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2024-12-17
L’Ue vuole sanzionare chi ha votato «male». Per i tagliagole invece condono tombale
Il neo presidente georgiano Mikheil Kavelashvili (Ansa)
È vero: in politica estera, spesso, tocca essere più realisti del re. Dialogare con i cattivi. Fare patti col diavolo. Ma allora, perché tirare in ballo i valori, i principi, le procedure, i diritti? Anziché sembrare furbi, si appare ipocriti. E in questo esercizio di doppiezza, l’Europa è maestra.
Ieri, a margine del Consiglio Affari esteri, che ha dato il via libera al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la «guerra ibrida» della Russia, l’Alto rappresentante dell’Ue ha evocato l’ipotesi di misure che colpiscano anche la Georgia. «Le cose non stanno andando nella giusta direzione», ha osservato Kaja Kallas. «Discuteremo di quali conseguenze il governo georgiano potrà affrontare per aver usato repressione contro l’opposizione. La prima questione riguarda le sanzioni e la seconda se limitare i visti». La politica estone ha pure proposto «una lista di persone da sanzionare». L’accordo non c’è: Ungheria e Slovacchia si oppongono. Secondo il ministro degli Esteri magiaro, Péter Szijjártó, Bruxelles si è inalberata «solo perché un partito conservatore, patriottico e orientato alla pace» l’ha spuntata alle urne. «Siamo 27 democrazie con le nostre idee», ha sospirato alla fine la Kallas. «Quindi, ci vuole tempo. Il presidente Salomé Zourabichvili è in carica fino al 29 dicembre. Nel frattempo potrebbero accadere molte cose». Ad esempio? Un golpetto che mantenga in sella la leader filoccidentale, anziché far salire al potere l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili, eletto per succedere alla Zourabichvili e gradito a Mosca?
Il problema è sempre il solito: i cittadini si ostinano a votare male. A fine ottobre, il partito Sogno georgiano, filorusso, ha ottenuto la maggioranza. Secondo l’opposizione, le elezioni erano truccate. In un altro Paese già parte dell’Ue, la Romania, la Corte costituzionale ha preso il toro per le corna, annullando l’esito delle presidenziali, vinte dal candidato pro Russia, per il sospetto di interferenze malevole nella campagna elettorale, tramite il social TikTok. Un’operazione ovviamente eterodiretta dal Cremlino.
Sì, c’è ragione di dubitare delle consultazioni a Tbilisi: i rapporti preliminari degli osservatori internazionali hanno parlato di segretezza del voto compromessa, di «incongruenze procedurali», di «intimidazioni e pressioni» sugli elettori. Figuriamoci se Vladimir Putin se ne sta buono, quando può provare a condizionare Stati che preferisce rimangano nella sua orbita. Ma perché l’Europa, se ci tiene a democrazia e diritti umani, si sforza di andare incontro alla Siria riconquistata dai ribelli islamisti?
È stata l’Italia, ieri, a chiedere che si aprano «canali di dialogo con Hts», la formazione guidata da Abu Muhammad al-Jolani, e che si arrivi a una «graduale e condizionata rimozione delle sanzioni», imposte ai tempi di Bashar al-Assad. L’Ue ha spedito a Damasco una delegazione diplomatica per confrontarsi con il jihadista ripulito. L’inviato Onu, Geir Pedersen, che si è visto con il premier ad interim, Mohammad al-Bashir, aveva già auspicato la rapida rimozione delle sanzioni. La Kallas, raccogliendo il suggerimento olandese, ha reso ancor più smaccata la strumentalità dei piani europei: condizionare l’abrogazione delle sanzioni e il riconoscimento della nuova leadership all’espulsione dei russi dalle basi militari siriane, nonché all’allontanamento dall’Iran. Il nemico del mio nemico è mio amico. Può avere senso, eh. In fondo, bisogna prendere atto della realtà: il «tappo» è saltato; non c’è più Assad ad addomesticare l’Isis; anzi, visto come è stato deposto, forse non è mai stato davvero in grado di contenere i terroristi. L’autorità è legittima se chi se la piglia sa anche tenersela. D’accordo. Almeno, però, non ci si aggrappi a valori, principi, procedure, diritti. Non è il momento opportuno.
Ieri, in effetti, sono venute fuori le prove di esecuzioni sommarie compiute da gruppi vicini alla formazione di Jolani. Secondo fonti che si trovano nelle zone di Damasco, Homs, Hama, Idlib, Latakia e Tartus, citate dall’Ansa, almeno 20 persone sono state massacrate. Tra loro c’erano civili considerati compromessi con Assad, come il «faccendiere» Abu Ali Ashur, trascinato per strada, spinto vicino a un secchio dell’immondizia, preso a schiaffi e calci. O i militari senza divisa giustiziati a Rabia, nell’area di Hama. I combattenti si sarebbero accaniti sui «maiali alawiti», la setta sciita privilegiata dal rais. Ma tra le vittime figurerebbero pure dei cristiani. Sarebbe il caso di Saaman Sotme e sua moglie Helen Khashouf, di Jamisliye, insediamento nella regione di Tartus: i combattenti avrebbero fatto irruzione in casa loro e li avrebbero uccisi a sangue freddo.
D’accordo: nel nome degli interessi di parte, in politica estera tocca scendere a patti col demonio. Ne siamo consapevoli. Possiamo accettarlo. Basta che i nostri governanti non ci trattino da scemi.
Trump: «Basta con la carneficina, parleremo con Putin e Zelensky»
Risultati raggiunti, obiettivi per il 2025 e avvertimenti all’Occidente. Nel giorno in cui dal Consiglio Affari esteri è arrivato il via libera dell’Ue al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che andrà a colpire 54 persone, 52 navi coinvolte nel trasporto di attrezzature militari e 30 entità giudicate responsabili di azioni che minano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, Vladimir Putin è intervenuto a tutto tondo sui temi che riguardano il conflitto tra Mosca e Kiev, facendo il punto di quella che è la situazione attuale al fronte e di cosa si aspetta che accadrà nei primi mesi del prossimo anno.
«Le nostre truppe mantengono saldamente l’iniziativa strategica lungo l’intera linea di contatto e stanno accelerando la loro avanzata nel Donetsk», ha affermato ieri lo zar. «Il 2024 è stato un anno fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi in Ucraina dove le nostre forze hanno conquistato 189 centri abitati». Parole confermate immediatamente dopo dal ministro della Difesa, Andrei Belousov, il quale, oltre a specificare che nel corso di quest’anno l’esercito russo è riuscito a penetrare in quasi 4.500 chilometri quadrati di territorio ucraino e che ora sta guadagnando circa 30 chilometri quadrati al giorno, ha rilanciato gli obiettivi dichiarati da Putin lo scorso giugno: «Occuperemo interamente le regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia entro il 2025, anno in cui contiamo di vincere la guerra». Il leader del Cremlino si è poi rivolto a Stati Uniti e Unione europea, accusando gli alleati di Kiev di interferire più del dovuto negli equilibri del conflitto: «Gli Usa incoraggiano l’escalation per spingerci verso la linea rossa. Nella loro volontà di indebolirci e infliggerci una sconfitta strategica, continuano a pompare il regime illegittimo di Kiev di armi e soldi inviando mercenari e consulenti militari». Reagendo invece all’ipotesi di soldati europei pronti a combattere in territorio ucraino, Putin ha avvertito: «A breve lanceremo la produzione in serie dei missili balistici ipersonici Oreshnik che abbiamo testato lo scorso 21 novembre a Dnipro. Se gli Stati Uniti dispiegheranno missili a corto e medio raggio, in qualsiasi regione del mondo, la Russia farà lo stesso».
Tuttavia ieri, quando manca poco più di un mese all’insediamento ufficiale alla Casa Bianca, è intervenuto nuovamente sulla questione ucraina Donald Trump. Il tycoon non vuole perdere tempo e ha fatto sapere di essere intenzionato a trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti prima di assumere l’incarico presidenziale: «La carneficina in Ucraina deve finire», ha detto. «Parleremo con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Soffermandosi poi sul leader di Kiev, Trump ha spiegato di non averlo invitato al giuramento così come anche il presidente cinese Xi Jinping, dicendo però che gli piacerebbe averli entrambi alla cerimonia. La notizia più importante che filtra dalle dichiarazioni di The Donald, però, riguarda un dietrofront sul permesso assegnato dall’amministrazione Biden all’Ucraina di utilizzare le armi a lungo raggio per colpire obiettivi sul suolo russo: «La situazione in Ucraina è più difficile di quella in Medio Oriente: consentire a Kiev di lanciare missili a 200 miglia all’interno della Russia è stato un grande errore», ha affermato Trump, aprendo così alla possibilità di revocare il via libera.
Nel frattempo a Bruxelles, in occasione del Consiglio Ue, si è tornato a discutere di peacekeeping, sebbene ancora non si intraveda una prospettiva concreta di un cessate il fuoco. L’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha detto che «non se ne può discutere ora perché la Russia non ha cambiato i suoi obiettivi»; mentre dal Cremlino dicono che «è prematuro parlare di uno schieramento di peacekeeper in Ucraina dopo un cessate il fuoco, perché Kiev rifiuta qualsiasi negoziato».
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L’Europa contro Tbilisi che resta pro Mosca. I jihadisti intanto giustiziano i cristiani, ma se cacciano i russi finirà l’embargo.Il Cremlino minaccia l’Occidente, però ammette: «Le spese militari hanno un limite».Lo speciale contiene due articoli.È vero: in politica estera, spesso, tocca essere più realisti del re. Dialogare con i cattivi. Fare patti col diavolo. Ma allora, perché tirare in ballo i valori, i principi, le procedure, i diritti? Anziché sembrare furbi, si appare ipocriti. E in questo esercizio di doppiezza, l’Europa è maestra.Ieri, a margine del Consiglio Affari esteri, che ha dato il via libera al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la «guerra ibrida» della Russia, l’Alto rappresentante dell’Ue ha evocato l’ipotesi di misure che colpiscano anche la Georgia. «Le cose non stanno andando nella giusta direzione», ha osservato Kaja Kallas. «Discuteremo di quali conseguenze il governo georgiano potrà affrontare per aver usato repressione contro l’opposizione. La prima questione riguarda le sanzioni e la seconda se limitare i visti». La politica estone ha pure proposto «una lista di persone da sanzionare». L’accordo non c’è: Ungheria e Slovacchia si oppongono. Secondo il ministro degli Esteri magiaro, Péter Szijjártó, Bruxelles si è inalberata «solo perché un partito conservatore, patriottico e orientato alla pace» l’ha spuntata alle urne. «Siamo 27 democrazie con le nostre idee», ha sospirato alla fine la Kallas. «Quindi, ci vuole tempo. Il presidente Salomé Zourabichvili è in carica fino al 29 dicembre. Nel frattempo potrebbero accadere molte cose». Ad esempio? Un golpetto che mantenga in sella la leader filoccidentale, anziché far salire al potere l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili, eletto per succedere alla Zourabichvili e gradito a Mosca? Il problema è sempre il solito: i cittadini si ostinano a votare male. A fine ottobre, il partito Sogno georgiano, filorusso, ha ottenuto la maggioranza. Secondo l’opposizione, le elezioni erano truccate. In un altro Paese già parte dell’Ue, la Romania, la Corte costituzionale ha preso il toro per le corna, annullando l’esito delle presidenziali, vinte dal candidato pro Russia, per il sospetto di interferenze malevole nella campagna elettorale, tramite il social TikTok. Un’operazione ovviamente eterodiretta dal Cremlino.Sì, c’è ragione di dubitare delle consultazioni a Tbilisi: i rapporti preliminari degli osservatori internazionali hanno parlato di segretezza del voto compromessa, di «incongruenze procedurali», di «intimidazioni e pressioni» sugli elettori. Figuriamoci se Vladimir Putin se ne sta buono, quando può provare a condizionare Stati che preferisce rimangano nella sua orbita. Ma perché l’Europa, se ci tiene a democrazia e diritti umani, si sforza di andare incontro alla Siria riconquistata dai ribelli islamisti?È stata l’Italia, ieri, a chiedere che si aprano «canali di dialogo con Hts», la formazione guidata da Abu Muhammad al-Jolani, e che si arrivi a una «graduale e condizionata rimozione delle sanzioni», imposte ai tempi di Bashar al-Assad. L’Ue ha spedito a Damasco una delegazione diplomatica per confrontarsi con il jihadista ripulito. L’inviato Onu, Geir Pedersen, che si è visto con il premier ad interim, Mohammad al-Bashir, aveva già auspicato la rapida rimozione delle sanzioni. La Kallas, raccogliendo il suggerimento olandese, ha reso ancor più smaccata la strumentalità dei piani europei: condizionare l’abrogazione delle sanzioni e il riconoscimento della nuova leadership all’espulsione dei russi dalle basi militari siriane, nonché all’allontanamento dall’Iran. Il nemico del mio nemico è mio amico. Può avere senso, eh. In fondo, bisogna prendere atto della realtà: il «tappo» è saltato; non c’è più Assad ad addomesticare l’Isis; anzi, visto come è stato deposto, forse non è mai stato davvero in grado di contenere i terroristi. L’autorità è legittima se chi se la piglia sa anche tenersela. D’accordo. Almeno, però, non ci si aggrappi a valori, principi, procedure, diritti. Non è il momento opportuno. Ieri, in effetti, sono venute fuori le prove di esecuzioni sommarie compiute da gruppi vicini alla formazione di Jolani. Secondo fonti che si trovano nelle zone di Damasco, Homs, Hama, Idlib, Latakia e Tartus, citate dall’Ansa, almeno 20 persone sono state massacrate. Tra loro c’erano civili considerati compromessi con Assad, come il «faccendiere» Abu Ali Ashur, trascinato per strada, spinto vicino a un secchio dell’immondizia, preso a schiaffi e calci. O i militari senza divisa giustiziati a Rabia, nell’area di Hama. I combattenti si sarebbero accaniti sui «maiali alawiti», la setta sciita privilegiata dal rais. Ma tra le vittime figurerebbero pure dei cristiani. Sarebbe il caso di Saaman Sotme e sua moglie Helen Khashouf, di Jamisliye, insediamento nella regione di Tartus: i combattenti avrebbero fatto irruzione in casa loro e li avrebbero uccisi a sangue freddo.D’accordo: nel nome degli interessi di parte, in politica estera tocca scendere a patti col demonio. Ne siamo consapevoli. Possiamo accettarlo. Basta che i nostri governanti non ci trattino da scemi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/georgia-ue-elezioni-2670478434.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-basta-con-la-carneficina-parleremo-con-putin-e-zelensky" data-post-id="2670478434" data-published-at="1734422910" data-use-pagination="False"> Trump: «Basta con la carneficina, parleremo con Putin e Zelensky» Risultati raggiunti, obiettivi per il 2025 e avvertimenti all’Occidente. Nel giorno in cui dal Consiglio Affari esteri è arrivato il via libera dell’Ue al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che andrà a colpire 54 persone, 52 navi coinvolte nel trasporto di attrezzature militari e 30 entità giudicate responsabili di azioni che minano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, Vladimir Putin è intervenuto a tutto tondo sui temi che riguardano il conflitto tra Mosca e Kiev, facendo il punto di quella che è la situazione attuale al fronte e di cosa si aspetta che accadrà nei primi mesi del prossimo anno. «Le nostre truppe mantengono saldamente l’iniziativa strategica lungo l’intera linea di contatto e stanno accelerando la loro avanzata nel Donetsk», ha affermato ieri lo zar. «Il 2024 è stato un anno fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi in Ucraina dove le nostre forze hanno conquistato 189 centri abitati». Parole confermate immediatamente dopo dal ministro della Difesa, Andrei Belousov, il quale, oltre a specificare che nel corso di quest’anno l’esercito russo è riuscito a penetrare in quasi 4.500 chilometri quadrati di territorio ucraino e che ora sta guadagnando circa 30 chilometri quadrati al giorno, ha rilanciato gli obiettivi dichiarati da Putin lo scorso giugno: «Occuperemo interamente le regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia entro il 2025, anno in cui contiamo di vincere la guerra». Il leader del Cremlino si è poi rivolto a Stati Uniti e Unione europea, accusando gli alleati di Kiev di interferire più del dovuto negli equilibri del conflitto: «Gli Usa incoraggiano l’escalation per spingerci verso la linea rossa. Nella loro volontà di indebolirci e infliggerci una sconfitta strategica, continuano a pompare il regime illegittimo di Kiev di armi e soldi inviando mercenari e consulenti militari». Reagendo invece all’ipotesi di soldati europei pronti a combattere in territorio ucraino, Putin ha avvertito: «A breve lanceremo la produzione in serie dei missili balistici ipersonici Oreshnik che abbiamo testato lo scorso 21 novembre a Dnipro. Se gli Stati Uniti dispiegheranno missili a corto e medio raggio, in qualsiasi regione del mondo, la Russia farà lo stesso». Tuttavia ieri, quando manca poco più di un mese all’insediamento ufficiale alla Casa Bianca, è intervenuto nuovamente sulla questione ucraina Donald Trump. Il tycoon non vuole perdere tempo e ha fatto sapere di essere intenzionato a trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti prima di assumere l’incarico presidenziale: «La carneficina in Ucraina deve finire», ha detto. «Parleremo con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Soffermandosi poi sul leader di Kiev, Trump ha spiegato di non averlo invitato al giuramento così come anche il presidente cinese Xi Jinping, dicendo però che gli piacerebbe averli entrambi alla cerimonia. La notizia più importante che filtra dalle dichiarazioni di The Donald, però, riguarda un dietrofront sul permesso assegnato dall’amministrazione Biden all’Ucraina di utilizzare le armi a lungo raggio per colpire obiettivi sul suolo russo: «La situazione in Ucraina è più difficile di quella in Medio Oriente: consentire a Kiev di lanciare missili a 200 miglia all’interno della Russia è stato un grande errore», ha affermato Trump, aprendo così alla possibilità di revocare il via libera. Nel frattempo a Bruxelles, in occasione del Consiglio Ue, si è tornato a discutere di peacekeeping, sebbene ancora non si intraveda una prospettiva concreta di un cessate il fuoco. L’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha detto che «non se ne può discutere ora perché la Russia non ha cambiato i suoi obiettivi»; mentre dal Cremlino dicono che «è prematuro parlare di uno schieramento di peacekeeper in Ucraina dopo un cessate il fuoco, perché Kiev rifiuta qualsiasi negoziato».
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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