Secondo lo studio della Confindustria tedesca, fino al 2030 serviranno poderosi investimenti anche pubblici per evitare la decrescita. Strada che porta (con Parigi?) alla rottamazione del Patto di stabilità comunitario.
Secondo lo studio della Confindustria tedesca, fino al 2030 serviranno poderosi investimenti anche pubblici per evitare la decrescita. Strada che porta (con Parigi?) alla rottamazione del Patto di stabilità comunitario.L’industria tedesca corre un rischio esistenziale e lancia l’allarme: servono 1.400 miliardi di euro di investimenti in cinque anni o la Germania andrà incontro ad una deindustrializzazione senza ritorno.La Bdi, la potente associazione degli industriali tedeschi, ha commissionato uno studio al grande consulente americano Boston consulting group (Bcg) e al molto rispettato Istituto economico tedesco di Colonia Iw. Lo studio, come recita il titolo, traccia un percorso di trasformazione per la Germania come nazione industriale, indicando una serie di punti chiave per una nuova agenda di politica industriale. Si tratta di una sorta di «piano Draghi» in quarto, tagliato sull’industria tedesca e sulle sue necessità. Per evitare la crisi e precipitare nella decrescita, dice lo studio, in termini reali occorrono 1.400 miliardi di euro di investimenti da qui al 2030, circa un terzo dei quali (460 miliardi) dovranno essere soldi pubblici.Secondo la Confindustria tedesca, non meno del 20% del valore aggiunto dell’industria tedesca è a rischio, in assenza di interventi drastici. L’analisi di Bcg e Iw riconosce che la transizione energetica sta appesantendo l’industria tedesca: «I settori industriali ad alta intensità energetica sono afflitti da crescenti svantaggi competitivi dovuti agli elevati costi energetici e gravati dalla transizione climatica». Inoltre, i maggiori timori sono per l’industria automobilistica, che «rischia di perdere quote di mercato a favore di nuovi concorrenti dalla Cina nel futuro mercato delle (e-car), il che potrebbe a sua volta causare la perdita di mercati di vendita nazionali chiave da parte dell’industria meccanica mentre, allo stesso tempo, l’accesso al mercato globale sta diventando più difficile».Secondo l’analisi, vi sono almeno quindici azioni strategiche da compiere per riportare in auge l’industria tedesca. Il capitolo maggiore riguarda energia e tecnologie verdi. Per ridare competitività all’industria tedesca occorre abbassare i costi dell’energia e per farlo, dice lo studio, servono 410 miliardi di euro tra il 2025 e il 2030, in gran parte dedicati alla «necessaria ristrutturazione del sistema elettrico, distribuendo meglio il costo dell’espansione, offrendo agli utenti industriali un sollievo mirato». Quest’ultima voce assomiglia molto a una richiesta di sussidi.Altri 164 miliardi servono al rilancio delle infrastrutture esistenti e al lancio di nuove, come le reti per il trasporto dell’idrogeno e le reti di ricarica elettrica per le auto; 93 miliardi di euro servirebbero per l’espansione delle infrastrutture digitali e la digitalizzazione in generale, anche del settore pubblico; 173 miliardi sarebbero necessari per sostenere la domanda di tecnologie verdi, ad esempio nei trasporti e nel riscaldamento; 130 miliardi sono necessari per investimenti in ricerca e sviluppo; 112 miliardi per incentivare a stabilire impianti produttivi in Germania attraverso incentivi fiscali e sussidi; 97 miliardi andrebbero destinati alla produttività della forza lavoro, attraverso digitalizzazione, robotizzazione, attrazione di immigrazione qualificata, maggiore qualità della formazione. Tra i maggiori investimenti, infine, ci sono gli 88 miliardi per ridurre la dipendenza dai materiali critici dall’estero.Al di là delle cifre, in sé molto pesanti, due sono le valutazioni che si possono fare riguardo al rapporto della Bdi. La prima è che lo studio certifica che il modello tedesco di sviluppo, ovvero quello di una crescita senza investimenti, è giunto al capolinea. Sin qui, le posizioni guadagnate dalla Germania sui mercati internazionali sono il frutto di una competitività basata soprattutto sul costo del lavoro. Per quanto di qualità, la produzione tedesca soffre ora per la mancanza di investimenti nel tempo.Si tratta, del resto, di un modello che anche Mario Draghi ha stigmatizzato nel noto discorso dello scorso aprile in Belgio riferito all’Europa: «Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale pro-ciclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale». Le riforme Hartz del 2003-2005, e la successiva introduzione del Bürgergeld (reddito di cittadinanza) hanno di fatto scaricato sui lavoratori il costo della competitività nell’export. Ora l’industria tedesca capisce che senza investimenti è destinata a una lunga agonia. Chissà, potrebbe essere troppo tardi.L’altra valutazione è che il governo tedesco, guidato da Olaf Scholz, dovrà scendere a patti con la sua allergia al debito. Lo studio della Bdi indica in 70 miliardi all’anno la necessità di investimento dello Stato. In Germania sono in molti, ormai, a chiedere che la regola sul freno al debito sia accantonata, ma serve una maggioranza al Bundestag di almeno i due terzi dei parlamentari, che oggi non c’è. A meno che il governo semaforo cada, sostituito da una maggioranza Spd-Verdi-Cdu, con i liberali (strenui difensori del freno al debito) fuori, per un governo di transizione fino alle elezioni del settembre 2025. Uno scenario sempre più probabile, anche se il nuovo capo della Cdu, Friedrich Merz, andrebbe convinto.Certo, anche per il leader della destra cristiana è sempre meglio un debito tedesco che un debito comune europeo. Un asse franco-tedesco sulla sospensione del patto europeo di stabilità, magari in via informale, è a questo punto un’ipotesi sempre più concreta. Non sarebbe la prima volta che l’asse Parigi-Berlino piega pro domo sua le regole che esso stesso impone. Del resto si sa, per gli amici le regole si interpretano.
Federico Cafiero De Raho (Ansa)
L’ex procuratore nazionale antimafia, sentito dai pm che indagano su Laudati e il finanziere, fa muro: «Non sapevo nulla».
Il 20 maggio 2025 Federico Cafiero De Raho, ex procuratore nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato, varca le porte della Procura di Roma, dove è approdato il fascicolo che ricostruisce la sequenza di accessi alle banche dati ai danni di esponenti del mondo della politica, delle istituzioni e non solo. E che ha prodotto 56 capi d’imputazione per le 23 persone indagate. Un funambolico de Raho risponde alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Falco e della pm Giulia Guccione. Sessantadue pagine in cui l’ex procuratore nazionale antimafia ripete sempre lo stesso schema. Che in più punti appare come uno scaricabarile in piena regola. E con una trentina di chiodi (quelli piantati con i vari «non ricordo, non avevamo questa possibilità, lo escludo») tutti nella stessa direzione: la difesa della sua estraneità. Tutti utili a puntellare ogni snodo critico emerso dall’ufficio che guidava e che, nella sua narrazione, gli è passato accanto senza mai toccarlo.
(Totaleu)
Lo ha detto l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Paolo Inselvini alla sessione plenaria di Strasburgo.
Sergio Mattarella (Ansa)
Di fatto tutti i quotidiani adottano lo stesso schema: minimizzare la vicenda e, ogni volta che un esponente di destra parla, agitare lo spettro di macchinazioni di Fdi per colpire Sergio Mattarella su mandato di Giorgia Meloni.
Non sarà «provvidenziale», ma lo scossone c’è stato. È quel 60% di italiani che non è andato a votare, e il presidente della Repubblica certo ha preso buona nota. Ieri era a Lecce - con Michele Emiliano al suo ultimo atto ad accoglierlo (e non pareva euforico) - per l’assembla annuale delle Province e ha detto un paio di frasi che suonano come un avvertimento a nuora perché suocera intenda. Sopire, troncare - come avrebbe detto il Conte zio - le turbolenze attorno all’affare Garofani, ripensando all’uscita di lunedì del presidente del Senato.
Firmato un memorandum tra Cdp, Simest e Jiacc e inaugurata a Riyad la nuova antenna Simest durante il Forum imprenditoriale Italia-Arabia Saudita.
Giornata cruciale per le relazioni economiche tra Italia e Arabia Saudita. Nel quadro del Forum Imprenditoriale Italia–Arabia Saudita, che oggi riunisce a Riyad istituzioni e imprese dei due Paesi, Cassa depositi e prestiti (Cdp), Simest e la Camera di commercio italo-araba (Jiacc) hanno firmato un Memorandum of Understanding volto a rafforzare la cooperazione industriale e commerciale con il mondo arabo. Contestualmente, Simest ha inaugurato la sua nuova antenna nella capitale saudita, alla presenza del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’accordo tra Cdp, Simest e Jiacc – sottoscritto alla presenza di Tajani e del ministro degli Investimenti saudita Khalid A. Al Falih – punta a costruire un canale stabile di collaborazione tra imprese italiane e aziende dei Paesi arabi, con particolare attenzione alle opportunità offerte dal mercato saudita. L’obiettivo è facilitare l’accesso delle aziende italiane ai mega-programmi legati alla Vision 2030 e promuovere partnership industriali e commerciali ad alto valore aggiunto.
Il Memorandum prevede iniziative congiunte in quattro aree chiave: business matching, attività di informazione e orientamento ai mercati arabi, eventi e missioni dedicate, e supporto ai processi di internazionalizzazione. «Questo accordo consolida l’impegno di Simest nel supportare l’espansione delle Pmi italiane in un’area strategica e in forte crescita», ha commentato il presidente di Simest, Vittorio De Pedys, sottolineando come la collaborazione con Cdp e Jiacc permetterà di offrire accompagnamento, informazione e strumenti finanziari mirati.
Parallelamente, sempre a Riyad, si è svolta la cerimonia di apertura del nuovo presidio SIMEST, inaugurato dal ministro Tajani insieme al presidente De Pedys e all’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo. L’antenna nasce per fornire assistenza diretta alle imprese italiane impegnate nei percorsi di ingresso e consolidamento in uno dei mercati più dinamici al mondo, in un Medio Oriente considerato sempre più strategico per la crescita internazionale dell’Italia.
L’Arabia Saudita, al centro di una fase di profonda trasformazione economica, ospita già numerose aziende italiane attive in settori quali infrastrutture, automotive, trasporti sostenibili, edilizia, farmaceutico-medicale, alta tecnologia, agritech, cultura e sport. «L’apertura dell’antenna di Riyad rappresenta un passo decisivo nel rafforzamento della nostra presenza a fianco delle imprese italiane, con un’attenzione particolare alle Pmi», ha dichiarato Corradini D’Arienzo. Un presidio che, ha aggiunto, opererà in stretto coordinamento con la Farnesina, Cdp, Sace, Ice, la Camera di Commercio, Confindustria e l’Ambasciata italiana, con l’obiettivo di facilitare investimenti e cogliere le opportunità offerte dall’economia saudita, anche in settori in cui la filiera italiana sta affrontando difficoltà, come la moda.
Le due iniziative – il Memorandum e l’apertura dell’antenna – rafforzano dunque la presenza del Sistema Italia in una delle aree più strategiche del panorama globale, con l’ambizione di trasformare le opportunità della Vision 2030 in collaborazioni concrete per le imprese italiane.
Continua a leggereRiduci






