2022-04-10
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: la tavola di Pasqua
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Mentre i coniugi Clinton dichiarano di non sapere chi siano gli invitati al matrimonio della figlia, chi siano i principali donatori della loro Fondazione e di essere stati all’oscuro dei comportamenti scorretti di Jeffrey Epstein, possiamo senza dubbio affermare che esistono due piani di lettura degli Epstein files.
Il primo è quello criminale: ciò che emerge deve essere messo sotto processo sebbene a complicare il tutto esista il patteggiamento secretato stipulato da Epstein con il procuratore Alexander Acosta nel 2008 che conferiva sia ad Epstein che a tutti i suoi complici immunità totale - sì esattamente: negli Usa si può - in cambio dell’ammissione di colpevolezza e una pena detentiva di 13 mesi per sfruttamento della prostituzione. Senza considerare questo passaggio fondamentale non si possono capire gli aspetti legali connessi alla sanzione dei crimini e ciò spiega altresì come mai i primi personaggi a cadere non siano americani. Il secondo piano di lettura attiene i significati di quanto viene rivelato in quegli scambi di lettere e in quelli che presumibilmente possono essere i filmati e le immagini a disposizione del ministero della Giustizia americano, ma anche in questo caso occorre specificare che ci si trova davanti ad una mole enorme di scambi, rapporti e riferimenti, spesso codificati e sempre facenti riferimento a situazioni ulteriori e dai contorni che vanno dal misterioso all’agghiacciante.
Esistono però anche i temi politici o «filosofici» che emergono nei lunghi dialoghi scritti che Epstein intratteneva con alcuni dei suoi amici; esattamente come nei romanzi di Sade i personaggi indugiavano spesso in digressioni filosofiche sulla vita e il mondo tra un crimine e l’altro. Il tema senza dubbio centrale degli interessi di Epstein, dopo quelli sessuali ed esoterici, è quello della selezione razziale intesa in senso darwinista, questione che il finanziere affronta spesso con la disinvoltura e la confidenza che si ha con gli amici i quali, pur appartenendo al mondo della Sinistra liberal e woke, non hanno alcuna ritrosia ad affrontare discorsi di «selezione della specie», «eliminazione dell’umanità inutile», «adeguamento forzato del numero della popolazione» e creazione segreta di una stirpe di bambini dotati del corredo genetico dello stesso Epstein. Se da una parte possiamo classificare queste teorie come le farneticazioni di un folle, dall’altra parte non possiamo non considerare il fatto che argomenti che avrebbero trovato interlocutori entusiasti soltanto in figure di teorici dell’eugenetica come Francis Galton, Ernst Haeckel ed Alfred Ploetz, non vengano affatto rigettati o evitati da registi di Hollywood, teste coronate, finanzieri, scienziati, intellettuali e, dulcis in fundo, inventori di sistemi operativi e già principali finanziatori dell’Oms.
E proprio sull’onda delle pianificazioni globali che Epstein affrontava con i suoi interlocutori, non ultima quella di una pandemia basata su di un virus influenzale costruito in laboratorio che potrebbe ricordare vagamente qualcosa, emerge una costante: il disprezzo sistematico di Epstein e del suo circolo verso il Cattolicesimo, in particolare verso la difesa dei poveri e dei deboli come ostacolo alla selezione della specie, una visione sprezzante che considera a tutti gli effetti il Cattolicesimo come qualcosa di «retrogrado» e di «limitante».
In particolare in uno scambio del 2013 con Boris Nikolic (imprenditore biotech, principale consulente scientifico di Bill Gates ed esecutore testamentario indicato dal finanziere), Epstein critica aspramente l’approccio filantropico delle Ong definendo «ridicola» l’affermazione che «ogni vita sia uguale» e concludendo con la definizione «It is Catholicism at its worst»: «Cattolicesimo al suo peggio». Questa forza percepita come «limite» impedisce una logica di selezione e ottimizzazione di valori calcolabili riferiti agli esseri umani se intesi esattamente come quel «magazzino di riserva» di cui parlava Martin Heidegger a proposito della subordinazione dell’uomo al «pensiero calcolante», la vera radice del male che innerva tutta la storia dell’Essere. Sta esattamente qui il punto decisivo per comprendere l’odio di Epstein - forse potremmo dire dell’«Epsteinismo» - nei confronti del Cattolicesimo: il suo schierarsi apertamente dalla parte del pensiero calcolante inteso come la forza che, attraverso la Tecnica, trascende ogni limite e quindi conferisce a una razza di eletti il potere assoluto e le condizioni di vita liberate dai limiti di «questo mondo».
E se anche gli aspetti biologici dell’umanità vengono regrediti a «magazzino» a disposizione della Tecnica, e ciò non come provocazione distopica di qualche romanziere allucinato ma nei prolungati e argomentati discorsi tra i membri dell’élite mondiale, appare ancora più decisivo il ruolo di coloro che, come Elon Musk o Peter Thiel, di tale deriva abbiano compreso i rischi e si pongano in contrapposizione a essa prevedendo sempre la superiorità dell’umano sulla deriva tecnica transumanista e il rifiuto dell’autonomizzazione dei processi di Ia. Ma il nemico da combattere rimane sempre e comunque quel pensiero calcolante al quale Martin Heidegger contrappose «l’Abbandono», cioè il costante confronto con la Tecnica senza pensarla misura dei valori del mondo. E così, «giunti a questo punto», si arriva a comprendere come l’antica forza che si contrappone al Male si sia incarnata, nella storia, proprio in quella Chiesa cattolica così odiata da Jeffrey Epstein.
Il Brasile può essere considerato uno dei grandi Paesi industriali del mondo? La domanda non è accademica per l’Europa e per l’Italia. In una fase in cui il Vecchio Continente è stretto tra la frattura geopolitica con il blocco cino-russo e le spinte protezionistiche degli Stati Uniti, la ricerca di partner affidabili è una necessità strategica. Il Sud America rappresenta un interlocutore naturale. Tra le economie dell’area, quella brasiliana è la più rilevante per dimensioni e potenziale. Ma il nodo non è il potenziale: è l’affidabilità del sistema.
Mentre l’Unione Europea rilancia l’accordo con il Mercosur come tassello della propria proiezione globale, il comportamento delle istituzioni brasiliane solleva interrogativi: un’intesa di lungo periodo presuppone fiducia, prevedibilità normativa e stabilità politica. Nel negoziato Ue-Mercosur erano già emerse divergenze non solo commerciali ma istituzionali. L’Europa fonda la propria competitività su stabilità regolatoria e certezza del diritto. In Brasile e nel Mercosur, le norme appaiono spesso esposte alla pressione politica e alla contingenza elettorale.
Con le elezioni presidenziali all’orizzonte, il rischio è che questa tendenza si accentui. Infrastrutture strategiche, grandi appalti pubblici e settori regolati - ambiti che dovrebbero garantire stabilità - diventano terreno di scontro. Contratti rinegoziati e responsabilità riallocate si accompagnano a narrazioni costruite per il consenso più che per la coerenza giuridica. Le aziende straniere ne subiscono le conseguenze.
Le recenti proteste indigene contro infrastrutture e operazioni logistiche legate all’export - tra cui mobilitazioni che hanno coinvolto strutture riconducibili a grandi trader come Cargill - hanno evidenziato una frattura tra sviluppo economico, tutela ambientale e diritti delle comunità locali. Non sono solo tensioni interne: l’Europa è tra i principali mercati di destinazione delle materie prime brasiliane. Quando blocchi e proteste colpiscono nodi logistici dell’export, l’impatto si riflette sulle catene di approvvigionamento europee.
In questo contesto, il tema ambientale e quello indigeno rischiano di diventare strumenti di pressione politica. Un ulteriore segnale è arrivato con la revoca del decreto sulle idrovie amazzoniche, misura che avrebbe dovuto rafforzare la navigazione fluviale come asse strategico logistico. L’annullamento del provvedimento dopo contestazioni ha riaperto il dibattito sulla continuità delle politiche infrastrutturali.
Il punto non è il merito della misura, ma la volatilità decisionale: piani annunciati e poi ritirati trasmettono incertezza agli investitori. Il tempismo è significativo. Mentre l’Europa consolida l’accordo con il Mercosur, si moltiplicano tensioni e attacchi contro aziende europee attive nel Paese, insieme a oscillazioni nelle politiche infrastrutturali e ambientali. Il segnale che arriva a Bruxelles è contraddittorio: cooperazione strategica da un lato, instabilità verso operatori compliant dall’altro.
Questo scollamento solleva una domanda: l’accordo con il Mercosur è davvero conveniente per l’Europa se uno dei partner principali offre un quadro così volatile? Un’intesa commerciale si valuta non solo su dazi o quote di mercato, ma sulla solidità delle istituzioni e sulla coerenza delle politiche nel tempo.
A ciò si aggiunge un elemento strutturale: il Brasile convive con elevati livelli di insicurezza sul piano dell’incolumità fisica. Quando instabilità normativa, fragilità sociale e strumentalizzazione politica si combinano, il rischio complessivo aumenta. Non si tratta solo reputazione, ma di una variabile economica. Un investitore internazionale valuta stabilità politica, certezza del diritto e sicurezza. Se le regole possono essere reinterpretate per finalità elettorali, se la piena conformità non mette al riparo da attacchi politici e provvedimenti strategici vengono revocati sotto pressione, l’attrattività del Paese si riduce.
Emblematico il caso Enel, che ha aumentato i propri investimenti nel Paese sudamericano e che ha sempre rispettato le regole connesse alla sua concessione. Nonostante questo, durante e dopo blackout dovuti a eventi naturali estremi l’azienda è oggetto di attacchi pubblici provenienti da ambienti politici e istituzionali, con episodi che hanno superato il piano tecnico, trasformandosi in una pressione personale e mediatica. Negli ultimi tempi si sono persino registrate minacce violente e rivolte personalmente ad alcuni manager. Quando il confronto regolatorio scivola in un clima intimidatorio, il messaggio per gli investitori è inequivocabile.
Il Brasile possiede risorse e capacità industriali per ricoprire un ruolo globale. Ma la credibilità internazionale si misura sulla coerenza delle istituzioni, sulla stabilità delle decisioni e sulla separazione tra gestione economica e contingenza politica. Finché questa separazione resterà incerta, anche l’accordo più ambizioso rischia di poggiare su fondamenta fragili. Per l’Europa, alla ricerca di partner affidabili, non è un dettaglio secondario.
Ci volevano i giapponesi per demolire la narrazione molto in voga tra tanti studiosi e che spesso abbiamo sentito risuonare anche in Confindustria, che il problema dell’economia italiana sono le piccole e medie imprese e la mancanza di grandi gruppi imprenditoriali.
Ora invece scopriamo, anzi ce lo dice a chiare lettere un articolo del Nikkei Asia, che proprio il sistema delle pmi ha rappresentato uno scudo efficace ai dazi di Trump consentendo all’export di continuare a crescere anche più di concorrenti temibili e finora imbattibili come il Giappone.
Nell’articolo si sottolinea che l’impatto dirompente dei dazi statunitensi ha aiutato l’Italia a superare il Giappone nelle esportazioni mondiali in termini di valore nella seconda metà del 2025, con l'aumento delle spedizioni di marchi di lusso e prodotti alimentari.
Secondo i dati pubblicati dall’Ocse, l’export del made in Italy ha raggiunto i 376 miliardi di dollari nel periodo luglio-dicembre mentre quello giapponese si è fermato a quota 370 miliardi di dollari. È la prima volta nell’arco di 50 anni, che l’Italia supera il Giappone su base semestrale. Il Nikkei Asia fa notare che l’Italia si è classificata al quinto posto tra i maggiori esportatori mondiali nel periodo considerato, dietro Cina, Stati Uniti, Germania e Paesi Bassi. Il Giappone è sceso al settimo posto, a ridosso della Corea del Sud. Se si considera l’intero 2025, però le esportazioni giapponesi hanno comunque superato di poco quelle italiane.
Sui mercati valutari globali, il dollaro ha registrato un andamento positivo nei confronti dello yen, ma si è indebolito nei confronti dell’euro. Di conseguenza, le esportazioni giapponesi sono diminuite in dollari, mentre il valore di quelle italiane è aumentato.
Un ruolo importante in questa accelerazione l’hanno avuto le pmi, ovvero la diversificazione dei settori di punta fortemente concorrenziali. Il Giappone che ha sempre puntato molto sull’automotive (rappresenta il 17% del totale), ha risentito di più delle tariffe di Trump, trascinando quindi al ribasso il valore complessivo delle esportazioni. In Italia invece, sebbene ci siano marchi come Ferrari, Lamborghini e Stellantis, l’industria automobilistica rappresenta solo il 3% delle esportazioni che hanno altri settori trainanti con alti standard qualitativi come la farmaceutica, l’alimentare, i mobili e l’abbigliamento.
Il Nikkei Asia ricorda anche che siccome gran parte del made in Italy è destinato ad una clientela benestante, anche se i prezzi aumentano per effetto dei dazi, è poco probabile che la domanda diminuisca. Per l’unicità dei prodotti italiani, la clientela internazionale non bada a spese e non è certo il ritocco dei listini di qualche punto che rappresenta un disincentivo. Ecco alcune conferme: nei tre trimestri fino a settembre, le vendite del marchio di alta moda Prada sono aumentate del 9% su base annua, raggiungendo i 4,07 miliardi di euro (4,8 miliardi di dollari). Le esportazioni di prodotti alimentari italiani, come la pasta, hanno avuto un incremento del 4% su base annua nel periodo gennaio-novembre.
Il Nikkei Asia riconosce il carattere strategico delle piccole e medie imprese, che hanno attutito il colpo dei dazi dell'amministrazione Trump. Il magazine nipponico poi sottolinea che il solido sostegno del governo alle esportazioni delle piccole e medie imprese ha dato i suoi frutti.
Nell’ultimo decennio, le esportazioni italiane sono aumentate del 60%, superando la crescita del 18% del Giappone e del 34% della Germania. Nel passato uno yen più debole ha portato a una migliore competitività dei prezzi per le esportazioni giapponesi e all’espansione della quota di mercato all’estero, ma questa dinamica si è attenuata negli ultimi anni.
La valuta giapponese ora si scambia a circa 156 yen per dollaro, circa la metà del valore di 15 anni fa. Un altro elemento di debolezza è la delocalizzazione della produzione di numerose imprese nipponiche, per cui la debolezza dello yen ha contribuito meno all’incremento delle esportazioni.
Nell’inchiesta sull’immigrazione clandestina della Procura di Crotone, che ieri ha fatto notificare dagli investigatori della Digos dieci avvisi di conclusione delle indagini preliminari, non ci sono gommoni o sbarchi: ci sono delle scrivanie di funzionari della Prefettura, i documenti per attestare le assunzioni degli immigrati e i nulla osta. Poi 93 ingressi. Illegali.
Tutto ruotava attorno a un’azienda, la Eco green management, società di movimento terra che, secondo la Procura di Crotone, avrebbe prodotto i contratti usati dagli immigrati per ottenere la regolarizzazione della loro posizione. L’avviso di conclusione delle indagini preliminari ricostruisce le accuse (a vario titolo): «Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, favoreggiamento personale, rivelazione di segreto d’ufficio». È l’ossatura di un’inchiesta su un sistema che gli investigatori definiscono come «strutturato».
L’impresa, registrata nel 2020, è risultata intestata a Tommaso Iannuzzi, 31 anni, di Cariati e residente a Bologna. Ma, secondo l’accusa, sarebbe stata «di fatto gestita da Giuseppe Petrone», cinquantenne di Crotone indicato come il vero «dominus» delle operazioni. È tra il 2023 e il 2024 che, stando alla ricostruzione degli investigatori della Digos, si concentrano i numeri: «93 nulla osta per l’assunzione di lavoratori subordinati». Che corrispondono a 93 ingressi sul territorio italiano. Una volta giunti in Italia, però, gli stranieri avrebbero fatto perdere le loro tracce, «eludendo i controlli previsti dalla legge». In questo scenario si inserisce la figura dell’avvocato Fabio Lucà, 40 anni, nato a Cariati e residente a Crotone. L’accusa: avrebbe «falsamente attestato il rapporto di lavoro dei cittadini stranieri presso la Prefettura, pur sapendo che si erano già dimessi o non avevano mai preso servizio». Un passaggio chiave, perché senza attestazione il sistema si sarebbe inceppato. Poi ci sono i funzionari dello Sportello unico per l’immigrazione della Prefettura di Crotone: Ardit Bardho, 33 anni, nato in Albania e residente a Botricello e Nicola Borza, 44 anni, di Cotronei. Secondo la Procura, «non avrebbero revocato i nulla osta già rilasciati, nonostante la documentazione in loro possesso evidenziasse l’irregolarità della posizione dei migranti». I beneficiari sarebbero tre cittadini del Bangladesh: Md Al Amin, 29 anni, Mohammed Walid, 39 anni, entrambi domiciliati a Terni, e Mohammed Raton, 47 anni, domiciliato a Roma. Sono accusati di «ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato». Ma l’inchiesta è andata oltre il perimetro amministrativo. C’è un capitolo che riguarda la fuga di notizie. E qui compare il nome di un vice sovrintendente della polizia di Stato, Domenico Cataldo Nigro, 55 anni, di Cirò Marina. L’accusa è di aver «rivelato informazioni riservate sulle intercettazioni in corso» a Simon Ridge Molinaro, 29 anni, nato in Germania e residente a Rocca di Neto. A questo punto nelle carte compare il passaggio successivo: Molinaro avrebbe avvertito Iannuzzi, suggerendogli di «cambiare acqua» per sfuggire alle investigazioni. Nella documentazione investigativa raccolta dal sostituto procuratore Umberto Iurlaro si parla di un «articolato sistema volto a favorire l’immigrazione clandestina» e di un «sottobosco» di condotte illecite che sarebbero ruotate attorno alla Eco green management.
I meccanismi sono proprio quelli denunciati nel giugno 2024 dalla premier Giorgia Meloni al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Da allora le inchieste su chi ha sfruttato il Click day del decreto Flussi (il provvedimento con il quale il governo stabilisce quanti cittadini non comunitari possono entrare in Italia per motivi di lavoro) per favorire l’immigrazione illegale si sono moltiplicate. E alcune si sono anche concluse. A Napoli, per esempio, 21 dei 44 indagati in un’inchiesta dalla quale è emerso che gli organizzatori avrebbero incassato soldi in cambio dei permessi d’ingresso, ha chiesto di patteggiare. E anche se l’epicentro del fenomeno viene fotografato dalle Procure soprattutto al Sud, a Livorno, nel giugno dello scorso anno, si è scoperto il meccanismo più raffinato: gli indagati avevano allestito un «Caf abusivo» e una «centrale del lavoro», specializzandosi nella predisposizione di migliaia di domande di ingresso e producendo documentazione falsificata riconducibile a ignari legali rappresentanti di centinaia di aziende sparse su tutto il territorio nazionale.
Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.

