dell'indignazione turistica.
Dai monti al mare è sempre la stessa protesta. In Liguria i ristoranti sono rimasti aperti nonostante la zona arancione. Affollati per San Valentino con tante presenze di francesi e Ivano Ricchebono, chef stellato di Genova con il suo The Cook, che rivendica: «In cucina ho cercato di superarmi, ho aperto per me, ma anche per la felicità dei miei clienti». I liguri non hanno accettato che per loro la zona arancione è scattata il 14, mentre in Trentino è partita dal 15, salvando San valentino. Molto peggio è andata a Firenze a Momo (Mohamed El Hawi) il leader del movimento dei ristoratori «Io apro». Gli hanno sequestrato il ristorante «Tito» con tanto di sigilli della prefettura perché il giorno di San Valentino era aperto. «Sto valutando con il mio legale», ha detto Momo, «cosa fare, ma di certo non mi fermo». E con lui migliaia di ristoratori che stanchi di questi divieti a singhiozzo hanno deciso: «Io apro».
La Svizzera sfida le accuse di Roma
Quasi un incidente diplomatico, bollato dai pur riservati elvetici come una «speculazione» al limite della fake news. Le parole di Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla chiusura degli impianti sciistici per frenare l'ondata della variante inglese del Covid-19 proveniente dalla Svizzera, hanno acceso le polemiche con i vicini d'Oltralpe ma anche in patria. Infatti, malgrado nella Confederazione le piste da sci siano aperte da 100 giorni senza che vi sia stata un'impennata del numero dei contagi (anzi da inizio gennaio si registra una tendenza in calo), domenica sera in tv Ricciardi sulla variante britannica ha affermato: «Serve il lockdown, riaprire le piste da sci è follia totale. La situazione epidemiologica prevedeva questo tipo di fenomeno già da ottobre-novembre. Infatti quei Paesi che non hanno chiuso gli impianti sciistici sono quelli, come la Svizzera, che hanno fatto penetrare la variante inglese e che in questo momento sono in condizioni peggiori».
A rispondere per le rime al nostro consulente è stato il direttore di Funivie svizzere, Berno Stoffel, alla Radio svizzera italiana Rsi: «Si tratta di speculazioni e non ci sono evidenze di una responsabilità elvetica nella diffusione di questa variante: le misure di protezione adottate negli impianti sciistici sono efficaci». Ricciardi invece si era lanciato anche nella dettagliata ricostruzione dell'ingresso della variante: «La catena dei contagi è stata ricostruita. Gli inglesi sono andati a sciare in Svizzera, che ha pervicacemente tenuto aperti gli impianti sciistici. È lì che una maestra è tornata a scuola e ha infettato tutti i suoi allievi. E da lì poi la variante si è sparsa nella scuola svizzera e nel resto dell'Europa. Sono cose che noi sappiamo, però molto spesso la politica è restia a dire completamente la verità».
Per Stoffel, invece, non si può imputare allo sci un aumento dei contagi e la sicurezza degli impianti è dimostrata da un esame comparativo con altri mezzi di trasporto. Nella Confederazione elvetica, dove dallo scorso 8 febbraio si entra compilando un'autocertificazione e con un tampone, se si arriva da regioni con rischio elevato di contagio, sono finora stati scoperti 6.003 casi di infezioni con le varianti mutate di Sars-CoV-2, stando ai dati riferiti ieri dall'Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) all'agenzia di stampa elvetica Keystone-Ats. E la previsione dell'infettivologo Manuel Battegay, primario all'ospedale universitario di Basilea e membro della task force Covid-19 della Confederazione, è confortante: «Con un gran numero di vaccinazioni la pandemia potrebbe essere superata entro la fine del 2021, anche se le nuove varianti del virus potrebbero metterci i bastoni fra le ruote. Inoltre entro la tarda primavera o l'estate, quando un numero sufficiente di persone sarà vaccinato, i focolai si dovrebbero ridurre significativamente. Il virus resterà ma non dominerà le nostre vite».
In Italia, invece, ieri è esplosa la rabbia degli operatori di uno dei settori più colpiti dalle chiusure anti Covid sia perché la decisione di non riaprire da ieri, come previsto dal dpcm, è stata annunciata da un comunicato stampa neanche 12 ore prima, sia perché la Svizzera e anche altri Paesi europei non hanno sacrificato questo comparto dell'economia.
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Riduci
Piana di Vigezzo e Bardonecchia guidano la protesta dei disobbedienti. Mentre la Regione Piemonte è pronta a costituirsi parte legale. Già partite tre class action. Intanto i locali liguri non si arrendono alla zona arancio.Gli elvetici replicano duramente a chi li ha definiti «diffusori» della variante inglese: «È speculazione». Oltre le Alpi, gli impianti funzionano e non c'è emergenza sanitaria.Lo speciale contiene due articoli.La pista è nera, ma di rabbia. Mario Draghi è costretto a uno slalom tra i paletti strettissimi della protesta che monta, del Cts che vuole divieti assoluti e del suo ministro, Roberto Speranza, che è ancora convinto di essere al servizio del bisConte. Lo riporta alla realtà Massimo Garavaglia (Lega), neoministro del Turismo, che dice: «La stagione del turismo invernale è finita qui, ora indennizzi immediati all'industria del turismo». Del resto tutti gli operatori sono concordi: riaprire il 5 marzo non ha senso. Farebbe solo allargare il buco nei bilanci fiaccati dal retromarcia del governo. In tutte le Regioni (come hanno sottolineato Luca Zaia per il Veneto, Attilio Fontana per la Lombardia e Massimiliano Fedriga per il Friuli Venezia Giulia) l'annunciata e poi mancata ripartenza per il 15 febbraio aveva indotto gli albergatori ad assunzioni, i ristoratori ad acquisti, gli impianti di risalita a sistemare le piste. Lavoro, merci, contratti buttati via e altri 3,5 milioni di presenza turistiche svanite. Il danno è enorme. Le Regioni fanno il tifo per i maestri di sci, i gestori degli impianti di risalita, gli albergatori e i ristoratori che minacciano di travolgere lo Stato con una valanga di cause legali e per i disobbedienti civili che tengono aperti gli impianti nonostante i divieti a tempo scaduto. È una forma di protesta indotta dall'istinto di sopravvivenza. A conti fatti lo stop allo sci significa 12 miliardi di fatturato turistico perso, 150.000 posti di lavoro evaporati, altri 10 miliardi persi lungo la filiera agricola, altri 4 miliardi li hanno persi le industrie italiane (sono 1.200 per 90.000 posti di lavoro) che producono abbigliamento, accessori, attrezzi per gli sport invernali: a loro manca il 70% del fatturato. In montagna hanno preso esempio dai ristoratori che anche il giorno di San Valentino - soprattutto in Liguria, ma non solo - sono tornati a forzare il blocco delle chiusure. Il ministro della Salute dice che è colpa della variante inglese del Covid (guai a chiamarlo virus cinese) che galoppa. Ma così travolge del tutto quel che resta del turismo. La stima è che i danni della decisione del ministro per un giorno solo siano superiori ai 700 milioni di lire. Al diktat di Roberto Speranza ieri mattina si sono opposte due località del Piemonte. Impianti aperti a Piana di Vigezzo con Luca Mantovani, uno dei gestori delle sciovie, che dice: «Qui abbiamo un fatturato sui 400.000 euro, quest'anno non siamo arrivati a 27.000 e di ristori neppure l'ombra. Abbiamo aperto per protesta, ma domani si chiude se no le multe ci ammazzano». La rivolta di Piana di Vigezzo è motivata dal fatto che sono a un valico dal canton Ticino, dove si scia da sempre. Impianti aperti anche a Pian Munè nel Saluzzese, dove i gestori della Dodonix contestano: «I modi, i tempi, la mancanza di rispetto e l'indifferenza, abbiamo accettato un lungo stop, ora lo Stato dovrebbe farsi carico di noi». A Bardonecchia tutto il paese ha organizzato un flash mob di protesta, a conferma che il Piemonte è l'epicentro della rivolta bianca c'è anche il fatto che il presidente della Regione, Alberto Cirio (Lega), sta studiando un ricorso contro il ministro della Salute e ha già detto che la Regione si costituirà nelle cause di risarcimento danni. Probabilmente lo seguiranno tutte le altre interessate dallo stop alle piste. Il punto dolente è quello dei ristori, peraltro mai arrivati. I gestori ora vogliono i risarcimenti danni. E già si preparano almeno tre class action: quella degli impianti a fune, quella degli albergatori e quella dei maestri di sci. Che si ritrovano nel loro collega di Livigno che ieri mattina ha fatto lezione a un gruppo di sciatori, che hanno usato le auto al posto degli skilift per risalire. La protesta dei disobbedienti dilaga dalle Alpi agli Appennini e tutti si sono ritrovati nelle parole di Stefano Bonaccini (presidente dem dell'Emilia Romagna e della conferenza delle Regioni) che ha sparato a zero sul governo dicendo: «Mai più». L'associazione dei maestri di sci, 15.000 famiglie, denuncia che da un anno questi professionisti sono abbandonati e senza un euro. L'associazione degli impianti a fune sostiene che sono andati in fumo 4 miliardi, il turismo montano stima una perdita secca di 12 miliardi e almeno 140.000 posti di lavoro diretti. Per la Coldiretti si sono persi 10 miliardi lungo la filiera alimentare. Contro il governo si leva un coro alpino d'invettive: protestano l'Unione dei Comuni montani con Marco Bussone, Confindustria alberghi con Maria Carmela Colaiacovo, la Confcommercio con Carlo Sangalli, Marco Michielli di Federalberghi, che è «inferocito»; sono gli stati generali dell'indignazione turistica. Dai monti al mare è sempre la stessa protesta. In Liguria i ristoranti sono rimasti aperti nonostante la zona arancione. Affollati per San Valentino con tante presenze di francesi e Ivano Ricchebono, chef stellato di Genova con il suo The Cook, che rivendica: «In cucina ho cercato di superarmi, ho aperto per me, ma anche per la felicità dei miei clienti». I liguri non hanno accettato che per loro la zona arancione è scattata il 14, mentre in Trentino è partita dal 15, salvando San valentino. Molto peggio è andata a Firenze a Momo (Mohamed El Hawi) il leader del movimento dei ristoratori «Io apro». Gli hanno sequestrato il ristorante «Tito» con tanto di sigilli della prefettura perché il giorno di San Valentino era aperto. «Sto valutando con il mio legale», ha detto Momo, «cosa fare, ma di certo non mi fermo». E con lui migliaia di ristoratori che stanchi di questi divieti a singhiozzo hanno deciso: «Io apro».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gestori-piste-ristoratori-ribelli-aprono-2650546176.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-svizzera-sfida-le-accuse-di-roma" data-post-id="2650546176" data-published-at="1613425862" data-use-pagination="False"> La Svizzera sfida le accuse di Roma Quasi un incidente diplomatico, bollato dai pur riservati elvetici come una «speculazione» al limite della fake news. Le parole di Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, sulla chiusura degli impianti sciistici per frenare l'ondata della variante inglese del Covid-19 proveniente dalla Svizzera, hanno acceso le polemiche con i vicini d'Oltralpe ma anche in patria. Infatti, malgrado nella Confederazione le piste da sci siano aperte da 100 giorni senza che vi sia stata un'impennata del numero dei contagi (anzi da inizio gennaio si registra una tendenza in calo), domenica sera in tv Ricciardi sulla variante britannica ha affermato: «Serve il lockdown, riaprire le piste da sci è follia totale. La situazione epidemiologica prevedeva questo tipo di fenomeno già da ottobre-novembre. Infatti quei Paesi che non hanno chiuso gli impianti sciistici sono quelli, come la Svizzera, che hanno fatto penetrare la variante inglese e che in questo momento sono in condizioni peggiori». A rispondere per le rime al nostro consulente è stato il direttore di Funivie svizzere, Berno Stoffel, alla Radio svizzera italiana Rsi: «Si tratta di speculazioni e non ci sono evidenze di una responsabilità elvetica nella diffusione di questa variante: le misure di protezione adottate negli impianti sciistici sono efficaci». Ricciardi invece si era lanciato anche nella dettagliata ricostruzione dell'ingresso della variante: «La catena dei contagi è stata ricostruita. Gli inglesi sono andati a sciare in Svizzera, che ha pervicacemente tenuto aperti gli impianti sciistici. È lì che una maestra è tornata a scuola e ha infettato tutti i suoi allievi. E da lì poi la variante si è sparsa nella scuola svizzera e nel resto dell'Europa. Sono cose che noi sappiamo, però molto spesso la politica è restia a dire completamente la verità». Per Stoffel, invece, non si può imputare allo sci un aumento dei contagi e la sicurezza degli impianti è dimostrata da un esame comparativo con altri mezzi di trasporto. Nella Confederazione elvetica, dove dallo scorso 8 febbraio si entra compilando un'autocertificazione e con un tampone, se si arriva da regioni con rischio elevato di contagio, sono finora stati scoperti 6.003 casi di infezioni con le varianti mutate di Sars-CoV-2, stando ai dati riferiti ieri dall'Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) all'agenzia di stampa elvetica Keystone-Ats. E la previsione dell'infettivologo Manuel Battegay, primario all'ospedale universitario di Basilea e membro della task force Covid-19 della Confederazione, è confortante: «Con un gran numero di vaccinazioni la pandemia potrebbe essere superata entro la fine del 2021, anche se le nuove varianti del virus potrebbero metterci i bastoni fra le ruote. Inoltre entro la tarda primavera o l'estate, quando un numero sufficiente di persone sarà vaccinato, i focolai si dovrebbero ridurre significativamente. Il virus resterà ma non dominerà le nostre vite». In Italia, invece, ieri è esplosa la rabbia degli operatori di uno dei settori più colpiti dalle chiusure anti Covid sia perché la decisione di non riaprire da ieri, come previsto dal dpcm, è stata annunciata da un comunicato stampa neanche 12 ore prima, sia perché la Svizzera e anche altri Paesi europei non hanno sacrificato questo comparto dell'economia.
Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
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Riduci
(Guardia di Finanza)
Lo stupefacente era suddiviso in 101 panetti, del peso di circa un chilo ognuno, custoditi all’interno di tre borsoni occultati all’interno della cabina del mezzo, con targa croata, che formalmente si dirigeva verso la Croazia, trasportando materiali edilizi.
Il controllo ha avuto una dinamica particolare poiché i finanzieri inizialmente avevano semplicemente intimato l’alt al camion, avendo notato che aveva un fanale fuori uso. Tuttavia l’autista non si fermava e, approfittando dell’intenso traffico di mezzi pesanti, continuava la marcia. I militari decidevano allora di seguire il mezzo e, dopo averlo fermato, insospettiti dal comportamento nervoso del conducente, procedevano ad effettuare l’ispezione della cabina rinvenendo i tre borsoni, all’interno dei quali erano stivati i 101 panetti di cocaina purissima. Le attività di controllo sono state svolte anche con le unità cinofile in forza al Reparto.
Sono in corso accertamenti per determinare l’effettiva destinazione della sostanza stupefacente rinvenuta che, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali un introito pari a circa 20 milioni di euro.
Il camion, intestato ad una società croata, era condotto da un autista di origine serba che è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, trasporto e traffico aggravato dall’ingente quantità di sostanze stupefacenti ed è stato portato nella casa circondariale di Gorizia, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
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Riduci
Ansa
Intermediari coinvolti nei contatti avrebbero insistito sulla capacità di Rodriguez di assicurare stabilità e continuità operativa in un settore strategico. «La seguo da molto tempo, so bene chi è e come lavora», ha spiegato un alto funzionario statunitense citato dal quotidiano newyorkese. «Non è la risposta definitiva a tutti i problemi del Paese, ma è una persona con cui riteniamo possibile un rapporto più professionale rispetto al passato», ha aggiunto, con un riferimento diretto a Maduro che, alla fine di dicembre, aveva respinto un ultimatum della Casa Bianca che gli proponeva di lasciare il potere in cambio di un esilio in Turchia. In ogni caso Donald Trump ieri è stato molto netto sulle prossime mosse del Venezuela: «Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime in Venezuela, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso. Non potrebbe andare peggio».
Altri problemi però possono arrivare dal ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, che prima, dopo la decisione della Corte suprema, ha riconosciuto la guida della Rodriguez e ha invitato la popolazione a riprendere le normali attività nel Paese, e poi ha accusato gli Stati Uniti di aver ucciso «a sangue freddo» uomini della scorta di Nicolás Maduro durante il blitz. In un videomessaggio affiancato dai vertici militari, Padrino Lopez ha chiesto il «rilascio immediato» di Maduro, definito «l’unico leader costituzionale del Paese», e ha denunciato quella che ha chiamato l’«ambizione colonialista» di Washington, invitando la comunità internazionale a vigilare su quella che ha descritto come una minaccia alla sovranità non solo del Venezuela ma di altri Paesi.
All’indomani dell’operazione militare che ha portato alla cattura e alla rimozione di Maduro, il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che Delcy Rodríguez non è da considerarsi la legittima presidente del Venezuela, poiché Washington non riconosce l’attuale assetto di potere. Poi ha chiarito la linea: gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chi resterà nel Paese, a patto che venga compiuta «la scelta giusta». Intervenendo a Face the Nation della Cbs, Rubio ha spiegato che ogni valutazione dipenderà dai comportamenti dei nuovi interlocutori: «Non siamo in guerra contro il Venezuela e giudicheremo in base a ciò che faranno». E ha avvertito che, in caso contrario, Washington manterrà «numerose leve di pressione» su Caracas. Intervenendo sui network americani, il segretario di Stato ha definito premature eventuali elezioni a breve in Venezuela e ha indicato come priorità la rottura dei legami con Iran e Hezbollah. Rubio ha escluso che Caracas possa diventare una piattaforma operativa per potenze e gruppi ostili agli Stati Uniti, sottolineando che non è accettabile che le maggiori riserve petrolifere mondiali restino sotto il controllo di avversari di Washington.
Con il passare delle ore è emerso che l’Operation Absolute Resolve, scattata sabato scorso, è stata pianificata per mesi in una base segreta in Florida, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli gli interni della dimora presidenziale in modo da evitare sorprese. Poi poche ore prima del blitz un attacco cyber ha messo offline gli apparati di sicurezza venezuelani che sono rimasti praticamente al buio durante gli attacchi aerei. Sul fronte giudiziario, Nicolás Maduro potrebbe comparire già domani davanti al tribunale federale di New York con accuse pesantissime: narcoterrorismo, traffico di droga e altri reati federali. Secondo Newsweek, l’impianto accusatorio sarebbe più solido di quanto l’opinione pubblica abbia finora percepito. L’atto d’accusa sostitutivo diffuso nel fine settimana amplia quello del 2020, ricostruendo in dettaglio rotte della droga, canali logistici e legami con grandi cartelli, oltre all’uso della rete diplomatica venezuelana per agevolare traffici di stupefacenti e denaro. Centrale potrebbe risultare la collaborazione di Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare, oggi detenuto negli Stati Uniti e in attesa di condanna, una tempistica che secondo l’ex procuratore federale Elie Honig spesso segnala un accordo con l’accusa. Sul fronte tecnologico, è stato reso noto che Starlink garantirà connettività gratuita in Venezuela fino al 3 febbraio, per contrastare blackout e censura digitale, tratti distintivi del regime di Nicolás Maduro, il quale ora rischia di essere condannato a più ergastoli.
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È una partita che stanno giocando solo le potenze pienamente sovrane che dispongono di spada e moneta. Le famose relazioni internazionali hanno una regola fondamentale: pacta sunt servanda, il che significa che, al di là dei processi di ratifica (upgrade del diritto europeo, per esempio), è l’equilibrio raggiunto tra le potenze che ne determina l’osservanza, e non la «potenza» della norma. Era per paura che il mondo scoppiasse che, durante la Guerra fredda, America e Urss non si sovrastarono vicendevolmente. Caduto il Muro, l’America credette che la Storia avesse esaurito la propria spinta e lei avesse vinto. Invece la Storia è tornata e sta facendo l’appello delle grandi potenze. Quel 9 novembre 1989 non illuse solo l’America, ma illuse anche la vecchia Europa, che innescò - per paura della riunificazione delle due Germanie - l’unificazione per via monetaria. Una moneta per fare l’Europa politica, per tenere tutti compatti. Una moneta e tanta retorica: via i confini, via le sovranità nazionali, via gli interessi nazionali e i popoli... Fintanto che, fuori dall’Europa, un nuovo ingranaggio veniva impiantato - altro errore di prospettiva americano - nel grande gioco: la Cina nel Wto. Non solo, anche la Russia tornava a ripensarsi potenza e lo faceva usando la leva delle armi nucleari e della grande disponibilità energetica, le cui infrastrutture con Putin ridiventavano dello Stato, ribaltando i «guai» di Eltsin. Così, mentre l’Europa allargava le maglie del mercato energetico, liberalizzandolo secondo i dettami del neoliberismo, la Russia nazionalizzava, si sfregava le mani e si presentava come il più conveniente e suadente alleato energetico.
Un anno e mezzo fa scrissi un libro - Maledetta Europa - per analizzare che cosa sarebbe successo e, senza particolari doti di veggenza, lessi i fatti per come si presentavano, senza farmi fregare dalla retorica europeista. Che invece prosegue ancor oggi il suo incantesimo manipolatorio. E se sono qui a scrivere sulla Verità è perché un altro gruppo di realisti, ben orchestrato dal direttore/editore Maurizio Belpietro, pensa che vada fatta la tara a questa Ue. Pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere scriveva: «Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. I cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. […] L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire. L’Unione europea insomma manca di un’identità». Benvenuto.
Manca il popolo sovrano perché i «registi» della Ue scelsero l’euro come sineddoche dell’Europa, senza un battesimo popolare attraverso un referendum popolare. Unione europea è ciò che oggi intendiamo per Europa, ed è un errore politico enorme, gigantesco. Un errore così grande che è bene smontarlo: l’Europa ci sta fregando e in un tempo in cui sono tornate a comandare le grandi potenze - Usa, Cina e Russia - ci fregherà sempre di più. Che senso ha restare imbambolati nell’ingannevole pendolo che ipnotizza a non mollare e a spingere per più Europa? L’Europa non può giocare la partita perché è fuori dalla Storia per gli errori di presunzione commessi ex tunc. L’America «pensa» il Venezuela (e forse domani la Groenlandia) allo stesso modo in cui la Russia «pensa» il Donbass e la Cina «pensa» Taiwan. Se l’accordo prevede questa spartizione, l’Europa non ha alcun peso per cambiare tale meccanica. Ha perso perché ha scelto una moneta prima dell’identità, la burocrazia invece di un referendum. Per questo, si rompano i patti dell’Unione e li si riconvertano nella vecchia e migliore formula della Cee, con Stati sovrani alleati ma non vincolati a un morto che cammina.
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