True
2020-11-18
Gaudio dura meno di un giorno: «Mia moglie non viene a Catanzaro»
Eugenio Gaudio (Silvia Lore/NurPhoto via Getty Images)
Strada facendo troverai, un commissario in mezzo al cielo. Lo scandalo dei commissari usa e getta alla sanità in Calabria mette a nudo l'assoluta inadeguatezza del ministro della Salute, Roberto Speranza, e del premier Giuseppe Conte. Altro che affrontare l'emergenza coronavirus: i giallorossi non sono capaci neanche di evitare di essere travolti dal ridicolo, mentre Gino Strada aspetta di capire se davvero l'esecutivo ha intenzione di affidargli un ruolo oppure sta usando il suo nome solo per un po' di propagandismo da quattro soldi.
Ieri è saltato, dopo 24 ore dalla nomina, il terzo commissario alla sanità in Calabria nel giro di pochi giorni. L'ex rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio, ha rinunciato al suo incarico per «motivi personali»: «Mia moglie», dice Gaudio a Repubblica, «non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato con il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare. Sarebbe una sfida importante, ma la famiglia per me è un valore. Sono sempre colpito dall'imbarbarimento della politica. Il procuratore di Catania ha appena fatto sapere al mio avvocato che è andato a depositare la richiesta di archiviazione per il mio presunto abuso di ufficio». Gaudio si riferisce all'inchiesta che lo vede indagato dalla procura di Catania nell'ambito dell'inchiesta su concorsi taroccati. È evidente che il problema è tutto politico, e che il governo guidato da Conte rischia seriamente di andarsi a insabbiare sulle coste calabresi, travolto dalla guerra tra il M5s, o almeno buona parte di esso, che punta su Strada, e Speranza, che non ne vuole sapere. A sottolinearlo, ci ha pensato il capo delegazione del M5s e ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «I ministri del Movimento hanno fin qui accolto, con spirito di collaborazione e coesione, le indicazioni dei competenti dicasteri. Adesso però il tempo è scaduto: in un momento delicato come quello attuale, la Calabria deve poter contare quanto prima sulle migliori energie e professionalità in circolazione. Occorre procedere senza ulteriori passi falsi, iniziando innanzitutto dal definire i compiti di chi, come Gino Strada, ha manifestato la propria disponibilità».
Gaudio, dicevamo, è il terzo commissario alla sanità nel giro di pochi giorni: la scorsa settimana Saverio Cotticelli si è dimesso dopo essere stato protagonista di una intervista incredibile, al suo posto Speranza ha nominato Giuseppe Zuccatelli, candidato nel 2018 alla Camera da Leu, il partito del ministro della Salute, che a sua volta è andato via dopo poche ore, quando è spuntato un video risalente al 27 maggio, nel quale dice che «la mascherina non serve a un ca...o». Dichiarazioni ai limiti del negazionismo, che hanno portato all'addio di Zuccatelli e alla nomina di Gaudio, che però, dopo nemmeno 24 ore, si è accorto che la moglie non voleva trasferirsi da Roma a Catanzaro e ha lasciato Speranza senza commissario e i calabresi senza più speranze.
Ieri, mentre si registrava il record di nuovi positivi nella regione, 680, si è consumata anche l'ennesima tragicommedia intorno al nome di Gino Strada, il fondatore di Emergency che una parte del M5s vorrebbe come commissario alla sanità calabrese. Nel pomeriggio, le solite e anonime «fonti di governo» fanno trapelare che Strada «non sarebbe disponibile» ad assumere il ruolo di commissario; pochi minuti dopo, lo stesso Strada smentisce le voci: «Leggo da un'agenzia di stampa che non sarei disponibile a fare il commissario in Calabria. Ribadisco», scrive sui social il medico, «perché evidentemente serve farlo ancora, che non ho ricevuto nessuna proposta formale e che comunicherò personalmente le mie decisioni attraverso i canali ufficiali se ci sarà qualcosa di reale e concreto da comunicare. Mi sembra che la situazione sia già abbastanza difficile per i cittadini calabresi», conclude Gino Strada, «senza che diventi anche grottesca». Una bella legnata al governo. Chi non ne può più è Nino Spirlì, il presidente facente funzioni della Regione: «Adesso si può dimettere il ministro Speranza. Non arriva la nomina di Strada perché dovranno passare sul mio corpo», aggiunge Spirlì a Radio 24, «non abbiamo più bisogno di commissari. Se arriva Strada ne prendiamo atto, dopo il tris facciamo poker. La Calabria non è l'Afghanistan, Non abbiamo bisogno di missionari di nessun tipo».
La guerra tra bande nel governo non sembra avere fine. «La Lega», sottolinea Matteo Salvini, «chiede al governo di finire di scherzare con la salute dei calabresi: siamo alla farsa. Nel giro di poche ore hanno cambiato tre commissari alla sanità. Non si può scegliere un bravo medico, un bravo professionista calabrese per aiutare la sanità calabrese? Un nome tra tanti», propone Salvini, «il professor Pellegrino Mancini, responsabile regionale per i trapianti e un master in economia sanitaria».
Premio a Wuhan nel suo curriculum
Un coraggioso profeta del dialogo in terre lontane e perigliose, come Pechino e Teheran, ma poi la moglie non lo fa andare a Catanzaro. Eugenio Gaudio, rettore uscente della Sapienza di Roma ed epatologo di fama, ha deciso di non giocarsi il fegato come commissario di governo alla Sanità calabrese. La sua nomina da parte del ministro Roberto Speranza è durata appena dodici ore e rende sempre più grottesca la vicenda, visto che siamo al terzo commissario che alza le mani in dieci giorni. A questo punto, o in Calabria la situazione è davvero spaventosa, oppure al ministero della Salute c'è un ministro che dovrebbe cambiare il titolo del suo libro in uscita con Feltrinelli, da Guariremo a Nomineremo.
Ormai Speranza non sa davvero che pesci prendere, nonostante possa avvalersi del network e del decisionismo di uno come Massimo D'Alema. La prima scelta era stata l'ex generale Saverio Cotticelli, che alla prima intervista ha scoperto di dover attuare lui il piano per la pandemia. Fuori uno. Poi è toccato al bersaniano Giuseppe Zuccatelli, candidato trombato per Leu alle politiche 2018, che si era distinto per delle affermazioni naif sull'inutilità della mascherina («Non serve a un c….», disse a ImolaOggi). Poi, il compagno Speranza ha provato con il compagno Gino Strada, che però ha fiutato la trappola e si è detto disposto a dare una mano senza ruoli istituzionali, da vera Ong. Quindi ecco Gaudio, il barone dei baroni, classe 1956, che ha appena lasciato il posto di rettore della Sapienza a una donna, Antonella Polimeni, per la cui elezione l'Italia del politicamente corretto si è appena spellata le mani. E la Calabria anche. Diplomato al Conservatorio in pianoforte, grande amante di Chopin e del proprio predecessore Luigi Frati, Gaudio ci tiene sempre a far notare che lui, per evitare favoritismi, i suoi due figli li ha mandati a studiare in Inghilterra.
Indagato da giugno 2019 insieme a una sessantina di persone per la solita storia di presunti favoritismi e concorsi truccati a Catania, l'ex Magnifico dovrebbe esserne uscito con onore. L'ala manettara del M5s aveva già iniziato a protestare per l'inchiesta, ma ieri mattina lo stesso Gaudio, che per altro è da mesi anche consigliere del ministro dell'Università, Gaetano Manfredi, senza che nessuno avesse obiettato alcunché, ha reso noto che il suo avvocato gli aveva appena comunicato l'avvenuta richiesta di archiviazione. Ma visto che il 26 novembre 2018 Gaudio organizzò alla Sapienza un pomposo convegno in onore del (vivente) giurista Guido Alpa, maestro e storico dante causa professionale di Giuseppe Conte, ieri in Ateneo si scommetteva che la «lobby calabrese» avrebbe spalancato le porte all'attuale premier, quando lascerà Palazzo Chigi e la cattedra fiorentina.
Intervistato da Repubblica, il chiarissimo Gaudio non solo ha tenuto a rispedire al mittente qualunque ombra sul proprio conto, ma ha anche spiegato il motivo del fulmineo passo indietro. Passo indietro che ha affermato di aver anticipato a Speranza, anche se dal ministero, un po' piccati, trapela il contrario. Insomma, il barone Gaudio ha dovuto piegare il capo di fronte alla baronessa Gaudio, almeno così racconta: «Avrei voluto provare, è un impegno gravoso ma mi sono sempre messo a disposizione del servizio pubblico. Ho trovato resistenze in casa e a questo mi piego». Però, Gaudio resta un uomo di mondo. Anzi, di molti mondi diversi. Per esempio, da cinque anni figura nel consiglio di amministrazione del Centro studi americani, presieduto dall'ex capo della polizia Gianni De Gennaro (calabrese come lui), e in compagnia di personaggi dal sicuro piglio atlantista come Marta Dassù, il prefetto Giuseppe Procaccini e l'ex ambasciatore Usa Ronald Spogli. Come rettore, però, passerà alla storia per aver siglato accordi di cooperazione con le università di Teheran e di Pechino. E nell'ambito dell'adesione dell'Italia al programma Via della Seta, il rettore Gaudio ha firmato con il parigrado di Pechino la nascita dell'Istituto italo-cinese. Città prescelta: la famosa Wuhan. Dove, tra l'altro, è stato insignito, il primo novembre, a ridosso dello scoppio della pandemia, del premio Honorary doctoral degree in Economics and Law dal governo della Repubblica popolare. Peccato, forse il commissario Gaudio avrebbe avuto i contatti giusti per scoprire com'è nata la pandemia cinese.
Continua a leggereRiduci
La guerra tra M5s, Pd e Leu fa cadere il terzo incaricato alla Sanità calabra in 10 giorni. Gino Strada smentisce il governo: «Nessuna proposta». Nino Spirlì contrario al guru di Emergency: «Devono passare sul mio corpo».L'ex rettore della Sapienza ottenne un riconoscimento nella città dello Hubei a ridosso dello scoppio della pandemia. In Italia è anche consigliere del ministro dell'Università.Lo speciale contiene due articoli.Strada facendo troverai, un commissario in mezzo al cielo. Lo scandalo dei commissari usa e getta alla sanità in Calabria mette a nudo l'assoluta inadeguatezza del ministro della Salute, Roberto Speranza, e del premier Giuseppe Conte. Altro che affrontare l'emergenza coronavirus: i giallorossi non sono capaci neanche di evitare di essere travolti dal ridicolo, mentre Gino Strada aspetta di capire se davvero l'esecutivo ha intenzione di affidargli un ruolo oppure sta usando il suo nome solo per un po' di propagandismo da quattro soldi. Ieri è saltato, dopo 24 ore dalla nomina, il terzo commissario alla sanità in Calabria nel giro di pochi giorni. L'ex rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio, ha rinunciato al suo incarico per «motivi personali»: «Mia moglie», dice Gaudio a Repubblica, «non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato con il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare. Sarebbe una sfida importante, ma la famiglia per me è un valore. Sono sempre colpito dall'imbarbarimento della politica. Il procuratore di Catania ha appena fatto sapere al mio avvocato che è andato a depositare la richiesta di archiviazione per il mio presunto abuso di ufficio». Gaudio si riferisce all'inchiesta che lo vede indagato dalla procura di Catania nell'ambito dell'inchiesta su concorsi taroccati. È evidente che il problema è tutto politico, e che il governo guidato da Conte rischia seriamente di andarsi a insabbiare sulle coste calabresi, travolto dalla guerra tra il M5s, o almeno buona parte di esso, che punta su Strada, e Speranza, che non ne vuole sapere. A sottolinearlo, ci ha pensato il capo delegazione del M5s e ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: «I ministri del Movimento hanno fin qui accolto, con spirito di collaborazione e coesione, le indicazioni dei competenti dicasteri. Adesso però il tempo è scaduto: in un momento delicato come quello attuale, la Calabria deve poter contare quanto prima sulle migliori energie e professionalità in circolazione. Occorre procedere senza ulteriori passi falsi, iniziando innanzitutto dal definire i compiti di chi, come Gino Strada, ha manifestato la propria disponibilità». Gaudio, dicevamo, è il terzo commissario alla sanità nel giro di pochi giorni: la scorsa settimana Saverio Cotticelli si è dimesso dopo essere stato protagonista di una intervista incredibile, al suo posto Speranza ha nominato Giuseppe Zuccatelli, candidato nel 2018 alla Camera da Leu, il partito del ministro della Salute, che a sua volta è andato via dopo poche ore, quando è spuntato un video risalente al 27 maggio, nel quale dice che «la mascherina non serve a un ca...o». Dichiarazioni ai limiti del negazionismo, che hanno portato all'addio di Zuccatelli e alla nomina di Gaudio, che però, dopo nemmeno 24 ore, si è accorto che la moglie non voleva trasferirsi da Roma a Catanzaro e ha lasciato Speranza senza commissario e i calabresi senza più speranze. Ieri, mentre si registrava il record di nuovi positivi nella regione, 680, si è consumata anche l'ennesima tragicommedia intorno al nome di Gino Strada, il fondatore di Emergency che una parte del M5s vorrebbe come commissario alla sanità calabrese. Nel pomeriggio, le solite e anonime «fonti di governo» fanno trapelare che Strada «non sarebbe disponibile» ad assumere il ruolo di commissario; pochi minuti dopo, lo stesso Strada smentisce le voci: «Leggo da un'agenzia di stampa che non sarei disponibile a fare il commissario in Calabria. Ribadisco», scrive sui social il medico, «perché evidentemente serve farlo ancora, che non ho ricevuto nessuna proposta formale e che comunicherò personalmente le mie decisioni attraverso i canali ufficiali se ci sarà qualcosa di reale e concreto da comunicare. Mi sembra che la situazione sia già abbastanza difficile per i cittadini calabresi», conclude Gino Strada, «senza che diventi anche grottesca». Una bella legnata al governo. Chi non ne può più è Nino Spirlì, il presidente facente funzioni della Regione: «Adesso si può dimettere il ministro Speranza. Non arriva la nomina di Strada perché dovranno passare sul mio corpo», aggiunge Spirlì a Radio 24, «non abbiamo più bisogno di commissari. Se arriva Strada ne prendiamo atto, dopo il tris facciamo poker. La Calabria non è l'Afghanistan, Non abbiamo bisogno di missionari di nessun tipo».La guerra tra bande nel governo non sembra avere fine. «La Lega», sottolinea Matteo Salvini, «chiede al governo di finire di scherzare con la salute dei calabresi: siamo alla farsa. Nel giro di poche ore hanno cambiato tre commissari alla sanità. Non si può scegliere un bravo medico, un bravo professionista calabrese per aiutare la sanità calabrese? Un nome tra tanti», propone Salvini, «il professor Pellegrino Mancini, responsabile regionale per i trapianti e un master in economia sanitaria».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gaudio-dura-meno-di-un-giorno-mia-moglie-non-viene-a-catanzaro-2648956948.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="premio-a-wuhan-nel-suo-curriculum" data-post-id="2648956948" data-published-at="1605645485" data-use-pagination="False"> Premio a Wuhan nel suo curriculum Un coraggioso profeta del dialogo in terre lontane e perigliose, come Pechino e Teheran, ma poi la moglie non lo fa andare a Catanzaro. Eugenio Gaudio, rettore uscente della Sapienza di Roma ed epatologo di fama, ha deciso di non giocarsi il fegato come commissario di governo alla Sanità calabrese. La sua nomina da parte del ministro Roberto Speranza è durata appena dodici ore e rende sempre più grottesca la vicenda, visto che siamo al terzo commissario che alza le mani in dieci giorni. A questo punto, o in Calabria la situazione è davvero spaventosa, oppure al ministero della Salute c'è un ministro che dovrebbe cambiare il titolo del suo libro in uscita con Feltrinelli, da Guariremo a Nomineremo. Ormai Speranza non sa davvero che pesci prendere, nonostante possa avvalersi del network e del decisionismo di uno come Massimo D'Alema. La prima scelta era stata l'ex generale Saverio Cotticelli, che alla prima intervista ha scoperto di dover attuare lui il piano per la pandemia. Fuori uno. Poi è toccato al bersaniano Giuseppe Zuccatelli, candidato trombato per Leu alle politiche 2018, che si era distinto per delle affermazioni naif sull'inutilità della mascherina («Non serve a un c….», disse a ImolaOggi). Poi, il compagno Speranza ha provato con il compagno Gino Strada, che però ha fiutato la trappola e si è detto disposto a dare una mano senza ruoli istituzionali, da vera Ong. Quindi ecco Gaudio, il barone dei baroni, classe 1956, che ha appena lasciato il posto di rettore della Sapienza a una donna, Antonella Polimeni, per la cui elezione l'Italia del politicamente corretto si è appena spellata le mani. E la Calabria anche. Diplomato al Conservatorio in pianoforte, grande amante di Chopin e del proprio predecessore Luigi Frati, Gaudio ci tiene sempre a far notare che lui, per evitare favoritismi, i suoi due figli li ha mandati a studiare in Inghilterra. Indagato da giugno 2019 insieme a una sessantina di persone per la solita storia di presunti favoritismi e concorsi truccati a Catania, l'ex Magnifico dovrebbe esserne uscito con onore. L'ala manettara del M5s aveva già iniziato a protestare per l'inchiesta, ma ieri mattina lo stesso Gaudio, che per altro è da mesi anche consigliere del ministro dell'Università, Gaetano Manfredi, senza che nessuno avesse obiettato alcunché, ha reso noto che il suo avvocato gli aveva appena comunicato l'avvenuta richiesta di archiviazione. Ma visto che il 26 novembre 2018 Gaudio organizzò alla Sapienza un pomposo convegno in onore del (vivente) giurista Guido Alpa, maestro e storico dante causa professionale di Giuseppe Conte, ieri in Ateneo si scommetteva che la «lobby calabrese» avrebbe spalancato le porte all'attuale premier, quando lascerà Palazzo Chigi e la cattedra fiorentina. Intervistato da Repubblica, il chiarissimo Gaudio non solo ha tenuto a rispedire al mittente qualunque ombra sul proprio conto, ma ha anche spiegato il motivo del fulmineo passo indietro. Passo indietro che ha affermato di aver anticipato a Speranza, anche se dal ministero, un po' piccati, trapela il contrario. Insomma, il barone Gaudio ha dovuto piegare il capo di fronte alla baronessa Gaudio, almeno così racconta: «Avrei voluto provare, è un impegno gravoso ma mi sono sempre messo a disposizione del servizio pubblico. Ho trovato resistenze in casa e a questo mi piego». Però, Gaudio resta un uomo di mondo. Anzi, di molti mondi diversi. Per esempio, da cinque anni figura nel consiglio di amministrazione del Centro studi americani, presieduto dall'ex capo della polizia Gianni De Gennaro (calabrese come lui), e in compagnia di personaggi dal sicuro piglio atlantista come Marta Dassù, il prefetto Giuseppe Procaccini e l'ex ambasciatore Usa Ronald Spogli. Come rettore, però, passerà alla storia per aver siglato accordi di cooperazione con le università di Teheran e di Pechino. E nell'ambito dell'adesione dell'Italia al programma Via della Seta, il rettore Gaudio ha firmato con il parigrado di Pechino la nascita dell'Istituto italo-cinese. Città prescelta: la famosa Wuhan. Dove, tra l'altro, è stato insignito, il primo novembre, a ridosso dello scoppio della pandemia, del premio Honorary doctoral degree in Economics and Law dal governo della Repubblica popolare. Peccato, forse il commissario Gaudio avrebbe avuto i contatti giusti per scoprire com'è nata la pandemia cinese.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
Continua a leggereRiduci
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
Continua a leggereRiduci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
Continua a leggereRiduci