Una per tutte è la celeberrima Arrivederci Roma. Vive a Roma, è laureato in ingegneria del suono a Boston, ha vissuto dieci anni negli Stati Uniti dove torna una settimana al mese per star vicino ai suoi due amati figli.
Sei un creativo dello spettacolo. Ci racconti di te?
«Sono stato autore per Endemol e Rai e adesso produco i miei eventi. Per sei anni sono stato direttore artistico del festival della musica italiana di New York, Rai 2, e ora lo sono del Bond Street Award di Londra, che premia le eccellenze italiane nel mondo, dalla letteratura alla scienza…».
Hai portato la danza in tv in maniera originale…
«Sono cinque anni che produco questo programma tv sulla danza, una competizione tra ballerini senza gossip o litigi, nato nel periodo del Covid durante il quale la categoria dei danzatori è stata la più penalizzata in assoluto. Poi i corpi di ballo sono stati molto tagliati, anche dai programmi tv. Siamo al quinto anno del Mad tv dance context, che sta dando ottimi risultati, prossimamente ancora in televisione».
Delle famose canzoni di tuo padre vuoi ricordarne una in particolare?
«Te presento Roma mia, l’unica che non riesco a eseguire perché quando la canto mi commuovo sempre, un bellissimo brano un po’ meno conosciuto degli altri che parla di Roma ma anche di papà, del suo amore per la città».
Quindi interpreti le sue canzoni?
«Esatto, le canto in giro per il mondo, faccio dei concerti dal titolo Rascel canta Rascel, cerco di tenere alta la memoria di papà attraverso le sue canzoni».
Come lo ricordi?
«Era molto divertente e scherzoso anche a casa, diciamo che non ci si annoiava mai, aveva questa verve che ho ereditato anch’io, abbiamo sempre vissuto una vita divertente, leggera. Mia madre (Giuditta Saltarini, ndr) era severa con me nel lavoro scolastico, nel quale non ho mai eccelso (sorride, ndr), lui la prendeva più a ridere. Invece sul suo lavoro era incredibilmente preciso».
Renato Rascel è nato a Torino, ma per caso. Il padre, Cesare, da cui hai preso il nome, si trovava lì in tournée con la moglie, Paola Massa, ballerina classica…
«Il cruccio di mio nonno era che non fosse nato a Roma ma, essendosi rotte le acque a Torino… A Roma mio padre è cresciuto a Borgo Pio nel quartiere che poi fu abbattuto per fare via della Conciliazione. Lui, frequentando San Pietro, divenne corista delle voci bianche di Lorenzo Perosi, il suo primo approccio al mondo dello spettacolo. Nel 2012, anniversario della nascita, Torino, che amava, lo celebrò come neanche Roma fece».
Era cattolico?
«Era cattolico ma probabilmente non praticante come si dovrebbe, credente e vicino alla Chiesa per la quale fece anche molta beneficienza».
Tu sei credente?
«No, pur essendo cattolico e avendo ricevuto i sacramenti, ma mantengo un grande rispetto per chi è credente, credo tantissimo nella libertà individuale».
Circa nel 1932 entrò in compagnie teatrali di avanspettacolo e poi cambiò il suo cognome anagrafico, Ranucci, in Rascel. È vero che a ispirarlo fu una marca di cipria?
«All’inizio, quando non era ancora affermato, ebbe svariati nomi d’arte. A un certo punto, camminando per Parigi, vide una grande confezione di cipria a forma di cuore, “Raschel”, pronuncia francese rascel, che gli piacque molto, scegliendolo come nome d’arte. In Italia lo chiamavano Raschel ma volle italianizzare la pronuncia quindi divenne Rascel».
Celebri le sue battute surreali, le sue invenzioni linguistiche…
«È l’inventore del non sense, tipo “c’erano due amici che non si conoscevano da tanto tempo”, “e raggiunse la meta agognata. La gognata…” e proseguiva la frase. Questo non sense non era capito dal pubblico. Pensò di abbandonare perché non otteneva la risata. Al tempo la gente si portava a teatro le uova, la verdura andata a male: ti arrivava la gattata, in casi estremi un gatto morto in faccia. Poi a Bologna fece una serata per gli universitari e quei non sense attecchirono, un pubblico giovane più al passo con i tempi e anche più educato, perché aveva studiato. Ebbe grande successo e andò avanti aggiustando un po’ il tiro ma continuando con quello stile che lo consacrò un grande innovatore e grande comico».
Ieri ho rivisto un programma Rai del 1964 condotto da Johnny Dorelli, Quiz, con lui ospite. Le battute gli venivano spontanee, si capisce che non erano preparate e il pubblico rideva di cuore, non risate artificiali. Battute ancora incredibilmente fresche. Di attori con queste capacità ce ne sono stati pochissimi.
«C’era una indubbia genialità, ma anche il coraggio di dire cose, come quando cantò È arrivata la bufera davanti a degli ufficiali tedeschi in teatro nonostante l’impresario glielo avesse sconsigliato, un misto di incoscienza e coraggio. Poi mio padre, come me, aveva problemi di memoria e così, spesso, s’inventava le battute al momento. Quelle che facevano ridere il pubblico venivano mantenute. Anche Walter Chiari e De Sica avevano questa capacità, sentivano il pubblico».
Durante il Ventennio compose alcune canzoni satiriche che non sfuggirono alla censura…
«Sulla questione della censura non ti so dire molto perché di persona non ne parlammo mai. Potrebbe essere per questa ragione che per un certo periodo visse in Francia e divenne amico di Édith Piaf, con cui fece anche degli spettacoli».
È vero che durante l’occupazione di Roma dei tedeschi trovò protezione in Vaticano?
«Sì, è vero, come è vero che durante i rastrellamenti di Roma nascose due famiglie ebree per proteggerle. Nei primi anni Ottanta fummo dichiarati ebrei onorari alla sinagoga del lungotevere vicino al Palazzo di giustizia».
Nota l’autoironia sul palcoscenico per via della sua statura, 1 e 61. Il piccolo corazziere resta fenomenale.
«Ho una bellissima foto di quando il corpo dei Corazzieri diede a mio padre un premio a forma di elmetto, che ho qui davanti a me. C’erano questi due corazzieri enormi e papà gli arrivava a malapena al petto. Grande affetto e rispetto reciproco. Era tutta intelligenza. Rese un vantaggio quello che poteva essere considerato un difetto».
Anche nella trasmissione con Dorelli ironia sul divario di altezza con le soubrette. «Mi mettete sempre vicino soubrette molto alte»…
«Era lui che le voleva alte per accentuare il contrasto. Riusciva a far immedesimare il pubblico, perché gli italiani di allora generalmente non erano alti. In Enrico ’61 (commedia musicale di Garinei e Giovannini di cui Rascel fu protagonista, ndr), che rappresentò davanti ai reali inglesi, quando balla con Gloria Paul alza braccia e le spalle per accentuare la differenza di statura con lei, molto alta. A mia mamma, alta 1 e 73 ma che con i tacchi arrivava a 1 e 80, glieli faceva sempre mettere sul palcoscenico quando recitava accanto a lui. Il suo primo abito di scena, il famoso cappottone con il taschino sulla schiena era di quattro-cinque taglie più grandi per farlo sembrare ancora più piccino».
A proposito di cappotto, rivelò le sue doti di attore drammatico nel film di Alberto Lattuada, Il cappotto appunto, tratto dall’omonimo racconto di Nikolaj Gogol’.
«Il cappotto fu per lui un turning point, un cambio di passo, perché a un certo punto cominciò a star stretto nel ruolo di “Renatino”, comico molto popolare ed esplorò ruoli anche poliedrici. Comunque in questo film la scena in cui si scalda le mani con il fiato che esce dalle narici del cavallo fu assolutamente estemporanea, improvvisata».
Il Times lo paragonò a Charlie Chaplin.
«Quando Luci della ribalta (film del 1952, lo stesso anno di Il cappotto, ndr) arrivò a Roma, i cinema non erano molto propensi a proiettarlo. Mio padre fermò il suo spettacolo in teatro per dare spazio alla proiezione. Chaplin, che odiava gli attori, in un’intervista a un settimanale italiano disse di ritenerlo l’unico attore in grado di portare avanti la sua legacy, la sua eredità».
Arrivederci Roma, la sua canzone più celebre, conosciuta in tutto il mondo, lo chiamarono dal Giappone a Honolulu per interpretarla…
«È una delle tre canzoni più famose al mondo, insieme a O sole mio e Volare. Deana Martin, la figlia di Dean Martin, mi disse che quando stava un po’ calando l’energia del pubblico, lui la cantava e la serata si riaccendeva. La canto anch’io. L’hanno cantata Tony Bennet, Ray Charles…»
Ne scrisse testo e musica?
«Sì, fece testo e musica, per quanto ci fosse stata anche una rifinitura di Garinei e Giovannini, grandi produttori che contribuirono a renderla celebre. Per Enrico 61’ si avvalse della collaborazione di Ennio Morricone. Strimpellava la chitarra, ci ha tenuto molto che studiassi musica».
Tuo padre può anche essere definito un cantautore?
«Assolutamente sì. Ha scritto 480 canzoni. Frank Sinatra e altri non hanno mai scritto una canzone ma le attribuisci a loro. Ad esempio Roma nun fa’ la stupida stasera e Domenica è sempre domenica le lanciò papà, gli erano affidate per interpretarle».
Zeffirelli, nel Gesù di Nazareth, lo volle nella parte del cieco miracolato.
«Franco e papà erano molto amici. Io e i miei genitori abbiamo trascorso molti Natali a casa sua. Conosceva le sue capacità di attore drammatico e gli disse: “Per questo ruolo saresti perfetto”».
Ti è capitato di sognare tuo padre?
«Sì, mi è capitato, magari mentre mi accompagnava a scuola, ma non ricordo i dettagli. Mi è capitato anche di aver sognato la soluzione a tutti i problemi ma al risveglio non mi ricordavo più quale fosse».