In Germania allarme recessione. In Italia già bruciato un punto di Pil
La Bundesbank ammette: «Con l’embargo sul gas di Mosca perdita da 180 miliardi e inflazione record». L’Ufficio parlamentare di bilancio rincara la dose: «Le famiglie hanno cominciato a ridurre gli acquisti».

Quanto costa? Chi paga? A cosa servono questi costi? È ormai da alcune settimane che facciamo queste tre semplici domande a proposito delle conseguenze economiche della guerra in Ucraina, ulteriormente aggravate dalle sanzioni decise dalla Ue.

Nell’edizione di ieri abbiamo provato a formulare delle ipotesi di risposta alla terza domanda e, dopo solo poche ore, sono arrivate tre risposte molto autorevoli anche alle prime due domande.

Dopo la rappresentazione macchiettistica del condizionatore spento per ottenere la pace, ci hanno pensato l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), la Bundesbank e il governo tedesco a portare il ragionamento su un piano di serietà e realismo.

In sede di validazione delle previsioni del Def, l’Upb aveva rimarcato che i numeri del governo, situati al limite più alto della forchetta di previsione, erano già stati a rischio di bocciatura e aveva annunciato la pubblicazione di analisi di impatto che, incorporando gli eventi più recenti, avrebbero fatto luce sulle prospettive per il Paese. L’esito di questo esercizio vede purtroppo l’Italia in prima linea nella Ue tra i Paesi più danneggiati. In particolare, l’Upb considera le conseguenze dello scenario, ormai accertato, che prevede una conclusione delle ostilità nel primo trimestre e l’impatto aggiuntivo di un termine della guerra nel secondo trimestre e di una successiva graduale normalizzazione. L’effetto complessivo dei due scenari prevede una riduzione di 2,6 punti percentuali di Pil (2% nel 2022 e 0,6% nel 2023, di cui l’1,1% già certo) e una maggiore inflazione pari a 3,9 punti percentuali (2,5% nel 2022 e 1,4% nel 2023). La stagflazione è ormai tra noi, ma non basta perché l’Upb evidenzia che «lo scenario qui considerato tiene conto solo di alcuni dei possibili shock e canali di trasmissione sull’economia del conflitto, per cui la quantificazione degli effetti va considerata con cautela, in quanto potrebbero esserci effetti recessivi rilevanti per via di altri fattori». Insomma, potrebbe andare anche molto peggio, perché alla base di tale rallentamento c’è il calo della fiducia delle famiglie – già manifestatasi soprattutto nell’acquisto di beni di consumo durevoli – e delle imprese e l’impennata del costo delle materie prime, fattori soggetti a notevole incertezza. L’Upb si allinea a Bankitalia nella previsione del Pil del primo trimestre, che dovrebbe far registrare un calo intorno allo 0,5% (anche qui con ampia banda di oscillazione). A questo punto, ci sono elevate probabilità che anche il trimestre in corso termini con un segno negativo, come già previsto da alcuni centri di ricerca. Sarebbe recessione tecnica.

Se Roma piange, Berlino non ride. Infatti, Italia e Germania sono stati i Paesi il cui Pil per il biennio 2022/2023 ha subito ad aprile la maggiore revisione al ribasso (-1,9% Germania e -2% Italia) da parte del Fmi, rispetto al precedente dato di gennaio. Ci ha pensato la Bundesbank, nel suo rapporto mensile, a mortificare le ambizioni di crescita tedesche e prevedere che, nell’ipotesi peggiore che in cui si faccia ricorso al razionamento di gas nel corso del 2022 (con tre trimestri consecutivi di carenza), ci sia una contrazione pari a 5 punti di Pil, circa 180 miliardi. Anche in uno scenario intermedio, è previsto un calo di circa 2 punti, e nel prossimo biennio, un impatto negativo intorno a 4 punti annui di Pil. Saranno gli elevati costi delle materie prime la causa principale di tale arretramento, che produrranno una maggiore inflazione, rispetto allo scenario base, tra 1,5 e 2 punti.

I tecnici della Buba ragionano ancora su un’evoluzione del conflitto limitato all’Ucraina, con embargo sul petrolio che salirebbe a 170 euro al barile e rilevanti incrementi di prezzi di carbone, gas e altre materie prime. Inoltre, questi dati sono notevolmente peggiorativi rispetto alle ultime previsioni di altri centri di ricerca: la contrazione che questi ultimi avevano previsto in un biennio (-6,5%), ora è quasi pari a quella prevista nel 2022. D’altronde se perfino il segretario al Tesoro Usa Janet Yellen giovedì si è sbilanciata nel predicare «cautela» nel proporre l’embargo su gas e petrolio russo, mettendo in guardia sui danni che tale mossa potrebbe provocare all’economia globale, significa che non ci attende una passeggiata. A completare il quadro a tinte fosche, nel pomeriggio la Reuters ha preannunciato l’intenzione del governo tedesco di tagliare le previsioni di crescita del 2022 dal 3,6% al 2,2%, sottolineando ancora una volta l’effetto negativo dei maggiori prezzi delle materie prime.

Queste sono le prevedibili conseguenze – e speriamo siano solo queste – quando si parte lancia in resta contro il terzo produttore mondiale di petrolio e il secondo di gas naturale. Per di più solo pochi mesi dopo aver avviato una precipitosa fuga dalle fonti energetiche fossili verso le rinnovabili che aveva già scatenato rilevanti tensioni sui prezzi delle materie prime più coinvolte da questa transizione di cui, peraltro, la Russia è tra i maggiori produttori mondiali. Peraltro, aggirare le sanzioni è cosa già riuscita in passato a Venezuela e Iran e già oggi si segnalano sospetti trasbordi di petrolio russo tra navi petroliere, in modo da far perdere la tracciabilità.

Osiamo sperare che almeno Upb e Bundesbank non siano tacciati come «putiniani pagati dal Cremlino» e, davanti a questi dati, sia possibile intavolare un serio dibattito sui costi e sui benefici di ogni scelta, senza pregiudizi ideologici, perché, quando le buste paga saranno erose da un’inflazione a doppia cifra, forse non ci sarà più il tempo per discutere.

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