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2022-06-21
La Francia gela i centristi d’assalto. Gli elettori sono stufi di tecno-ricette
No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron.
La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate.
Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza.
E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali.
Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale.
Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo.
Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio.
Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così
L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono.
Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen».
Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio.
Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti.
Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
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La débâcle all’Assemblea nazionale di En marche è un avviso a chi tifa la «cosa draghiana». La gente alla fine si stanca del salvatore di turno che pretende di educarla. E alle urne sceglie chi promette di farla vivere meglio.Il Parlamento sarà un Vietnam. E mentre Marine Le Pen gode, la sinistra già si frantuma.Lo speciale contiene due articoli.No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron. La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate. Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza. E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali. Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale. Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo. Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-gela-centristi-elettori-stufi-2657537016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreti-sfiducie-o-aiuti-in-extremis-il-presidente-si-arrocchera-cosi" data-post-id="2657537016" data-published-at="1655780359" data-use-pagination="False"> Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono. Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen». Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio. Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti. Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.