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2024-12-17
L’Ue vuole sanzionare chi ha votato «male». Per i tagliagole invece condono tombale
Il neo presidente georgiano Mikheil Kavelashvili (Ansa)
È vero: in politica estera, spesso, tocca essere più realisti del re. Dialogare con i cattivi. Fare patti col diavolo. Ma allora, perché tirare in ballo i valori, i principi, le procedure, i diritti? Anziché sembrare furbi, si appare ipocriti. E in questo esercizio di doppiezza, l’Europa è maestra.
Ieri, a margine del Consiglio Affari esteri, che ha dato il via libera al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la «guerra ibrida» della Russia, l’Alto rappresentante dell’Ue ha evocato l’ipotesi di misure che colpiscano anche la Georgia. «Le cose non stanno andando nella giusta direzione», ha osservato Kaja Kallas. «Discuteremo di quali conseguenze il governo georgiano potrà affrontare per aver usato repressione contro l’opposizione. La prima questione riguarda le sanzioni e la seconda se limitare i visti». La politica estone ha pure proposto «una lista di persone da sanzionare». L’accordo non c’è: Ungheria e Slovacchia si oppongono. Secondo il ministro degli Esteri magiaro, Péter Szijjártó, Bruxelles si è inalberata «solo perché un partito conservatore, patriottico e orientato alla pace» l’ha spuntata alle urne. «Siamo 27 democrazie con le nostre idee», ha sospirato alla fine la Kallas. «Quindi, ci vuole tempo. Il presidente Salomé Zourabichvili è in carica fino al 29 dicembre. Nel frattempo potrebbero accadere molte cose». Ad esempio? Un golpetto che mantenga in sella la leader filoccidentale, anziché far salire al potere l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili, eletto per succedere alla Zourabichvili e gradito a Mosca?
Il problema è sempre il solito: i cittadini si ostinano a votare male. A fine ottobre, il partito Sogno georgiano, filorusso, ha ottenuto la maggioranza. Secondo l’opposizione, le elezioni erano truccate. In un altro Paese già parte dell’Ue, la Romania, la Corte costituzionale ha preso il toro per le corna, annullando l’esito delle presidenziali, vinte dal candidato pro Russia, per il sospetto di interferenze malevole nella campagna elettorale, tramite il social TikTok. Un’operazione ovviamente eterodiretta dal Cremlino.
Sì, c’è ragione di dubitare delle consultazioni a Tbilisi: i rapporti preliminari degli osservatori internazionali hanno parlato di segretezza del voto compromessa, di «incongruenze procedurali», di «intimidazioni e pressioni» sugli elettori. Figuriamoci se Vladimir Putin se ne sta buono, quando può provare a condizionare Stati che preferisce rimangano nella sua orbita. Ma perché l’Europa, se ci tiene a democrazia e diritti umani, si sforza di andare incontro alla Siria riconquistata dai ribelli islamisti?
È stata l’Italia, ieri, a chiedere che si aprano «canali di dialogo con Hts», la formazione guidata da Abu Muhammad al-Jolani, e che si arrivi a una «graduale e condizionata rimozione delle sanzioni», imposte ai tempi di Bashar al-Assad. L’Ue ha spedito a Damasco una delegazione diplomatica per confrontarsi con il jihadista ripulito. L’inviato Onu, Geir Pedersen, che si è visto con il premier ad interim, Mohammad al-Bashir, aveva già auspicato la rapida rimozione delle sanzioni. La Kallas, raccogliendo il suggerimento olandese, ha reso ancor più smaccata la strumentalità dei piani europei: condizionare l’abrogazione delle sanzioni e il riconoscimento della nuova leadership all’espulsione dei russi dalle basi militari siriane, nonché all’allontanamento dall’Iran. Il nemico del mio nemico è mio amico. Può avere senso, eh. In fondo, bisogna prendere atto della realtà: il «tappo» è saltato; non c’è più Assad ad addomesticare l’Isis; anzi, visto come è stato deposto, forse non è mai stato davvero in grado di contenere i terroristi. L’autorità è legittima se chi se la piglia sa anche tenersela. D’accordo. Almeno, però, non ci si aggrappi a valori, principi, procedure, diritti. Non è il momento opportuno.
Ieri, in effetti, sono venute fuori le prove di esecuzioni sommarie compiute da gruppi vicini alla formazione di Jolani. Secondo fonti che si trovano nelle zone di Damasco, Homs, Hama, Idlib, Latakia e Tartus, citate dall’Ansa, almeno 20 persone sono state massacrate. Tra loro c’erano civili considerati compromessi con Assad, come il «faccendiere» Abu Ali Ashur, trascinato per strada, spinto vicino a un secchio dell’immondizia, preso a schiaffi e calci. O i militari senza divisa giustiziati a Rabia, nell’area di Hama. I combattenti si sarebbero accaniti sui «maiali alawiti», la setta sciita privilegiata dal rais. Ma tra le vittime figurerebbero pure dei cristiani. Sarebbe il caso di Saaman Sotme e sua moglie Helen Khashouf, di Jamisliye, insediamento nella regione di Tartus: i combattenti avrebbero fatto irruzione in casa loro e li avrebbero uccisi a sangue freddo.
D’accordo: nel nome degli interessi di parte, in politica estera tocca scendere a patti col demonio. Ne siamo consapevoli. Possiamo accettarlo. Basta che i nostri governanti non ci trattino da scemi.
Trump: «Basta con la carneficina, parleremo con Putin e Zelensky»
Risultati raggiunti, obiettivi per il 2025 e avvertimenti all’Occidente. Nel giorno in cui dal Consiglio Affari esteri è arrivato il via libera dell’Ue al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che andrà a colpire 54 persone, 52 navi coinvolte nel trasporto di attrezzature militari e 30 entità giudicate responsabili di azioni che minano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, Vladimir Putin è intervenuto a tutto tondo sui temi che riguardano il conflitto tra Mosca e Kiev, facendo il punto di quella che è la situazione attuale al fronte e di cosa si aspetta che accadrà nei primi mesi del prossimo anno.
«Le nostre truppe mantengono saldamente l’iniziativa strategica lungo l’intera linea di contatto e stanno accelerando la loro avanzata nel Donetsk», ha affermato ieri lo zar. «Il 2024 è stato un anno fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi in Ucraina dove le nostre forze hanno conquistato 189 centri abitati». Parole confermate immediatamente dopo dal ministro della Difesa, Andrei Belousov, il quale, oltre a specificare che nel corso di quest’anno l’esercito russo è riuscito a penetrare in quasi 4.500 chilometri quadrati di territorio ucraino e che ora sta guadagnando circa 30 chilometri quadrati al giorno, ha rilanciato gli obiettivi dichiarati da Putin lo scorso giugno: «Occuperemo interamente le regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia entro il 2025, anno in cui contiamo di vincere la guerra». Il leader del Cremlino si è poi rivolto a Stati Uniti e Unione europea, accusando gli alleati di Kiev di interferire più del dovuto negli equilibri del conflitto: «Gli Usa incoraggiano l’escalation per spingerci verso la linea rossa. Nella loro volontà di indebolirci e infliggerci una sconfitta strategica, continuano a pompare il regime illegittimo di Kiev di armi e soldi inviando mercenari e consulenti militari». Reagendo invece all’ipotesi di soldati europei pronti a combattere in territorio ucraino, Putin ha avvertito: «A breve lanceremo la produzione in serie dei missili balistici ipersonici Oreshnik che abbiamo testato lo scorso 21 novembre a Dnipro. Se gli Stati Uniti dispiegheranno missili a corto e medio raggio, in qualsiasi regione del mondo, la Russia farà lo stesso».
Tuttavia ieri, quando manca poco più di un mese all’insediamento ufficiale alla Casa Bianca, è intervenuto nuovamente sulla questione ucraina Donald Trump. Il tycoon non vuole perdere tempo e ha fatto sapere di essere intenzionato a trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti prima di assumere l’incarico presidenziale: «La carneficina in Ucraina deve finire», ha detto. «Parleremo con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Soffermandosi poi sul leader di Kiev, Trump ha spiegato di non averlo invitato al giuramento così come anche il presidente cinese Xi Jinping, dicendo però che gli piacerebbe averli entrambi alla cerimonia. La notizia più importante che filtra dalle dichiarazioni di The Donald, però, riguarda un dietrofront sul permesso assegnato dall’amministrazione Biden all’Ucraina di utilizzare le armi a lungo raggio per colpire obiettivi sul suolo russo: «La situazione in Ucraina è più difficile di quella in Medio Oriente: consentire a Kiev di lanciare missili a 200 miglia all’interno della Russia è stato un grande errore», ha affermato Trump, aprendo così alla possibilità di revocare il via libera.
Nel frattempo a Bruxelles, in occasione del Consiglio Ue, si è tornato a discutere di peacekeeping, sebbene ancora non si intraveda una prospettiva concreta di un cessate il fuoco. L’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha detto che «non se ne può discutere ora perché la Russia non ha cambiato i suoi obiettivi»; mentre dal Cremlino dicono che «è prematuro parlare di uno schieramento di peacekeeper in Ucraina dopo un cessate il fuoco, perché Kiev rifiuta qualsiasi negoziato».
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L’Europa contro Tbilisi che resta pro Mosca. I jihadisti intanto giustiziano i cristiani, ma se cacciano i russi finirà l’embargo.Il Cremlino minaccia l’Occidente, però ammette: «Le spese militari hanno un limite».Lo speciale contiene due articoli.È vero: in politica estera, spesso, tocca essere più realisti del re. Dialogare con i cattivi. Fare patti col diavolo. Ma allora, perché tirare in ballo i valori, i principi, le procedure, i diritti? Anziché sembrare furbi, si appare ipocriti. E in questo esercizio di doppiezza, l’Europa è maestra.Ieri, a margine del Consiglio Affari esteri, che ha dato il via libera al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la «guerra ibrida» della Russia, l’Alto rappresentante dell’Ue ha evocato l’ipotesi di misure che colpiscano anche la Georgia. «Le cose non stanno andando nella giusta direzione», ha osservato Kaja Kallas. «Discuteremo di quali conseguenze il governo georgiano potrà affrontare per aver usato repressione contro l’opposizione. La prima questione riguarda le sanzioni e la seconda se limitare i visti». La politica estone ha pure proposto «una lista di persone da sanzionare». L’accordo non c’è: Ungheria e Slovacchia si oppongono. Secondo il ministro degli Esteri magiaro, Péter Szijjártó, Bruxelles si è inalberata «solo perché un partito conservatore, patriottico e orientato alla pace» l’ha spuntata alle urne. «Siamo 27 democrazie con le nostre idee», ha sospirato alla fine la Kallas. «Quindi, ci vuole tempo. Il presidente Salomé Zourabichvili è in carica fino al 29 dicembre. Nel frattempo potrebbero accadere molte cose». Ad esempio? Un golpetto che mantenga in sella la leader filoccidentale, anziché far salire al potere l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili, eletto per succedere alla Zourabichvili e gradito a Mosca? Il problema è sempre il solito: i cittadini si ostinano a votare male. A fine ottobre, il partito Sogno georgiano, filorusso, ha ottenuto la maggioranza. Secondo l’opposizione, le elezioni erano truccate. In un altro Paese già parte dell’Ue, la Romania, la Corte costituzionale ha preso il toro per le corna, annullando l’esito delle presidenziali, vinte dal candidato pro Russia, per il sospetto di interferenze malevole nella campagna elettorale, tramite il social TikTok. Un’operazione ovviamente eterodiretta dal Cremlino.Sì, c’è ragione di dubitare delle consultazioni a Tbilisi: i rapporti preliminari degli osservatori internazionali hanno parlato di segretezza del voto compromessa, di «incongruenze procedurali», di «intimidazioni e pressioni» sugli elettori. Figuriamoci se Vladimir Putin se ne sta buono, quando può provare a condizionare Stati che preferisce rimangano nella sua orbita. Ma perché l’Europa, se ci tiene a democrazia e diritti umani, si sforza di andare incontro alla Siria riconquistata dai ribelli islamisti?È stata l’Italia, ieri, a chiedere che si aprano «canali di dialogo con Hts», la formazione guidata da Abu Muhammad al-Jolani, e che si arrivi a una «graduale e condizionata rimozione delle sanzioni», imposte ai tempi di Bashar al-Assad. L’Ue ha spedito a Damasco una delegazione diplomatica per confrontarsi con il jihadista ripulito. L’inviato Onu, Geir Pedersen, che si è visto con il premier ad interim, Mohammad al-Bashir, aveva già auspicato la rapida rimozione delle sanzioni. La Kallas, raccogliendo il suggerimento olandese, ha reso ancor più smaccata la strumentalità dei piani europei: condizionare l’abrogazione delle sanzioni e il riconoscimento della nuova leadership all’espulsione dei russi dalle basi militari siriane, nonché all’allontanamento dall’Iran. Il nemico del mio nemico è mio amico. Può avere senso, eh. In fondo, bisogna prendere atto della realtà: il «tappo» è saltato; non c’è più Assad ad addomesticare l’Isis; anzi, visto come è stato deposto, forse non è mai stato davvero in grado di contenere i terroristi. L’autorità è legittima se chi se la piglia sa anche tenersela. D’accordo. Almeno, però, non ci si aggrappi a valori, principi, procedure, diritti. Non è il momento opportuno. Ieri, in effetti, sono venute fuori le prove di esecuzioni sommarie compiute da gruppi vicini alla formazione di Jolani. Secondo fonti che si trovano nelle zone di Damasco, Homs, Hama, Idlib, Latakia e Tartus, citate dall’Ansa, almeno 20 persone sono state massacrate. Tra loro c’erano civili considerati compromessi con Assad, come il «faccendiere» Abu Ali Ashur, trascinato per strada, spinto vicino a un secchio dell’immondizia, preso a schiaffi e calci. O i militari senza divisa giustiziati a Rabia, nell’area di Hama. I combattenti si sarebbero accaniti sui «maiali alawiti», la setta sciita privilegiata dal rais. Ma tra le vittime figurerebbero pure dei cristiani. Sarebbe il caso di Saaman Sotme e sua moglie Helen Khashouf, di Jamisliye, insediamento nella regione di Tartus: i combattenti avrebbero fatto irruzione in casa loro e li avrebbero uccisi a sangue freddo.D’accordo: nel nome degli interessi di parte, in politica estera tocca scendere a patti col demonio. Ne siamo consapevoli. Possiamo accettarlo. Basta che i nostri governanti non ci trattino da scemi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/georgia-ue-elezioni-2670478434.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trump-basta-con-la-carneficina-parleremo-con-putin-e-zelensky" data-post-id="2670478434" data-published-at="1734422910" data-use-pagination="False"> Trump: «Basta con la carneficina, parleremo con Putin e Zelensky» Risultati raggiunti, obiettivi per il 2025 e avvertimenti all’Occidente. Nel giorno in cui dal Consiglio Affari esteri è arrivato il via libera dell’Ue al quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che andrà a colpire 54 persone, 52 navi coinvolte nel trasporto di attrezzature militari e 30 entità giudicate responsabili di azioni che minano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, Vladimir Putin è intervenuto a tutto tondo sui temi che riguardano il conflitto tra Mosca e Kiev, facendo il punto di quella che è la situazione attuale al fronte e di cosa si aspetta che accadrà nei primi mesi del prossimo anno. «Le nostre truppe mantengono saldamente l’iniziativa strategica lungo l’intera linea di contatto e stanno accelerando la loro avanzata nel Donetsk», ha affermato ieri lo zar. «Il 2024 è stato un anno fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi in Ucraina dove le nostre forze hanno conquistato 189 centri abitati». Parole confermate immediatamente dopo dal ministro della Difesa, Andrei Belousov, il quale, oltre a specificare che nel corso di quest’anno l’esercito russo è riuscito a penetrare in quasi 4.500 chilometri quadrati di territorio ucraino e che ora sta guadagnando circa 30 chilometri quadrati al giorno, ha rilanciato gli obiettivi dichiarati da Putin lo scorso giugno: «Occuperemo interamente le regioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia entro il 2025, anno in cui contiamo di vincere la guerra». Il leader del Cremlino si è poi rivolto a Stati Uniti e Unione europea, accusando gli alleati di Kiev di interferire più del dovuto negli equilibri del conflitto: «Gli Usa incoraggiano l’escalation per spingerci verso la linea rossa. Nella loro volontà di indebolirci e infliggerci una sconfitta strategica, continuano a pompare il regime illegittimo di Kiev di armi e soldi inviando mercenari e consulenti militari». Reagendo invece all’ipotesi di soldati europei pronti a combattere in territorio ucraino, Putin ha avvertito: «A breve lanceremo la produzione in serie dei missili balistici ipersonici Oreshnik che abbiamo testato lo scorso 21 novembre a Dnipro. Se gli Stati Uniti dispiegheranno missili a corto e medio raggio, in qualsiasi regione del mondo, la Russia farà lo stesso». Tuttavia ieri, quando manca poco più di un mese all’insediamento ufficiale alla Casa Bianca, è intervenuto nuovamente sulla questione ucraina Donald Trump. Il tycoon non vuole perdere tempo e ha fatto sapere di essere intenzionato a trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti prima di assumere l’incarico presidenziale: «La carneficina in Ucraina deve finire», ha detto. «Parleremo con il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Soffermandosi poi sul leader di Kiev, Trump ha spiegato di non averlo invitato al giuramento così come anche il presidente cinese Xi Jinping, dicendo però che gli piacerebbe averli entrambi alla cerimonia. La notizia più importante che filtra dalle dichiarazioni di The Donald, però, riguarda un dietrofront sul permesso assegnato dall’amministrazione Biden all’Ucraina di utilizzare le armi a lungo raggio per colpire obiettivi sul suolo russo: «La situazione in Ucraina è più difficile di quella in Medio Oriente: consentire a Kiev di lanciare missili a 200 miglia all’interno della Russia è stato un grande errore», ha affermato Trump, aprendo così alla possibilità di revocare il via libera. Nel frattempo a Bruxelles, in occasione del Consiglio Ue, si è tornato a discutere di peacekeeping, sebbene ancora non si intraveda una prospettiva concreta di un cessate il fuoco. L’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha detto che «non se ne può discutere ora perché la Russia non ha cambiato i suoi obiettivi»; mentre dal Cremlino dicono che «è prematuro parlare di uno schieramento di peacekeeper in Ucraina dopo un cessate il fuoco, perché Kiev rifiuta qualsiasi negoziato».
La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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Maurizio Landini (Ansa)
Presentato ieri il comitato del No presieduto da Giovanni Bachelet. C’erano i leader delle opposizioni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e l’immancabile segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Per loro l’obiettivo è smontare una riforma che «non serve a nessuno se non al governo». Argomento poco solido, considerato che buona parte della sinistra voterà a favore, così come Azione, chiaramente, e Italia viva, meno. Il Pd, come spesso accade, si spacca. «Non siamo una caserma, è legittimo che qualcuno non voglia votare No», riconosce anche Walter Verini.
A ogni modo, dopo l’annuncio delle date del voto di Giorgia Meloni (22 e 23 marzo), dilaga la psicosi. Il più disperato pare Giuseppe Conte. Il leader del M5s attacca: «Il governo vuol cambiare la Costituzione». E ci sentiremmo di confermare, dal momento che si tratta di un referendum costituzionale. «C’è un obiettivo preciso», prosegue, animando lo spirito complottista tanto caro ai suoi. Tra i più barricaderi anche il solito Landini, che avrebbe finanziato il comitato del No con 500.000 euro prelevati dalle casse del sindacato e che ha messo a disposizione il centro congresso Cgil Frentani a Roma per l’inizio della campagna.
Per Landini il governo «è autoritario». Il che è particolarmente esilarante considerato che appena due giorni prima aveva detto che il dittatore venezuelano Nicolás Maduro è un democratico e che difendendolo si difende la democrazia. Insomma o ha bisogno di un bel ripasso di storia, oppure deve avere quantomeno le idee confuse. Anche quando dice: «Credo che questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenti». E poi: «Dovrebbe far riflettere come questo governo abbia scelto di portarci a fare un referendum che nessuno gli aveva chiesto, per cambiare la giustizia, confermando una volontà autoritaria - mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo - perché è già in campo una volontà e una gestione autoritaria del Paese».
Lo schema è sempre lo stesso: immaginare un pericolo evidente e poi terrorizzare i cittadini. Uno schema che funziona sempre meno, ma non è l’unico a metterlo in campo. Per Schlein, sul referendum «il governo sta disseminando bugie per fare pura propaganda. Non è una riforma della giustizia perché non migliorerà in alcun modo l’efficienza del sistema, non renderà più veloci i processi e non inciderà purtroppo sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri». Dal palco Schlein si rivolge direttamente al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. «Voglio rispondergli da qui. Tempo fa disse di “non comprendere perché Schlein non capisca che la riforma della giustizia serve anche a loro”. Gli rispondo dicendo che non vogliamo che ci serva. Vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la magistratura, ma vogliamo essere controllati. Così funziona una democrazia». Di fatto mentendo anche lei circa il controllo politico sui magistrati.
Rimodula leggermente Enrico Grosso, professore e avvocato torinese, presidente del comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm: «I giudici, e non solo i pm, se passa questa riforma, saranno meno indipendenti, più a rischio di soggezione alla politica».
Tra gli altri partecipanti Clemente Mastella, ex ministro della Giustizia, Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: «Questa è una riforma pericolosa, che non affronta i reali problemi della giustizia italiana, ma mina l’indipendenza della magistratura», il suo commento. Nutrita anche la delegazione di sindaci e amministratori locali, capitanata dal primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, e dal sindaco di Torino, Stefano Lo Russo. «È una riforma sbagliata, pericolosa e anche mistificante nel modo in cui viene raccontata». A ribaltare la frittata è Gualtieri annunciando l’adesione ufficiale di Autonomie locali italiane al Comitato per il No.
Infine il Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, evidentemente anche esperto di giustizia: «Voglio sottolineare l’importanza politica di questo referendum: dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura dagli attacchi che vengono dal governo». E chiosa: «I politici guadagneranno da questo tipo di riforma perché potranno soddisfare il sogno di essere una casta ingiudicabile». Mistificazioni su mistificazioni, così comincia la campagna del No.
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