Nel riquadro, il Pm Massimo Russo (Imagoeconomica)
L’articolo di Massimo Russo: «Ero nella corrente fondata da Giovanni Falcone e mi dispiace che da sinistra i colleghi attacchino la legge Nordio, che completa il percorso avviato dai riformisti. E ci rende più autorevoli».
Massimo Russo, Pm presso la Procura per i minorenni di Palermo
La mia posizione su questa riforma nasce da una riflessione lunga e anche molto travagliata, che mi ha costretto a fare i conti con la mia storia professionale. Sono entrato in magistratura nel dicembre del 1987. Nei corridoi del Palazzo di giustizia di Palermo incontrai Giovanni Falcone che con altri colleghi poco tempo prima aveva dato vita al Movimento per la giustizia. Alle elezioni del 1990 per il Consiglio superiore della magistratura fui tra i pochi - pochissimi - a votarlo. Fu un insuccesso, ma quell’esperienza segnò profondamente il mio modo di intendere il ruolo del magistrato. Da allora ho continuato l’impegno associativo, riconoscendomi nei valori di quella stagione.
Negli anni ho svolto funzioni diverse: prima giudice, poi pubblico ministero a Marsala e a Palermo, lavorando anche nella Direzione distrettuale antimafia, in prima linea nel contrasto a Cosa nostra nella provincia di Trapani. Ho poi lasciato la toga per una parentesi di impegno politico-amministrativo alla Regione siciliana e sono tornato in magistratura come magistrato di sorveglianza a Napoli. Oggi svolgo le funzioni di sostituto procuratore presso la Procura per i minorenni di Palermo.
Nei primi anni Duemila sono stato eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati del distretto di Palermo e successivamente ho continuato l’impegno associativo nel Movimento per la giustizia.
Spiegare pubblicamente perché sostengo questa riforma non è stato facile. Per certi versi potrebbe sembrare quasi una smentita del mio passato. In realtà è proprio da quella storia che nasce questa convinzione.
Come magistrato che ha sempre avuto una cultura e una sensibilità progressista, attenta ai diritti e alle garanzie, non posso non ricordare come l’idea di intervenire sull’assetto dell’ordinamento giudiziario non nasce oggi né appartiene a una sola parte politica.
Per anni si è discusso della necessità di superare, dando corso a quanto auspicato dal Costituente con la VII disposizione transitoria della Costituzione, alcuni tratti dell’impianto ordinamentale ereditato dallo Stato fascista, e non pochi esponenti del centrosinistra hanno sostenuto, in diverse stagioni politiche, l’esigenza di rafforzare la distinzione tra accusa e giudice, di intervenire sulle dinamiche dell’autogoverno e di prevedere un Alta Corte disciplinare per i magistrati.
È uno dei paradossi della storia istituzionale italiana che una riforma a lungo invocata da culture politiche riformiste venga oggi portata a compimento da un governo di centrodestra. Ma proprio questo dimostra che la questione non è ideologica: riguarda l’assetto dello Stato e il funzionamento della giurisdizione. Le istituzioni, infatti, non appartengono a una parte. E quando una riforma attraversa culture politiche diverse significa che tocca un nodo reale del sistema.
In tanti anni di magistratura ho imparato una cosa semplice: quando si parla di giustizia il punto di vista decisivo non è quello del magistrato, ma quello dei cittadini. Sono loro che la cercano, che la invocano, che ne hanno bisogno.
La giurisdizione è un bene comune. Non appartiene ai magistrati, non appartiene alla politica. I magistrati ne sono i custodi, gli officianti istituzionali. Ma la legittimazione della giustizia non nasce soltanto dalla norma: nasce dalla fiducia.
È evidente che la fiducia richiede anche una giustizia efficiente, capace di decidere in tempi ragionevoli e sostenuta da riforme organizzative adeguate. Ma il referendum costituzionale riguarda un altro livello: non l’efficienza quotidiana del sistema, bensì la sua architettura istituzionale. È partendo da questo punto di vista che bisogna interrogarsi sullo stato della giustizia nel nostro Paese.
Un dato è difficilmente contestabile: la fiducia dei cittadini si è progressivamente indebolita. La magistratura è sempre più spesso percepita come distante, come un centro di potere autoreferenziale. E mi preoccupa vedere oggi la magistratura organizzata scendere direttamente nel confronto pubblico per chiedere consenso, quasi fosse una parte politica, come se stesse difendendo qualcosa che appartiene a sé stessa e non alla comunità.
È bene ricordare che, in una democrazia rappresentativa, la sovranità appartiene ai cittadini che la esercitano attraverso il Parlamento, al quale spetta fare le leggi. Il giudice, per dettato costituzionale, è soggetto soltanto alla legge: non difende un proprio spazio di potere, ma applica con imparzialità le norme che l’ordinamento democratico si è dato.
Nelle ultime settimane il dibattito pubblico è scivolato verso toni apocalittici: si è parlato di assalto alla Costituzione, di rischio per la democrazia, di sovvertimento dell’equilibrio dei poteri. Quando il linguaggio si fa così estremo, spesso è il segnale che il confronto si è allontanato dal merito. A ben vedere, il filo conduttore della riforma è chiaro e comprensibile: rafforzare la terzietà del sistema giudiziario. Terzietà nel processo, attraverso una distinzione più netta e strutturale tra chi esercita l’azione penale e chi è chiamato a giudicare. Terzietà nell’autogoverno, con due distinti Consigli superiori e meccanismi pensati per ridurre il peso delle logiche correntizie. Terzietà nel sistema disciplinare, affidato a un giudice realmente indipendente.
Tre pilastri, un unico principio: la terzietà.
Non si tratta di indebolire la magistratura. Al contrario, si tratta di rafforzarne l’autorevolezza, restituendo alla giurisdizione ciò che più conta: la fiducia dei cittadini.
Ogni persona che entra in un’aula giudiziaria forma il proprio giudizio non sui principi astratti, ma sull’esperienza concreta: sulla capacità di ascolto, sull’equilibrio, sulla percezione di libertà del giudice.
Sapere, per esempio, che chi accusa e chi giudica appartengono a ruoli realmente distinti rende il cittadino più sereno. Sapere che il giudice non appartiene allo stesso circuito dell’accusa rafforza la fiducia nel processo.
La terzietà, infatti, non è solo una condizione giuridica: è anche una percezione. E quando questa percezione è chiara, aumenta non solo la tranquillità del cittadino, ma soprattutto l’autorevolezza della decisione finale. Perché una decisione appare più giusta quando chi la riceve è convinto che sia stata presa da un giudice realmente terzo e indipendente.
La riforma, del resto, non tocca i pilastri costituzionali del nostro ordinamento: restano l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, l’inamovibilità del magistrato, la sua soggezione soltanto alla legge, l’obbligatorietà dell’azione penale e la disponibilità della polizia giudiziaria da parte dell’autorità giudiziaria. Sono i principi voluti dai padri costituenti a presidio della libertà e dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Contrariamente a quanto falsamente si sostiene, il pubblico ministero non diventa subordinato al potere politico; al contrario, riceve, per la prima volta, una tutela costituzionale esplicita. Ciò che cambia è l’architettura del sistema: una più netta distinzione dei ruoli, maggiore trasparenza nell’autogoverno, un controllo disciplinare più chiaramente terzo.
Ecco perché votare Sì è, a mio avviso, la scelta giusta. Non perché si tratta di una riforma perfetta, ma perché prova a rafforzare ciò che oggi conta di più: l’autorevolezza della giustizia.
Il cambiamento non nasce contro la Costituzione, ma dentro il suo perimetro. I principi fondamentali restano intatti; ciò che cambia è l’assetto attraverso cui la giurisdizione esercita la propria funzione. In una democrazia matura le istituzioni non si difendono erigendo barriere contro ogni cambiamento. Si difendono trovando la forza di rinnovarle dentro le regole della Costituzione e attraverso la volontà degli elettori. A questo serve il referendum del 22 e 23 marzo: restituire la parola ai cittadini. Perché a loro appartiene la giurisdizione. Ed è alla loro fiducia che ogni riforma della giustizia, in fondo, deve rispondere.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Il «Corriere» attribuisce il merito dei successi a Milano-Cortina non agli atleti, bensì all’«ala istituzionale» del Capo dello Stato. Dalle medaglie dei Giochi alla frana di Niscemi, la narrazione mediatica intende trasformare il Colle in una divinità taumaturgica.
Meno male che c’è Mattarella. Il capo dello Stato vola a Cortina e risolleva le sorti delle Olimpiadi, facendo incetta di medaglie. Il presidente della Repubblica sorvola la frana di Niscemi e risolleva il morale della popolazione. A guardare le cronache di questi giorni sembra di essere tornati all’Istituto Luce, l’Unione cinematografica educativa creata durante il fascismo per meglio propagandare le attività del regime. Manca solo di vedere Mattarella circondato da spighe di grano, ma in compenso abbiamo già visto l’uomo del Colle circondato dai big di Sanremo, che per lui hanno intonato Azzurro, la celebre canzone di Adriano Celentano. Sì, l’operazione per rendere pop il presidente e trasformarlo nell’uomo politico più amato dagli italiani è in corso a reti e testate unificate. Infatti, non passa giorno che l’Istituto Luce del Quirinale non escogiti qualcosa, con la collaborazione dell’Istituto Lecca Lecca che è attivamente al lavoro nelle redazioni di giornali e tv. Ieri, per esempio, bastava leggere il commento alle Olimpiadi apparso sul Corriere della Sera a firma di Aldo Grasso, che curiosamente porta lo stesso cognome del portavoce di Mattarella: «La sciagurata telecronaca Rai della cerimonia d’apertura faceva presagire il peggio. [...] La solita Italia dell’improvvisazione, dell’approssimazione, dell’ignoranza sportiva esibita senza pudore. Quando si parte così, si teme il tracollo. E invece no. Le cose sono andate meglio del previsto. Anche perché il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto ciò che questa politica spesso non sa fare: ha messo le Olimpiadi sotto la sua ala istituzionale, ha dato stabilità all’evento». Cosa da non credere. Per anni migliaia di tecnici e operatori hanno lavorato alacremente per concludere i lavori per l’inaugurazione dei Giochi, centinaia di atleti si sono allenati per poter competere e vincere 30 medaglie, ma il merito è di Mattarella, che ha «messo le Olimpiadi sotto la sua ala». Peccato che Grasso che cola (di saliva) non si sia accorto che il telecronista incaricato di raccontare l’inaugurazione delle Olimpiadi sia stato estromesso dopo una telefonata di protesta partita dal Quirinale, con cui un altro Grasso senza colate (di saliva) protestava perché il giornalista si era permesso di fare il giornalista, cioè di rivelare che il capo dello Stato per l’inaugurazione si sarebbe prestato a una sorpresa (cioè arrivare sul tram con Valentino Rossi). Per questo il direttore di Raisport, Petrecca, ha impugnato il microfono per raccontare i Giochi. E per questo abbiamo avuto una «sciagurata telecronaca Rai della cerimonia d’apertura». Tutto ha origine da Mattarella e dai suoi collaboratori, ma Mattarella per il Corriere della melassa è il salvatore della Patria, perché «ha messo le Olimpiadi sotto la sua ala istituzionale». Cioè, è bastato che indossasse il piumino bianco della squadra olimpica e l’Italia ha vinto i Giochi. L’ondata di bava deve aver imbarazzato perfino il capo dello Stato, che infatti si è sentito in dovere di precisare che le medaglie le hanno conquistate gli atleti, non lui, rifiutando l’appropriazione indebita attribuitagli da stampa e tv.
Il Mattarella taumaturgico è il risultato di dieci anni di monarchia, di un settennato che si è voluto trasformare in un quattordicennio, unico caso al mondo di Repubblica democratica fondata sulla moltiplicazione dei mandati. Dopo aver messo sotto la sua ala le Olimpiadi, decretandone il successo in barba alla faticosa competizione cui si sono sottoposti gli atleti, ora attendiamo che il presidente imponga le mani sugli abitanti di Niscemi per fermare la frana e riportare il paese nisseno ai precedenti splendori. Nel passato abbiamo avuto il Presidente partigiano e quello picconatore: adesso ci tocca il Presidente Pranoterapeuta. Speriamo che prima o poi ce ne tocchi uno che faccia il presidente come Costituzione comanda.
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Si chiamano «rupofobici» e sono i Sisifo del disinfettante: condannati a detergere continuamente sé stessi o la casa, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Si va dalla «semplice» ansia al disturbo vero e proprio.
Normalmente, lo sporco è il polo negativo e il pulito è quello positivo. «Ora sì che sei bello pulito, Fido!» dice la proprietaria del cane al cane quando va a prenderlo dal servizio lavaggio cani, mentre prima di portarcelo non gli diceva: «Ah, come sei bello lercio e puzzolente, Fido, devo cambiarti nome in Fetore!». Si pensi anche al film intitolato Brutti, sporchi e cattivi del regista Ettore Scola, ambientato in una baraccopoli capitolina: i protagonisti non sono solo brutti, non sono solo cattivi, sono anche sporchi. Indicativo è pure il fatto che l’attributo dell’essere sporco è spesso affiancato a un altro attributo negativo.
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Aiutare un nucleo in difficoltà non significa necessariamente rinchiudere un bambino in una casa famiglia. A volte può anche essere necessario toglierlo ai genitori, ma in quei casi bisognerebbe farlo vivere con i parenti più anziani. La legge lo consente.
Nella specie umana, la menopausa rappresenta un fenomeno biologico peculiare, caratterizzato dalla cessazione della fertilità femminile in età relativamente precoce rispetto alla durata complessiva della vita. Questo evento, unico tra i primati, suggerisce un vantaggio legato alla cosiddetta «ipotesi della nonna» (grandmother hypothesis). Secondo tale teoria, la perdita della capacità riproduttiva consentirebbe alle donne anziane di investire risorse, tempo ed energie nella sopravvivenza e nel benessere della prole e dei nipoti, incrementando così il benessere complessivo del gruppo familiare. I nonni, liberati dagli oneri della genitorialità diretta, svolgono un ruolo essenziale nel lungo periodo di dipendenza tipico dell’essere umano, contribuendo alla cura, alla trasmissione culturale e alla coesione sociale. In situazioni di difficoltà, possono sostituire i genitori, garantendo continuità affettiva e supporto educativo, elementi cruciali per la sopravvivenza e lo sviluppo equilibrato della specie.
I nonni sono meglio di un orfanatrofio di Stato, e i nonni sono gratis, non costano un centesimo all’esausto contribuente italiano. C’è un paradosso italiano di quelli che fanno sorridere solo chi non ne è coinvolto: per «salvare» i bambini dal disagio, li si toglie alla famiglia causando un trauma atroce e irreversibile, un’attivazione cronica degli ormoni da stress che sulle lunghe distanze causeranno problematiche fisiche. Per inciso, l’assistenza ai bambini che li assiste mediante deportazione (unico termine corretto che indicare un bambino prelevato da un istante all’altro, spaccando i suoi legami con la mamma, il papà, i nonni, i fratellini se ne ha, gli amichetti che sicuramente aveva) è un affare che sottrae fiumi di denaro agli esausti contribuenti italiani per investirli in dolore, traumi non superabili e bambini chiusi di notte a chiave in una stanza dove la mamma non può raggiungerli anche se li sente piangere disperati, come la mamma dei bimbi della casa del bosco.
L’assistente sociale deve saper riconoscere i segnali di disagio, individuare le cause reali dei problemi e proporre soluzioni concrete, non limitandosi a gestire l’emergenza. Togliere un bambino alla propria famiglia non può e non deve essere lo strumento privilegiato d’intervento. La sottrazione deve rappresentare l’ultima ratio, dopo aver esaurito ogni tentativo di recupero del contesto familiare originario. Gli assistenti sociali, sulla carta, dovrebbero essere il perno di un sistema di sostegno, non di sottrazione. Dovrebbero entrare in punta di piedi nelle vite ferite, e provare, nei limiti del possibile, a guarirle. Invece, troppo spesso, il «progetto» che viene attuato è la rimozione del piccolo paziente, non la cura della malattia. Parliamo delle famiglie oggettivamente fragili, non quindi la famiglia del bosco che era solidissima e non aveva bisogno di niente. Molte famiglie fragili non sono irrecuperabili. Hanno solo bisogno di qualcuno che le aiuti a respirare, a capire, a ripartire. Una madre spaesata, un padre in difficoltà non si risanano con una sottrazione. Si accompagnano, si sorreggono, si educano. Ed è qui che il sistema mostra il suo essere patogeno: si distrugge la famiglia sprofondando sia i genitori che il bambino in un’angoscia senza possibilità di risoluzione. Il bambino è spostato altrove. «Altrove», molto spesso, significa una casa famiglia, un orfanatrofio statale, con cibo statale, una qualche cooperativa che fornisce cosiddetti educatori che si alternano nei turni e per i quali i bambini sono lavoro. I bambini vi trascorrono mesi, talvolta anni, con lo sguardo perso dietro finestre protette da sbarre, in nome della sicurezza, naturalmente. Ma chi li protegge dal senso di abbandono? Chi restituisce loro la voce, l’odore, la lingua dei propri cari? Una creatura umana stabilisce il senso del proprio valore attraverso le attenzioni che padre e soprattutto madre elargiscono. Ove queste attenzioni non ci siano perché le assistenti sociali impediscono visite, telefonate, consegna di regali anche per Natale, la fede in sé stesso del bambino si spegne per sempre, spesso diventa docile e malleabile, in caso contrario ci sono sempre gli psicofarmaci.
Molte volte i disagi genitoriali non derivano da cattiva volontà, ma da difficoltà economiche, sociali, relazionali o psicologiche che possono essere affrontate con un sostegno mirato. Quando una madre o un padre non riescono temporaneamente a garantire tutto ciò che serve al figlio, la prima strada da percorrere dovrebbe essere quella della famiglia allargata: nonni, zii, parenti disponibili e idonei. È meglio un bambino accolto da una nonna affettuosa, dinamica e collaborativa, anche sotto monitoraggio, che uno sradicato dal proprio ambiente e affidato a estranei, spesso costretto a un percorso psichiatrico o educativo forzato. Le reti familiari sono, o dovrebbero essere, una risorsa preziosa e, in molti casi, possono offrire al minore continuità affettiva, identitaria e culturale. O, meglio, potrebbero offrire continuità se fossero prese in considerazione.
I regolamenti regionali sul tema degli affidi e della tutela dei minori parlano di «progetti personalizzati di intervento». Un progetto, tuttavia, non può consistere nella mera sottrazione del minore. Salvare un bambino da una situazione di disagio non significa isolarlo, ma rimuovere le cause del disagio stesso. Gli assistenti sociali, in base alle norme vigenti, possono disporre l’affido ai nonni senza dover ricorrere automaticamente a un iter giudiziario complesso, quando questo risponde all’interesse superiore del minore. È fondamentale, inoltre, non estendere le carenze genitoriali dei genitori ai nonni, colpevolizzandoli per eventuali conflitti familiari. Le tensioni, inevitabili in ogni nucleo, vanno gestite con equilibrio, distinguendo le responsabilità e cercando di ricomporre il dialogo. Un litigio tra madre e nonna, per quanto spiacevole, non può essere considerato motivo sufficiente per allontanare un bambino dal suo mondo. Meglio un dissidio temporaneo tra familiari che il vuoto che spesso accompagna la vita in una casa famiglia.
Il problema degli affidi e delle adozioni in Italia non è nuovo. I casi sono circa 25.000 ogni anno. Le origini di questa situazione risalgono al 1993, quando fu istituita la figura professionale dell’assistente sociale con il compito di sostenere le famiglie in difficoltà. Tuttavia, quella riforma nacque in un periodo politicamente instabile e con tempi troppo brevi per una reale costruzione di un sistema solido. In Italia, ogni governo dispone di pochi anni di mandato e troppo spesso le riforme vengono avviate, modificate o abbandonate senza una visione di lungo periodo. Creare una legge «per il bene dei bambini» non basta: bisogna prevedere come le norme verranno applicate nella realtà quotidiana, anticipare gli effetti e garantire continuità formativa agli operatori. Gli assistenti sociali devono ricevere preparazione, aggiornamento e supervisione costanti, come avviene nei Paesi scandinavi, da sempre modelli d’eccellenza nel campo del welfare. Solo così potranno diventare veri mediatori del benessere familiare, non semplici esecutori di provvedimenti. Rifondare l’assistenza sociale significa quindi rimettere al centro la persona, la famiglia e la comunità, adottando un approccio umano, competente e proattivo. Perché ogni bambino ha il diritto di crescere circondato dall’affetto dei suoi cari, non dietro le sbarre di una finestra di casa famiglia. Imperdibile su questo argomento è il libro di Cinzia Battistini Diritto alla verità, un caso di affido a Fandogna. Un libro che racconta una storia dolente con una documentazione formidabile e che interessa tutti, non solo addetti ai lavori, non solo genitori, ma ogni singolo cittadino.
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