2021-08-29
Ilaria Salis (Ansa)
L’eurodeputata blatera di «controllo preventivo» però era insieme all’aiutante, nei guai per violenza privata In realtà, dopo le bravate con la «banda del martello», si attiva un alert ogni volta che si registra in un albergo.
Pensava che qualche slogan da sinistra antagonista bastasse per sollevare un polverone, trasformare un controllo di polizia in un caso politico e distogliere l’attenzione dalla reale finalità della procedura di polizia. Il tutto a ridosso della manifestazione «No kings», organizzata da antagonisti e sindacati a Roma. «L’Italia è ormai un regime. Questa mattina la polizia si è presentata all’alba nella mia stanza d’albergo a Roma per un controllo preventivo durato oltre un’ora in vista della manifestazione di oggi (ieri per chi legge, ndr).
A quanto pare, effetto del decreto Sicurezza. Rendiamoci conto a che punto siamo arrivati con il governo Meloni al potere… viviamo già in uno Stato di polizia». L’eurodeputata laria Salis lancia il richiamo per gli ultrà della sinistra sui social come prova di una deriva.
oi, però, arriva la versione ufficiale. Dalla questura di Roma spiegano di aver disposto il controllo dopo un alert scattato sul sistema «Web alloggiati (che censisce chi prende una camera d’albergo, ndr)» per un alert partito dalla Germania attraverso il circuito Schengen. In Germania, infatti, la Salis è stata segnalata per le vicende della «Hammerbande», la banda del martello, il collettivo internazionale di estrema sinistra nato a Berlino che ha colpito anche in Ungheria, proprio dove l’europarlamentare era finita in manette accusata di aver partecipato al pestaggio di alcuni neonazisti durante un evento di skinheads e hooligans, radunatisi a Budapest per commemorare un battaglione nazista. Da allora è censita nella banca dati Sis (Sistema di informazione Schengen) e quando viene registrata in qualsiasi hotel, scatta in modo automatico un alert che finisce dritto alla centrale operativa più vicina. Di solito (e chissà quante altre volte la Salis è stata controllata senza che se ne accorgesse) si muove la Digos, ma questa volta la segnalazione è giunta al commissariato Viminale, che ha inviato sul posto un’auto della sezione Volanti.
Gli agenti, che sapevano solo di dover prendere informazioni su chi alloggiava in quella stanza dell’hotel Varese, si sono trovati davanti l’europarlamentare. Si è trattato, quindi, di un intervento obbligato. E non di un’iniziativa discrezionale, né di un controllo costruito per la manifestazione, ma di un passaggio automatico nel perimetro della cooperazione tra polizie europee. Il questore, Roberto Massucci, ha poi precisato: «Nessuna perquisizione e nessun atto è stato compiuto». Ma, soprattutto, «si esclude pertanto categoricamente», è la posizione della questura di Roma, «che possa essere stato un controllo preventivo effettuato in relazione alla manifestazione». Alla fine, si è trattato di un controllo documentale (durato un quarto d’ora), interrotto quando gli agenti hanno capito di avere davanti un’europarlamentare, senza accesso alla stanza e senza ulteriori sviluppi. Il nodo è proprio qui: Salis parla di un’operazione mirata, di una verifica che avrebbe riguardato proprio lei, sottolinea che le domande sono proseguite nonostante si fosse qualificata e insiste sulla durata. Nel mezzo ci sono i dettagli, quelli che non ha fornito la Salis e che la Verità è in grado di ricostruire.
Ore 7, hotel Varese, via Varese 26, un tre stelle con reception attiva 24 ore su 24 a 300 metri dalla stazione Termini. Le stanze, sui siti Web che permettono le prenotazioni, vengono definite «confortevoli e caratterizzate da un design classico». Bagno privato con asciugacapelli. E una posizione, con valutazioni altissime, «molto apprezzata dalle coppie». Gli agenti si presentano prima della colazione. La Salis è con il dottor Ivan Bonnin, suo assistente parlamentare noto alle autorità per un curriculum costruito nelle piazze durante manifestazioni di protesta. Fu segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo (la vicenda si chiuse con una multa da 90.000 euro per sei tra studenti e ricercatori) che manifestarono davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna. Il pm chiese un decreto di condanna (poi emesso dal gip) per le accuse di interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Il suo curriculum professionale, invece, conta uno studio su «mobilità, solidarietà e immaginari oltre i confini» per il Laboratorio di sociologia visuale dell’Università di Genova (la stessa università in cui è poi stato docente a contratto) e un dottorato di ricerca in Studi europei e internazionali a Roma Tre. Ma è anche un attivista. Promotore dell’Ong Brigate volontarie per l’emergenza, «associazione», si legge nello statuto, «che persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, promuovendo l’organizzazione dal basso in un’ottica comunitaria». Nonché collaboratore della Salis nella stesura di Vipera, il libro dell’eurodeputata pubblicato da Feltrinelli. Il punto, quindi, non è la legittimità del controllo sul piano procedurale, ma come questo viene collocato nel discorso pubblico. Ma probabilmente per la Salis tra un controllo Schengen e uno «Stato di polizia» c’è soltanto una sfumatura.
«Il governo Meloni ha deciso di sottoporre a controlli i parlamentari di opposizione? Non siamo ancora diventati l’Ungheria di Orbán e non intendiamo diventarlo. Su questa vicenda pretendiamo parole di chiarezza dal ministro Piantedosi».
Mentre il duo Bonelli-Fratoianni riversava su X la medesima indignazione per il «trattamento» che avrebbe subito l’europarlamentare eletta nelle liste Avs, il popolo social reagiva sghignazzando. «Le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere, se non ha nulla da nascondere, vada tranquilla a manifestare, senza piagnucolare», era uno dei tanti commenti. A protestare, in effetti, è solo la sinistra. «È un atto in violazione della Costituzione e delle garanzie parlamentari: un gesto da regime, di una destra incattivita dalla sconfitta al referendum. Il messaggio è chiarissimo: chi scende in piazza, chi dissente, viene identificato e intimidito», si precipita a scrivere su Facebook il senatore di Avs, Peppe De Cristofaro.
Allarmato da quella che «sembra una intimidazione di Stato», da Ferrara, dove ha presentato il suo libro Flotilla, un viaggio per Gaza, il deputato del Pd, Arturo Scotto, vaneggia di destra «che ci sta facendo ruzzolare in qualcosa di ignoto che comincia a somigliare a un regime. Faccio fatica a trovare un altro termine». A Bruxelles prende carta e penna (si fa per dire) il vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno (Pd), per esprimere «piena solidarietà all’eurodeputata Ilaria Salis». Su X lo definisce «un episodio molto grave poiché il rispetto delle prerogative parlamentari è indispensabile per garantire l’esercizio libero del mandato».
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, invitava a smorzare i toni: «Prima di alzare il solito polverone di falsità su cosa è accaduto questa mattina all’onorevole Salis, aspettate di ascoltare la verità che è stata data a chi si è recato dal questore per ascoltarla», ma l’occasione era troppo ghiotta per non strepitare ancora.
Così, Giovanni Barbera, della direzione nazionale di Rifondazione comunista, abbozza interventi dei servizi segreti e tuona: «Siamo di fronte a una vera e propria attività di dossieraggio e sorveglianza speciale applicata a una rappresentante delle istituzioni europee». Poi chiama alle armi: «La nostra battaglia contro questo rigurgito di Stato di polizia continuerà con ancora più determinazione».
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Ansa
Decine di migliaia di manifestanti hanno sfilato contro Donald Trump, Israele e il governo. Un dissenso senza bandiere di Pd e M5s.
Una manifestazione di popolo, riuscitissima e pacifica anche nei contenuti e nei messaggi lanciati (salvo i soliti quattro idioti in cerca di visibilità con le foto di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa a testa in giù accanto a una ghigliottina di cartone, tra l’altro fuori dal corteo), ma con un significato politico che smonta completamente la teoria che i voti andati al No sulla riforma della giustizia possano essere ricondotti al cosiddetto campo largo.
Manco per niente: in piazza, tra le forze politiche del fronte progressista, era presente solo Avs, in fondo al corteo, con una discreta partecipazione: neanche mezza bandiera di Pd e M5s, ma una serie infinita di sigle che con la coalizione di opposizione hanno poco o nulla a che fare.
Manifestazione più che riuscita, dicevamo: circa 100.000 persone hanno sfilato tra canti, balli, Bella ciao, e slogan contro la guerra, contro Israele, contro Donald Trump e a favore della Palestina e della pace. Tanti anche i cartelli e gli striscioni contro il governo Meloni, ovviamente, ma l’immagine restituita dal corteo è quella di un popolo che non si riconosce nell’asse Pd-M5s che si pone alla guida dell’alternativa, e men che meno, figuriamoci, per gli alleati centristi. Sfilano le bandiere di Rifondazione comunista, del Partito dei lavoratori, dei centri sociali di tutta Italia, dell’Anpi, di Emergency, di Amnesty international, di vari movimenti pacifisti, lo stendardo della «Comune», «organizzazione umanista e socialista», una grande, massiccia rappresentanza della Cgil e della Fiom.
Ma sono scesi in campo anche vecchi arnesi della lotta di classe, come i Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, grandi produttori di liste di proscrizione di presunti simpatizzanti dello Stato di Israele), e dell’anarchia parolaia, tipo circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Si sono uniti al corteo anche i militanti del «Partito comunista internazionale» e del «Partito di alternativa comunista», gente che ancora oggi vagheggia la rivoluzione, come si legge in uno dei volantini distribuiti nel corteo. Pure i cori erano piuttosto polverosi e non proprio eccitanti. Roba come «Unità solidale per poter cambiare» o «Non c’è vittoria, non c’è conquista senza impegno pacifista» o ancora «Fronte unico pacifista contro la guerra imperialista» o «Intelligenza artificiale, inganno criminale». Chi non si solleverebbe con simili parole d’ordine?
Insomma, in piazza ha sfilato quella galassia che, tutta unita dal no alla guerra, a Israele, a Trump, lo scorso fine settimana è andata in massa alle urne, ha contribuito in maniera più che determinante alla vittoria del No, ma è lontana anni luce dai partiti (Avs a parte) che si riconoscono nel centrosinistra parlamentare. Significativi i contenuti di alcuni dei volantini distribuiti durante il corteo: il Partito comunista internazionale sostiene che «guerra e fascismo saranno fermati solo dalla lotta di classe con l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo» invocando la rivoluzione comunista e arriva a condannare, pensate, pure «il regime capitalista di Pechino, la via cinese alla falsificazione ormai evidente del socialismo, che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita», mentre il Partito di alternativa comunista dimostra di avere le idee chiare rispetto al centrosinistra: «Anche in Italia le oceaniche manifestazioni e gli scioperi dello scorso autunno hanno dimostrato che la lotta di classe può esplodere mettendo in difficoltà i governi borghesi. La recente vittoria del No al referendum è il sottoprodotto di quelle grandi mobilitazioni. Ma le lotte da sole non bastano: i partiti liberali e riformisti sono pronti a governare per conto dei capitalisti e continuare a colpire le classi povere».
Una vittoria, quindi, quella del No al referendum, rivendicata da queste decine di migliaia di manifestanti, ma fuori da ogni logica politicista. Del resto di quelli che hanno sfilato a Roma evidentemente Pd e M5s non si fidano nemmeno: l’assenza delle bandiere dei due partiti alla manifestazione è l’evidente segnale che i leader temevano scontri, tafferugli, vandalismi. I pentastellati hanno mandato in piazza una minuscola delegazione, composta tra gli altri da Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, e dai deputati Francesco Silvestri e Gilda Sportiello. Il segretario del Pd, Elly Schlein, mentre il corteo sfilava, era alla convention di Più Europa, così come Giuseppe Conte, pure lui alla larga dalla manifestazione. Considerato il numero di partecipanti assai superiore alle attese, il corteo, autorizzato dalla questura, si è diretto verso il Verano. È finito tutto a tarallucci e vino, con i manifestanti che si sono rifocillati dopo la lunga camminata.
L’analisi politica da fare è quindi precisa: il popolo del No al referendum, quello che solitamente non va a votare e che, affluendo in massa alle urne, ha determinato lo stop alla riforma, non si riconosce nei partiti di centrosinistra (Avs a parte) e i partiti di centrosinistra non si fidano del popolo del no. Le opposizioni hanno una sfida ai limiti dell’impossibile: convincere queste persone ad andare a votare per loro nel 2027. Uomini e donne compattati ancora intorno a un no, anzi a vari no: alla guerra e quindi al bellicismo di Usa e Israele, al governo Meloni, alle bombe, ai missili, allo sterminio di Gaza, ma pur sempre un corpo estraneo rispetto ai partiti politici. E, quando si tratterà di dire sì (a Conte, alla Schlein, a chiunque si proporrà come alternativa a Giorgia Meloni), molto difficilmente usciranno di nuovo dall’astensionismo in cui si erano fino ad ora rifugiati.
Mai come ieri la distanza tra la piazza e le logiche di potere che già stanno dilaniando il centrosinistra, tra favorevoli e contrari alle primarie, tra ambizioni di leadership e relativi sgambetti, è apparsa così plastica, cristallina. Per Pd e M5s il segnale arrivato dal corteo «No Kings» è, quindi, tutt’altro che favorevole.
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Donald Trump (Ansa)
- Colpita con missili e droni l’infrastruttura americana «Prince Sultan», nel Golfo: «Due militari sono gravi». Foto di mine anti carro made in Washington nel Sud della Repubblica islamica. Danni all’industria marittima.
- JD Vance: «Terminiamo il compito e ce ne andiamo» .Domani a Islamabad l’atteso vertice con i Paesi mediatori.
- Al G7 Kaja Kallas striglia il repubblicano per la linea morbida con Vladimir Putin. La replica: «Sapete fare meglio?».
Lo speciale contiene tre erticoli
Il rafforzamento della presenza militare statunitense in Medio Oriente prosegue mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, dichiarazioni contraddittorie e rivendicazioni difficili da verificare. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver individuato e neutralizzato 120 bombe a grappolo nella provincia meridionale di Fars. Gli ordigni sarebbero stati sganciati durante i raid condotti da Stati Uniti e Israele nei pressi del villaggio di Kafri. L’affermazione non è stata accompagnata da elementi verificabili in modo indipendente e si inserisce in un contesto dominato dalla guerra dell’informazione.
Altri elementi arrivano da un’analisi open source. Il gruppo di ricerca Bellingcat, in un’inchiesta rilanciata dal New York Times, sostiene che gli Usa potrebbero aver disperso mine anti carro nel Sud dell’Iran, forse propedeutiche a un’offensiva via terra. Immagini circolate sui social mostrerebbero ordigni compatibili con mine americane Blu-91 e Blu-92, rilasciate da una bomba a grappolo esplosa in quota. Gli oggetti sarebbero stati individuati a Kafari, vicino alla base missilistica di Shiraz. La tv iraniana ha riferito di possibili vittime, invitando la popolazione a non toccare gli ordigni. Anche in questo caso mancano verifiche indipendenti. A questo si aggiunge il tema dell’intensità degli attacchi statunitensi. Nelle prime quattro settimane di guerra, secondo il Washington Post, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 850 missili Tomahawk. Il dato ha spinto il Pentagono a valutare un aumento della disponibilità. Tuttavia, la produzione annua resta limitata a poche centinaia di unità, creando problemi di scorte. Secondo fonti dell’amministrazione, il numero di missili disponibili in Medio Oriente sarebbe già sceso a livelli bassi, con il rischio di avvicinarsi alla fase di «Winchester», cioè l’esaurimento delle munizioni.
Le tensioni si sono intensificate anche dopo un attacco iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Media statunitensi riferiscono che almeno dodici soldati americani sono rimasti feriti, due in condizioni gravi. L’attacco avrebbe coinvolto un missile e diversi droni. Teheran ha giustificato l’operazione come rappresaglia contro i Paesi del Golfo accusati di offrire supporto logistico agli Stati Uniti. Anche qui la macchina propagandistica iraniana ha diffuso numeri molto diversi. L’agenzia Fars ha sostenuto che oltre 40 militari americani sarebbero stati colpiti, senza fornire riscontri indipendenti. In questa cornice si inserisce la smentita del Comando centrale degli Stati Uniti su un presunto attacco iraniano a Dubai. «Nessun militare statunitense è stato attaccato a Dubai. Il regime iraniano sta diffondendo menzogne sui social media per nascondere che le sue capacità militari sono innegabilmente sopraffatte e indebolite», ha scritto il Centcom su X. I pasdaran avevano sostenuto che missili e droni iraniani avessero colpito due postazioni negli Emirati Arabi Uniti con oltre 500 soldati americani. L’Iran ha anche rivendicato di aver preso di mira una nave statunitense impegnata, secondo Teheran, in attività di supporto logistico alle operazioni militari americane. L’azione sarebbe avvenuta «a una distanza considerevole» dal porto di Salalah, in Oman. A renderlo noto è stato Ebrahim Zolfaghari, portavoce del Comando militare centrale iraniano, in una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato. Anche qui, però, non c’è nessuna conferma.
Sul fronte israeliano, un attacco missilistico iraniano ha provocato undici feriti a Eshtaol, nei pressi di Gerusalemme, secondo il servizio di emergenza Magen David Adom. Nel frattempo, il conflitto si intreccia con nuovi equilibri regionali. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha effettuato visite a sorpresa negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar mentre Kiev cerca di utilizzare la propria esperienza nel campo dei droni per aiutare gli Stati del Golfo a contrastare gli attacchi iraniani. Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina ha già firmato accordi di sicurezza decennali con Arabia Saudita e Qatar e prevede un’intesa simile con gli Emirati Arabi Uniti. L’Ucraina è diventata uno dei principali produttori di droni intercettori a basso costo, collaudati contro l’invasione russa.
L’aeronautica israeliana ha bombardato il quartier generale dell’Organizzazione iraniana per le industrie marittime, incaricata della produzione di armi e navi militari. Secondo l’Idf, la struttura era responsabile della ricerca e dello sviluppo di armamenti navali, comprese navi di superficie, sottomarine e sistemi senza equipaggio.
Secondo fonti dell’intelligence statunitense, citate da Reuters, dopo circa un mese di guerra gli Stati Uniti avrebbero distrutto circa un terzo dell’arsenale missilistico e dei droni iraniani. Un ulteriore terzo sarebbe danneggiato o nascosto in tunnel e bunker, quindi non immediatamente utilizzabile. Nonostante le perdite, Teheran conserverebbe capacità significative. Il conflitto appare segnato da una crescente sovrapposizione tra operazioni militari, diplomazia parallela e guerra dell’informazione. Le fake news diffuse dai media iraniani, insieme alle rivendicazioni non verificabili, rendono complesso l’accertamento dei fatti.
Vance: «La guerra? Avanti ancora un po’». Pezeshkian si affida al Pakistan «paciere»
Proseguono i tentativi diplomatici per cercare di porre fine al conflitto iraniano. Secondo l’Afp, il Pakistan ospiterà domani dei colloqui con Turchia, Arabia Saudita ed Egitto sulla crisi mediorientale. Non dimentichiamo che proprio il governo di Islamabad sta da giorni cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Washington e Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo un «dettaglio». Ieri, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha avuto una conversazione telefonica con il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif. Nell’occasione, secondo Reuters, «Pezeshkian avrebbe elogiato gli sforzi diplomatici del Pakistan e i due leader avrebbero discusso delle ostilità nella regione e degli sforzi per porre fine al conflitto». Lodando gli sforzi diplomatici di Islamabad, Pezeshkian, che pure ieri ha promesso «ritorsioni» in caso le infrastrutture iraniane dovessero essere colpite, ha implicitamente riconosciuto il lavoro di mediazione che il governo pakistano sta portando avanti tra Teheran e Washington. Questo avvalora l’ipotesi che il regime khomeinista sia al suo interno spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, gravitante attorno ai pasdaran, auspica la linea dura nei confronti degli Stati Uniti. Un ulteriore segnale di questo stato di cose risiede nel fatto che la risposta ufficiale di Teheran al piano di pace della Casa Bianca, originariamente attesa per venerdì, ieri sera non era ancora arrivata.
Nel frattempo, parlando al podcast «Benny Show», il vicepresidente americano, JD Vance, ha affermato che gli Stati Uniti si ritireranno presto dall’Iran. «Il presidente continuerà a insistere ancora per un po' per assicurarsi che, una volta usciti dal Paese, non dovremo più ripetere questa operazione per molto, molto tempo», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump. «Dobbiamo neutralizzare il governo iraniano per un periodo lunghissimo, e questo è l’obiettivo», ha aggiunto. «Credo che il presidente sia stato molto chiaro al riguardo: non ci interessa rimanere in Iran un anno o due. Stiamo portando a termine il nostro compito, ce ne andremo presto e i prezzi del gas torneranno a scendere», ha proseguito.
Le parole del numero due della Casa Bianca sono significative soprattutto alla luce del fatto che proprio lui potrebbe assumere un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui tra Washington e Teheran. Se dovesse mettere il suo vice a capo del team negoziale statunitense, ciò confermerebbe la volontà di Trump di chiudere il prima possibile il conflitto, adottando una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In particolare, c’è chi ipotizza che il presidente statunitense possa cercare una sponda nell’esercito convenzionale iraniano (l’Artesh) con l’obiettivo di arginare le Guardie della rivoluzione. Fatto sta che la soluzione venezuelana piace poco a Benjamin Netanyahu. Quello stesso Netanyahu con cui, secondo Axios, Vance avrebbe recentemente avuto una telefonata piuttosto tesa. Del resto, già a ottobre si erano registrate delle fibrillazioni tra i due. Trump potrebbe quindi decidere di «schierare» il suo vice anche per spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington, oltre che per tendere la mano a quei settori della base elettorale statunitense che guardano con freddezza al conflitto in Iran, temendo costosi processi di nation building.
Non si sopiscono intanto le tensioni tra Trump e gli alleati della Nato. Secondo quanto riferito dal Telegraph, il presidente americano starebbe valutando la possibilità di ritirare le truppe statunitensi dalla Germania. «A nessun Paese che non contribuisca con il 5% dovrebbe essere consentito di votare sulle future spese della Nato», ha dichiarato alla testata una fonte vicina alla Casa Bianca. La settimana scorsa, Trump si era lamentato dell’Alleanza atlantica, accusandola di scarsa collaborazione nel tentativo di sbloccare lo Stretto di Hormuz. D’altronde, nonostante stia puntando molto sull’iniziativa diplomatica, non è un mistero che il presidente americano continui a tenere sul tavolo un’opzione: l’invasione militare dell’isola di Kharg. Da quest’ultima dipende circa il 90% dell’export iraniano di petrolio. Nel caso la diplomazia fallisse, Trump potrebbe cercare di conquistarla per costringere i pasdaran a riaprire Hormuz. Del resto, al netto del tentativo di avviare dei colloqui con Teheran, il presidente americano continua a tenere alta la pressione militare sul regime khomeinista: nelle scorse ore, è infatti arrivata in Medio Oriente la portaerei Tripoli con a bordo circa 2.500 marines. Non solo.
Il prossimo obiettivo
La Casa Bianca punta anche a isolare ulteriormente l’Iran sotto il profilo internazionale. Venerdì, Trump ha in tal senso detto che «Cuba sarà la prossima» a cadere: non dimentichiamo che il regime castrista è storicamente uno dei principali punti di riferimento di Teheran in America Latina.
Scontro Kallas-Rubio sulle sanzioni a Mosca
La crescente insofferenza di Bruxelles verso la Casa Bianca è venuta a galla durante la riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Parigi: l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha tacciato gli Stati Uniti di essere troppo accondiscendenti con Mosca. E nel farlo, si è rivolta direttamente al segretario di Stato americano, Marco Rubio.
A rivelarlo è Axios: tre fonti hanno raccontato che il vertice è stato caratterizzato da «un teso scambio di battute» tra i due durante le discussioni sull’Ucraina. Davanti a tutti i ministri, Kallas ha ricordato a Rubio che un anno fa, nello stesso forum, aveva detto che se Mosca avesse ostacolato i tentativi americani per arrivare alla pace, Washington avrebbe perso la pazienza e adottato misure più severe contro il Cremlino. È quindi passata ad accusare l’amministrazione americana di non aver adottato una linea dura, ovvero le sanzioni: «È passato un anno e la Russia non si è mossa. Quando finirà la vostra pazienza?» ha chiesto Kallas a Rubio.
Piccata è stata la risposta del segretario di Stato americano, che avrebbe anche alzato la voce: «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter fare di meglio, fate pure. Noi ci faremo da parte». Rubio ha peraltro sottolineato che gli Stati Uniti stanno dialogando con entrambi i protagonisti del conflitto, ma che a essere aiutata, in primis con armi e intelligence, è solo l’Ucraina. Dopo il botta e risposta, stando a quanto riferito da una fonte ad Axios, a manifestare l’apprezzamento del lavoro diplomatico svolto dalla Casa Bianca, auspicando che continui, sono stati alcuni ministri europei. E pare che al termine del vertice, dietro le quinte, Kallas e Rubio abbiano cercato di stemperare i toni. Tra l’altro, di fronte ai giornalisti, il segretario di Stato americano ha voluto negare le tensioni.
In merito al timore che Washington dirotti le armi destinate all’Ucraina in Medio Oriente, a fornire qualche rassicurazione, almeno sullo stato attuale, è stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Come riportato da Interfax, ha dichiarato: «Non è successo nulla del genere. Non posso dire quali saranno gli sviluppi futuri. Credo che dipenda da molti fattori».
Ma è sulle trattative che il leader di Kiev è particolarmente critico, lamentandosi addirittura di essere stato messo all’angolo nei negoziati: «Parliamo con gli Stati Uniti ogni giorno. La nostra squadra negoziale è in contatto con le loro controparti. Ma abbiamo ancora questa difficoltà: ci sentiamo come mediatori in questo processo piuttosto che come parte in causa». Ma non solo. Il punto di frizione con la Casa Bianca riguarda le garanzie. Dopo che Rubio ha smentito le dichiarazioni di Zelensky secondo cui le garanzie di sicurezza americane sono legate al ritiro ucraino dal Donbass, il leader di Kiev è tornato sul punto. Sostenendo di aver rivelato «solo la punta dell’iceberg», ha dichiarato: «Tutti i segnali emersi durante il processo negoziale suggeriscono che potremmo ricevere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti non prima di un cessate il fuoco, non prima della fine della guerra, ma dopo il ritiro delle nostre truppe dal Donbass». La frustrazione del presidente ucraino riguarda anche le restrizioni sulle sedi dei colloqui trilaterali. Zelensky ha dichiarato che Kiev è al lavoro «per garantire che gli incontri si svolgano in Europa, in Turchia, in Svizzera o ovunque. Anche in Medio Oriente».
Ed è proprio in Medio Oriente che Zelensky ha sancito nuovi accordi in materia di difesa durante il tour nei Paesi del Golfo. Dopo l’Arabia Saudita, ieri è stato il turno degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, nel tentativo di portarli nell’orbita ucraina grazie all’esperienza maturata da Kiev sui droni intercettori. Eppure, per l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, non sarebbero così efficienti: ha paragonato infatti i velivoli senza pilota ucraini a dei «Lego» e a «un lavoro da casalinga». A suo dire, l’Ucraina non avrebbe fatto passi da gigante, visto che assembla i droni utilizzando componenti già disponibili, anche tramite la stampa 3D.
Intanto, dopo aver incontrato il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, il leader ucraino ha annunciato «partnership decennali». Ai giornalisti ha spiegato: «Abbiamo già firmato un accordo in tal senso con l’Arabia Saudita, abbiamo appena firmato un accordo simile con il Qatar, anch’esso decennale, e ne firmeremo uno con gli Emirati. Nel corso di questi dieci anni, ci siamo impegnati nella costruzione di stabilimenti in entrambi i Paesi, con linee di produzione in Ucraina e in questi Stati». Andando più nello specifico, ha sottolineato che stanno discutendo «diverse aree per garantire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa: la prima riguarda gli armamenti, la produzione, lo scambio di esperienze e lo scambio di risorse che potrebbero non essere disponibili in un Paese o nell’altro; la seconda riguarda la cooperazione energetica a lungo termine».
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