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2026-04-22
Rimpatri volontari, nessun diritto verrebbe violato. Perciò la Costituzione è rispettata
Ansa
L’immigrato è libero di aderire o no, il difensore resta vincolato ai doveri deontologici.
In occasione della conversione in legge formale del decreto legge n. 23/2026 (c.d. «sicurezza»), già approvato dal Senato della Repubblica e ora in discussione alla Camera dei deputati, è stato previsto che, nei programmi di rimpatrio volontario assistito, il ministero dell’Interno possa avvalersi anche della collaborazione del Consiglio nazionale forense.
È stato, inoltre, stabilito che le linee guida ministeriali disciplinino i criteri per la corresponsione dei compensi ai singoli rappresentanti legali e che al difensore munito di mandato, il quale assista lo straniero nella presentazione della richiesta di adesione al programma, spetti un compenso soltanto se alla domanda segua la partenza effettiva dell’interessato. Il dossier parlamentare della Camera chiarisce, infatti, che la novità consiste proprio nell’inserimento del Consiglio nazionale forense tra i soggetti collaboratori e nel riconoscimento di un compenso collegato all’esito finale del rimpatrio volontario assistito.
I rilievi del Colle, da quanto pare emergere, si concentrano su un punto preciso. Il pagamento del legale non viene collegato all’attività professionale in sé, ma al verificarsi di un risultato che coincide con l’obiettivo perseguito dal programma di rimpatrio. Da qui nasce il dubbio di costituzionalità. Un difensore retribuito solo se lo straniero parte potrebbe essere percepito come economicamente orientato verso un esito predeterminato. In questa prospettiva, il rapporto fiduciario con l’assistito rischierebbe di essere alterato, perché il professionista non apparirebbe più del tutto estraneo all’interesse dell’amministrazione. Nello stesso quadro problematico viene letto anche il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense, che verrebbe collocato non sul terreno proprio della rappresentanza istituzionale dell’avvocatura, bensì dentro il meccanismo operativo dei rimpatri e dei pagamenti.
A ben vedere, però, questi rilievi non reggono sul piano strettamente costituzionale. Il diritto di difesa, è bene ricordarlo, è violato quando la legge impedisce di agire in giudizio, svuota la tutela tecnica o rende la difesa solo apparente. Qui non accade nulla di tutto questo. La disciplina contestata non elimina ricorsi, non impedisce allo straniero di rivolgersi a un avvocato, non gli sottrae rimedi giurisdizionali e non lo obbliga ad aderire al programma. Regola, piuttosto, una fase distinta e preliminare, relativa all’assistenza nella presentazione di una domanda che resta, per definizione normativa, volontaria. L’articolo 24 della Costituzione vigente protegge il nucleo essenziale della difesa, non impone che ogni attività professionale connessa a una procedura amministrativa debba essere retribuita secondo un unico schema possibile.
Non basta neppure affermare che il compenso possa orientare il professionista. Perché vi sia un vizio di costituzionalità occorrerebbe dimostrare che la legge di conversione trasformi il difensore in una «longa manus» dell’amministrazione oppure che condizioni in modo giuridicamente vincolante la libertà di scelta dell’assistito. Questo passaggio, nel testo, non c’è. Il cliente, infatti, resta libero di aderire o non aderire e il difensore resta vincolato al mandato, ai doveri di lealtà, indipendenza e correttezza propri della professione. Un possibile problema di opportunità, o anche di deontologia, non coincide automaticamente con una lesione costituzionale.
Del resto, il Testo fondamentale del 1948 non è violato ogni volta che il legislatore costruisce male un incentivo. È violato solo quando il meccanismo normativo incide realmente sul contenuto essenziale del diritto protetto. Qui quell’incisione non emerge. Lo stesso vale per il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense. La scelta può essere criticata, anche severamente, sotto il profilo dell’assetto ordinamentale dell’avvocatura, tuttavia non per questo diventa incostituzionale. Per arrivare a tale conclusione bisognerebbe mostrare che l’inserimento del Consiglio nel procedimento comprometta in modo diretto e necessario la difesa tecnica del singolo. Anche questo nesso, però, non si ricava dalla disposizione normativa. Ora, al di là del fatto che il legislatore statale avrebbe potuto scegliere una soluzione diversa, i rilievi del Colle esprimono soprattutto una forte obiezione di merito istituzionale. Varrebbe la pena ricordare che «non omne quod displicet, Constitutioni repugnat» («Non tutto ciò che non persuade contrasta con la Costituzione»).
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Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
Il pagamento per chi favorisce il ritorno a casa dello straniero che non ha diritto a restare qui si estenderà, oltre che agli avvocati, ad associazioni e organizzazioni internazionali. Ma il principio resta: evitare di intasare i tribunali e smontare il business migratorio.
Sapete perché a sinistra sostengono che il decreto per favorire l’assistenza legale nei rimpatri di clandestini sia gravissimo? Perché smonta il business dell’assistenza e fa sfiorire gli affari di un sistema che campa sull’immigrazione. Ricordate le parole di Salvatore Buzzi, il compagno che a Roma aveva dato vita a una cooperativa specializzata nell’accoglienza? «Gli stranieri sono meglio della droga, perché con loro si guadagna di più».
Beh, da allora non è cambiato niente e la questione del gratuito patrocinio per chi rischia di essere espulso è parte del meccanismo che garantisce la filiera delle imprese specializzate in extracomunitari.
Non ci vuole molto a capirlo. Quando un migrante arriva in Italia, la prima cosa che gli capita è di venire a contatto con avvocati specializzati nei ricorsi. Se anche non ha diritto a restare nel nostro Paese, poco importa. Ci sono moduli prestampati che vengono fatti loro firmare e che servono prima a richiedere la protezione umanitaria e poi, quando la domanda sarà respinta, a opporsi al diniego. È una procedura che non porta da nessuna parte dal punto di vista giuridico, ma che assicura allo straniero la possibilità di restare in Italia ed evitare l’espulsione. Al legale tutto ciò porta un compenso modesto, riassumibile in alcune centinaia di euro. Ma se si moltiplica per dieci, cento o duecento casi, alla fine dell’anno sono soldi. Denaro facile, perché non bisogna istruire una causa né cercare espedienti giuridici. Per di più i quattrini sono assicurati, perché a pagare è lo Stato. Arriveranno tardi? Sì, ma arriveranno e spesso con gli interessi. Dunque, il business è garantito e di conseguenza anche quello che viene dopo. Lo straniero ha bisogno di assistenza, deve essere accolto e le cooperative sono pronte a spalancargli le braccia, offrendo vitto e alloggio a spese del contribuente. Poi ci sono altre cooperative pronte a sfruttare il migrante e anche multinazionali a cui la manodopera a basso prezzo e senza nessuna garanzia fa comodo, a cominciare da quelle che si occupano di consegne di cibo per finire ad altre che lavorano nella logistica. Insomma, è un’economia che si fonda sull’utilizzo di persone che non hanno tutele e sono disposte a tutto.
Come si fa a rompere il sistema su cui lucrano in tanti? Il governo prova ad assicurare un compenso a chi aiuterà il migrante a tornare a casa propria e dunque a rinunciare a intasare le aule di giustizia anche se non ha alcuna possibilità di ottenere un permesso di soggiorno o un asilo per motivi umanitari. A sinistra, per avere introdotto un semplice meccanismo che agevola i rimpatri volontari, parlano di «taglie in stile Far West», di deportazione e altre stupidaggini del genere. In realtà non c’è nulla di tutto ciò: semplicemente, come accade in altri Paesi europei, si cerca di favorire il ritorno in patria dello straniero. Non ci sono gli arresti in stile Ice e neppure file di extracomunitari ammanettati che vengono caricati a forza su voli speciali. C’è semplicemente un’assistenza al rimpatrio, come c’è un’assistenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi.
Nonostante le perplessità del Colle e nonostante il vociare dell’opposizione, il governo ha deciso di tirare diritto. Il decreto verrà approvato e portato alla firma di Sergio Mattarella e poi, in un secondo tempo, verranno accolti alcuni suggerimenti che dovrebbero consistere nell’ampliamento della platea dei professionisti che potranno occuparsi della faccenda. Non più solo avvocati ma anche associazioni o organizzazioni, che potranno suggerire all’extracomunitario di fare le valigie. Insomma, a Palazzo Chigi non si sono fatti mettere i piedi in testa. Del resto, il gratuito patrocinio costa alle casse dello Stato, senza alcun beneficio e cioè senza un alleggerimento della presenza di stranieri e neppure una diminuzione del contenzioso in tribunale, quasi mezzo miliardo l’anno, cifra raddoppiata nel giro di un decennio o poco più. Dunque, cominciare a smontare il sistema era un obbligo. Perché per questo gli italiani hanno votato centrodestra.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV .
Ansa
La Corte d’Appello minorile dell’Aquila si prende due mesi per valutare i ricorsi dei Trevallion, oggi attesi alla Camera.
La speranza di tutti era che l’udienza che si è svolta eri a trattazione scritta presso la Corte d’appello minorile dell’Aquila, per discutere sul ricorso presentato dagli avvocati dei Trevallion-Birmingham, la «famiglia nel bosco» contro il provvedimento di allontanamento dei figli sbloccasse la situazione.
Che i giudici, dopo aver valutato la documentazione che gli avvocati della coppia hanno depositato, un mese fa, si riunissero in camera di consiglio e decidessero subito sull’istanza. Ma già nel primo pomeriggio di ieri è arrivata la doccia fredda: i giudici hanno acquisito la documentazione e da ieri hanno 60 giorni per decidere. Le carte trasmesse per via telematica dai legali di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion contengono le istanze, le conclusioni e le brevi precisazioni che i legali avrebbero espresso a voce, se - come avveniva prima della riforma Cartabia - si fosse celebrata un’udienza in presenza e puntano al riavvicinamento dei tre figli minori ai genitori. I bambini, dal 20 novembre sono ospiti di una casa-famiglia a Vasto (Chieti), dopo che la prima ordinanza dei Tribunale aveva disposto l’allontanamento dei bimbi dall’ambiente domestico ritenuto insalubre, lasciandoli però accompagnati dalla mamma, che fino al marzo scorso era anche lei ospite della struttura nella cittadina abruzzese.
Per gli avvocati, le ordinanze del Tribunale dei minorenni dell’Aquila che hanno separato i piccoli dai genitori e poi la madre, allontanandola dalla struttura di Vasto, non terrebbero nel dovuto conto l’invito dell’Azienda sanitaria locale (Asl2) Vasto Chieti Lanciano a favorire una garanzia di continuità dei legami familiari dopo l’allontanamento dei bimbi dalla casa di Palmoli (Chieti). Nelle note, viene ribadito che i problemi su servizi e abitazione sono stati superati e risolti. In particolare, nel ricorso di 37 pagine, depositato il 18 marzo scorso dai legali Marco Femminella e Danila Solinas, si evidenzia l’«unilateralità» dell’ordinanza del Tribunale che non avrebbe accolto le richieste della famiglia facendo esclusivamente affidamento sulle relazioni dei servizi sociali e non su quella della Asl, che aveva invitato a «favorire e ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari», Anche le relazioni dei consulenti, consegnate ai giudici, sulle condizioni dei bambini nella casa-famiglia di Vasto, evidenziano la necessità di ripristinare i rapporti tra piccoli e genitori. Lo psichiatra, Tonino Cantelmi e la psicologa Martina Aiello, consulenti di parte dei Trevallion, hanno riferito di una «sofferenza psicologica significativa e progressiva» per i tre minori, correlata alla separazione dai genitori e dalla casa dove vivevano. Gli psicologi sono tornati a ribadire «la necessità e l’urgenza di procedere al ripristino del nucleo familiare di origine».
Tra gli episodi evidenziati dai consulenti, quello più toccante riguarda la frase pronunciata da uno dei bambini durante un incontro informale con la psicologa Aiello e la psichiatra Simona Ceccoli (Ctu), incaricata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila della perizia sui genitori e i loro figli: «Voglio tornare a casa». L’episodio è stato poi riferito dalla Aiello a Cantelmi, che ha deciso di riportarlo con l’intento di «raccontare un episodio straziante, intenso e commovente, che dimostra quanto i bimbi non siano mai stati davvero ascoltati».
Intanto, la mobilitazione sulla vicenda non si ferma e oggi pomeriggio alla 17.30, la presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza della Camera, Michela Vittoria Brambilla, ospiterà i Trevallion all’interno di un incontro pubblico, che si terrà nella sala stampa di Montecitorio, che durante il quale si discuterà delle problematiche legate all’allontanamento giudiziale dei minori dai nuclei familiari anche del caso della «famiglia nel bosco». Oltre alla deputata di Forza Italia e ai Trevallion, interverranno uno dei loro legali, Marco Femminella e tre esperti psicoterapeuti: il consulente di parte professor Cantelmi, della Pontificia Università Gregoriana di Roma, il professor Massimo Ammaniti dell’Università La Sapienza di Roma e la professoressa Daniela Pia Rosaria Chieffo, responsabile dell’Unità operativa semplice psicologia clinica del Policlinico Agostino Gemelli e docente di psicologia generale all’Università Cattolica di Roma.
Dalle audizioni svolte nella commissione presieduta dalla Brambilla a seguito di casi di allontanamento che hanno avuto ampia eco mediatica, come quello della famiglia Trevallion, è nata una proposta di legge, a firma della presidente stessa, che prevede di affiancare al magistrato, fin dall’inizio, un collegio tecnico multidisciplinare coordinato dalla nuova figura dell’«esperto in relazioni familiari fragili» per «ridurre la possibilità di errori e creare un «ponte» tra la famiglia e i soggetti istituzionalmente preposti alla tutela».
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