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2023-06-22
Figli di coppie gay, l’Ue dà ragione all’Italia
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Eurodelusione senz’appello per chi sperava che la Commissione europea intervenisse sul caso Padova e sulle registrazioni dei figli di coppie omosessuali. La Commissione ribadisce che «chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». E le leggi sul tema, in Italia, al momento sono chiare: due donne, o due uomini, non possono registrare un figlio. La presa di posizione arrivata da Bruxelles, ovviamente non è piaciuta a buona parte dei media che stanno combattendo la battaglia dei diritti Lgbt. Con il risultato che ieri i siti di Repubblica e Stampa, ma non solo, hanno riportato la notizia censurando o nascondendo il passaggio sul rispetto delle leggi nazionali e titolando sul «rispetto dei genitori di altri Paesi».
Dopo la decisione della Procura di Padova di impugnare gli atti di nascita registrati su richiesta di 33 coppie omogenitoriali, ieri un giornalista italiano ha portato il caso a Bruxelles, in occasione della conferenza stampa quotidiana della Commissione. Il portavoce Christian Wigand ha risposto: «Personalmente non sono al corrente del caso, ma normalmente non possiamo commentare i casi individuali». Poi, ha ricordato che «va ricordata la nostra proposta concernente i diritti genitoriali che riguarda i casi di trasferimento da un Paese membro all’altro. Chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale».
In sostanza, la Commissione ha ribadito che ritiene fondamentale tutelare la libera circolazione anche delle famiglie arcobaleno in Europa, come risulta da una serie di sentenze della Corte di Giustizia europea che hanno dato ragione al genitore omosessuale che si era visto negare un permesso di soggiorno o una carta d’identità per il figlio minore. Ma ha anche chiarito, per l’ennesima volta, quello che ogni studente di diritto sa bene, ovvero che l’Ue non può interferire sul diritto di famiglia dei singoli Stati. E quindi, anche sotto questo profilo i pm di Padova che hanno applicato la legge italiana hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Dopo di che è assolutamente fuori discussione che l’auspicio dell’Unione sia quello di ampliare il più possibile i diritti delle coppie arcobaleno e di arrivare al diritto di «filiazione» in tutta Europa. Il problema, però, è che nell’Unione vale il principio di attribuzione della competenza giurisdizionale e c’è un’assenza totale di disposizioni che trasferiscono all’Ue le competenze in materia di diritto di famiglia. Il risultato è che il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri, che su questo legiferano come meglio credono.
C’è poi una competenza concorrente con quella dei Paesi membri su libertà, sicurezza e giustizia, dove l’Unione ha avuto dai trattati internazionali il compito di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (famiglia compresa) con implicazioni transfrontaliere. Ma come si compone una famiglia e come si diventa genitori resta materia nazionale.
Ieri, probabilmente, c’era chi si augurava che da Bruxelles arrivasse una qualche sconfessione dell’Italia per la vicenda di Padova. Anche solo una mezza parola per poter tirare fuori dai cassetti l’immortale titolo: «L’Europa striglia l’Italia». Invece è andata come non poteva che andare e allora i siti di alcuni giornali hanno rigirato un po’ la frittata. Repubblica.it ha titolato così: «Famiglie arcobaleno, l’Ue: “Gli Stati membri devono riconoscere i genitori di altri Paesi”». Con il virgolettato del portavoce tagliato proprio nella sua parte più interessante. Scelta un po’ meno drastica per Lastampa.it, che non ha omesso il passaggio sulle competenze nazionali, ma ha comunque cavalcato la storia della libera circolazione, che con Padova c’entra davvero poco. Equilibrista il sito del tg di La7, che ha messo il richiamo sulla libera circolazione nel titolo principale e quello relativo al diritto di famiglia nel catenaccio.
Che la competenza sul diritto di famiglia sia assolutamente nazionale emerge anche dalla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia. Lo scorso 7 aprile Koen Lenaerts aveva rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale, pur tirato per la giacca, ribadiva che temi come filiazione e genitorialità sono sotto la sovranità statale. E inquadrava alcune sentenze assai strombazzate in tema di diritti delle famiglie arcobaleno semplicemente come «la tutela del diritto di un bambino di circolare e soggiornare liberamente nell’Unione con i suoi genitori» e nulla più. Il giurista belga faceva l’esempio di un problema che si era verificato in Bulgaria, in cui la Corte aveva dato ragione a una coppia di donne che si era trasferita dalla Spagna e si era vista negare la carta d’identità per la bambina, ma ricordava che il Paese «non ha alcun obbligo di prevedere, nel diritto nazionale, la genitorialità di persone dello stesso sesso». E non è tenuto a riconoscere un certificato di nascita spagnolo per fini diversi dall’esercizio dei diritti derivanti dal diritto dell’Unione, tra cui c’è appunto quello di libera circolazione. Che per la Corte è prevalente anche rispetto al diritto del minore alla «vita familiare».
Il rimedio degli intellò: «Ignoriamo la legge»
Il fatto che sia il portavoce dalla Commissione europea a ricordarci che le nostre leggi hanno valore rende la misura del delirio di cui l’Italia è preda. Ieri a Christian Wigand, questo il suo nome, è stato richiesto un commento all’impronta sul caso di Padova, dove la Procura ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini registrati impropriamente come «figli di due madri». Ebbene, secondo il portavoce europeo «chi è genitore in uno Stato deve esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». Significa che la legislazione italiana non è un orpello e che i magistrati hanno il diritto di agire sulla base delle nostre norme, come in effetti avvenuto a Padova.
L’aspetto drammatico della faccenda è che - mentre il rappresentante di una istituzione decisamente favorevole alla retorica Lgbt invita al rispetto delle regole interne - fior di opinionisti, politici e intellettuali di casa nostra invocano la deliberata violazione di quelle stesse regole. Lo ha fatto, dalla prima pagina del Corriere della Sera, Massimo Gramellini: «Mi chiedo sommessamente», ha scritto, «se in casi come questo un eccellente modo di applicare la legge non consista nel dimenticarsi di farlo». Identica linea anche per Mattia Feltri sulla Stampa: «La scienza giuridica che di solito mi appassiona molto», commenta, «stavolta mi appassiona poco».
Discorso chiaro: poiché ci sono di mezzo le rivendicazioni arcobaleno, la legge si può violare. Anzi va violata. O per lo meno tocca trovare una soluzione «all’italiana» (così amano dire proprio gli stessi editorialisti che ogni giorno si ergono a flagellatori del malcostume) che consista nell’aggiramento delle regole. Beh, vedete, il vero problema, il nocciolo duro del caso padovano sta proprio in questa pretesa. A farsi scudo dietro bambini incolpevoli sono attivisti e militanti i quali ritengono di essere superiori a tutto: alle leggi, alla morale, persino alla biologia. Ritengono di essere nelle condizioni di distruggere e riscrivere non solo i codici, ma pure l’umana conformazione. Come fa la scrittrice Chiara Valerio che, su Repubblica, accusa il governo di essere fascista e di far prevalere «il sangue», cioè «il privilegio» sul diritto, ma poi pretende la cancellazione del diritto medesimo quando non le piace.
La Valerio - come molte transfemministe - sostiene che sia «la prevalenza della biografia sulla biologia a garantire l’autonomia e l’unicità della persona». E può pure darsi che sia vero. Ciò che gli attivisti attualmente richiedono, tuttavia, non è di dare egual peso a «natura» e «cultura». Essi, semplicemente, intendono eliminare la biologia: vogliono stabilire per decreto che essa non conti nulla. E nemmeno intendono farlo seguendo il diritto, cioè - ad esempio - passando per il Parlamento o rispettando una sentenza. Tutt’altro: intendono scavalcare l’aula assieme alle norme che ha prodotto e alle Procure che queste norme le fanno rispettare. Ciò che conta, in sostanza, è solamente la volontà dei militanti, il loro desiderio che supera ogni barriera e si fa comando inviolabile. Privilegio, in altre parole.
La cultura conta, le biografie contano, come no. Non tutto è sangue e membra, non tutto è meccanico stantuffare di muscoli. Il diritto stesso è (anche) cultura. La morale è cultura, persino la religione. E, di converso, anche l’omosessualità, in questa logica, è natura. Però ci domandiamo: ai bambini nati da utero in affitto o da fecondazione eterologa, viene forse permesso di creare da soli la propria biografia? Ai piccoli quale diritto viene concesso? Perché a noi risulta che i neonati non possano «scegliersi le parentele», prerogativa che i militanti arcobaleno rivendicano per sé. No: questi bambini non possono rimanere con la madre biologica e spesso non possono incontrare il padre biologico perché altri hanno deciso che così deve essere, e non si discute. Ci sono parentele eliminate, sì: ma sono quelle «naturali».
Dice Alessia Crocini di Famiglie arcobaleno che i bimbi di Padova «rischiano di perdere una delle loro mamme», e sarebbe una cosa terribile, se fosse vera (non lo è, perché nessuno impedirà alle coppie di tenere i pargoli, in più alla «madre intenzionale» è consentita l’adozione). Ma del padre che perdono, importa a qualcuno? E della madre a cui sono strappati per contratto i nati da surrogazione frega qualcosa agli editorialisti tanto attenti all’amore e ai buoni sentimenti? Pare proprio di no.
A chi si prenda la briga di seguire le argomentazioni progressiste risulta molto evidente: non ci sono natura, cultura, diritti o biologia che tengano. Semplicemente, non accettano obiezioni al loro pensiero, non accettano limiti. Nemmeno quando i limiti vengono fissati dalla comunità dopo democratico confronto. Essi non pretendono il rispetto, che sarebbe dovuto. Pretendono obbedienza, anche se poi sono i primi a disobbedire.
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Secondo Christian Wigand, portavoce della Commissione, regolare i singoli casi è «competenza nazionale». Posizione in linea con la Procura padovana. Che però Bruxelles si ostina a subordinare alla fissa dei genitori omosex.Quando le regole contraddicono le rivendicazioni arcobaleno, per la sinistra e i suoi opinionisti non contano più nulla. Massimo Gramellini suggerisce di non applicarle. Mentre alla Valerio ricordano il fascismo. Ai diritti dei bambini però non riescono proprio a pensare.Lo speciale contiene due articoli.Eurodelusione senz’appello per chi sperava che la Commissione europea intervenisse sul caso Padova e sulle registrazioni dei figli di coppie omosessuali. La Commissione ribadisce che «chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». E le leggi sul tema, in Italia, al momento sono chiare: due donne, o due uomini, non possono registrare un figlio. La presa di posizione arrivata da Bruxelles, ovviamente non è piaciuta a buona parte dei media che stanno combattendo la battaglia dei diritti Lgbt. Con il risultato che ieri i siti di Repubblica e Stampa, ma non solo, hanno riportato la notizia censurando o nascondendo il passaggio sul rispetto delle leggi nazionali e titolando sul «rispetto dei genitori di altri Paesi». Dopo la decisione della Procura di Padova di impugnare gli atti di nascita registrati su richiesta di 33 coppie omogenitoriali, ieri un giornalista italiano ha portato il caso a Bruxelles, in occasione della conferenza stampa quotidiana della Commissione. Il portavoce Christian Wigand ha risposto: «Personalmente non sono al corrente del caso, ma normalmente non possiamo commentare i casi individuali». Poi, ha ricordato che «va ricordata la nostra proposta concernente i diritti genitoriali che riguarda i casi di trasferimento da un Paese membro all’altro. Chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». In sostanza, la Commissione ha ribadito che ritiene fondamentale tutelare la libera circolazione anche delle famiglie arcobaleno in Europa, come risulta da una serie di sentenze della Corte di Giustizia europea che hanno dato ragione al genitore omosessuale che si era visto negare un permesso di soggiorno o una carta d’identità per il figlio minore. Ma ha anche chiarito, per l’ennesima volta, quello che ogni studente di diritto sa bene, ovvero che l’Ue non può interferire sul diritto di famiglia dei singoli Stati. E quindi, anche sotto questo profilo i pm di Padova che hanno applicato la legge italiana hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Dopo di che è assolutamente fuori discussione che l’auspicio dell’Unione sia quello di ampliare il più possibile i diritti delle coppie arcobaleno e di arrivare al diritto di «filiazione» in tutta Europa. Il problema, però, è che nell’Unione vale il principio di attribuzione della competenza giurisdizionale e c’è un’assenza totale di disposizioni che trasferiscono all’Ue le competenze in materia di diritto di famiglia. Il risultato è che il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri, che su questo legiferano come meglio credono. C’è poi una competenza concorrente con quella dei Paesi membri su libertà, sicurezza e giustizia, dove l’Unione ha avuto dai trattati internazionali il compito di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (famiglia compresa) con implicazioni transfrontaliere. Ma come si compone una famiglia e come si diventa genitori resta materia nazionale. Ieri, probabilmente, c’era chi si augurava che da Bruxelles arrivasse una qualche sconfessione dell’Italia per la vicenda di Padova. Anche solo una mezza parola per poter tirare fuori dai cassetti l’immortale titolo: «L’Europa striglia l’Italia». Invece è andata come non poteva che andare e allora i siti di alcuni giornali hanno rigirato un po’ la frittata. Repubblica.it ha titolato così: «Famiglie arcobaleno, l’Ue: “Gli Stati membri devono riconoscere i genitori di altri Paesi”». Con il virgolettato del portavoce tagliato proprio nella sua parte più interessante. Scelta un po’ meno drastica per Lastampa.it, che non ha omesso il passaggio sulle competenze nazionali, ma ha comunque cavalcato la storia della libera circolazione, che con Padova c’entra davvero poco. Equilibrista il sito del tg di La7, che ha messo il richiamo sulla libera circolazione nel titolo principale e quello relativo al diritto di famiglia nel catenaccio. Che la competenza sul diritto di famiglia sia assolutamente nazionale emerge anche dalla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia. Lo scorso 7 aprile Koen Lenaerts aveva rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale, pur tirato per la giacca, ribadiva che temi come filiazione e genitorialità sono sotto la sovranità statale. E inquadrava alcune sentenze assai strombazzate in tema di diritti delle famiglie arcobaleno semplicemente come «la tutela del diritto di un bambino di circolare e soggiornare liberamente nell’Unione con i suoi genitori» e nulla più. Il giurista belga faceva l’esempio di un problema che si era verificato in Bulgaria, in cui la Corte aveva dato ragione a una coppia di donne che si era trasferita dalla Spagna e si era vista negare la carta d’identità per la bambina, ma ricordava che il Paese «non ha alcun obbligo di prevedere, nel diritto nazionale, la genitorialità di persone dello stesso sesso». E non è tenuto a riconoscere un certificato di nascita spagnolo per fini diversi dall’esercizio dei diritti derivanti dal diritto dell’Unione, tra cui c’è appunto quello di libera circolazione. Che per la Corte è prevalente anche rispetto al diritto del minore alla «vita familiare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/figli-coppie-gay-ue-italia-2661698254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-rimedio-degli-intello-ignoriamo-la-legge" data-post-id="2661698254" data-published-at="1687425701" data-use-pagination="False"> Il rimedio degli intellò: «Ignoriamo la legge» Il fatto che sia il portavoce dalla Commissione europea a ricordarci che le nostre leggi hanno valore rende la misura del delirio di cui l’Italia è preda. Ieri a Christian Wigand, questo il suo nome, è stato richiesto un commento all’impronta sul caso di Padova, dove la Procura ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini registrati impropriamente come «figli di due madri». Ebbene, secondo il portavoce europeo «chi è genitore in uno Stato deve esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». Significa che la legislazione italiana non è un orpello e che i magistrati hanno il diritto di agire sulla base delle nostre norme, come in effetti avvenuto a Padova. L’aspetto drammatico della faccenda è che - mentre il rappresentante di una istituzione decisamente favorevole alla retorica Lgbt invita al rispetto delle regole interne - fior di opinionisti, politici e intellettuali di casa nostra invocano la deliberata violazione di quelle stesse regole. Lo ha fatto, dalla prima pagina del Corriere della Sera, Massimo Gramellini: «Mi chiedo sommessamente», ha scritto, «se in casi come questo un eccellente modo di applicare la legge non consista nel dimenticarsi di farlo». Identica linea anche per Mattia Feltri sulla Stampa: «La scienza giuridica che di solito mi appassiona molto», commenta, «stavolta mi appassiona poco». Discorso chiaro: poiché ci sono di mezzo le rivendicazioni arcobaleno, la legge si può violare. Anzi va violata. O per lo meno tocca trovare una soluzione «all’italiana» (così amano dire proprio gli stessi editorialisti che ogni giorno si ergono a flagellatori del malcostume) che consista nell’aggiramento delle regole. Beh, vedete, il vero problema, il nocciolo duro del caso padovano sta proprio in questa pretesa. A farsi scudo dietro bambini incolpevoli sono attivisti e militanti i quali ritengono di essere superiori a tutto: alle leggi, alla morale, persino alla biologia. Ritengono di essere nelle condizioni di distruggere e riscrivere non solo i codici, ma pure l’umana conformazione. Come fa la scrittrice Chiara Valerio che, su Repubblica, accusa il governo di essere fascista e di far prevalere «il sangue», cioè «il privilegio» sul diritto, ma poi pretende la cancellazione del diritto medesimo quando non le piace. La Valerio - come molte transfemministe - sostiene che sia «la prevalenza della biografia sulla biologia a garantire l’autonomia e l’unicità della persona». E può pure darsi che sia vero. Ciò che gli attivisti attualmente richiedono, tuttavia, non è di dare egual peso a «natura» e «cultura». Essi, semplicemente, intendono eliminare la biologia: vogliono stabilire per decreto che essa non conti nulla. E nemmeno intendono farlo seguendo il diritto, cioè - ad esempio - passando per il Parlamento o rispettando una sentenza. Tutt’altro: intendono scavalcare l’aula assieme alle norme che ha prodotto e alle Procure che queste norme le fanno rispettare. Ciò che conta, in sostanza, è solamente la volontà dei militanti, il loro desiderio che supera ogni barriera e si fa comando inviolabile. Privilegio, in altre parole. La cultura conta, le biografie contano, come no. Non tutto è sangue e membra, non tutto è meccanico stantuffare di muscoli. Il diritto stesso è (anche) cultura. La morale è cultura, persino la religione. E, di converso, anche l’omosessualità, in questa logica, è natura. Però ci domandiamo: ai bambini nati da utero in affitto o da fecondazione eterologa, viene forse permesso di creare da soli la propria biografia? Ai piccoli quale diritto viene concesso? Perché a noi risulta che i neonati non possano «scegliersi le parentele», prerogativa che i militanti arcobaleno rivendicano per sé. No: questi bambini non possono rimanere con la madre biologica e spesso non possono incontrare il padre biologico perché altri hanno deciso che così deve essere, e non si discute. Ci sono parentele eliminate, sì: ma sono quelle «naturali». Dice Alessia Crocini di Famiglie arcobaleno che i bimbi di Padova «rischiano di perdere una delle loro mamme», e sarebbe una cosa terribile, se fosse vera (non lo è, perché nessuno impedirà alle coppie di tenere i pargoli, in più alla «madre intenzionale» è consentita l’adozione). Ma del padre che perdono, importa a qualcuno? E della madre a cui sono strappati per contratto i nati da surrogazione frega qualcosa agli editorialisti tanto attenti all’amore e ai buoni sentimenti? Pare proprio di no. A chi si prenda la briga di seguire le argomentazioni progressiste risulta molto evidente: non ci sono natura, cultura, diritti o biologia che tengano. Semplicemente, non accettano obiezioni al loro pensiero, non accettano limiti. Nemmeno quando i limiti vengono fissati dalla comunità dopo democratico confronto. Essi non pretendono il rispetto, che sarebbe dovuto. Pretendono obbedienza, anche se poi sono i primi a disobbedire.
Alessia Pifferi (Ansa)
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
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Vladimir Putin (Ansa)
Il nuovo assegno staccato da Bruxelles è stato sancito ieri al vertice sulla Ricostruzione apertosi a Danzica, in Polonia. Nel quadro della Ukraine recovery conference, la Commissione europea ha annunciato una prima tranche da 3,2 miliardi come Macro-financial assistance, in sostanza un puntello per tenere in piedi lo Stato ucraino, altrimenti in bancarotta. Poi, entro pochi giorni, verranno versati altri 6 miliardi destinati alla produzione bellica, specialmente quella dei droni, l’arma su cui Kiev punta il tutto per tutto. Il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spiegato: «Dall’inizio della guerra, l’Ue ha fornito 200 miliardi di euro in sostegno economico, finanziario e militare. E con il prestito di sostegno all’Ucraina, forniremo ulteriori 90 miliardi nei prossimi due anni». La Von der Leyen ha confermato che l’Ue sfrutterà l’esperienza ucraina per gli stessi programmi di riarmo europei: «L’esperienza dell’Ucraina sul campo di battaglia non ha eguali. Le sue aziende della Difesa sono tra le più innovative. Stanno sviluppando e producendo capacità all’avanguardia, dai droni intercettori ai sistemi di disturbo. Droni progettati in Ucraina vengono prodotti in Germania. Il carburante per i missili Flamingo ucraini sarà presto prodotto in Danimarca. Abbiamo bisogno di ingegno e innovazione ucraini e capacità e know-how industriale europei».
All’orizzonte c’è l’adesione di Kiev all’Unione, ma è lecito chiedersi se Bruxelles non si stia sobbarcando rischi eccessivi, con un impegno finanziario colossale, in un Paese in guerra permanente e così indebitato che in caso, eventuale, di sconfitta o collasso, rischierebbe di tornare nella sfera russa. Perciò la guerra d’Ucraina è sostenuta dall’Ue, che non può permettersi la sconfitta di un così importante creditore. Un portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che si esaminano i programmi d’armamenti ucraini da sostenere: «Stiamo esaminando i programmi di produzione, quindi l’Ucraina può analizzare la situazione sul campo e identificare i prodotti di cui ha bisogno, poi deve comunicarcelo sotto forma di programma di produzione. Per ora, abbiamo ricevuto due programmi. Il primo, sui droni, è già stato approvato e abbiamo appena ricevuto il secondo, in fase di valutazione». Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ne ha parlato con la Von der Leyen, ma solo per telefono. Infatti ha disertato Danzica, facendosi sostituire dalla premier ucraina Yulia Svyrydenko per le tensioni fra Ucraina e Polonia causate dall’intitolazione, da parte ucraina, di un reparto militare alla vecchia Upa filonazista, a cui Varsavia ha reagito ritirando un’onorificenza concessa a Zelensky. A Danzica il premier polacco Donald Tusk ha cercato di smorzare, esortando entrambe le nazioni al «rispetto reciproco della storia». Ma a dividere Kiev e Varsavia, sottobanco, ci sono anche le storiche rivendicazioni sulla regione ucraina di Leopoli (Lvov), che fu parte della Polonia per secoli.
Zelensky ha annunciato nuovi successi nella campagna di attacco con droni alle infrastrutture petrolifere russe. Il servizio segreto ucraino, che dirige i raid di droni, ha incendiato il deposito petrolifero Poltavska, nella regione di Krasnodar, a 300 km dal fronte, e colpito due raffinerie a Ufa, la Bashneft-Ufaneftekhim e la Bashneft-Novoyl, a 1.500 km dal fronte, sebbene i russi ribattano d’aver «respinto l’attacco». Il presidente francese Emmanuel Macron ha, invece, svelato solo ieri che la Marina francese ha abbordato e fermato «martedì al largo della Sicilia» la petroliera Deliver, battente bandiera del Camerun ma reputata inquadrata nella «flotta ombra russa» per aggirare le sanzioni. L’ambasciata russa a Parigi ha protestato: «Non vi sono russi nell’equipaggio della nave. È un atto di pirateria». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lanciato l’ennesimo appello alla Russia affinché «congeli la linea del fronte» come condizione di negoziato, ma la prosecuzione delle operazioni dimostra che il Cremlino ritiene più vantaggioso mantenere la pressione militare.
L’esercito ucraino ha rivendicato ieri la riconquista della penisola di Kinburn, nella regione di Mykolaiv, avamposto da cui i russi si sono ritirati dopo attacchi alle loro linee logistiche, ma pare un successo marginale. L’istituto americano Isw conferma che i soldati russi «espandono le loro aree di infiltrazione» in settori del fronte presso Slovyansk, una delle chiavi di volta della catena di città-fortezze ucraine del fronte Est. Attacchi aerei russi hanno distrutto treni a Sumy e a Zaporizhzhia, dove è morto un macchinista. Combattimenti urbani continuano per il controllo di Kostantnyvka, da cui i russi potrebbero risalire verso Druzhkivka e Kramatorsk. Lì, secondo la Tass, truppe russe del 1194° reggimento hanno osservato la presenza di «mercenari polacchi e varie donne soldato tra le fila ucraine».
Arruolato con l’inganno dagli ucraini sarebbe, invece, un brasiliano di 23 anni, Herik Ferreira Soares, fatto prigioniero dai russi e la cui vicenda è stata denunciata ieri dal ministero degli Esteri di Mosca e dalla locale ambasciata brasiliana. Soares avrebbe detto in un filmato: «Mi hanno mentito, sono stato attirato con una falsa promessa di lavoro. Brasiliani, non accettate offerte di reclutamento legate ai conflitti armati. I soldi non valgono il rischio».
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