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2023-07-02
Le banlieue si armano fino ai denti. Oltre a razziare, sparano ai poliziotti
(Ansa)
Nonostante il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, l’avesse definita una notte segnata da «violenze di minore intensità», in Francia quella tra venerdì e sabato è stata un’escalation di assalti, saccheggi e ferimenti delle forze dell’ordine. Il bilancio, infatti, è stato di 1.311 persone arrestate, rispetto alle 875 della notte precedente, 79 poliziotti e gendarmi feriti. Il 30% dei rivoltosi arrestati sono minorenni, ha fatto sapere il ministro della Giustizia, Éric Dupond-Moretti, confermando le impressioni registrate da polizia e da diversi testimoni di una grande presenza di giovanissimi tra i manifestanti.
Con la scusa di voler vendicare l’uccisione del diciasettenne Nahel a Nanterre (ieri i funerali in moschea sono stati interdetti ai giornalisti) hanno bruciato quasi 2.000 veicoli, e dato alle fiamme o vandalizzato 234 edifici. Venerdì sera, ospite della prima rete francese TF1, il ministro dell’Interno aveva annunciato: «Saranno 45.000 i poliziotti mobilitati sul campo», 5.000 in più rispetto al giorno precedente.
I «mezzi eccezionali» promessi non sono bastati, la violenza ha continuato a divampare ovunque. Lione e Marsiglia sono state le due città più colpite e dal ministero ieri sono arrivati rinforzi speciali. Il sindaco di Lione, Grégory Doucet, aveva chiesto l’immediato invio di più uomini e mezzi dopo disordini e violenze «senza precedenti». Saccheggi durati ore, compiuti da «decine di giovani che si muovevano a piedi, in bicicletta o in motorino», automezzi bruciati mentre le forze dell’ordine erano in numero «insufficiente» e perciò «sopraffatte».
Nella notte tra venerdì e sabato sono stati segnalati «danni in tutti i quartieri», e persone hanno sparato con fucili d’assalto in stile Kalashnikov, secondo diversi video fatti circolare sui social. La furia si è riversata sulla polizia, con 35 agenti rimasti feriti. A Vaulx-en-Velin, alla periferia del capoluogo della Regione Rodano-Alpi, poliziotti sono stati presi di mira con fucilate e sette di loro sono stati colpiti. Doucet ha deciso la chiusura anticipata del festival Entre Rhône et Saône, nonché l’annullamento del banchetto previsto ieri a Lione da metà pomeriggio sul ponte della Guillotière.
Tutte le manifestazioni sono nuovamente vietate a Marsiglia fino a questa mattina alle 7, dopo gli scontri e il saccheggio di molte attività commerciali che hanno portato all’arresto di 95 persone, con 31 poliziotti feriti. Da un’armeria sono stati rubati fucili e pistole. I mezzi pubblici si sono fermati sabato alle 18 e nella città, dopo le pressanti richieste del sindaco, come a Lione sono arrivati i rinforzi del Crs 8, il corpo di polizia con funzioni antisommossa urbana, altri mezzi blindati e due elicotteri. Agli abitanti è stato chiesto di non portare fuori casa la spazzatura e oggetti ingombranti, che possono essere pretesto per nuovi roghi e violenze.
Grandi tensioni si sono registrate a Nîmes, con veicoli bruciati e telecamere distrutte. Alcuni individui sono riusciti a entrare in un supermercato a Drancy e lo hanno devastato. Nove persone sono state arrestate dalla polizia di Nanterre mentre trasportavano una tanica e molotov. A Bondy, è stato assaltato un negozio di ferramenta. A Persan, una trentina di chilometri da Parigi, venerdì sera sono stati incendiati il municipio e la stazione di polizia. A Colombes (Hauts-de-Seine), rivoltosi hanno ostruito la strada con un furgone in fiamme per rallentare il movimento della polizia e gli agenti sono stati bersagliati da colpi di mortaio. Bruciata e distrutta venerdì sera la preziosa biblioteca di Metz, capoluogo del dipartimento della Mosella. Il sindaco, François Grosdidier, ha scritto sui social: «I vigili del fuoco, vittime di colpi di mortaio, non sono stati in grado di intervenire. La polizia nazionale non poteva affiancarsi alla polizia municipale per garantire la protezione dei pompieri».
La cronaca di ieri riportava scontri ovunque. A Grenoble, centinaia di giovani incappucciati sono riusciti a svaligiare molti negozi del centro cittadino, anche di abbigliamento e di telefonia mobile, a riprova che la morte di Nahel è solo un pretesto per abbandonarsi a violenze gratuite. A Mulhouse, in Alsazia, molotov e colpi di mortaio sono stati lanciati contro la polizia e contro il garage della polizia municipale.
Il sindaco di Saint-Étienne, Gaël Perdriau, sabato ha istituito un coprifuoco per i minori non accompagnati da un adulto, in vigore dalle 19 alle 6 di oggi, e interrotto da ieri alle 14 il servizio di trasporto pubblico. Ai commercianti, aveva raccomandato di chiudere i locali già sabato pomeriggio. In Ile-France, autobus e tram hanno smesso di prestare servizio ieri era alle 21 per garantire «l’incolumità di agenti e viaggiatori». Anche la prefettura del Basso Reno e il municipio di Strasburgo hanno invitato a chiudere già da ieri pomeriggio le attività commerciali, con i trasporti pubblici fermi dalle 13. Un bilancio, dei danni provocati in Francia da martedì, è stato fatto dal ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che ha elencato almeno una decina di centri commerciali, 200 grandi rivenditori, 250 tabaccherie, 250 sportelli bancari oltre a numerosi punti vendita di moda, abbigliamento sportivo e fast food che sono stati saccheggiati o incendiati.
In risposta ai danni subìti da molte imprese, il ministro ha chiesto agli assicuratori di ridurre le franchigie, di risarcire rapidamente le vittime e ha annunciato «il rinvio del pagamento degli oneri previdenziali e fiscali», per i commercianti colpiti.
Fifa blu di Macron: viaggio annullato
Ieri, presso la grande moschea Ibn Badis a Nanterre, si sono svolte le esequie di Nahel, il diciassettenne di origini magrebine, la cui morte ha scatenato le violente rivolte delle banlieue transalpine. Rivolte che non accennano a placarsi e hanno riaperto il dibattito sul fallimento del modello multiculturale, tenacemente sostenuto per decenni dai governi di Parigi.
La situazione è grave e già iniziano a girare gli spettri delle rivolte del 2005. Sarà per questo che Emmanuel Macron, per seguire da vicino gli sviluppi della vicenda, ha rimandato a martedì una visita di Stato in Germania, che era prevista per stasera. Sempre nella giornata di sabato, inoltre, si è riunita l’unità di crisi (Cic) che, come ha dichiarato il primo ministro Elisabeth Borne, rimarrà operativa finché l’ordine pubblico non sarà definitivamente ristabilito. Tuttavia, lo stato d’emergenza nazionale non è ancora all’ordine del giorno, mentre le autorità di Marsiglia e Lione, città pesantemente colpite dalle violenze, hanno escluso l’istituzione di coprifuoco localizzati.
Nel frattempo, la politica transalpina continua a interrogarsi sulle cause della rivolta e sulle possibili soluzioni. In tal senso, il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È la Repubblica che vincerà», ha affermato il ministro macroniano durante una visita ai poliziotti e ai gendarmi nella banlieue parigina, a Mantes-la-Jolie. «Non confondo le poche migliaia di delinquenti con la stragrande maggioranza dei nostri connazionali che vivono nei quartieri popolari», ha aggiunto Darmanin. Insomma, il solito appello a non generalizzare, che abbiamo sentito ormai troppe volte. Peraltro, da non dimenticare che era stato proprio il ministro dell’Interno transalpino, un paio di mesi fa, a provocare una crisi diplomatica tra Italia e Francia, dichiarando che Giorgia Meloni non sarebbe in grado di gestire l’immigrazione. Rilette oggi, quelle dichiarazioni fanno quasi tenerezza.
Anche Macron però, dopo l’improvvida partecipazione al concerto di Elton John mentre la Francia bruciava, alla fine è sceso in campo in prima persona. Appreso che un terzo dei rivoltosi è composto da giovanissimi, il capo dell’Eliseo ha lanciato un appello ai genitori dei manifestanti, richiamandosi «al senso di responsabilità dei padri e delle madri di famiglia» per trattenere i figli in casa. Macron si è rivolto anche ai gestori di social network come Snapchat e TikTok: il presidente si aspetta «spirito di responsabilità da queste piattaforme» e ha chiesto loro di rimuovere i contenuti che aizzano ai saccheggi e alla sommossa nelle strade. «Nessuno pensi che dietro questi social ci sia l’impunità», ha commentato, con toni ben più duri, Eric Dupont-Moretti, il ministro della Giustizia.
Mentre il governo fa fatica a gestire una situazione che sta sfuggendo di mano, i partiti continuano a polemizzare sulle responsabilità politiche della vicenda. Le forze di destra (Rassemblement national, Républicains e Reconquête), che non cessano di invocare lo stato d’emergenza, hanno accusato la sinistra di fomentare e giustificare le rivolte. Il bersaglio è soprattutto Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi): «Non abbandoneremo la Repubblica francese agli istigatori della guerra civile che prendono a pretesto una tragedia per gettare il caos nelle nostre strade», ha dichiarato Éric Ciotti, presidente dei repubblicani. Gli ha fatto eco Marine Le Pen, che ha addossato agli esponenti di Lfi «una responsabilità indelebile di fronte alla nazione e alla storia, anche quando saranno travolti dall’insensato movimento di violenza che hanno incoraggiato, anzi iniziato».
Da parte sua, Mélenchon ha parlato di «farneticazioni» contro il suo partito e, anzi, ha rilanciato, sostenendo che «l’escalation della sicurezza porterà al disastro. Bisogna invece ascoltare le domande del popolo. Rispettarle. Dare alle persone giustizia e non parlare soltanto di emergenza». Parole che, però, hanno finito per stizzire persino i suoi alleati della coalizione Nupes. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha ribadito di trovarsi «in profondo disaccordo» con lui, mentre Fabien Roussel, leader del Partito comunista francese, ha tagliato corto: «Quando si è di sinistra, si difendono i servizi pubblici, non il loro saccheggio».
Infine, ha suscitato indignazione - e una bordata di fischi social - anche l’uscita di Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi: «E se il saccheggio avesse a che fare con la povertà e l’emarginazione? Non è forse il caso di analizzare la questione da un punto di vista politico e non solo securitario?». Le reazioni al suo «cinguettio» sono state durissime, anche da parte della maggioranza, che ha derubricato le sue parole a «un brutto scherzo». Peccato solo che lei fosse terribilmente seria.
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Nei video sui social spopolano ragazzini che imbracciano Ak-47. Commando su uno scooter ferisce 7 agenti. E mentre Darmanin fa finta di nulla, i sindaci chiedono aiuto. In campo le forze speciali a Lione e Marsiglia.Il presidente Macron, dopo la gaffe del concerto, cancella la visita di Stato prevista per oggi in Germania. Il 30% dei rivoltosi è minorenne: «Genitori, tenete i vostri figli in casa».Lo speciale contiene due articoli.Nonostante il ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, l’avesse definita una notte segnata da «violenze di minore intensità», in Francia quella tra venerdì e sabato è stata un’escalation di assalti, saccheggi e ferimenti delle forze dell’ordine. Il bilancio, infatti, è stato di 1.311 persone arrestate, rispetto alle 875 della notte precedente, 79 poliziotti e gendarmi feriti. Il 30% dei rivoltosi arrestati sono minorenni, ha fatto sapere il ministro della Giustizia, Éric Dupond-Moretti, confermando le impressioni registrate da polizia e da diversi testimoni di una grande presenza di giovanissimi tra i manifestanti.Con la scusa di voler vendicare l’uccisione del diciasettenne Nahel a Nanterre (ieri i funerali in moschea sono stati interdetti ai giornalisti) hanno bruciato quasi 2.000 veicoli, e dato alle fiamme o vandalizzato 234 edifici. Venerdì sera, ospite della prima rete francese TF1, il ministro dell’Interno aveva annunciato: «Saranno 45.000 i poliziotti mobilitati sul campo», 5.000 in più rispetto al giorno precedente. I «mezzi eccezionali» promessi non sono bastati, la violenza ha continuato a divampare ovunque. Lione e Marsiglia sono state le due città più colpite e dal ministero ieri sono arrivati rinforzi speciali. Il sindaco di Lione, Grégory Doucet, aveva chiesto l’immediato invio di più uomini e mezzi dopo disordini e violenze «senza precedenti». Saccheggi durati ore, compiuti da «decine di giovani che si muovevano a piedi, in bicicletta o in motorino», automezzi bruciati mentre le forze dell’ordine erano in numero «insufficiente» e perciò «sopraffatte».Nella notte tra venerdì e sabato sono stati segnalati «danni in tutti i quartieri», e persone hanno sparato con fucili d’assalto in stile Kalashnikov, secondo diversi video fatti circolare sui social. La furia si è riversata sulla polizia, con 35 agenti rimasti feriti. A Vaulx-en-Velin, alla periferia del capoluogo della Regione Rodano-Alpi, poliziotti sono stati presi di mira con fucilate e sette di loro sono stati colpiti. Doucet ha deciso la chiusura anticipata del festival Entre Rhône et Saône, nonché l’annullamento del banchetto previsto ieri a Lione da metà pomeriggio sul ponte della Guillotière.Tutte le manifestazioni sono nuovamente vietate a Marsiglia fino a questa mattina alle 7, dopo gli scontri e il saccheggio di molte attività commerciali che hanno portato all’arresto di 95 persone, con 31 poliziotti feriti. Da un’armeria sono stati rubati fucili e pistole. I mezzi pubblici si sono fermati sabato alle 18 e nella città, dopo le pressanti richieste del sindaco, come a Lione sono arrivati i rinforzi del Crs 8, il corpo di polizia con funzioni antisommossa urbana, altri mezzi blindati e due elicotteri. Agli abitanti è stato chiesto di non portare fuori casa la spazzatura e oggetti ingombranti, che possono essere pretesto per nuovi roghi e violenze.Grandi tensioni si sono registrate a Nîmes, con veicoli bruciati e telecamere distrutte. Alcuni individui sono riusciti a entrare in un supermercato a Drancy e lo hanno devastato. Nove persone sono state arrestate dalla polizia di Nanterre mentre trasportavano una tanica e molotov. A Bondy, è stato assaltato un negozio di ferramenta. A Persan, una trentina di chilometri da Parigi, venerdì sera sono stati incendiati il municipio e la stazione di polizia. A Colombes (Hauts-de-Seine), rivoltosi hanno ostruito la strada con un furgone in fiamme per rallentare il movimento della polizia e gli agenti sono stati bersagliati da colpi di mortaio. Bruciata e distrutta venerdì sera la preziosa biblioteca di Metz, capoluogo del dipartimento della Mosella. Il sindaco, François Grosdidier, ha scritto sui social: «I vigili del fuoco, vittime di colpi di mortaio, non sono stati in grado di intervenire. La polizia nazionale non poteva affiancarsi alla polizia municipale per garantire la protezione dei pompieri».La cronaca di ieri riportava scontri ovunque. A Grenoble, centinaia di giovani incappucciati sono riusciti a svaligiare molti negozi del centro cittadino, anche di abbigliamento e di telefonia mobile, a riprova che la morte di Nahel è solo un pretesto per abbandonarsi a violenze gratuite. A Mulhouse, in Alsazia, molotov e colpi di mortaio sono stati lanciati contro la polizia e contro il garage della polizia municipale.Il sindaco di Saint-Étienne, Gaël Perdriau, sabato ha istituito un coprifuoco per i minori non accompagnati da un adulto, in vigore dalle 19 alle 6 di oggi, e interrotto da ieri alle 14 il servizio di trasporto pubblico. Ai commercianti, aveva raccomandato di chiudere i locali già sabato pomeriggio. In Ile-France, autobus e tram hanno smesso di prestare servizio ieri era alle 21 per garantire «l’incolumità di agenti e viaggiatori». Anche la prefettura del Basso Reno e il municipio di Strasburgo hanno invitato a chiudere già da ieri pomeriggio le attività commerciali, con i trasporti pubblici fermi dalle 13. Un bilancio, dei danni provocati in Francia da martedì, è stato fatto dal ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, che ha elencato almeno una decina di centri commerciali, 200 grandi rivenditori, 250 tabaccherie, 250 sportelli bancari oltre a numerosi punti vendita di moda, abbigliamento sportivo e fast food che sono stati saccheggiati o incendiati.In risposta ai danni subìti da molte imprese, il ministro ha chiesto agli assicuratori di ridurre le franchigie, di risarcire rapidamente le vittime e ha annunciato «il rinvio del pagamento degli oneri previdenziali e fiscali», per i commercianti colpiti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-rivolta-banlieue-2662148543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fifa-blu-di-macron-viaggio-annullato" data-post-id="2662148543" data-published-at="1688253518" data-use-pagination="False"> Fifa blu di Macron: viaggio annullato Ieri, presso la grande moschea Ibn Badis a Nanterre, si sono svolte le esequie di Nahel, il diciassettenne di origini magrebine, la cui morte ha scatenato le violente rivolte delle banlieue transalpine. Rivolte che non accennano a placarsi e hanno riaperto il dibattito sul fallimento del modello multiculturale, tenacemente sostenuto per decenni dai governi di Parigi. La situazione è grave e già iniziano a girare gli spettri delle rivolte del 2005. Sarà per questo che Emmanuel Macron, per seguire da vicino gli sviluppi della vicenda, ha rimandato a martedì una visita di Stato in Germania, che era prevista per stasera. Sempre nella giornata di sabato, inoltre, si è riunita l’unità di crisi (Cic) che, come ha dichiarato il primo ministro Elisabeth Borne, rimarrà operativa finché l’ordine pubblico non sarà definitivamente ristabilito. Tuttavia, lo stato d’emergenza nazionale non è ancora all’ordine del giorno, mentre le autorità di Marsiglia e Lione, città pesantemente colpite dalle violenze, hanno escluso l’istituzione di coprifuoco localizzati. Nel frattempo, la politica transalpina continua a interrogarsi sulle cause della rivolta e sulle possibili soluzioni. In tal senso, il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, ha provato a gettare acqua sul fuoco: «È la Repubblica che vincerà», ha affermato il ministro macroniano durante una visita ai poliziotti e ai gendarmi nella banlieue parigina, a Mantes-la-Jolie. «Non confondo le poche migliaia di delinquenti con la stragrande maggioranza dei nostri connazionali che vivono nei quartieri popolari», ha aggiunto Darmanin. Insomma, il solito appello a non generalizzare, che abbiamo sentito ormai troppe volte. Peraltro, da non dimenticare che era stato proprio il ministro dell’Interno transalpino, un paio di mesi fa, a provocare una crisi diplomatica tra Italia e Francia, dichiarando che Giorgia Meloni non sarebbe in grado di gestire l’immigrazione. Rilette oggi, quelle dichiarazioni fanno quasi tenerezza. Anche Macron però, dopo l’improvvida partecipazione al concerto di Elton John mentre la Francia bruciava, alla fine è sceso in campo in prima persona. Appreso che un terzo dei rivoltosi è composto da giovanissimi, il capo dell’Eliseo ha lanciato un appello ai genitori dei manifestanti, richiamandosi «al senso di responsabilità dei padri e delle madri di famiglia» per trattenere i figli in casa. Macron si è rivolto anche ai gestori di social network come Snapchat e TikTok: il presidente si aspetta «spirito di responsabilità da queste piattaforme» e ha chiesto loro di rimuovere i contenuti che aizzano ai saccheggi e alla sommossa nelle strade. «Nessuno pensi che dietro questi social ci sia l’impunità», ha commentato, con toni ben più duri, Eric Dupont-Moretti, il ministro della Giustizia. Mentre il governo fa fatica a gestire una situazione che sta sfuggendo di mano, i partiti continuano a polemizzare sulle responsabilità politiche della vicenda. Le forze di destra (Rassemblement national, Républicains e Reconquête), che non cessano di invocare lo stato d’emergenza, hanno accusato la sinistra di fomentare e giustificare le rivolte. Il bersaglio è soprattutto Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra La France insoumise (Lfi): «Non abbandoneremo la Repubblica francese agli istigatori della guerra civile che prendono a pretesto una tragedia per gettare il caos nelle nostre strade», ha dichiarato Éric Ciotti, presidente dei repubblicani. Gli ha fatto eco Marine Le Pen, che ha addossato agli esponenti di Lfi «una responsabilità indelebile di fronte alla nazione e alla storia, anche quando saranno travolti dall’insensato movimento di violenza che hanno incoraggiato, anzi iniziato». Da parte sua, Mélenchon ha parlato di «farneticazioni» contro il suo partito e, anzi, ha rilanciato, sostenendo che «l’escalation della sicurezza porterà al disastro. Bisogna invece ascoltare le domande del popolo. Rispettarle. Dare alle persone giustizia e non parlare soltanto di emergenza». Parole che, però, hanno finito per stizzire persino i suoi alleati della coalizione Nupes. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha ribadito di trovarsi «in profondo disaccordo» con lui, mentre Fabien Roussel, leader del Partito comunista francese, ha tagliato corto: «Quando si è di sinistra, si difendono i servizi pubblici, non il loro saccheggio». Infine, ha suscitato indignazione - e una bordata di fischi social - anche l’uscita di Sandrine Rousseau, esponente dei Verdi: «E se il saccheggio avesse a che fare con la povertà e l’emarginazione? Non è forse il caso di analizzare la questione da un punto di vista politico e non solo securitario?». Le reazioni al suo «cinguettio» sono state durissime, anche da parte della maggioranza, che ha derubricato le sue parole a «un brutto scherzo». Peccato solo che lei fosse terribilmente seria.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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