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2022-06-21
La Francia gela i centristi d’assalto. Gli elettori sono stufi di tecno-ricette
No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron.
La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate.
Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza.
E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali.
Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale.
Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo.
Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio.
Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così
L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono.
Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen».
Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio.
Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti.
Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
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La débâcle all’Assemblea nazionale di En marche è un avviso a chi tifa la «cosa draghiana». La gente alla fine si stanca del salvatore di turno che pretende di educarla. E alle urne sceglie chi promette di farla vivere meglio.Il Parlamento sarà un Vietnam. E mentre Marine Le Pen gode, la sinistra già si frantuma.Lo speciale contiene due articoli.No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron. La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate. Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza. E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali. Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale. Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo. Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-gela-centristi-elettori-stufi-2657537016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreti-sfiducie-o-aiuti-in-extremis-il-presidente-si-arrocchera-cosi" data-post-id="2657537016" data-published-at="1655780359" data-use-pagination="False"> Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono. Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen». Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio. Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti. Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
Sui metal detector il ministro: «L’obiettivo è la sicurezza degli studenti».
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha fatto visita all’Istituto Comprensivo Elisa Barozzi Beltrami di Rozzano, nel milanese. Prima dell’incontro, il ministro ha parlato ai giornalisti dei nuovi progetti, in lavorazione e in avvio, per incrementare l’apprendimento e la sicurezza in ambito scolastico. «Ci sono diverse misure che noi abbiamo già iniziato ad adottare, altre che stiamo invece andando a provare. Una di queste misure è Agenda Nord, progetto che ha trovato proprio in questa scuola una sua straordinaria affermazione». Il progetto è finalizzato a superare i divari territoriali, garantendo pari opportunità di istruzione agli studenti su tutto il territorio nazionale. «Mi sono fatto stampare alcune considerazioni dell’ufficio scolastico regionale, che sono quindi considerazioni oggettive», ha dichiarato Valditara.
Il primo report Milano Wellness City 2030 mostra dati su salute, stili di vita, benessere mentale e ambiente, evidenziando criticità come malattie croniche, solitudine e inattività fisica. Il progetto, voluto da Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation, raccoglie le azioni già avviate per migliorare la qualità della vita dei cittadini e lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
La città di Milano si prepara a trasformarsi in un modello globale di benessere urbano. La Wellness Foundation di Technogym ha presentato il primo report del progetto Milano Wellness City 2030, un’iniziativa nata per lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Il report offre una fotografia aggiornata di popolazione, economia, salute, stili di vita, benessere mentale, territorio e infrastrutture. Riporta inoltre le principali politiche pubbliche integrate per la promozione della salute e le azioni già realizzate nell’ambito del progetto, raccogliendo i primi risultati raggiunti.
Tra i dati principali emergono luci e ombre sullo stato di salute dei milanesi. L’aspettativa di vita resta elevata: 82,7 anni per gli uomini e 86,7 per le donne, superiori alla media lombarda e nazionale. Tuttavia, il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in salute rimane significativo. Le malattie croniche non trasmissibili interessano 687.037 persone e assorbono la maggior parte della spesa sanitaria, mentre la prevenzione resta limitata. Il report evidenzia anche problemi legati alla salute mentale: tra i giovani, meno della metà dichiara un adeguato livello di benessere psicologico e tre su quattro riferiscono sintomi psicosomatici. La solitudine è diffusa, con il 50,4% che si sente solo e il 42,8% che fatica a fare nuove amicizie. Sul fronte fisico, un quarto dei lombardi è inattivo e tra bambini e adolescenti milanesi meno di uno su dieci pratica sufficiente attività sportiva. L’obesità riguarda l’11% della popolazione lombarda e il 33% è in sovrappeso; tra i più giovani, un bambino su cinque è in eccesso ponderale.
Sul piano ambientale, sebbene la qualità dell’aria resti inferiore a quella di altre città europee, il verde urbano per abitante è aumentato da 16,9 m² nel 2011 a 18,8 m² nel 2023, con piste ciclabili e aree pedonali in crescita. La città dispone inoltre di una rete sanitaria consolidata, con 744 medici di medicina generale, 114 pediatri e 423 farmacie attive nella promozione di stili di vita salutari.
L’incontro di presentazione, organizzato alla Palazzina Appiani – Arena Civica, ha visto la partecipazione di numerosi stakeholder pubblici e privati, tra cui istituzioni, università, fondazioni e grandi società sportive come Inter, AC Milan e Olimpia Milano. Il progetto conta su un gruppo multidisciplinare che comprende, tra gli altri, Fondazione Cariplo, Fondazione Milano Cortina 2026, Bocconi, Politecnico di Milano, Humanitas University e Ospedale San Raffaele. «Milano ha tutte le carte in regola per fare da apripista e diventare un riferimento mondiale del benessere – ha affermato Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation –. Con Milano Wellness City 2030 vogliamo promuovere un cambiamento culturale: prendersi cura delle persone quando sono in salute, educare al benessere e creare le condizioni per scelte di vita sane».
Il progetto mira a lasciare una legacy concreta alle nuove generazioni, sviluppando un ecosistema urbano del benessere che integri salute, educazione, sport, nutrizione, ricerca e sviluppo urbano. I progressi saranno monitorati attraverso report annuali, con l’obiettivo di rendere Milano un modello replicabile anche in altre città italiane e straniere.
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Deloitte prevede una crescita del Pil indiano tra il 7,5 e il 7,8% nel 2025-26, trainata da domanda interna e servizi. In parallelo, si rafforzano i rapporti economici con l’Europa e l'Italia, come mostra il Vinitaly India Roadshow di Nuova Delhi.
L’economia indiana continua a mostrare segnali di solidità, sostenuta soprattutto dalla domanda interna e dal dinamismo del settore dei servizi. Secondo le stime di Deloitte India, il Pil del Paese crescerà tra il 7,5 e il 7,8% nell’anno fiscale 2025-26. Un dato che conferma la capacità dell’India di mantenere ritmi di crescita elevati nonostante un contesto globale segnato da incertezze, tra interruzioni degli scambi commerciali, cambiamenti di policy nelle economie avanzate e volatilità dei flussi di capitale.
Il rapporto evidenzia come il Pil reale sia aumentato dell’8% nella prima metà dell’anno fiscale 2025-26, grazie in particolare alla tenuta dei consumi interni e alla forte attività nei servizi. Per l’anno fiscale successivo, il 2026-27, Deloitte prevede tuttavia un possibile rallentamento, con una crescita stimata tra il 6,6 e il 6,9%, anche per effetto di una base di confronto più elevata e del permanere delle tensioni internazionali.
È in questo quadro macroeconomico che si inserisce anche il rafforzamento delle relazioni commerciali tra India ed Europa. A Nuova Delhi si è infatti conclusa l’edizione 2026 del Vinitaly India Roadshow, organizzato da Veronafiere, appuntamento che ha riunito produttori italiani di vino e operatori indiani del settore – importatori, distributori, retailer, professionisti dell’hotellerie e della ristorazione. L’evento si è svolto in una fase considerata significativa, mentre Unione europea e India si avvicinano alla finalizzazione di un accordo di libero scambio destinato a incidere su diversi comparti, compresi vino e alcolici. Il mercato indiano del vino, pur restando limitato nei consumi pro capite, registra una crescita costante, trainata dall’urbanizzazione, dall’aumento dei redditi disponibili e dallo sviluppo del settore dell’ospitalità. Le stime di settore indicano un tasso di crescita annuo composto tra l’8 e il 10 per cento, con i vini importati che occupano una posizione rilevante nelle fasce premium e super-premium. In questo contesto, l’Italia figura stabilmente tra i principali Paesi esportatori, insieme a Francia e Australia.
Nel corso del roadshow, che ha visto la partecipazione anche dell’ambasciatore d’Italia in India, Antonio Bartoli, sono stati organizzati incontri B2B e degustazioni mirate, con l’obiettivo di favorire il dialogo tra operatori e approfondire la conoscenza del mercato. Dopo la tappa di Nuova Delhi, il Vinitaly India Roadshow proseguirà a Panaji, nello Stato di Goa, confermando l’attenzione verso un Paese che, anche grazie alla sua crescita economica, viene considerato sempre più rilevante negli scambi commerciali con l’Europa.
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Siamo quasi commossi nel notare che a nessuno di questi autorevoli esperti e politici sia ancora venuta a noia la ripetizione dei medesimi slogan con cui da anni si riempiono la bocca. Siamo altresì certi che se a sventolare il coltello fossero militanti di destra tutti costoro invocherebbero arresti, perquisizioni, retate e pene esemplari. Se fossero tutti maschi bianchi, si chiederebbero restrizioni sulla libertà di espressione, rieducazioni forzate, codici rossi e rossissimi.
Soprattutto, però, ci dispiace che non si rendano conto di quanto siano offensivi i loro interventi per tutti coloro che fino ad oggi hanno lavorato nella scuola e nei servizi educativi di ogni ordine e grado. Forse coloro che invocano inclusione e ascolto pensano che gli insegnanti, in tutti questi anni, non abbiano mai ascoltato nessuno. Forse non sanno o fingono di non sapere che la scuola italiana è inclusiva eccome, che esistono decine di lodevoli e persino utili iniziative di formazione fuori e dentro le classi, che ci sono miriadi di occasioni in ogni Comune per socializzare, ottenere ascolto e conforto psicologico, per leggere, sviluppare eventuali talenti artistici o praticare sport. Quanti adesso chiedono più attenzione al disagio dei giovani parlano come se fino a ieri in Italia ci fosse il deserto educativo, e non un plotone di docenti, formatori, tutor, assistenti sociali, bibliotecari, cooperatori di ogni tipo pronti a rispondere a ogni tipo di esigenza. La scuola italiana non è classista, non lascia indietro le persone, non nega possibilità a nessuno. Ma nonostante ciò i maranza accoltellano lo stesso, e talvolta lo fa pure qualche italiano di antica stirpe.
Il fatto è che l’educazione può funzionare fino a un certo punto, mentre la rieducazione - come ha mostrato una volta per tutte il romanzo Un’arancia a orologeria - non funziona quasi mai. Anzi, la verità è che gli unici rieducati qui sono gli italiani, i quali si stanno abituando a subire, ad avere paura in strada e a guardarsi le spalle quando escono di casa.
Quanto all’integrazione, la storia insegna che è possibile solo se i soggetti da integrare sono estremamente motivati, se l’ambiente in cui integrarsi è sano e esprime qualche forma di autorità oltre che di attrazione, e se esistono adeguate possibilità economiche. Tutti fattori che oggi difettano. Ergo resta una sola soluzione, cioè esattamente quella che tutti deprecano: la remigrazione. Chi delinque va spedito altrove, e rapidamente. La remigrazione, questa sì, è estremamente educativa, perché mostra che chi rispetta il prossimo viene premiato, chi non lo fa non ottiene benefici. Non è vero che non si possa fare, semplicemente non si vuole mettere in pratica, proprio perché si ha timore di ristabilire l’autorità, e si preferisce fingere di non vedere la realtà.
Se proprio bisogna educare qualcuno, qui, non è il maranza: è l’italiano. A cui andrebbe insegnato a difendersi e ad avere un po’ di stima per sé stesso.
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