Qui non si tratta solo di stanare eventuali furbizie ma di avere contezza che i fondi arrivino veramente a finanziare ciò che è utile a migliorare il Pil degli Stati membri. A mettere il dito nella piaga è l’ultimo rapporto della Corte dei Conti europea, che parla di lacune significative sulla tracciabilità e la trasparenza degli stanziamenti del Dispositivo per la ripresa e la resilienza, il maxi fondo da oltre 570 miliardi, pilastro del Pnrr (per l’Italia 194,4 miliardi di euro).
Al centro delle critiche c’è il sistema di finanziamento che si basa sul «pagamento a fronte dei risultati» piuttosto che sul rimborso dei costi effettivi. Una volta che la Commissione versa i fondi a uno Stato membro, questi confluiscono sul bilancio nazionale e diventa difficile tracciare le spese esatte fino al destinatario finale. Quindi, mentre la Commissione monitora il raggiungimento di un target che può essere, ad esempio, i 100 km costruiti di una ferrovia, non ha una visibilità completa su come ogni singola tranche di pagamento sia stata spesa internamente. Nonostante ci sia una piattaforma pubblica (il Recovery and resilience scoreboard), le informazioni su chi riceve effettivamente i fondi sono frammentate o non pienamente accessibili. Inoltre, siccome ogni Paese utilizza i propri sistemi di audit e controllo, la standardizzazione dei dati a livello europeo risulta difficoltosa. La mancanza di una tracciabilità per step, aumenta il rischio di un doppio finanziamento. Lo stesso progetto può ricevere fondi anche da altri programmi europei. Quindi la Corte raccomanda alla Commissione Ue di fornire linee guida più stringenti agli Stati membri sulla pubblicazione dei dati dei destinatari dei fondi e implementare i controlli.
In molti casi analizzati, i costi reali dei progetti completati risultano inferiori alle stime iniziali utilizzate per determinare i finanziamenti europei. Gli auditor rilevano inoltre che non tutti gli Stati raccolgono sistematicamente i dati richiesti sulla destinazione finale dei fondi. In alcuni casi le informazioni vengono fornite solo su richiesta e in ritardo.
Le regole del Recovery fund prevedono che ogni Stato pubblichi l’elenco dei 100 maggiori destinatari dei fondi, ma secondo la Corte questo obbligo è insufficiente per capire davvero dove finisca il denaro europeo. In oltre metà dei casi esaminati, i principali beneficiari risultano essere ministeri o enti pubblici nazionali. Tuttavia, gli Stati membri non sono obbligati a rendere pubblici i successivi pagamenti effettuati da queste amministrazioni verso imprese appaltatrici o altri soggetti coinvolti nei progetti. Se ad esempio, osserva la Corte, un progetto di digitalizzazione costa meno del previsto, lo Stato membro può trattenere la differenza senza che la Commissione possa richiederne la restituzione o sapere come verrà utilizzata. «Le informazioni pubbliche su chi beneficia realmente del Rrf e in quale misura restano incomplete», scrive la Corte. Nessuno dei dieci Paesi controllati (Austria, Bulgaria, Estonia, Francia, Germania, Lettonia, Malta, Paesi Bassi, Romania e Spagna) è andato oltre il requisito minimo della lista dei 100 beneficiari.
Francia e Germania non hanno integrato pienamente nei loro controlli lo strumento di data-mining Arachne (fornito dalla Commissione per scovare conflitti di interesse). Senza questo strumento, incrociare i dati per prevenire frodi tra diversi Paesi è quasi impossibile. In Spagna, l’iniezione massiccia di fondi Pnrr è stata convogliata attraverso il bilancio dello Stato. I revisori hanno evidenziato che una volta «mescolati» con le risorse nazionali, distinguere l’impatto specifico dei fondi europei rispetto a quelli nazionali diventa un esercizio puramente teorico. In Romania, per alcuni aiuti alle Pmi, si è discusso se il beneficiario fosse la banca che gestiva il prestito o l’impresa che lo riceveva. Questa ambiguità ha portato a pubblicare liste che non riflettevano il reale utilizzo economico dei fondi. Alcuni Paesi tra cui la Croazia si basano su «autodichiarazioni» dei beneficiari per quanto riguarda l’assenza di doppio finanziamento. La Commissione, però, non ha verificato sistematicamente se queste autodichiarazioni fossero supportate da controlli incrociati rigorosi. Il Portogallo ha reso disponibili i dati sui beneficiari finali solo molto tempo dopo che i fondi erano già stati impegnati o spesi. In Grecia, parte del Pnrr passa attraverso prestiti agevolati e incentivi fiscali. Tracciare chi beneficia di un risparmio sulle tasse grazie ai fondi europei è molto più complesso rispetto a tracciare chi riceve un bonifico per costruire un ponte. I Paesi Bassi hanno il problema della proprietà effettiva. Non raccolgono con precisione i dati sui titolari effettivi delle aziende (chi comanda davvero dietro lo schermo societario). Questo impedisce di sapere se i fondi finiscono a società collegate a paradisi fiscali o persone sanzionate.
Quanto all’Italia, molti dei beneficiari che appaiono nelle liste ufficiali sono ministeri, Comuni, agenzie regionali. Questi enti ricevono i fondi per poi distribuirli tramite appalti. Questo meccanismo rende difficile vedere qual è l’azienda che sta effettivamente costruendo una strada o digitalizzando una scuola perché sul database appare solo il Comune di riferimento. Inoltre, siccome i fondi Pnrr sono stati integrati nel bilancio statale, la Corte rileva che si mescolano con le tasse e i fondi nazionali e il controllo diventa difficile. È difficile dimostrare quali fondi sono stati spesi per le finalità del Pnrr e non per un’altra spesa corrente. La Corte dice anche che l’Italia è stata comunque brava a completare le riforme «sulla carta» per incassare le rate ma raggiungere un traguardo legislativo non garantisce che i soldi siano stati spesi in modo efficace sul territorio.