Il campo largo non ha ancora leader, programmi e idee. Per questo spera che il governo Meloni duri fino al termine della legislatura, infrangendo ogni record. Nonostante le accuse di Renzi, Conte e Schlein.
La stagflazione è un fenomeno economico in cui si verificano contemporaneamente stagnazione economica e inflazione: una combinazione considerata anomala perché mette insieme due dinamiche che, secondo la teoria economica classica, tendono normalmente a escludersi a vicenda.
L’inflazione consiste nell’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, con la conseguente riduzione del potere d’acquisto della moneta: con la stessa quantità di denaro si riesce a comprare meno.
In condizioni normali, l’inflazione si sviluppa quando la domanda supera l’offerta: se beni e servizi non bastano a soddisfare i consumatori, i prezzi salgono. Al contrario, quando l’economia rallenta o entra in stagnazione, la domanda tende a diminuire e i prezzi dovrebbero stabilizzarsi o scendere.
La stagflazione rompe questo schema: si verifica quando l’economia cresce poco o si contrae, ma i prezzi continuano comunque a salire.
Questo fenomeno si manifesta spesso in seguito a uno shock di offerta, cioè un evento straordinario che riduce la disponibilità di beni o aumenta i costi di produzione — ad esempio una crisi energetica o un forte aumento del costo delle materie prime — spingendo verso l’alto i prezzi anche in presenza di un’economia debole.
La stagflazione è considerata particolarmente difficile da gestire perché le politiche economiche tradizionali per combattere l’inflazione (come alzare i tassi) possono aggravare la stagnazione, mentre quelle per stimolare la crescita rischiano di alimentare ulteriormente l’aumento dei prezzi.
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2026-05-04
Crisi, Meloni: «Non è solo un insieme di problemi. È un sistema dove ogni crisi alimenta l'altra»
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«Non è solo un insieme di problemi. È un sistema dove ogni crisi alimenta l’altra», ha dichiarato Giorgia Meloni durante il meeting della Comunità Politica Europea a Jerevan.
Il premier ha parlato di policrisi: «Cosa significa policrisi? Non è solo affrontare tante crisi insieme. Il problema è che sono tutte collegate e si alimentano a vicenda».
Giovanni Orsina (Ansa)
Lo storico Giovanni Orsina: «L’Ue reagisce alla crisi con sussulti moralisti. Ma ricattando i suoi membri si mostra debole Trump? L’odio per lui distorce qualunque ragionamento. Però gli manca la forza per spaccare il sistema».
Non c’è studioso più indicato per discutere di sovranismo dell’uomo che, quell’etichetta, l’ha inventata. Giovanni Orsina, storico, direttore del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss, ha appena pubblicato il suo ultimo saggio, edito da Marsilio, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo. Il tempo della crisi dell’ordine liberale, al quale i populismi si sono ribellati. Con esiti dubbi.
Professore, la controrivoluzione sovranista è fallita?
«Non direi che è fallita. È riuscita solo nella sua pars destruens. Per prima cosa, una controrivoluzione deve fermare una rivoluzione; poi, deve sostituirla con qualcos’altro. Ecco: la rivoluzione è stata fermata, quindi, nella sua forza negativa, la controrivoluzione ha avuto effetti eccome - sta alla Casa Bianca e di casini ne sta combinando. È anche evidente che il vecchio ordine sia morto. Ma che cosa verrà al suo posto, la controrivoluzione non sembra in grado di dirlo».
Donald Trump è in difficoltà; Viktor Orbán ha perso le elezioni in Ungheria; Giorgia Meloni è stata sconfitta al referendum sulla giustizia. Cosa non ha funzionato?
«Proprio perché le manca la pars construens, la controrivoluzione oscilla. L’ordine precedente va in crisi; i populisti vincono; fanno delle cose; queste cose non riescono a essere risolutive; quindi, perdono; ma gli altri non sono in grado di riprodurre un ordine funzionante. La verità è che siamo di fronte a un conflitto fra debolezze. Perciò il sovranismo perde e dopo rivince: Trump è stato fuori un giro ed è ritornato; Orbán ha perso, ma contro un altro nazionalista».
L’Ue sta tentando la sua restaurazione sfruttando il ricatto dei fondi: i 37 miliardi che aveva congelato all’Ungheria, quasi il 20% del Pil; i 10 miliardi in ballo in Romania; quelli che l’Europarlamento chiede di bloccare alla Slovacchia di Robert Fico.
«Un club che, per mettere in riga i propri soci, ha bisogno di minacciarli continuamente, è un club che mostra grandissima fatica. Peraltro, parliamo di un club democratico che si mette contro governi democraticamente eletti: la vicenda ungherese ci ha dimostrato che lì la democrazia, sia pure non in gran salute, non era morta. Il punto è che il club Europa è il modello dell’ordine rivoluzionario che è entrato in crisi. Quindi, nel momento in cui Orbán perde, non si torna a un’Europa trionfante. Il caso di Péter Magyar è emblematico: il suo è un nazionalismo pragmatico, non un redivivo entusiasmo europeista».
L’Europa vantava la potenza attrattiva dei suoi valori e ora riscopre la lezione schmittiana: si costruisce un’identità in relazione a un nemico esterno - la Russia.
«L’Unione europea si è sviluppata nel momento del trionfo del diritto e della depoliticizzazione, fra gli anni Ottanta e i Novanta. Dunque, si è sempre pensata come una potenza normativa, un modello giuridico che avrebbe avuto la forza di diffondersi a livello globale, quale fondamento di un ordine multilaterale planetario. Oggi ci troviamo di fronte al ritorno della potenza. Ma l’altra componente che teneva in piedi l’Europa era il moralismo. E il moralismo spesso si fonda sulla costruzione di un nemico. Pensiamo a quanto è stato moralizzato il conflitto russo-ucraino: chi non era antirusso era moralmente disdicevole».
Il putiniano.
«Già. L’Europa, appunto, sta cercando di rimediare alla crisi del giuridico con un soprassalto di moralismo. Mettiamo che vada bene così. Ma bisogna tradurre tutto ciò in capacità di esercitare una qualche forza. Ed è qui che il problema europeo esplode, perché il moralismo è sovranazionale, ma la politica dove sta? A Bruxelles, o nelle capitali? Questo dilemma non è stato risolto. E ce ne accorgiamo, ad esempio, nel dibattito sulla difesa comune».
L’internazionale sovranista è stata un fiasco.
«L’internazionale nazionalista è una contraddizione in termini. Una collaborazione tra nazionalisti sarebbe possibile; solo che richiede volontà, fatica, lavoro, autocontrollo. Se il nazionalista più grosso di tutti - quello che sta alla Casa Bianca - non ne mostra alcuno, l’ossimoro teorico diventa realtà».
Il destino dei populismi di destra si gioca attorno a una questione centrale: si può ripoliticizzare il governo dell’economia?
«La risposta semplice è: no. La risposta più articolata è che qualcosa si può fare».
Cosa?
«Be’, qualcosa sta accadendo: la chiamano deglobalizzazione, in realtà è un rallentamento dei processi di integrazione globale. Mi riferisco alla securitizzazione delle catene di approvvigionamento: la loro sicurezza geopolitica è ora più importante del profitto. Poi ci sono i dazi e altri processi di protezione delle produzioni nazionali. Sono tentativi di recuperare un po’ di sovranità sull’economia. Però l’integrazione dei mercati è tale che quel che si può fare ha limiti visibili».
Emergono contraddizioni anche nella grande promessa di Trump: il leader che deve difendere le classi medie è in combutta con i colossi dell’hi-tech.
«Nella questione del mercato sta la vera contraddizione del populismo di destra. A destra si è sempre sostenuto il mercato, che al limite deve avere la possibilità di scatenare gli animal spirits schumpeteriani. Ma così si riproduce lo stesso cortocircuito del thatcherismo: una destra socialmente conservatrice che sosteneva l’integrazione dei mercati globali e la deregolamentazione della finanza, ossia processi che disgregano l’ordine sociale».
Stupiscono anche certe sbavature del milieu trumpiano: c’è chi ha incassato milioni scommettendo sulle guerre.
«Nei momenti di interregno fra un ordine e un altro, di ribellione contro un ordine, specie un ordine moralista, si può finire per affidarsi a personaggi che deridono e sovvertono il moralismo e che si rivelano quantomeno equivoci: nel nome della lotta al moralismo, adottano comportamenti immorali».
E la Chiesa di Leone XIV?
«Sta cercando di uscire dal conflitto politico e di presentarsi come un’entità spirituale. Il Papa ha tentato di sottrarsi allo scontro con Trump e di collocarsi su una posizione terza. Ma siccome l’opposizione a Trump è debole, Leone è stato tirato dentro l’antitrumpismo. Non credo che lui lo voglia».
Quale ordine emergerà dall’interregno?
«Ci sono due possibilità. La prima è la catastrofe: la crisi deflagra in una grande guerra. L’alternativa è il compromesso: dal conflitto fra un’Europa globalista e “dirittista” e un nazionalista identitario, viene fuori un nazionalista soft. I processi d’integrazione globale rallentano, il mondo recupera una minima grammatica di gestione delle relazioni internazionali, però fortemente ancorata a dati di potenza. È il modello Magyar, ma potremmo chiamarlo modello Meloni».
La Meloni non è in fase calante?
«La forza del modello Meloni sta nell’essere un non modello, per paradosso: una gestione pragmatica dell’esistente. Meloni entra con dei valori nazional-conservatori dentro un mondo inadatto a recepirli. E li usa per cercare di correggere quel mondo laddove può. Dove non può, scende a patti con la realtà».
Esempi concreti?
«Contribuisce a un cambiamento nelle politiche migratorie dell’Ue, ma sul Patto di stabilità evita la rottura. Come paradigma di compromesso, Meloni resta un riferimento valido; come governo, si trova in difficoltà, perché il compromesso pragmatico, in un Paese in declino come l’Italia, dopo quattro anni logora».
Nei rapporti con l’elettorato, di certo. Ma pure perché le riforme si infrangono sullo scoglio dei contropoteri: magistratura e Colle.
«Ciò fa parte del tipo di ordine nel quale siamo vissuti finora, in cui la democrazia liberale si è sbilanciata sul versante dei contropoteri. Nel momento in cui arrivi al potere, devi avere la forza rivoluzionare di spaccare questo sistema. Ma non ce l’ha nemmeno Trump, al quale la Corte Suprema ha bocciato i dazi».
Il midterm è una partita chiusa?
«Niente affatto. Dobbiamo stare attenti alle analisi mainstream. Siamo immersi in un mondo insopportabile, in cui l’odio per Trump distorce tutti i ragionamenti. Ad esempio, nessuno riesce ad ammettere che l’uscita degli Emirati dall’Opec è un suo trionfo, o che il controblocco di Hormuz sta avendo effetto».
Da studioso del berlusconismo, ritiene probabile che Forza Italia rompa con il centrodestra?
«A me sembra che siamo dentro a un classico percorso tattico: la rottura non ci sarà, a meno che non se ne presentino le condizioni».
Tipo?
«Un Parlamento senza una maggioranza chiara. In questo senso, si può pensare che Forza Italia freni la riforma elettorale affinché si riproduca la palude. Dico una cosa non da studioso di Berlusconi, ma da studioso di Malagodi».
Cioè?
«L’errore di Malagodi, nell’opposizione al centrosinistra negli anni Sessanta, fu quello di non avere due “forni”, a differenza di tutti gli altri partiti. L’idea di avere sempre a disposizione due carte è tipica della storia della Repubblica e Forza Italia sta facendo esattamente questo: tenersi aperte due opzioni. Quella dell’accordo con il centrodestra e quella di una grande coalizione centrista, nel caso in cui non ci sia una maggioranza. Lo ha fatto anche la Lega dopo il 2018, solo sul terreno della convergenza dei populismi».
Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno convocato Antonio Tajani nella sede di Mediaset, anziché incontrarlo nella sede del partito.
«Non riesco a capire come si possa fare una cosa del genere. Poteva aver senso se c’era da dare un segnale di forza, ma in questo caso la forza dei Berlusconi è ben evidente: hanno fatto saltare i due capigruppo di Camera e Senato!».
E allora?
«E allora vuol dire che ai Berlusconi manca la grammatica politica. In un tempo in cui non ce l’ha nessuno, evidentemente non ce l’hanno nemmeno loro».
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