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2023-06-22
Figli di coppie gay, l’Ue dà ragione all’Italia
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Eurodelusione senz’appello per chi sperava che la Commissione europea intervenisse sul caso Padova e sulle registrazioni dei figli di coppie omosessuali. La Commissione ribadisce che «chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». E le leggi sul tema, in Italia, al momento sono chiare: due donne, o due uomini, non possono registrare un figlio. La presa di posizione arrivata da Bruxelles, ovviamente non è piaciuta a buona parte dei media che stanno combattendo la battaglia dei diritti Lgbt. Con il risultato che ieri i siti di Repubblica e Stampa, ma non solo, hanno riportato la notizia censurando o nascondendo il passaggio sul rispetto delle leggi nazionali e titolando sul «rispetto dei genitori di altri Paesi».
Dopo la decisione della Procura di Padova di impugnare gli atti di nascita registrati su richiesta di 33 coppie omogenitoriali, ieri un giornalista italiano ha portato il caso a Bruxelles, in occasione della conferenza stampa quotidiana della Commissione. Il portavoce Christian Wigand ha risposto: «Personalmente non sono al corrente del caso, ma normalmente non possiamo commentare i casi individuali». Poi, ha ricordato che «va ricordata la nostra proposta concernente i diritti genitoriali che riguarda i casi di trasferimento da un Paese membro all’altro. Chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale».
In sostanza, la Commissione ha ribadito che ritiene fondamentale tutelare la libera circolazione anche delle famiglie arcobaleno in Europa, come risulta da una serie di sentenze della Corte di Giustizia europea che hanno dato ragione al genitore omosessuale che si era visto negare un permesso di soggiorno o una carta d’identità per il figlio minore. Ma ha anche chiarito, per l’ennesima volta, quello che ogni studente di diritto sa bene, ovvero che l’Ue non può interferire sul diritto di famiglia dei singoli Stati. E quindi, anche sotto questo profilo i pm di Padova che hanno applicato la legge italiana hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Dopo di che è assolutamente fuori discussione che l’auspicio dell’Unione sia quello di ampliare il più possibile i diritti delle coppie arcobaleno e di arrivare al diritto di «filiazione» in tutta Europa. Il problema, però, è che nell’Unione vale il principio di attribuzione della competenza giurisdizionale e c’è un’assenza totale di disposizioni che trasferiscono all’Ue le competenze in materia di diritto di famiglia. Il risultato è che il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri, che su questo legiferano come meglio credono.
C’è poi una competenza concorrente con quella dei Paesi membri su libertà, sicurezza e giustizia, dove l’Unione ha avuto dai trattati internazionali il compito di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (famiglia compresa) con implicazioni transfrontaliere. Ma come si compone una famiglia e come si diventa genitori resta materia nazionale.
Ieri, probabilmente, c’era chi si augurava che da Bruxelles arrivasse una qualche sconfessione dell’Italia per la vicenda di Padova. Anche solo una mezza parola per poter tirare fuori dai cassetti l’immortale titolo: «L’Europa striglia l’Italia». Invece è andata come non poteva che andare e allora i siti di alcuni giornali hanno rigirato un po’ la frittata. Repubblica.it ha titolato così: «Famiglie arcobaleno, l’Ue: “Gli Stati membri devono riconoscere i genitori di altri Paesi”». Con il virgolettato del portavoce tagliato proprio nella sua parte più interessante. Scelta un po’ meno drastica per Lastampa.it, che non ha omesso il passaggio sulle competenze nazionali, ma ha comunque cavalcato la storia della libera circolazione, che con Padova c’entra davvero poco. Equilibrista il sito del tg di La7, che ha messo il richiamo sulla libera circolazione nel titolo principale e quello relativo al diritto di famiglia nel catenaccio.
Che la competenza sul diritto di famiglia sia assolutamente nazionale emerge anche dalla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia. Lo scorso 7 aprile Koen Lenaerts aveva rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale, pur tirato per la giacca, ribadiva che temi come filiazione e genitorialità sono sotto la sovranità statale. E inquadrava alcune sentenze assai strombazzate in tema di diritti delle famiglie arcobaleno semplicemente come «la tutela del diritto di un bambino di circolare e soggiornare liberamente nell’Unione con i suoi genitori» e nulla più. Il giurista belga faceva l’esempio di un problema che si era verificato in Bulgaria, in cui la Corte aveva dato ragione a una coppia di donne che si era trasferita dalla Spagna e si era vista negare la carta d’identità per la bambina, ma ricordava che il Paese «non ha alcun obbligo di prevedere, nel diritto nazionale, la genitorialità di persone dello stesso sesso». E non è tenuto a riconoscere un certificato di nascita spagnolo per fini diversi dall’esercizio dei diritti derivanti dal diritto dell’Unione, tra cui c’è appunto quello di libera circolazione. Che per la Corte è prevalente anche rispetto al diritto del minore alla «vita familiare».
Il rimedio degli intellò: «Ignoriamo la legge»
Il fatto che sia il portavoce dalla Commissione europea a ricordarci che le nostre leggi hanno valore rende la misura del delirio di cui l’Italia è preda. Ieri a Christian Wigand, questo il suo nome, è stato richiesto un commento all’impronta sul caso di Padova, dove la Procura ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini registrati impropriamente come «figli di due madri». Ebbene, secondo il portavoce europeo «chi è genitore in uno Stato deve esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». Significa che la legislazione italiana non è un orpello e che i magistrati hanno il diritto di agire sulla base delle nostre norme, come in effetti avvenuto a Padova.
L’aspetto drammatico della faccenda è che - mentre il rappresentante di una istituzione decisamente favorevole alla retorica Lgbt invita al rispetto delle regole interne - fior di opinionisti, politici e intellettuali di casa nostra invocano la deliberata violazione di quelle stesse regole. Lo ha fatto, dalla prima pagina del Corriere della Sera, Massimo Gramellini: «Mi chiedo sommessamente», ha scritto, «se in casi come questo un eccellente modo di applicare la legge non consista nel dimenticarsi di farlo». Identica linea anche per Mattia Feltri sulla Stampa: «La scienza giuridica che di solito mi appassiona molto», commenta, «stavolta mi appassiona poco».
Discorso chiaro: poiché ci sono di mezzo le rivendicazioni arcobaleno, la legge si può violare. Anzi va violata. O per lo meno tocca trovare una soluzione «all’italiana» (così amano dire proprio gli stessi editorialisti che ogni giorno si ergono a flagellatori del malcostume) che consista nell’aggiramento delle regole. Beh, vedete, il vero problema, il nocciolo duro del caso padovano sta proprio in questa pretesa. A farsi scudo dietro bambini incolpevoli sono attivisti e militanti i quali ritengono di essere superiori a tutto: alle leggi, alla morale, persino alla biologia. Ritengono di essere nelle condizioni di distruggere e riscrivere non solo i codici, ma pure l’umana conformazione. Come fa la scrittrice Chiara Valerio che, su Repubblica, accusa il governo di essere fascista e di far prevalere «il sangue», cioè «il privilegio» sul diritto, ma poi pretende la cancellazione del diritto medesimo quando non le piace.
La Valerio - come molte transfemministe - sostiene che sia «la prevalenza della biografia sulla biologia a garantire l’autonomia e l’unicità della persona». E può pure darsi che sia vero. Ciò che gli attivisti attualmente richiedono, tuttavia, non è di dare egual peso a «natura» e «cultura». Essi, semplicemente, intendono eliminare la biologia: vogliono stabilire per decreto che essa non conti nulla. E nemmeno intendono farlo seguendo il diritto, cioè - ad esempio - passando per il Parlamento o rispettando una sentenza. Tutt’altro: intendono scavalcare l’aula assieme alle norme che ha prodotto e alle Procure che queste norme le fanno rispettare. Ciò che conta, in sostanza, è solamente la volontà dei militanti, il loro desiderio che supera ogni barriera e si fa comando inviolabile. Privilegio, in altre parole.
La cultura conta, le biografie contano, come no. Non tutto è sangue e membra, non tutto è meccanico stantuffare di muscoli. Il diritto stesso è (anche) cultura. La morale è cultura, persino la religione. E, di converso, anche l’omosessualità, in questa logica, è natura. Però ci domandiamo: ai bambini nati da utero in affitto o da fecondazione eterologa, viene forse permesso di creare da soli la propria biografia? Ai piccoli quale diritto viene concesso? Perché a noi risulta che i neonati non possano «scegliersi le parentele», prerogativa che i militanti arcobaleno rivendicano per sé. No: questi bambini non possono rimanere con la madre biologica e spesso non possono incontrare il padre biologico perché altri hanno deciso che così deve essere, e non si discute. Ci sono parentele eliminate, sì: ma sono quelle «naturali».
Dice Alessia Crocini di Famiglie arcobaleno che i bimbi di Padova «rischiano di perdere una delle loro mamme», e sarebbe una cosa terribile, se fosse vera (non lo è, perché nessuno impedirà alle coppie di tenere i pargoli, in più alla «madre intenzionale» è consentita l’adozione). Ma del padre che perdono, importa a qualcuno? E della madre a cui sono strappati per contratto i nati da surrogazione frega qualcosa agli editorialisti tanto attenti all’amore e ai buoni sentimenti? Pare proprio di no.
A chi si prenda la briga di seguire le argomentazioni progressiste risulta molto evidente: non ci sono natura, cultura, diritti o biologia che tengano. Semplicemente, non accettano obiezioni al loro pensiero, non accettano limiti. Nemmeno quando i limiti vengono fissati dalla comunità dopo democratico confronto. Essi non pretendono il rispetto, che sarebbe dovuto. Pretendono obbedienza, anche se poi sono i primi a disobbedire.
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Secondo Christian Wigand, portavoce della Commissione, regolare i singoli casi è «competenza nazionale». Posizione in linea con la Procura padovana. Che però Bruxelles si ostina a subordinare alla fissa dei genitori omosex.Quando le regole contraddicono le rivendicazioni arcobaleno, per la sinistra e i suoi opinionisti non contano più nulla. Massimo Gramellini suggerisce di non applicarle. Mentre alla Valerio ricordano il fascismo. Ai diritti dei bambini però non riescono proprio a pensare.Lo speciale contiene due articoli.Eurodelusione senz’appello per chi sperava che la Commissione europea intervenisse sul caso Padova e sulle registrazioni dei figli di coppie omosessuali. La Commissione ribadisce che «chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». E le leggi sul tema, in Italia, al momento sono chiare: due donne, o due uomini, non possono registrare un figlio. La presa di posizione arrivata da Bruxelles, ovviamente non è piaciuta a buona parte dei media che stanno combattendo la battaglia dei diritti Lgbt. Con il risultato che ieri i siti di Repubblica e Stampa, ma non solo, hanno riportato la notizia censurando o nascondendo il passaggio sul rispetto delle leggi nazionali e titolando sul «rispetto dei genitori di altri Paesi». Dopo la decisione della Procura di Padova di impugnare gli atti di nascita registrati su richiesta di 33 coppie omogenitoriali, ieri un giornalista italiano ha portato il caso a Bruxelles, in occasione della conferenza stampa quotidiana della Commissione. Il portavoce Christian Wigand ha risposto: «Personalmente non sono al corrente del caso, ma normalmente non possiamo commentare i casi individuali». Poi, ha ricordato che «va ricordata la nostra proposta concernente i diritti genitoriali che riguarda i casi di trasferimento da un Paese membro all’altro. Chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». In sostanza, la Commissione ha ribadito che ritiene fondamentale tutelare la libera circolazione anche delle famiglie arcobaleno in Europa, come risulta da una serie di sentenze della Corte di Giustizia europea che hanno dato ragione al genitore omosessuale che si era visto negare un permesso di soggiorno o una carta d’identità per il figlio minore. Ma ha anche chiarito, per l’ennesima volta, quello che ogni studente di diritto sa bene, ovvero che l’Ue non può interferire sul diritto di famiglia dei singoli Stati. E quindi, anche sotto questo profilo i pm di Padova che hanno applicato la legge italiana hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Dopo di che è assolutamente fuori discussione che l’auspicio dell’Unione sia quello di ampliare il più possibile i diritti delle coppie arcobaleno e di arrivare al diritto di «filiazione» in tutta Europa. Il problema, però, è che nell’Unione vale il principio di attribuzione della competenza giurisdizionale e c’è un’assenza totale di disposizioni che trasferiscono all’Ue le competenze in materia di diritto di famiglia. Il risultato è che il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri, che su questo legiferano come meglio credono. C’è poi una competenza concorrente con quella dei Paesi membri su libertà, sicurezza e giustizia, dove l’Unione ha avuto dai trattati internazionali il compito di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (famiglia compresa) con implicazioni transfrontaliere. Ma come si compone una famiglia e come si diventa genitori resta materia nazionale. Ieri, probabilmente, c’era chi si augurava che da Bruxelles arrivasse una qualche sconfessione dell’Italia per la vicenda di Padova. Anche solo una mezza parola per poter tirare fuori dai cassetti l’immortale titolo: «L’Europa striglia l’Italia». Invece è andata come non poteva che andare e allora i siti di alcuni giornali hanno rigirato un po’ la frittata. Repubblica.it ha titolato così: «Famiglie arcobaleno, l’Ue: “Gli Stati membri devono riconoscere i genitori di altri Paesi”». Con il virgolettato del portavoce tagliato proprio nella sua parte più interessante. Scelta un po’ meno drastica per Lastampa.it, che non ha omesso il passaggio sulle competenze nazionali, ma ha comunque cavalcato la storia della libera circolazione, che con Padova c’entra davvero poco. Equilibrista il sito del tg di La7, che ha messo il richiamo sulla libera circolazione nel titolo principale e quello relativo al diritto di famiglia nel catenaccio. Che la competenza sul diritto di famiglia sia assolutamente nazionale emerge anche dalla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia. Lo scorso 7 aprile Koen Lenaerts aveva rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale, pur tirato per la giacca, ribadiva che temi come filiazione e genitorialità sono sotto la sovranità statale. E inquadrava alcune sentenze assai strombazzate in tema di diritti delle famiglie arcobaleno semplicemente come «la tutela del diritto di un bambino di circolare e soggiornare liberamente nell’Unione con i suoi genitori» e nulla più. Il giurista belga faceva l’esempio di un problema che si era verificato in Bulgaria, in cui la Corte aveva dato ragione a una coppia di donne che si era trasferita dalla Spagna e si era vista negare la carta d’identità per la bambina, ma ricordava che il Paese «non ha alcun obbligo di prevedere, nel diritto nazionale, la genitorialità di persone dello stesso sesso». E non è tenuto a riconoscere un certificato di nascita spagnolo per fini diversi dall’esercizio dei diritti derivanti dal diritto dell’Unione, tra cui c’è appunto quello di libera circolazione. Che per la Corte è prevalente anche rispetto al diritto del minore alla «vita familiare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/figli-coppie-gay-ue-italia-2661698254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-rimedio-degli-intello-ignoriamo-la-legge" data-post-id="2661698254" data-published-at="1687425701" data-use-pagination="False"> Il rimedio degli intellò: «Ignoriamo la legge» Il fatto che sia il portavoce dalla Commissione europea a ricordarci che le nostre leggi hanno valore rende la misura del delirio di cui l’Italia è preda. Ieri a Christian Wigand, questo il suo nome, è stato richiesto un commento all’impronta sul caso di Padova, dove la Procura ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini registrati impropriamente come «figli di due madri». Ebbene, secondo il portavoce europeo «chi è genitore in uno Stato deve esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». Significa che la legislazione italiana non è un orpello e che i magistrati hanno il diritto di agire sulla base delle nostre norme, come in effetti avvenuto a Padova. L’aspetto drammatico della faccenda è che - mentre il rappresentante di una istituzione decisamente favorevole alla retorica Lgbt invita al rispetto delle regole interne - fior di opinionisti, politici e intellettuali di casa nostra invocano la deliberata violazione di quelle stesse regole. Lo ha fatto, dalla prima pagina del Corriere della Sera, Massimo Gramellini: «Mi chiedo sommessamente», ha scritto, «se in casi come questo un eccellente modo di applicare la legge non consista nel dimenticarsi di farlo». Identica linea anche per Mattia Feltri sulla Stampa: «La scienza giuridica che di solito mi appassiona molto», commenta, «stavolta mi appassiona poco». Discorso chiaro: poiché ci sono di mezzo le rivendicazioni arcobaleno, la legge si può violare. Anzi va violata. O per lo meno tocca trovare una soluzione «all’italiana» (così amano dire proprio gli stessi editorialisti che ogni giorno si ergono a flagellatori del malcostume) che consista nell’aggiramento delle regole. Beh, vedete, il vero problema, il nocciolo duro del caso padovano sta proprio in questa pretesa. A farsi scudo dietro bambini incolpevoli sono attivisti e militanti i quali ritengono di essere superiori a tutto: alle leggi, alla morale, persino alla biologia. Ritengono di essere nelle condizioni di distruggere e riscrivere non solo i codici, ma pure l’umana conformazione. Come fa la scrittrice Chiara Valerio che, su Repubblica, accusa il governo di essere fascista e di far prevalere «il sangue», cioè «il privilegio» sul diritto, ma poi pretende la cancellazione del diritto medesimo quando non le piace. La Valerio - come molte transfemministe - sostiene che sia «la prevalenza della biografia sulla biologia a garantire l’autonomia e l’unicità della persona». E può pure darsi che sia vero. Ciò che gli attivisti attualmente richiedono, tuttavia, non è di dare egual peso a «natura» e «cultura». Essi, semplicemente, intendono eliminare la biologia: vogliono stabilire per decreto che essa non conti nulla. E nemmeno intendono farlo seguendo il diritto, cioè - ad esempio - passando per il Parlamento o rispettando una sentenza. Tutt’altro: intendono scavalcare l’aula assieme alle norme che ha prodotto e alle Procure che queste norme le fanno rispettare. Ciò che conta, in sostanza, è solamente la volontà dei militanti, il loro desiderio che supera ogni barriera e si fa comando inviolabile. Privilegio, in altre parole. La cultura conta, le biografie contano, come no. Non tutto è sangue e membra, non tutto è meccanico stantuffare di muscoli. Il diritto stesso è (anche) cultura. La morale è cultura, persino la religione. E, di converso, anche l’omosessualità, in questa logica, è natura. Però ci domandiamo: ai bambini nati da utero in affitto o da fecondazione eterologa, viene forse permesso di creare da soli la propria biografia? Ai piccoli quale diritto viene concesso? Perché a noi risulta che i neonati non possano «scegliersi le parentele», prerogativa che i militanti arcobaleno rivendicano per sé. No: questi bambini non possono rimanere con la madre biologica e spesso non possono incontrare il padre biologico perché altri hanno deciso che così deve essere, e non si discute. Ci sono parentele eliminate, sì: ma sono quelle «naturali». Dice Alessia Crocini di Famiglie arcobaleno che i bimbi di Padova «rischiano di perdere una delle loro mamme», e sarebbe una cosa terribile, se fosse vera (non lo è, perché nessuno impedirà alle coppie di tenere i pargoli, in più alla «madre intenzionale» è consentita l’adozione). Ma del padre che perdono, importa a qualcuno? E della madre a cui sono strappati per contratto i nati da surrogazione frega qualcosa agli editorialisti tanto attenti all’amore e ai buoni sentimenti? Pare proprio di no. A chi si prenda la briga di seguire le argomentazioni progressiste risulta molto evidente: non ci sono natura, cultura, diritti o biologia che tengano. Semplicemente, non accettano obiezioni al loro pensiero, non accettano limiti. Nemmeno quando i limiti vengono fissati dalla comunità dopo democratico confronto. Essi non pretendono il rispetto, che sarebbe dovuto. Pretendono obbedienza, anche se poi sono i primi a disobbedire.
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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