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2018-08-09
Foa continua a correre grazie a premier e Pd
Ansa
Un Posto al sole continuerà. Una buona notizia per la fiction giurassica (ce la sorbiamo dal 1996) che viene realizzata nel centro di produzione di Napoli e una altrettanto interessante per il Consiglio d'amministrazione della Rai che da stamane è ufficialmente in vacanza fino a nuovo ordine. Alla ricerca di un posto al sole fino a quando la politica non deciderà di sciogliere il nodo del presidente. Nel cda di ieri, guidato da Marcello Foa come consigliere anziano, poco altro è accaduto che non fosse prevedibile: gli highlights della Serie A rimarranno per altri tre anni sulle trasmissioni sportive pubbliche e il tentativo di eleggere un nuovo presidente messo in piedi dall'opposizione è andato miseramente a vuoto.
È questo l'aspetto più interessante della riunione, che ha visto la consigliera Rita Borioni (in quota Pd) proporre il consigliere Riccardo Laganà, eletto dall'assemblea dei dipendenti Rai, per la poltrona più rappresentativa dell'azienda. La candidatura è stata accettata e la votazione ha avuto un corso naturale e scontato. Naturale per un cda legittimo nelle sue funzioni, scontato perché Laganà ha incassato solo il voto favorevole della Borioni (lui si è astenuto) e quindi non è passato. Ma a questo punto è doverosa una sottolineatura: Laganà è lo stesso consigliere che aveva sollevato all'attenzione del Quirinale un'eccezione di legittimità del consiglio guidato da un presidente bocciato dalla commissione di Vigilanza. Poi, una volta candidato, ha scoperto che il cda non era poi così illegittimo e ha accettato senza battere ciglio la candidatura.
Il passaggio ha un valore procedurale e politico perché da una parte smonta il castello costruito dal Pd sulla presenza di un cda alieno e incompetente, dall'altra ci riporta a contatto con un antichissimo metodo Rai, secondo il quale vale tutto basta che favorisca gli amici. Foa e l'ad Fabrizio Salini non hanno battuto ciglio: votazione effettuata, un favorevole e cinque contrari, Laganà silurato. «Noi abbiamo risposto a tutte le osservazioni della commissione di Vigilanza e dal punto di vista legale e procedurale siamo perfettamente in linea con la bicamerale», ha spiegato Foa alla fine. «Questo consiglio, vista anche la situazione inconsueta in cui si è venuto a trovare, è particolarmente scrupoloso nel rispettare norme e regolamenti. Il tema della presidenza verrà discusso dopo la pausa la estiva del Parlamento. Ci auguriamo che si possa trovare una soluzione in tempi rapidi nell'interesse dell'azienda. Questo è un sentimento condiviso nel consiglio. C'è stata una candidatura che è stata discussa ed è stata respinta, ma questo fa parte della normale dialettica del consiglio».
Riguardo ai temi di sostanza, la fiction e gli highlights del pallone, c'è un secondo passaggio autenticamente bizantino. A sollevare l'urgenza dei due argomenti è stata innanzitutto la consigliera Borioni («sono due atti importantissimi») per poi lasciare l'aula al momento del voto, accompagnata dal consigliere Laganà, per un non precisato «segnale di dissenso rispetto a questa condizione delle cose». E alla sonora bocciatura di qualche mezz'ora prima.
Ora il quartier generale della Rai va in vacanza, mentre relativamente ai programmi l'azienda lo è da più di un mese. Forza Italia e il Pd hanno sperato fino all'ultimo che la calura sciogliesse gli accordi fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma sembra che l'alleanza tenga. Il nome era Foa e rimane Foa. Il quale ieri ha incassato una solidarietà istituzionale: quella del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il premier ha detto: «Quella di Foa mi sembra una candidatura di grande valore, ha un curriculum professionale di tutto rispetto». Valutando lo stallo, Conte ha aggiunto: «Non c'è stato il consenso politico per giungere al risultato prefigurato, valuteremo nel rispetto delle competenze del governo e della Vigilanza. Come se ne esce? Non ho una formula da suggerire, cercheremo di non fare forzature, auspichiamo che le forze politiche si parlino fra di loro nel rispetto delle prerogative».
Federazione nazionale della stampa e sindacato Rai (Usigrai) hanno invece alzato la voce contro la bocciatura di Laganà: «Il cda della Rai ostaggio del governo», hanno scritto in un comunicato congiunto dimenticandosi che ne è l'azionista unico. «Ancora una volta i consiglieri si sono piegati al diktat governativo e non hanno nominato il presidente. Allo stesso modo, il no alla proposta di nominare Riccardo Laganà, consigliere eletto dai dipendenti, è la prova che l'obiettivo non è mettere l'azienda in condizione di operare, ma solo occuparla». Traduzione dal sindacalese, se non è un amico nostro non lo vogliamo. Uno spunto democratico per i compiti delle vacanze.
Giorgio Gandola
Berlusconi richiama Salvini sulla Tav mentre Tajani s’inventa il Nazareno dei treni
Dopo la Rai, le grandi opere. Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo e numero due di Forza Italia, non dà peso a chi lo accusa di andare a braccetto col Pd e di pugnalare alle spalle il centrodestra, e così continua con la sua strategia. Che sembra quella di far emergere i punti di dissenso nella coalizione di governo, pungolando soprattutto il leader della Lega Matteo Salvini, alleato però di Forza Italia nel centrodestra. Lo sollecita come a ricordare al leghista gli impegni presi nei confronti degli elettori dell'intera alleanza di centrodestra e non solo con Berlusconi. Peraltro Forza Italia fin dalla legge obiettivo è a favore delle grandi opere. Ieri infatti, pur consapevole della diversità di posizione di Lega e M5s sulla questione infrastrutture, Tajani ha visitato i cantieri della Tav.
«Una politica contro le infrastrutture fa soltanto danni. E quella di bloccare la Torino-Lione sarebbe una scelta scellerata perché vedrebbe l'Italia arretrare e isolata», con queste parole ha iniziato la visita al cantiere francese a Saint Martin de la Porte come esponente dell'Ue, l'istituzione che finanzia il 40% dell'opera, accompagnato dal forzista e deputato di Bruxelles Alberto Cirio (possibile candidato alle prossime regionali piemontesi). Ma non solo, con lui c'era anche l'attuale presidente dem della Regione, Sergio Chiamparino, da sempre a favore della Tav, che ha annunciato una contro analisi costi-benefici dell'opera da opporre a quella che sta facendo il ministro delle infrastrutture, Danilo Toninelli: «Quella del governo sarà di parte e poi la nostra riguarderà tutte le grandi infrastrutture che interessano il Piemonte». Quindi anche il «terzo valico», su cui Salvini aveva espresso qualche dubbio. E invece Tajani, come Chiamparino, chiede che «tutte le grandi opere vengano fatte perché creano occupazione e riducono rischi sulle strade».
Del resto il forzista aveva già lanciato il suo messaggio alla vigilia della visita dicendo che la Tav «è un'opera moderna e competitiva che fa crescere il Paese e che deve essere realizzata per non restare fuori dall'Europa, lasciando perdere i capricci dei grillini e le violenze dei centri sociali No Tav». E aveva poi rincarato la dose verso Salvini e i pentastellati: «Ho chiesto al ministro dell'Interno di chiudere i centri sociali di Torino da cui sono partiti gli attacchi ai cantieri e alle forze dell'ordine».
Una certa stizzosità mostrata già con la nomina di Marcello Foa a presidente della Rai, nomina fallita in Vigilanza proprio per il mancato voto di Forza Italia. E proprio Tajani avrebbe ostacolato Foa per il metodo seguito da Salvini, persuadendo Berlusconi (che invece aveva dato il suo ok) a dire no, minacciando addirittura le dimissioni dalla carica di vicepresidente azzurro se la posizione di Fi sul giornalista italosvizzero del Giornale fosse cambiata.
A contribuire al braccio di ferro anche una telefonata, smentita con un tweet dallo stesso Tajani, ricevuta da Jacques Attali, l'inventore di Emmanuel Macron, grande nemico di euroscettici e sovranisti. E comunque, come dimostra lo stallo Rai, Berlusconi ha ceduto ma chissà che non se ne sia pentito, considerato che Fi è tagliata fuori da Viale Mazzini.
«Salvini si comporti con coerenza rispetto alle idee del centrodestra», aveva dichiarato Berlusconi. Ma forse oggi qualcuno dovrebbe dirlo a Tajani.
Sarina Biraghi
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Il candidato del governo per la presidenza della Rai incassa l'endorsement di Giuseppe Conte. Nel frattempo la sinistra brucia anche il nome di Riccardo Laganà. Ira del sindacato interno, ma l'azienda ha già la testa in ferie e decide solo sugli highlight di calcio.Silvio Berlusconi richiama Matteo Salvini sulla Tav mentre il numero due di Forza Italia Antonio Tajani s'inventa il Nazareno dei treni andando a braccetto con il governatore pd Sergio Chiamparino in visita ai cantieri.Lo speciale contiene due articoliUn Posto al sole continuerà. Una buona notizia per la fiction giurassica (ce la sorbiamo dal 1996) che viene realizzata nel centro di produzione di Napoli e una altrettanto interessante per il Consiglio d'amministrazione della Rai che da stamane è ufficialmente in vacanza fino a nuovo ordine. Alla ricerca di un posto al sole fino a quando la politica non deciderà di sciogliere il nodo del presidente. Nel cda di ieri, guidato da Marcello Foa come consigliere anziano, poco altro è accaduto che non fosse prevedibile: gli highlights della Serie A rimarranno per altri tre anni sulle trasmissioni sportive pubbliche e il tentativo di eleggere un nuovo presidente messo in piedi dall'opposizione è andato miseramente a vuoto.È questo l'aspetto più interessante della riunione, che ha visto la consigliera Rita Borioni (in quota Pd) proporre il consigliere Riccardo Laganà, eletto dall'assemblea dei dipendenti Rai, per la poltrona più rappresentativa dell'azienda. La candidatura è stata accettata e la votazione ha avuto un corso naturale e scontato. Naturale per un cda legittimo nelle sue funzioni, scontato perché Laganà ha incassato solo il voto favorevole della Borioni (lui si è astenuto) e quindi non è passato. Ma a questo punto è doverosa una sottolineatura: Laganà è lo stesso consigliere che aveva sollevato all'attenzione del Quirinale un'eccezione di legittimità del consiglio guidato da un presidente bocciato dalla commissione di Vigilanza. Poi, una volta candidato, ha scoperto che il cda non era poi così illegittimo e ha accettato senza battere ciglio la candidatura.Il passaggio ha un valore procedurale e politico perché da una parte smonta il castello costruito dal Pd sulla presenza di un cda alieno e incompetente, dall'altra ci riporta a contatto con un antichissimo metodo Rai, secondo il quale vale tutto basta che favorisca gli amici. Foa e l'ad Fabrizio Salini non hanno battuto ciglio: votazione effettuata, un favorevole e cinque contrari, Laganà silurato. «Noi abbiamo risposto a tutte le osservazioni della commissione di Vigilanza e dal punto di vista legale e procedurale siamo perfettamente in linea con la bicamerale», ha spiegato Foa alla fine. «Questo consiglio, vista anche la situazione inconsueta in cui si è venuto a trovare, è particolarmente scrupoloso nel rispettare norme e regolamenti. Il tema della presidenza verrà discusso dopo la pausa la estiva del Parlamento. Ci auguriamo che si possa trovare una soluzione in tempi rapidi nell'interesse dell'azienda. Questo è un sentimento condiviso nel consiglio. C'è stata una candidatura che è stata discussa ed è stata respinta, ma questo fa parte della normale dialettica del consiglio».Riguardo ai temi di sostanza, la fiction e gli highlights del pallone, c'è un secondo passaggio autenticamente bizantino. A sollevare l'urgenza dei due argomenti è stata innanzitutto la consigliera Borioni («sono due atti importantissimi») per poi lasciare l'aula al momento del voto, accompagnata dal consigliere Laganà, per un non precisato «segnale di dissenso rispetto a questa condizione delle cose». E alla sonora bocciatura di qualche mezz'ora prima.Ora il quartier generale della Rai va in vacanza, mentre relativamente ai programmi l'azienda lo è da più di un mese. Forza Italia e il Pd hanno sperato fino all'ultimo che la calura sciogliesse gli accordi fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma sembra che l'alleanza tenga. Il nome era Foa e rimane Foa. Il quale ieri ha incassato una solidarietà istituzionale: quella del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il premier ha detto: «Quella di Foa mi sembra una candidatura di grande valore, ha un curriculum professionale di tutto rispetto». Valutando lo stallo, Conte ha aggiunto: «Non c'è stato il consenso politico per giungere al risultato prefigurato, valuteremo nel rispetto delle competenze del governo e della Vigilanza. Come se ne esce? Non ho una formula da suggerire, cercheremo di non fare forzature, auspichiamo che le forze politiche si parlino fra di loro nel rispetto delle prerogative».Federazione nazionale della stampa e sindacato Rai (Usigrai) hanno invece alzato la voce contro la bocciatura di Laganà: «Il cda della Rai ostaggio del governo», hanno scritto in un comunicato congiunto dimenticandosi che ne è l'azionista unico. «Ancora una volta i consiglieri si sono piegati al diktat governativo e non hanno nominato il presidente. Allo stesso modo, il no alla proposta di nominare Riccardo Laganà, consigliere eletto dai dipendenti, è la prova che l'obiettivo non è mettere l'azienda in condizione di operare, ma solo occuparla». Traduzione dal sindacalese, se non è un amico nostro non lo vogliamo. Uno spunto democratico per i compiti delle vacanze. Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/foa-continua-a-correre-grazie-a-premier-e-pd-2594013448.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlusconi-richiama-salvini-sulla-tav-mentre-tajani-sinventa-il-nazareno-dei-treni" data-post-id="2594013448" data-published-at="1767927513" data-use-pagination="False"> Berlusconi richiama Salvini sulla Tav mentre Tajani s’inventa il Nazareno dei treni Dopo la Rai, le grandi opere. Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo e numero due di Forza Italia, non dà peso a chi lo accusa di andare a braccetto col Pd e di pugnalare alle spalle il centrodestra, e così continua con la sua strategia. Che sembra quella di far emergere i punti di dissenso nella coalizione di governo, pungolando soprattutto il leader della Lega Matteo Salvini, alleato però di Forza Italia nel centrodestra. Lo sollecita come a ricordare al leghista gli impegni presi nei confronti degli elettori dell'intera alleanza di centrodestra e non solo con Berlusconi. Peraltro Forza Italia fin dalla legge obiettivo è a favore delle grandi opere. Ieri infatti, pur consapevole della diversità di posizione di Lega e M5s sulla questione infrastrutture, Tajani ha visitato i cantieri della Tav. «Una politica contro le infrastrutture fa soltanto danni. E quella di bloccare la Torino-Lione sarebbe una scelta scellerata perché vedrebbe l'Italia arretrare e isolata», con queste parole ha iniziato la visita al cantiere francese a Saint Martin de la Porte come esponente dell'Ue, l'istituzione che finanzia il 40% dell'opera, accompagnato dal forzista e deputato di Bruxelles Alberto Cirio (possibile candidato alle prossime regionali piemontesi). Ma non solo, con lui c'era anche l'attuale presidente dem della Regione, Sergio Chiamparino, da sempre a favore della Tav, che ha annunciato una contro analisi costi-benefici dell'opera da opporre a quella che sta facendo il ministro delle infrastrutture, Danilo Toninelli: «Quella del governo sarà di parte e poi la nostra riguarderà tutte le grandi infrastrutture che interessano il Piemonte». Quindi anche il «terzo valico», su cui Salvini aveva espresso qualche dubbio. E invece Tajani, come Chiamparino, chiede che «tutte le grandi opere vengano fatte perché creano occupazione e riducono rischi sulle strade». Del resto il forzista aveva già lanciato il suo messaggio alla vigilia della visita dicendo che la Tav «è un'opera moderna e competitiva che fa crescere il Paese e che deve essere realizzata per non restare fuori dall'Europa, lasciando perdere i capricci dei grillini e le violenze dei centri sociali No Tav». E aveva poi rincarato la dose verso Salvini e i pentastellati: «Ho chiesto al ministro dell'Interno di chiudere i centri sociali di Torino da cui sono partiti gli attacchi ai cantieri e alle forze dell'ordine». Una certa stizzosità mostrata già con la nomina di Marcello Foa a presidente della Rai, nomina fallita in Vigilanza proprio per il mancato voto di Forza Italia. E proprio Tajani avrebbe ostacolato Foa per il metodo seguito da Salvini, persuadendo Berlusconi (che invece aveva dato il suo ok) a dire no, minacciando addirittura le dimissioni dalla carica di vicepresidente azzurro se la posizione di Fi sul giornalista italosvizzero del Giornale fosse cambiata. A contribuire al braccio di ferro anche una telefonata, smentita con un tweet dallo stesso Tajani, ricevuta da Jacques Attali, l'inventore di Emmanuel Macron, grande nemico di euroscettici e sovranisti. E comunque, come dimostra lo stallo Rai, Berlusconi ha ceduto ma chissà che non se ne sia pentito, considerato che Fi è tagliata fuori da Viale Mazzini. «Salvini si comporti con coerenza rispetto alle idee del centrodestra», aveva dichiarato Berlusconi. Ma forse oggi qualcuno dovrebbe dirlo a Tajani. Sarina Biraghi
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».