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2023-07-02
Le banlieue si armano fino ai denti. Oltre a razziare, sparano ai poliziotti
(Ansa)
Nonostante il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, l’avesse definita una notte segnata da «violenze di minore intensità», in Francia quella tra venerdì e sabato è stata un’escalation di assalti, saccheggi e ferimenti delle forze dell’ordine. Il bilancio, infatti, è stato di 1.311 persone arrestate, rispetto alle 875 della notte precedente, 79 poliziotti e gendarmi feriti. Il 30% dei rivoltosi arrestati sono minorenni, ha fatto sapere il ministro della Giustizia, Éric Dupond-Moretti, confermando le impressioni registrate da polizia e da diversi testimoni di una grande presenza di giovanissimi tra i manifestanti.
Con la scusa di voler vendicare l’uccisione del diciasettenne Nahel a Nanterre (ieri i funerali in moschea sono stati interdetti ai giornalisti) hanno bruciato quasi 2.000 veicoli, e dato alle fiamme o vandalizzato 234 edifici. Venerdì sera, ospite della prima rete francese TF1, il ministro dell’Interno aveva annunciato: «Saranno 45.000 i poliziotti mobilitati sul campo», 5.000 in più rispetto al giorno precedente.
I «mezzi eccezionali» promessi non sono bastati, la violenza ha continuato a divampare ovunque. Lione e Marsiglia sono state le due città più colpite e dal ministero ieri sono arrivati rinforzi speciali. Il sindaco di Lione, Grégory Doucet, aveva chiesto l’immediato invio di più uomini e mezzi dopo disordini e violenze «senza precedenti». Saccheggi durati ore, compiuti da «decine di giovani che si muovevano a piedi, in bicicletta o in motorino», automezzi bruciati mentre le forze dell’ordine erano in numero «insufficiente» e perciò «sopraffatte».
Nella notte tra venerdì e sabato sono stati segnalati «danni in tutti i quartieri», e persone hanno sparato con fucili d’assalto in stile Kalashnikov, secondo diversi video fatti circolare sui social. La furia si è riversata sulla polizia, con 35 agenti rimasti feriti. A Vaulx-en-Velin, alla periferia del capoluogo della Regione Rodano-Alpi, poliziotti sono stati presi di mira con fucilate e sette di loro sono stati colpiti. Doucet ha deciso la chiusura anticipata del festival Entre Rhône et Saône, nonché l’annullamento del banchetto previsto ieri a Lione da metà pomeriggio sul ponte della Guillotière.
Tutte le manifestazioni sono nuovamente vietate a Marsiglia fino a questa mattina alle 7, dopo gli scontri e il saccheggio di molte attività commerciali che hanno portato all’arresto di 95 persone, con 31 poliziotti feriti. Da un’armeria sono stati rubati fucili e pistole. I mezzi pubblici si sono fermati sabato alle 18 e nella città, dopo le pressanti richieste del sindaco, come a Lione sono arrivati i rinforzi del Crs 8, il corpo di polizia con funzioni antisommossa urbana, altri mezzi blindati e due elicotteri. Agli abitanti è stato chiesto di non portare fuori casa la spazzatura e oggetti ingombranti, che possono essere pretesto per nuovi roghi e violenze.
Grandi tensioni si sono registrate a Nîmes, con veicoli bruciati e telecamere distrutte. Alcuni individui sono riusciti a entrare in un supermercato a Drancy e lo hanno devastato. Nove persone sono state arrestate dalla polizia di Nanterre mentre trasportavano una tanica e molotov. A Bondy, è stato assaltato un negozio di ferramenta. A Persan, una trentina di chilometri da Parigi, venerdì sera sono stati incendiati il municipio e la stazione di polizia. A Colombes (Hauts-de-Seine), rivoltosi hanno ostruito la strada con un furgone in fiamme per rallentare il movimento della polizia e gli agenti sono stati bersagliati da colpi di mortaio. Bruciata e distrutta venerdì sera la preziosa biblioteca di Metz, capoluogo del dipartimento della Mosella. Il sindaco, François Grosdidier, ha scritto sui social: «I vigili del fuoco, vittime di colpi di mortaio, non sono stati in grado di intervenire. La polizia nazionale non poteva affiancarsi alla polizia municipale per garantire la protezione dei pompieri».
La cronaca di ieri riportava scontri ovunque. A Grenoble, centinaia di giovani incappucciati sono riusciti a svaligiare molti negozi del centro cittadino, anche di abbigliamento e di telefonia mobile, a riprova che la morte di Nahel è solo un pretesto per abbandonarsi a violenze gratuite. A Mulhouse, in Alsazia, molotov e colpi di mortaio sono stati lanciati contro la polizia e contro il garage della polizia municipale.
Il sindaco di Saint-Étienne, Gaël Perdriau, sabato ha istituito un coprifuoco per i minori non accompagnati da un adulto, in vigore dalle 19 alle 6 di oggi, e interrotto da ieri alle 14 il servizio di trasporto pubblico. Ai commercianti, aveva raccomandato di chiudere i locali già sabato pomeriggio. In Ile-France, autobus e tram hanno smesso di prestare servizio ieri era alle 21 per garantire «l’incolumità di agenti e viaggiatori». Anche la prefettura del Basso Reno e il municipio di Strasburgo hanno invitato a chiudere già da ieri pomeriggio le attività commerciali, con i trasporti pubblici fermi dalle 13. Un bilancio, dei danni provocati in Francia da martedì, è stato fatto dal ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che ha elencato almeno una decina di centri commerciali, 200 grandi rivenditori, 250 tabaccherie, 250 sportelli bancari oltre a numerosi punti vendita di moda, abbigliamento sportivo e fast food che sono stati saccheggiati o incendiati.
In risposta ai danni subìti da molte imprese, il ministro ha chiesto agli assicuratori di ridurre le franchigie, di risarcire rapidamente le vittime e ha annunciato «il rinvio del pagamento degli oneri previdenziali e fiscali», per i commercianti colpiti.
Fifa blu di Macron: viaggio annullato
Ieri, presso la grande moschea Ibn Badis a Nanterre, si sono svolte le esequie di Nahel, il diciassettenne di origini magrebine, la cui morte ha scatenato le violente rivolte delle banlieue transalpine. Rivolte che non accennano a placarsi e hanno riaperto il dibattito sul fallimento del modello multiculturale, tenacemente sostenuto per decenni dai governi di Parigi.
La situazione è grave e già iniziano a girare gli spettri delle rivolte del 2005. Sarà per questo che Emmanuel Macron, per seguire da vicino gli sviluppi della vicenda, ha rimandato a martedì una visita di Stato in Germania, che era prevista per stasera. Sempre nella giornata di sabato, inoltre, si è riunita l’unità di crisi (Cic) che, come ha dichiarato il primo ministro Elisabeth Borne, rimarrà operativa finché l’ordine pubblico non sarà definitivamente ristabilito. Tuttavia, lo stato d’emergenza nazionale non è ancora all’ordine del giorno, mentre le autorità di Marsiglia e Lione, città pesantemente colpite dalle violenze, hanno escluso l’istituzione di coprifuoco localizzati.
Nel frattempo, la politica transalpina continua a interrogarsi sulle cause della rivolta e sulle possibili soluzioni. In tal senso, il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È la Repubblica che vincerà», ha affermato il ministro macroniano durante una visita ai poliziotti e ai gendarmi nella banlieue parigina, a Mantes-la-Jolie. «Non confondo le poche migliaia di delinquenti con la stragrande maggioranza dei nostri connazionali che vivono nei quartieri popolari», ha aggiunto Darmanin. Insomma, il solito appello a non generalizzare, che abbiamo sentito ormai troppe volte. Peraltro, da non dimenticare che era stato proprio il ministro dell’Interno transalpino, un paio di mesi fa, a provocare una crisi diplomatica tra Italia e Francia, dichiarando che Giorgia Meloni non sarebbe in grado di gestire l’immigrazione. Rilette oggi, quelle dichiarazioni fanno quasi tenerezza.
Anche Macron però, dopo l’improvvida partecipazione al concerto di Elton John mentre la Francia bruciava, alla fine è sceso in campo in prima persona. Appreso che un terzo dei rivoltosi è composto da giovanissimi, il capo dell’Eliseo ha lanciato un appello ai genitori dei manifestanti, richiamandosi «al senso di responsabilità dei padri e delle madri di famiglia» per trattenere i figli in casa. Macron si è rivolto anche ai gestori di social network come Snapchat e TikTok: il presidente si aspetta «spirito di responsabilità da queste piattaforme» e ha chiesto loro di rimuovere i contenuti che aizzano ai saccheggi e alla sommossa nelle strade. «Nessuno pensi che dietro questi social ci sia l’impunità», ha commentato, con toni ben più duri, Eric Dupont-Moretti, il ministro della Giustizia.
Mentre il governo fa fatica a gestire una situazione che sta sfuggendo di mano, i partiti continuano a polemizzare sulle responsabilità politiche della vicenda. Le forze di destra (Rassemblement national, Républicains e Reconquête), che non cessano di invocare lo stato d’emergenza, hanno accusato la sinistra di fomentare e giustificare le rivolte. Il bersaglio è soprattutto Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi): «Non abbandoneremo la Repubblica francese agli istigatori della guerra civile che prendono a pretesto una tragedia per gettare il caos nelle nostre strade», ha dichiarato Éric Ciotti, presidente dei repubblicani. Gli ha fatto eco Marine Le Pen, che ha addossato agli esponenti di Lfi «una responsabilità indelebile di fronte alla nazione e alla storia, anche quando saranno travolti dall’insensato movimento di violenza che hanno incoraggiato, anzi iniziato».
Da parte sua, Mélenchon ha parlato di «farneticazioni» contro il suo partito e, anzi, ha rilanciato, sostenendo che «l’escalation della sicurezza porterà al disastro. Bisogna invece ascoltare le domande del popolo. Rispettarle. Dare alle persone giustizia e non parlare soltanto di emergenza». Parole che, però, hanno finito per stizzire persino i suoi alleati della coalizione Nupes. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha ribadito di trovarsi «in profondo disaccordo» con lui, mentre Fabien Roussel, leader del Partito comunista francese, ha tagliato corto: «Quando si è di sinistra, si difendono i servizi pubblici, non il loro saccheggio».
Infine, ha suscitato indignazione - e una bordata di fischi social - anche l’uscita di Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi: «E se il saccheggio avesse a che fare con la povertà e l’emarginazione? Non è forse il caso di analizzare la questione da un punto di vista politico e non solo securitario?». Le reazioni al suo «cinguettio» sono state durissime, anche da parte della maggioranza, che ha derubricato le sue parole a «un brutto scherzo». Peccato solo che lei fosse terribilmente seria.
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Nei video sui social spopolano ragazzini che imbracciano Ak-47. Commando su uno scooter ferisce 7 agenti. E mentre Darmanin fa finta di nulla, i sindaci chiedono aiuto. In campo le forze speciali a Lione e Marsiglia.Il presidente Macron, dopo la gaffe del concerto, cancella la visita di Stato prevista per oggi in Germania. Il 30% dei rivoltosi è minorenne: «Genitori, tenete i vostri figli in casa».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, l’avesse definita una notte segnata da «violenze di minore intensità», in Francia quella tra venerdì e sabato è stata un’escalation di assalti, saccheggi e ferimenti delle forze dell’ordine. Il bilancio, infatti, è stato di 1.311 persone arrestate, rispetto alle 875 della notte precedente, 79 poliziotti e gendarmi feriti. Il 30% dei rivoltosi arrestati sono minorenni, ha fatto sapere il ministro della Giustizia, Éric Dupond-Moretti, confermando le impressioni registrate da polizia e da diversi testimoni di una grande presenza di giovanissimi tra i manifestanti.Con la scusa di voler vendicare l’uccisione del diciasettenne Nahel a Nanterre (ieri i funerali in moschea sono stati interdetti ai giornalisti) hanno bruciato quasi 2.000 veicoli, e dato alle fiamme o vandalizzato 234 edifici. Venerdì sera, ospite della prima rete francese TF1, il ministro dell’Interno aveva annunciato: «Saranno 45.000 i poliziotti mobilitati sul campo», 5.000 in più rispetto al giorno precedente. I «mezzi eccezionali» promessi non sono bastati, la violenza ha continuato a divampare ovunque. Lione e Marsiglia sono state le due città più colpite e dal ministero ieri sono arrivati rinforzi speciali. Il sindaco di Lione, Grégory Doucet, aveva chiesto l’immediato invio di più uomini e mezzi dopo disordini e violenze «senza precedenti». Saccheggi durati ore, compiuti da «decine di giovani che si muovevano a piedi, in bicicletta o in motorino», automezzi bruciati mentre le forze dell’ordine erano in numero «insufficiente» e perciò «sopraffatte».Nella notte tra venerdì e sabato sono stati segnalati «danni in tutti i quartieri», e persone hanno sparato con fucili d’assalto in stile Kalashnikov, secondo diversi video fatti circolare sui social. La furia si è riversata sulla polizia, con 35 agenti rimasti feriti. A Vaulx-en-Velin, alla periferia del capoluogo della Regione Rodano-Alpi, poliziotti sono stati presi di mira con fucilate e sette di loro sono stati colpiti. Doucet ha deciso la chiusura anticipata del festival Entre Rhône et Saône, nonché l’annullamento del banchetto previsto ieri a Lione da metà pomeriggio sul ponte della Guillotière.Tutte le manifestazioni sono nuovamente vietate a Marsiglia fino a questa mattina alle 7, dopo gli scontri e il saccheggio di molte attività commerciali che hanno portato all’arresto di 95 persone, con 31 poliziotti feriti. Da un’armeria sono stati rubati fucili e pistole. I mezzi pubblici si sono fermati sabato alle 18 e nella città, dopo le pressanti richieste del sindaco, come a Lione sono arrivati i rinforzi del Crs 8, il corpo di polizia con funzioni antisommossa urbana, altri mezzi blindati e due elicotteri. Agli abitanti è stato chiesto di non portare fuori casa la spazzatura e oggetti ingombranti, che possono essere pretesto per nuovi roghi e violenze.Grandi tensioni si sono registrate a Nîmes, con veicoli bruciati e telecamere distrutte. Alcuni individui sono riusciti a entrare in un supermercato a Drancy e lo hanno devastato. Nove persone sono state arrestate dalla polizia di Nanterre mentre trasportavano una tanica e molotov. A Bondy, è stato assaltato un negozio di ferramenta. A Persan, una trentina di chilometri da Parigi, venerdì sera sono stati incendiati il municipio e la stazione di polizia. A Colombes (Hauts-de-Seine), rivoltosi hanno ostruito la strada con un furgone in fiamme per rallentare il movimento della polizia e gli agenti sono stati bersagliati da colpi di mortaio. Bruciata e distrutta venerdì sera la preziosa biblioteca di Metz, capoluogo del dipartimento della Mosella. Il sindaco, François Grosdidier, ha scritto sui social: «I vigili del fuoco, vittime di colpi di mortaio, non sono stati in grado di intervenire. La polizia nazionale non poteva affiancarsi alla polizia municipale per garantire la protezione dei pompieri».La cronaca di ieri riportava scontri ovunque. A Grenoble, centinaia di giovani incappucciati sono riusciti a svaligiare molti negozi del centro cittadino, anche di abbigliamento e di telefonia mobile, a riprova che la morte di Nahel è solo un pretesto per abbandonarsi a violenze gratuite. A Mulhouse, in Alsazia, molotov e colpi di mortaio sono stati lanciati contro la polizia e contro il garage della polizia municipale.Il sindaco di Saint-Étienne, Gaël Perdriau, sabato ha istituito un coprifuoco per i minori non accompagnati da un adulto, in vigore dalle 19 alle 6 di oggi, e interrotto da ieri alle 14 il servizio di trasporto pubblico. Ai commercianti, aveva raccomandato di chiudere i locali già sabato pomeriggio. In Ile-France, autobus e tram hanno smesso di prestare servizio ieri era alle 21 per garantire «l’incolumità di agenti e viaggiatori». Anche la prefettura del Basso Reno e il municipio di Strasburgo hanno invitato a chiudere già da ieri pomeriggio le attività commerciali, con i trasporti pubblici fermi dalle 13. Un bilancio, dei danni provocati in Francia da martedì, è stato fatto dal ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che ha elencato almeno una decina di centri commerciali, 200 grandi rivenditori, 250 tabaccherie, 250 sportelli bancari oltre a numerosi punti vendita di moda, abbigliamento sportivo e fast food che sono stati saccheggiati o incendiati.In risposta ai danni subìti da molte imprese, il ministro ha chiesto agli assicuratori di ridurre le franchigie, di risarcire rapidamente le vittime e ha annunciato «il rinvio del pagamento degli oneri previdenziali e fiscali», per i commercianti colpiti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-rivolta-banlieue-2662148543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fifa-blu-di-macron-viaggio-annullato" data-post-id="2662148543" data-published-at="1688253518" data-use-pagination="False"> Fifa blu di Macron: viaggio annullato Ieri, presso la grande moschea Ibn Badis a Nanterre, si sono svolte le esequie di Nahel, il diciassettenne di origini magrebine, la cui morte ha scatenato le violente rivolte delle banlieue transalpine. Rivolte che non accennano a placarsi e hanno riaperto il dibattito sul fallimento del modello multiculturale, tenacemente sostenuto per decenni dai governi di Parigi. La situazione è grave e già iniziano a girare gli spettri delle rivolte del 2005. Sarà per questo che Emmanuel Macron, per seguire da vicino gli sviluppi della vicenda, ha rimandato a martedì una visita di Stato in Germania, che era prevista per stasera. Sempre nella giornata di sabato, inoltre, si è riunita l’unità di crisi (Cic) che, come ha dichiarato il primo ministro Elisabeth Borne, rimarrà operativa finché l’ordine pubblico non sarà definitivamente ristabilito. Tuttavia, lo stato d’emergenza nazionale non è ancora all’ordine del giorno, mentre le autorità di Marsiglia e Lione, città pesantemente colpite dalle violenze, hanno escluso l’istituzione di coprifuoco localizzati. Nel frattempo, la politica transalpina continua a interrogarsi sulle cause della rivolta e sulle possibili soluzioni. In tal senso, il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È la Repubblica che vincerà», ha affermato il ministro macroniano durante una visita ai poliziotti e ai gendarmi nella banlieue parigina, a Mantes-la-Jolie. «Non confondo le poche migliaia di delinquenti con la stragrande maggioranza dei nostri connazionali che vivono nei quartieri popolari», ha aggiunto Darmanin. Insomma, il solito appello a non generalizzare, che abbiamo sentito ormai troppe volte. Peraltro, da non dimenticare che era stato proprio il ministro dell’Interno transalpino, un paio di mesi fa, a provocare una crisi diplomatica tra Italia e Francia, dichiarando che Giorgia Meloni non sarebbe in grado di gestire l’immigrazione. Rilette oggi, quelle dichiarazioni fanno quasi tenerezza. Anche Macron però, dopo l’improvvida partecipazione al concerto di Elton John mentre la Francia bruciava, alla fine è sceso in campo in prima persona. Appreso che un terzo dei rivoltosi è composto da giovanissimi, il capo dell’Eliseo ha lanciato un appello ai genitori dei manifestanti, richiamandosi «al senso di responsabilità dei padri e delle madri di famiglia» per trattenere i figli in casa. Macron si è rivolto anche ai gestori di social network come Snapchat e TikTok: il presidente si aspetta «spirito di responsabilità da queste piattaforme» e ha chiesto loro di rimuovere i contenuti che aizzano ai saccheggi e alla sommossa nelle strade. «Nessuno pensi che dietro questi social ci sia l’impunità», ha commentato, con toni ben più duri, Eric Dupont-Moretti, il ministro della Giustizia. Mentre il governo fa fatica a gestire una situazione che sta sfuggendo di mano, i partiti continuano a polemizzare sulle responsabilità politiche della vicenda. Le forze di destra (Rassemblement national, Républicains e Reconquête), che non cessano di invocare lo stato d’emergenza, hanno accusato la sinistra di fomentare e giustificare le rivolte. Il bersaglio è soprattutto Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi): «Non abbandoneremo la Repubblica francese agli istigatori della guerra civile che prendono a pretesto una tragedia per gettare il caos nelle nostre strade», ha dichiarato Éric Ciotti, presidente dei repubblicani. Gli ha fatto eco Marine Le Pen, che ha addossato agli esponenti di Lfi «una responsabilità indelebile di fronte alla nazione e alla storia, anche quando saranno travolti dall’insensato movimento di violenza che hanno incoraggiato, anzi iniziato». Da parte sua, Mélenchon ha parlato di «farneticazioni» contro il suo partito e, anzi, ha rilanciato, sostenendo che «l’escalation della sicurezza porterà al disastro. Bisogna invece ascoltare le domande del popolo. Rispettarle. Dare alle persone giustizia e non parlare soltanto di emergenza». Parole che, però, hanno finito per stizzire persino i suoi alleati della coalizione Nupes. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha ribadito di trovarsi «in profondo disaccordo» con lui, mentre Fabien Roussel, leader del Partito comunista francese, ha tagliato corto: «Quando si è di sinistra, si difendono i servizi pubblici, non il loro saccheggio». Infine, ha suscitato indignazione - e una bordata di fischi social - anche l’uscita di Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi: «E se il saccheggio avesse a che fare con la povertà e l’emarginazione? Non è forse il caso di analizzare la questione da un punto di vista politico e non solo securitario?». Le reazioni al suo «cinguettio» sono state durissime, anche da parte della maggioranza, che ha derubricato le sue parole a «un brutto scherzo». Peccato solo che lei fosse terribilmente seria.
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Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.
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Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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Il fumo si alza dal porto di La Guaira dopo che a Caracas, in Venezuela, sono state udite esplosioni e aerei a bassa quota (Getty Images)
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
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