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2022-06-21
La Francia gela i centristi d’assalto. Gli elettori sono stufi di tecno-ricette
No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron.
La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate.
Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza.
E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali.
Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale.
Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo.
Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio.
Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così
L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono.
Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen».
Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio.
Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti.
Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
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La débâcle all’Assemblea nazionale di En marche è un avviso a chi tifa la «cosa draghiana». La gente alla fine si stanca del salvatore di turno che pretende di educarla. E alle urne sceglie chi promette di farla vivere meglio.Il Parlamento sarà un Vietnam. E mentre Marine Le Pen gode, la sinistra già si frantuma.Lo speciale contiene due articoli.No, l’atteso secondo turno delle elezioni legislative non è decisamente andato bene per Emmanuel Macron: per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, il partito presidenziale non ottiene una salda maggioranza per governare, mancando di oltre 50 seggi la soglia della maggioranza assoluta. La cosa è due volte significativa: non solo per l’oggettiva condizione di anatra zoppa in cui l’inquilino dell’Eliseo finisce per ritrovarsi all’inizio del suo secondo mandato, ma anche perché la consecutio (pure cronologica, non solo logica) tra elezioni presidenziali e elezioni legislative, in Francia, è stata concepita apposta per fare della vittoria presidenziale un trampolino in vista delle legislative. Come dire: sei stato eletto all’Eliseo, e, sullo slancio, arrivano subito le legislative dove puoi conquistarti numeri adeguati, un Parlamento saldamente sotto controllo, e quindi le condizioni politiche per nominare un premier in totale sintonia. Nessuno di questi risultati è stato centrato domenica da Macron. La realtà è che, diversamente da ciò che ci è stato raccontato per cinque anni dai macronisti italici, la ricetta tecnocratica, di tanto in tanto corretta in senso tecnoprogressista, non solo non ha spento le tensioni che da anni erano evidenti in Francia, ma le ha perfino ravvivate e radicalizzate. Certo, Macron ha largamente battuto Marine Le Pen nel ballottaggio presidenziale, e questo è un fatto su cui i sostenitori della Le Pen devono comunque riflettere: un profilo come quello della leader del Rassemblement National sembra fatalmente minoritario, adatto cioè a rappresentare una robustissima (e magari crescente) minoranza, ma pur sempre una minoranza. E tuttavia, cambiando il punto di osservazione, se cioè guardiamo le cose dall’altro lato, da quello del vincitore istituzionale della corsa per l’Eliseo, c’è ben poco da stare allegri. Il suo successo presidenziale di qualche settimana fa è avvenuto al prezzo di una sempre più accentuata verticalizzazione tecnocratica, con un presidente che appare come la quintessenza, l’incarnazione stessa di un modello che bypassa i cittadini e il consenso. Se, considerando ciò che è accaduto nel primo turno delle presidenziali, si sommano tutti coloro che non hanno votato per Macron (e quindi gli astenuti, i pro Le Pen, i pro Mélenchon, i pro Zemmour, oscillando tra risposte di destra e risposte di sinistra), viene fuori il quadro di un Macron accerchiato e quasi isolato, esposto a una contestazione popolare perenne. Ed è significativo che il risultato finale delle legislative ricalchi in modo pressoché totale la fotografia del primo turno delle presidenziali. Anche i dati di partecipazione parlano chiaro: al primo turno delle elezioni legislative si è registrata un’astensione record del 52%, che domenica, ai ballottaggi, è cresciuta più o meno di un altro punto. Né giova (anzi, peggiora le cose) il fatto che l’Eliseo e i media vicini all’establishment insistano con la demonizzazione di chi vota diversamente. Questa idea «ortopedico-rieducativa» per cui chi non è con loro è un bifolco, un pericolo per la democrazia, è semplicemente irricevibile, oltre che ridicola: significa chiudersi in una bolla spocchiosa e autoreferenziale. Mi è personalmente capitato di conversare nelle scorse settimane con una personalità francese simpatetica rispetto a Macron: alla mia domanda sul risultato comunque assai consistente del voto alla Le Pen, la risposta è stata quella di definire il voto a destra come «frutto di ignoranza». Ecco, se la chiave di lettura è questa, la frattura può solo aggravarsi e approfondirsi: da una parte, gli autoproclamati «buoni», gli «illuminati», che disprezzano e insultano gli elettori che non votano il tecnocrate di sistema; dall’altra, una massa minoritaria ma consistente che, in assenza di sbocchi, può solo far crescere il proprio sentirsi estraneo. Da questo punto di vista, c’è consistente materia di riflessione anche in Italia. In troppi, inseguendo la chimera dell’«area Draghi», o comunque pensando di poter costruire una compagine politico-elettorale che si richiami all’esperienza dell’attuale premier, sembrano sottovalutare almeno tre evidenze. Primo: non è affatto vero che gli elettori siano sempre orientati ad accettare una soluzione presentata come «unica e inevitabile». Possono farlo in determinate circostanze, ma poi, subito dopo, si guardano bene dal creare le condizioni numeriche, in Parlamento, per consentire che la macchina viaggi con il pilota automatico inserito. Secondo: non è affatto vero che la ricetta tecnocratica o tecnoprogressista spenga il disagio. Al contrario, può accadere che essa finisca per fortificare le spinte anti sistema. Terzo: insultare gli elettori, degradare i renitenti a «deplorables» (copyright Hillary Clinton) o ad «analfabeti funzionali» tende a inasprirli ancora di più, rendendo il tessuto di una società sempre più liso, consumato, a rischio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-gela-centristi-elettori-stufi-2657537016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreti-sfiducie-o-aiuti-in-extremis-il-presidente-si-arrocchera-cosi" data-post-id="2657537016" data-published-at="1655780359" data-use-pagination="False"> Decreti, sfiducie o aiuti in extremis. Il presidente si arroccherà così L’Assemblea nazionale eletta domenica dai francesi sarà il Vietnam di Emmanuel Macron. La sua coalizione, Ensemble!, ha ottenuto solo 245 deputati, troppo pochi per garantire la maggioranza assoluta di 289 scranni. Il capo dello Stato transalpino si è quindi scoperto vulnerabile. Ma non è il solo, dopo il voto di domenica anche il leader della coalizione di estrema sinistra - con simpatie islamiste, wokiste e Lgbt - Jean-Luc Mélenchon è diventato un colosso con i piedi d’argilla. Lui che - poco dopo la sua esclusione dal ballottaggio presidenziale - aveva preteso di essere nominato primo ministro, d’ora in poi non siederà nemmeno in parlamento visto che non si è nemmeno candidato alle legislative. Inoltre la sua coalizione - la Nuova unione popolare e sociale, Nupes - ha ottenuto solo 131 scranni, molti meno dei 200 e più che prevedevano vari sondaggi, senza contare che il progetto di trasformarla in un gruppo unico si è frantumato contro i dissensi delle tre formazioni che, oltre al suo France Insoumise, la compongono. Anche il partito della destra moderata Les Républicains (Lr) può cantare vittoria solo a metà. Certo, la formazione politica è riuscita a far eleggere 64 deputati ma tra i suoi dirigenti regna la divisione. Da un lato ci sono quelli - come il leader del partito Christian Jacob - che si oppongono ad un sostegno esterno alla maggioranza. Dall’altro ci sono i possibilisti, che potrebbero dare un «aiutino» a Macron. Tra questi c’è l’ex candidato alle primarie di destra, Xavier Bertrand, il quale ha dichiarato ieri che Les Républicains non faranno «niente con Mélenchon né Le Pen». Chi invece ha vinto queste elezioni è Marine Le Pen che è riuscita a far eleggere 89 deputati del Rassemblement National (Rn), sebbene non si fosse troppo impegnata durante la campagna elettorale. La sua formazione diventa così il primo partito di opposizione dato che La France Insoumise - il partito fondato da Mélenchon - conta solo 73 neo onorevoli. Il risultato è importante se si considera che, tra i due turni elettorali, il partito di Le Pen è stato ancor più demonizzato dalla sinistra, dalla destra e da buona parte della stampa mainstream. Grazie a questi numeri, i deputati Rn potrebbero riuscire addirittura ad eleggere uno di loro alla presidenza della commissione finanze, che influenza fortemente gli orientamenti di bilancio. Ma allora come farà Emmanuel Macron a gestire un esecutivo? La risposta a questa domanda dipende da quanto il leader francese sarà capace di far uso di umiltà e pazienza. Intanto il 5 luglio dovrà affrontare una mozione di sfiducia al governo Borne depositata dal cartello delle sinistre di Nupes. Poi, se scegliesse di mantenere l’approccio arrogante che ha mostrato nel suo primo mandato, potrebbe utilizzare due strumenti previsti dalla Costituzione francese: le ordinanze e l’articolo 49.3. Le prime corrispondono più o meno ai decreti legge italiani, il secondo strumento consente invece di approvare delle leggi a colpi di fiducia. Ma in Francia, il ricorso a questa opzione è limitato ad un solo voto di fiducia per sessione parlamentare. L’inquilino dell’Eliseo potrebbe anche ricorrere ai referendum, con il rischio però di far la fine di David Cameron e di Matteo Renzi puniti dai voti sulla Brexit e la riforma costituzionale. Non è da escludere anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, ma questo potrebbe avvenire solo il primo anno del mandato presidenziale. Se invece Macron scegliesse di essere più umile e paziente, potrebbe optare per la mediazione, almeno sui progetti di legge più importanti. In questo caso, il leader francese potrebbe verosimilmente contare sull’appoggio esterno di una buona parte dei deputati Lr, ma anche di una parte dei 22 onorevoli della sinistra moderata che non hanno accettato di aderire dalla Nupes. Potrebbe anche ottenere il sostegno puntuale di alcuni deputati regionalisti. Ma al di là dei calcoli che l’Eliseo dovrà fare per governare, Macron dovrà comprendere che, domenica scorsa, i francesi hanno espresso una volontà chiara: dire basta alla concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona.
Uno scatto della manifestazione a Roma per Maduro (Ansa)
A Roma Anpi, Cgil e decine di associazioni chiedono l’intervento dell’Onu. Landini attacca la Meloni.
C’erano probabilmente più sigle che presenti ieri a Roma a Piazza Barberini, alla manifestazione organizzata a sostegno dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Immancabili Anpi e Cgil, presenti Pd e Avs, in piazza si sono radunate molte sigle della sinistra radicale: Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, Sinistra Civica Ecologista Roma, Sinistra Anticapitalista Roma, Rifondazione Comunista Roma, Centro Riforma dello Stato, Medicina Democratica, Sportelli Solidali 9, Coordinamento genitori democratici-cgd onlus, Disability Pride, Genazzano In Comune Una Nuova Storia Tivoli, Alternativa per Anzio, Ladispoli Attiva, Genzano In Comune, Frosinone Provincia in Comune, Rieti Città Futura, Controvento Rieti, Sce Colleferro, Forum per il Diritto alla Salute, Wilpf Italia Aps, Casetta Rossa, Psi, Casa Internazionale delle Donne, Giovani Democratici Roma, Auser Lazio, Disarma-Il Coraggio della Pace, Associazione donne Brasiliane in Italia, Latina Bene Comune, Cinecittà Bene Comune, Unione Donne in Italia, Associazione Italiana Tecnici di Ripresa, Un Ponte Per, Sparwasser Aps.
Certo, c’era la pioggia, ma dalle immagini pubblicate sui social possiamo tranquillamente affermare che non si è trattato di una manifestazione di massa. La piattaforma del presidio del resto era particolarmente radicale: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», si legge nell’appello degli organizzatori, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente Maduro e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati». Slogan triti e ritriti, al di là di ogni opinione ormai completamente sganciati dalla realtà, dalla accelerazione della storia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi: «Ancora una volta», prosegue l’appello, «prevalgono la logica del dominio e della predazione delle risorse energetiche, facendo carta straccia del diritto internazionale come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi. Di fronte a questa aggressione dobbiamo condannare e reagire con forza, per fermarla e per affermare la cultura della pace e il ripristino del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra totale solidarietà al popolo venezuelano. Chiediamo che l’Onu intervenga e che il governo italiano e l’Unione europea condannino l’aggressione e s’impegnino per un cessate il fuoco e nel far pervenire soccorsi alla popolazione civile coinvolta».
Non si comprende quale fuoco debba cessare visto che l’operazione militare degli Stati Uniti si è conclusa, ma tutto fa brodo: «Tutto serve al mondo», aggiungono gli organizzatori, «tranne che un’altra guerra. Tutto serve al mondo, tranne che l’ennesimo arbitrio dei potenti, con la potenza militare che pretende di legittimare l’intervento ovunque. Non rassegniamoci a un mondo in cui guerra, riarmo, violenza, distruzione e sopraffazione vengano normalizzate. Solo uscendo dalla logica della guerra e del riarmo possiamo immaginare un futuro vivibile per l’umanità, fondato su pace, autodeterminazione e democrazia per i popoli. Alziamo la voce, facciamoci sentire, mobilitiamoci».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha tenuto banco attaccando, manco a dirlo, il governo guidato da Giorgia Meloni: «Trovo che sia grave», ha detto Landini, «questa posizione del governo italiano e anche del governo europeo, che stanno zitti e non sono in grado di reagire. Bisogna reagire, non si può stare fermi. E da questo punto di vista io trovo davvero un segnale molto importante nelle parole che in questi giorni ha espresso il Papa in modo molto esplicito, in modo molto chiaro. Io credo che sia il momento che tutte le persone di buona volontà, insisto, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro fede religiosa, è il momento di mettersi assieme per riconquistare la pace che ci stanno togliendo. La gravità della situazione attuale riguarda quello che è avvenuto in Venezuela ma non solo: è quello che ha fatto Putin prima con l’Ucraina», ha aggiunto Landini, «è quello che sta facendo il governo Netanyahu con la Palestina, è quello che sta succedendo in giro per il mondo con una quantità di guerre che, con queste caratteristiche, non si sono mai viste».
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Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.
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Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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