True
2022-06-21
La Francia gela i centristi d’assalto. Gli elettori sono stufi di tecno-ricette
No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron.
La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate.
Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza.
E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali.
Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale.
Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo.
Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio.
Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così
L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono.
Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen».
Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio.
Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti.
Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
Continua a leggereRiduci
La débâcle all’Assemblea nazionale di En marche è un avviso a chi tifa la «cosa draghiana». La gente alla fine si stanca del salvatore di turno che pretende di educarla. E alle urne sceglie chi promette di farla vivere meglio.Il Parlamento sarà un Vietnam. E mentre Marine Le Pen gode, la sinistra già si frantuma.Lo speciale contiene due articoli.No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron. La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate. Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza. E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali. Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale. Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo. Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-gela-centristi-elettori-stufi-2657537016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreti-sfiducie-o-aiuti-in-extremis-il-presidente-si-arrocchera-cosi" data-post-id="2657537016" data-published-at="1655780359" data-use-pagination="False"> Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono. Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen». Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio. Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti. Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
Continua a leggereRiduci
Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
Continua a leggereRiduci