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2023-07-02
Le banlieue si armano fino ai denti. Oltre a razziare, sparano ai poliziotti
(Ansa)
Nonostante il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, l’avesse definita una notte segnata da «violenze di minore intensità», in Francia quella tra venerdì e sabato è stata un’escalation di assalti, saccheggi e ferimenti delle forze dell’ordine. Il bilancio, infatti, è stato di 1.311 persone arrestate, rispetto alle 875 della notte precedente, 79 poliziotti e gendarmi feriti. Il 30% dei rivoltosi arrestati sono minorenni, ha fatto sapere il ministro della Giustizia, Éric Dupond-Moretti, confermando le impressioni registrate da polizia e da diversi testimoni di una grande presenza di giovanissimi tra i manifestanti.
Con la scusa di voler vendicare l’uccisione del diciasettenne Nahel a Nanterre (ieri i funerali in moschea sono stati interdetti ai giornalisti) hanno bruciato quasi 2.000 veicoli, e dato alle fiamme o vandalizzato 234 edifici. Venerdì sera, ospite della prima rete francese TF1, il ministro dell’Interno aveva annunciato: «Saranno 45.000 i poliziotti mobilitati sul campo», 5.000 in più rispetto al giorno precedente.
I «mezzi eccezionali» promessi non sono bastati, la violenza ha continuato a divampare ovunque. Lione e Marsiglia sono state le due città più colpite e dal ministero ieri sono arrivati rinforzi speciali. Il sindaco di Lione, Grégory Doucet, aveva chiesto l’immediato invio di più uomini e mezzi dopo disordini e violenze «senza precedenti». Saccheggi durati ore, compiuti da «decine di giovani che si muovevano a piedi, in bicicletta o in motorino», automezzi bruciati mentre le forze dell’ordine erano in numero «insufficiente» e perciò «sopraffatte».
Nella notte tra venerdì e sabato sono stati segnalati «danni in tutti i quartieri», e persone hanno sparato con fucili d’assalto in stile Kalashnikov, secondo diversi video fatti circolare sui social. La furia si è riversata sulla polizia, con 35 agenti rimasti feriti. A Vaulx-en-Velin, alla periferia del capoluogo della Regione Rodano-Alpi, poliziotti sono stati presi di mira con fucilate e sette di loro sono stati colpiti. Doucet ha deciso la chiusura anticipata del festival Entre Rhône et Saône, nonché l’annullamento del banchetto previsto ieri a Lione da metà pomeriggio sul ponte della Guillotière.
Tutte le manifestazioni sono nuovamente vietate a Marsiglia fino a questa mattina alle 7, dopo gli scontri e il saccheggio di molte attività commerciali che hanno portato all’arresto di 95 persone, con 31 poliziotti feriti. Da un’armeria sono stati rubati fucili e pistole. I mezzi pubblici si sono fermati sabato alle 18 e nella città, dopo le pressanti richieste del sindaco, come a Lione sono arrivati i rinforzi del Crs 8, il corpo di polizia con funzioni antisommossa urbana, altri mezzi blindati e due elicotteri. Agli abitanti è stato chiesto di non portare fuori casa la spazzatura e oggetti ingombranti, che possono essere pretesto per nuovi roghi e violenze.
Grandi tensioni si sono registrate a Nîmes, con veicoli bruciati e telecamere distrutte. Alcuni individui sono riusciti a entrare in un supermercato a Drancy e lo hanno devastato. Nove persone sono state arrestate dalla polizia di Nanterre mentre trasportavano una tanica e molotov. A Bondy, è stato assaltato un negozio di ferramenta. A Persan, una trentina di chilometri da Parigi, venerdì sera sono stati incendiati il municipio e la stazione di polizia. A Colombes (Hauts-de-Seine), rivoltosi hanno ostruito la strada con un furgone in fiamme per rallentare il movimento della polizia e gli agenti sono stati bersagliati da colpi di mortaio. Bruciata e distrutta venerdì sera la preziosa biblioteca di Metz, capoluogo del dipartimento della Mosella. Il sindaco, François Grosdidier, ha scritto sui social: «I vigili del fuoco, vittime di colpi di mortaio, non sono stati in grado di intervenire. La polizia nazionale non poteva affiancarsi alla polizia municipale per garantire la protezione dei pompieri».
La cronaca di ieri riportava scontri ovunque. A Grenoble, centinaia di giovani incappucciati sono riusciti a svaligiare molti negozi del centro cittadino, anche di abbigliamento e di telefonia mobile, a riprova che la morte di Nahel è solo un pretesto per abbandonarsi a violenze gratuite. A Mulhouse, in Alsazia, molotov e colpi di mortaio sono stati lanciati contro la polizia e contro il garage della polizia municipale.
Il sindaco di Saint-Étienne, Gaël Perdriau, sabato ha istituito un coprifuoco per i minori non accompagnati da un adulto, in vigore dalle 19 alle 6 di oggi, e interrotto da ieri alle 14 il servizio di trasporto pubblico. Ai commercianti, aveva raccomandato di chiudere i locali già sabato pomeriggio. In Ile-France, autobus e tram hanno smesso di prestare servizio ieri era alle 21 per garantire «l’incolumità di agenti e viaggiatori». Anche la prefettura del Basso Reno e il municipio di Strasburgo hanno invitato a chiudere già da ieri pomeriggio le attività commerciali, con i trasporti pubblici fermi dalle 13. Un bilancio, dei danni provocati in Francia da martedì, è stato fatto dal ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che ha elencato almeno una decina di centri commerciali, 200 grandi rivenditori, 250 tabaccherie, 250 sportelli bancari oltre a numerosi punti vendita di moda, abbigliamento sportivo e fast food che sono stati saccheggiati o incendiati.
In risposta ai danni subìti da molte imprese, il ministro ha chiesto agli assicuratori di ridurre le franchigie, di risarcire rapidamente le vittime e ha annunciato «il rinvio del pagamento degli oneri previdenziali e fiscali», per i commercianti colpiti.
Fifa blu di Macron: viaggio annullato
Ieri, presso la grande moschea Ibn Badis a Nanterre, si sono svolte le esequie di Nahel, il diciassettenne di origini magrebine, la cui morte ha scatenato le violente rivolte delle banlieue transalpine. Rivolte che non accennano a placarsi e hanno riaperto il dibattito sul fallimento del modello multiculturale, tenacemente sostenuto per decenni dai governi di Parigi.
La situazione è grave e già iniziano a girare gli spettri delle rivolte del 2005. Sarà per questo che Emmanuel Macron, per seguire da vicino gli sviluppi della vicenda, ha rimandato a martedì una visita di Stato in Germania, che era prevista per stasera. Sempre nella giornata di sabato, inoltre, si è riunita l’unità di crisi (Cic) che, come ha dichiarato il primo ministro Elisabeth Borne, rimarrà operativa finché l’ordine pubblico non sarà definitivamente ristabilito. Tuttavia, lo stato d’emergenza nazionale non è ancora all’ordine del giorno, mentre le autorità di Marsiglia e Lione, città pesantemente colpite dalle violenze, hanno escluso l’istituzione di coprifuoco localizzati.
Nel frattempo, la politica transalpina continua a interrogarsi sulle cause della rivolta e sulle possibili soluzioni. In tal senso, il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È la Repubblica che vincerà», ha affermato il ministro macroniano durante una visita ai poliziotti e ai gendarmi nella banlieue parigina, a Mantes-la-Jolie. «Non confondo le poche migliaia di delinquenti con la stragrande maggioranza dei nostri connazionali che vivono nei quartieri popolari», ha aggiunto Darmanin. Insomma, il solito appello a non generalizzare, che abbiamo sentito ormai troppe volte. Peraltro, da non dimenticare che era stato proprio il ministro dell’Interno transalpino, un paio di mesi fa, a provocare una crisi diplomatica tra Italia e Francia, dichiarando che Giorgia Meloni non sarebbe in grado di gestire l’immigrazione. Rilette oggi, quelle dichiarazioni fanno quasi tenerezza.
Anche Macron però, dopo l’improvvida partecipazione al concerto di Elton John mentre la Francia bruciava, alla fine è sceso in campo in prima persona. Appreso che un terzo dei rivoltosi è composto da giovanissimi, il capo dell’Eliseo ha lanciato un appello ai genitori dei manifestanti, richiamandosi «al senso di responsabilità dei padri e delle madri di famiglia» per trattenere i figli in casa. Macron si è rivolto anche ai gestori di social network come Snapchat e TikTok: il presidente si aspetta «spirito di responsabilità da queste piattaforme» e ha chiesto loro di rimuovere i contenuti che aizzano ai saccheggi e alla sommossa nelle strade. «Nessuno pensi che dietro questi social ci sia l’impunità», ha commentato, con toni ben più duri, Eric Dupont-Moretti, il ministro della Giustizia.
Mentre il governo fa fatica a gestire una situazione che sta sfuggendo di mano, i partiti continuano a polemizzare sulle responsabilità politiche della vicenda. Le forze di destra (Rassemblement national, Républicains e Reconquête), che non cessano di invocare lo stato d’emergenza, hanno accusato la sinistra di fomentare e giustificare le rivolte. Il bersaglio è soprattutto Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi): «Non abbandoneremo la Repubblica francese agli istigatori della guerra civile che prendono a pretesto una tragedia per gettare il caos nelle nostre strade», ha dichiarato Éric Ciotti, presidente dei repubblicani. Gli ha fatto eco Marine Le Pen, che ha addossato agli esponenti di Lfi «una responsabilità indelebile di fronte alla nazione e alla storia, anche quando saranno travolti dall’insensato movimento di violenza che hanno incoraggiato, anzi iniziato».
Da parte sua, Mélenchon ha parlato di «farneticazioni» contro il suo partito e, anzi, ha rilanciato, sostenendo che «l’escalation della sicurezza porterà al disastro. Bisogna invece ascoltare le domande del popolo. Rispettarle. Dare alle persone giustizia e non parlare soltanto di emergenza». Parole che, però, hanno finito per stizzire persino i suoi alleati della coalizione Nupes. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha ribadito di trovarsi «in profondo disaccordo» con lui, mentre Fabien Roussel, leader del Partito comunista francese, ha tagliato corto: «Quando si è di sinistra, si difendono i servizi pubblici, non il loro saccheggio».
Infine, ha suscitato indignazione - e una bordata di fischi social - anche l’uscita di Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi: «E se il saccheggio avesse a che fare con la povertà e l’emarginazione? Non è forse il caso di analizzare la questione da un punto di vista politico e non solo securitario?». Le reazioni al suo «cinguettio» sono state durissime, anche da parte della maggioranza, che ha derubricato le sue parole a «un brutto scherzo». Peccato solo che lei fosse terribilmente seria.
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Nei video sui social spopolano ragazzini che imbracciano Ak-47. Commando su uno scooter ferisce 7 agenti. E mentre Darmanin fa finta di nulla, i sindaci chiedono aiuto. In campo le forze speciali a Lione e Marsiglia.Il presidente Macron, dopo la gaffe del concerto, cancella la visita di Stato prevista per oggi in Germania. Il 30% dei rivoltosi è minorenne: «Genitori, tenete i vostri figli in casa».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, l’avesse definita una notte segnata da «violenze di minore intensità», in Francia quella tra venerdì e sabato è stata un’escalation di assalti, saccheggi e ferimenti delle forze dell’ordine. Il bilancio, infatti, è stato di 1.311 persone arrestate, rispetto alle 875 della notte precedente, 79 poliziotti e gendarmi feriti. Il 30% dei rivoltosi arrestati sono minorenni, ha fatto sapere il ministro della Giustizia, Éric Dupond-Moretti, confermando le impressioni registrate da polizia e da diversi testimoni di una grande presenza di giovanissimi tra i manifestanti.Con la scusa di voler vendicare l’uccisione del diciasettenne Nahel a Nanterre (ieri i funerali in moschea sono stati interdetti ai giornalisti) hanno bruciato quasi 2.000 veicoli, e dato alle fiamme o vandalizzato 234 edifici. Venerdì sera, ospite della prima rete francese TF1, il ministro dell’Interno aveva annunciato: «Saranno 45.000 i poliziotti mobilitati sul campo», 5.000 in più rispetto al giorno precedente. I «mezzi eccezionali» promessi non sono bastati, la violenza ha continuato a divampare ovunque. Lione e Marsiglia sono state le due città più colpite e dal ministero ieri sono arrivati rinforzi speciali. Il sindaco di Lione, Grégory Doucet, aveva chiesto l’immediato invio di più uomini e mezzi dopo disordini e violenze «senza precedenti». Saccheggi durati ore, compiuti da «decine di giovani che si muovevano a piedi, in bicicletta o in motorino», automezzi bruciati mentre le forze dell’ordine erano in numero «insufficiente» e perciò «sopraffatte».Nella notte tra venerdì e sabato sono stati segnalati «danni in tutti i quartieri», e persone hanno sparato con fucili d’assalto in stile Kalashnikov, secondo diversi video fatti circolare sui social. La furia si è riversata sulla polizia, con 35 agenti rimasti feriti. A Vaulx-en-Velin, alla periferia del capoluogo della Regione Rodano-Alpi, poliziotti sono stati presi di mira con fucilate e sette di loro sono stati colpiti. Doucet ha deciso la chiusura anticipata del festival Entre Rhône et Saône, nonché l’annullamento del banchetto previsto ieri a Lione da metà pomeriggio sul ponte della Guillotière.Tutte le manifestazioni sono nuovamente vietate a Marsiglia fino a questa mattina alle 7, dopo gli scontri e il saccheggio di molte attività commerciali che hanno portato all’arresto di 95 persone, con 31 poliziotti feriti. Da un’armeria sono stati rubati fucili e pistole. I mezzi pubblici si sono fermati sabato alle 18 e nella città, dopo le pressanti richieste del sindaco, come a Lione sono arrivati i rinforzi del Crs 8, il corpo di polizia con funzioni antisommossa urbana, altri mezzi blindati e due elicotteri. Agli abitanti è stato chiesto di non portare fuori casa la spazzatura e oggetti ingombranti, che possono essere pretesto per nuovi roghi e violenze.Grandi tensioni si sono registrate a Nîmes, con veicoli bruciati e telecamere distrutte. Alcuni individui sono riusciti a entrare in un supermercato a Drancy e lo hanno devastato. Nove persone sono state arrestate dalla polizia di Nanterre mentre trasportavano una tanica e molotov. A Bondy, è stato assaltato un negozio di ferramenta. A Persan, una trentina di chilometri da Parigi, venerdì sera sono stati incendiati il municipio e la stazione di polizia. A Colombes (Hauts-de-Seine), rivoltosi hanno ostruito la strada con un furgone in fiamme per rallentare il movimento della polizia e gli agenti sono stati bersagliati da colpi di mortaio. Bruciata e distrutta venerdì sera la preziosa biblioteca di Metz, capoluogo del dipartimento della Mosella. Il sindaco, François Grosdidier, ha scritto sui social: «I vigili del fuoco, vittime di colpi di mortaio, non sono stati in grado di intervenire. La polizia nazionale non poteva affiancarsi alla polizia municipale per garantire la protezione dei pompieri».La cronaca di ieri riportava scontri ovunque. A Grenoble, centinaia di giovani incappucciati sono riusciti a svaligiare molti negozi del centro cittadino, anche di abbigliamento e di telefonia mobile, a riprova che la morte di Nahel è solo un pretesto per abbandonarsi a violenze gratuite. A Mulhouse, in Alsazia, molotov e colpi di mortaio sono stati lanciati contro la polizia e contro il garage della polizia municipale.Il sindaco di Saint-Étienne, Gaël Perdriau, sabato ha istituito un coprifuoco per i minori non accompagnati da un adulto, in vigore dalle 19 alle 6 di oggi, e interrotto da ieri alle 14 il servizio di trasporto pubblico. Ai commercianti, aveva raccomandato di chiudere i locali già sabato pomeriggio. In Ile-France, autobus e tram hanno smesso di prestare servizio ieri era alle 21 per garantire «l’incolumità di agenti e viaggiatori». Anche la prefettura del Basso Reno e il municipio di Strasburgo hanno invitato a chiudere già da ieri pomeriggio le attività commerciali, con i trasporti pubblici fermi dalle 13. Un bilancio, dei danni provocati in Francia da martedì, è stato fatto dal ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che ha elencato almeno una decina di centri commerciali, 200 grandi rivenditori, 250 tabaccherie, 250 sportelli bancari oltre a numerosi punti vendita di moda, abbigliamento sportivo e fast food che sono stati saccheggiati o incendiati.In risposta ai danni subìti da molte imprese, il ministro ha chiesto agli assicuratori di ridurre le franchigie, di risarcire rapidamente le vittime e ha annunciato «il rinvio del pagamento degli oneri previdenziali e fiscali», per i commercianti colpiti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-rivolta-banlieue-2662148543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fifa-blu-di-macron-viaggio-annullato" data-post-id="2662148543" data-published-at="1688253518" data-use-pagination="False"> Fifa blu di Macron: viaggio annullato Ieri, presso la grande moschea Ibn Badis a Nanterre, si sono svolte le esequie di Nahel, il diciassettenne di origini magrebine, la cui morte ha scatenato le violente rivolte delle banlieue transalpine. Rivolte che non accennano a placarsi e hanno riaperto il dibattito sul fallimento del modello multiculturale, tenacemente sostenuto per decenni dai governi di Parigi. La situazione è grave e già iniziano a girare gli spettri delle rivolte del 2005. Sarà per questo che Emmanuel Macron, per seguire da vicino gli sviluppi della vicenda, ha rimandato a martedì una visita di Stato in Germania, che era prevista per stasera. Sempre nella giornata di sabato, inoltre, si è riunita l’unità di crisi (Cic) che, come ha dichiarato il primo ministro Elisabeth Borne, rimarrà operativa finché l’ordine pubblico non sarà definitivamente ristabilito. Tuttavia, lo stato d’emergenza nazionale non è ancora all’ordine del giorno, mentre le autorità di Marsiglia e Lione, città pesantemente colpite dalle violenze, hanno escluso l’istituzione di coprifuoco localizzati. Nel frattempo, la politica transalpina continua a interrogarsi sulle cause della rivolta e sulle possibili soluzioni. In tal senso, il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È la Repubblica che vincerà», ha affermato il ministro macroniano durante una visita ai poliziotti e ai gendarmi nella banlieue parigina, a Mantes-la-Jolie. «Non confondo le poche migliaia di delinquenti con la stragrande maggioranza dei nostri connazionali che vivono nei quartieri popolari», ha aggiunto Darmanin. Insomma, il solito appello a non generalizzare, che abbiamo sentito ormai troppe volte. Peraltro, da non dimenticare che era stato proprio il ministro dell’Interno transalpino, un paio di mesi fa, a provocare una crisi diplomatica tra Italia e Francia, dichiarando che Giorgia Meloni non sarebbe in grado di gestire l’immigrazione. Rilette oggi, quelle dichiarazioni fanno quasi tenerezza. Anche Macron però, dopo l’improvvida partecipazione al concerto di Elton John mentre la Francia bruciava, alla fine è sceso in campo in prima persona. Appreso che un terzo dei rivoltosi è composto da giovanissimi, il capo dell’Eliseo ha lanciato un appello ai genitori dei manifestanti, richiamandosi «al senso di responsabilità dei padri e delle madri di famiglia» per trattenere i figli in casa. Macron si è rivolto anche ai gestori di social network come Snapchat e TikTok: il presidente si aspetta «spirito di responsabilità da queste piattaforme» e ha chiesto loro di rimuovere i contenuti che aizzano ai saccheggi e alla sommossa nelle strade. «Nessuno pensi che dietro questi social ci sia l’impunità», ha commentato, con toni ben più duri, Eric Dupont-Moretti, il ministro della Giustizia. Mentre il governo fa fatica a gestire una situazione che sta sfuggendo di mano, i partiti continuano a polemizzare sulle responsabilità politiche della vicenda. Le forze di destra (Rassemblement national, Républicains e Reconquête), che non cessano di invocare lo stato d’emergenza, hanno accusato la sinistra di fomentare e giustificare le rivolte. Il bersaglio è soprattutto Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi): «Non abbandoneremo la Repubblica francese agli istigatori della guerra civile che prendono a pretesto una tragedia per gettare il caos nelle nostre strade», ha dichiarato Éric Ciotti, presidente dei repubblicani. Gli ha fatto eco Marine Le Pen, che ha addossato agli esponenti di Lfi «una responsabilità indelebile di fronte alla nazione e alla storia, anche quando saranno travolti dall’insensato movimento di violenza che hanno incoraggiato, anzi iniziato». Da parte sua, Mélenchon ha parlato di «farneticazioni» contro il suo partito e, anzi, ha rilanciato, sostenendo che «l’escalation della sicurezza porterà al disastro. Bisogna invece ascoltare le domande del popolo. Rispettarle. Dare alle persone giustizia e non parlare soltanto di emergenza». Parole che, però, hanno finito per stizzire persino i suoi alleati della coalizione Nupes. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha ribadito di trovarsi «in profondo disaccordo» con lui, mentre Fabien Roussel, leader del Partito comunista francese, ha tagliato corto: «Quando si è di sinistra, si difendono i servizi pubblici, non il loro saccheggio». Infine, ha suscitato indignazione - e una bordata di fischi social - anche l’uscita di Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi: «E se il saccheggio avesse a che fare con la povertà e l’emarginazione? Non è forse il caso di analizzare la questione da un punto di vista politico e non solo securitario?». Le reazioni al suo «cinguettio» sono state durissime, anche da parte della maggioranza, che ha derubricato le sue parole a «un brutto scherzo». Peccato solo che lei fosse terribilmente seria.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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