
Le elezioni, seppur parziali, tenutesi qualche settimana fa in due importanti Paesi come l’Inghilterra e la Germania hanno inviato un messaggio univoco. Nel Regno Unito il Partito laburista ha perso nel collegio di Gorton e Denton, alla periferia di Manchester, nel Nord-Ovest dell’Inghilterra, dove vinceva da decenni.
I laburisti sono stati superati dai Verdi e da Reform UK, partito di destra sovranista e populista in ascesa. Era un’elezione piccola ma importante, per valutare lo stato di salute del partito, dopo alcuni recenti scandali che hanno messo sotto pressione la leadership del primo ministro Keir Starmer.
In Germania, nel Baden-Württenmberg, si è assistito a una umiliante sconfitta del partito che fu di Willy Brandt, che ha raccolto solo il 5,5% dei voti. Due segnali, ultimi nella catena, che in Europa la sinistra ha cercato di catalogare come ininfluenti, relegandoli a semplice cronaca elettorale. La realtà descrive invece una tendenza che qualche attento osservatore potrebbe meglio definire come una crisi (irreversibile?) del socialismo europeo. Tranne alcuni casi, come ad esempio la Spagna di Sanchez(ma per quanto ancora?), il trend è abbastanza evidente. Per descrivere il declino del socialismo e della socialdemocrazia in Europa è nato un nuovo neologismo: pasokification. Il termine deriva dal Pasok, il partito socialista greco, capace, tempo fa, di passare dal 44% al 5% dei voti in meno di sei anni, livello da cui non si è più ripreso.
In questi anni la pasokification, come conseguenza più o meno diretta della crisi economica e sociale, non si è fermata ad Atene, anzi, ci sono state ulteriori vittime come il Partito socialista francese e il PvDA olandese e altri ancora. Tutte forze diventate irrilevanti nei loro rispettivi Paesi.
Si può certamente dire che questa crisi è originata da tre fattori. Il primo è che, sotto la spinta degli stravolgimenti e degli scompensi economici, tanti elettori non vedono più nessuna differenza significativa tra la destra e la sinistra. Pertanto, sono solitamente i partiti di centrodestra a essere eventualmente scelti dall’elettorato centrista e liberale. Il secondo è che, proprio perché i partiti socialisti e socialdemocratici vengono percepiti come troppo ambigui, in tempi di crisi, tanti elettori di sinistra preferiscono ritornare a una vecchia o nuova sinistra anti establishment che metta strutturalmente in discussione l’ordine socio-economico-ambientale del mondo in cui vivono. E fra questi ovviamente sono premiati i Verdi. Il declino dei socialisti europei quindi trova negli aspetti sopra descritti conferma su tutta la linea. Tuttavia, la crisi profonda del socialismo in Europa, non è solo il frutto di tradimenti, ma va ricercata soprattutto nell’incapacità delle classi dirigenti di comprendere la portata del profondo mutamento del capitalismo finanziario, con conseguente riduzione della politica a un ruolo subalterno e comunque compromissorio.
Oggi il socialismo europeo sembra giunto al capolinea, non riuscendo a elaborare un progetto in grado di superare la sua crisi, rimuovendo le cause che l’hanno prodotta. Manca un vero e proprio processo di rifondazione, anche culturale, adeguato alle grandi trasformazioni mondiali che stanno letteralmente spazzando via vecchi concetti ideologici e antiche certezze alla base della cultura di sinistra. La sinistra difetta di una visione prospettica che sappia riflettere sulla storia con cui, alla fine dell’Ottocento, si è affermato il movimento socialista in Europa, con l’eccezione della Germania. In Inghilterra, Belgio, Francia e anche in Italia il movimento sindacale, mutualistico e cooperativo (nel senso più nobile) ha preceduto la formazione dei partiti. Così il socialismo fabiano inglese, che non solo ha posto le basi del welfare, ma anche della democrazia industriale (Cole), così il socialismo belga, che con la carta di Quaregnon (1894) ha sviluppato un rapporto federativo tra partiti, sindacato e cooperazione. Questi aggregati oggi non esistono più. Si è chiusa un’epoca. Alcuni giorni fa è scomparso il grande filosofo tedesco Habermas il quale, nelle sue analisi, indicava l’esigenza che il pensiero critico dovrebbe sempre confrontarsi con la realtà mutante. Dubito che i dirigenti attuali della sinistra lo abbiano mai letto.
La crisi della sinistra europea riflette anche quella del movimento sindacale, sempre più in difficoltà a comprendere i cambiamenti in atto nelle dinamiche del lavoro e che sicuramente l’avvento della AI non potrà che approfondire. Lo spaesamento abbinato all’inaridimento culturale e alla pochezza delle classi dirigenti si traduce in una assenza di linea politica chiara e coerente. In definitiva, questa sinistra compromessa col mondialismo, l’europeismo, paladina di un pacifismo retorico, che professa tolleranza e l’accoglienza prêt-à-porter, dinnanzi alle dinamiche mondiali appare confusa e incapace di trovare risposte che non siano sterili balbettii. In questo quadro troviamo tutti gli elementi che portano a dire che il futuro del socialismo europeo è oggettivamente compromesso.






