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2022-06-21
La Francia gela i centristi d’assalto. Gli elettori sono stufi di tecno-ricette
No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron.
La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate.
Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza.
E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali.
Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale.
Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo.
Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio.
Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così
L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono.
Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen».
Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio.
Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti.
Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
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La débâcle all’Assemblea nazionale di En marche è un avviso a chi tifa la «cosa draghiana». La gente alla fine si stanca del salvatore di turno che pretende di educarla. E alle urne sceglie chi promette di farla vivere meglio.Il Parlamento sarà un Vietnam. E mentre Marine Le Pen gode, la sinistra già si frantuma.Lo speciale contiene due articoli.No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron. La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate. Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza. E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali. Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale. Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo. Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-gela-centristi-elettori-stufi-2657537016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreti-sfiducie-o-aiuti-in-extremis-il-presidente-si-arrocchera-cosi" data-post-id="2657537016" data-published-at="1655780359" data-use-pagination="False"> Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono. Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen». Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio. Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti. Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
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Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
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