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2023-06-22
Figli di coppie gay, l’Ue dà ragione all’Italia
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Eurodelusione senz’appello per chi sperava che la Commissione europea intervenisse sul caso Padova e sulle registrazioni dei figli di coppie omosessuali. La Commissione ribadisce che «chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». E le leggi sul tema, in Italia, al momento sono chiare: due donne, o due uomini, non possono registrare un figlio. La presa di posizione arrivata da Bruxelles, ovviamente non è piaciuta a buona parte dei media che stanno combattendo la battaglia dei diritti Lgbt. Con il risultato che ieri i siti di Repubblica e Stampa, ma non solo, hanno riportato la notizia censurando o nascondendo il passaggio sul rispetto delle leggi nazionali e titolando sul «rispetto dei genitori di altri Paesi».
Dopo la decisione della Procura di Padova di impugnare gli atti di nascita registrati su richiesta di 33 coppie omogenitoriali, ieri un giornalista italiano ha portato il caso a Bruxelles, in occasione della conferenza stampa quotidiana della Commissione. Il portavoce Christian Wigand ha risposto: «Personalmente non sono al corrente del caso, ma normalmente non possiamo commentare i casi individuali». Poi, ha ricordato che «va ricordata la nostra proposta concernente i diritti genitoriali che riguarda i casi di trasferimento da un Paese membro all’altro. Chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale».
In sostanza, la Commissione ha ribadito che ritiene fondamentale tutelare la libera circolazione anche delle famiglie arcobaleno in Europa, come risulta da una serie di sentenze della Corte di Giustizia europea che hanno dato ragione al genitore omosessuale che si era visto negare un permesso di soggiorno o una carta d’identità per il figlio minore. Ma ha anche chiarito, per l’ennesima volta, quello che ogni studente di diritto sa bene, ovvero che l’Ue non può interferire sul diritto di famiglia dei singoli Stati. E quindi, anche sotto questo profilo i pm di Padova che hanno applicato la legge italiana hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Dopo di che è assolutamente fuori discussione che l’auspicio dell’Unione sia quello di ampliare il più possibile i diritti delle coppie arcobaleno e di arrivare al diritto di «filiazione» in tutta Europa. Il problema, però, è che nell’Unione vale il principio di attribuzione della competenza giurisdizionale e c’è un’assenza totale di disposizioni che trasferiscono all’Ue le competenze in materia di diritto di famiglia. Il risultato è che il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri, che su questo legiferano come meglio credono.
C’è poi una competenza concorrente con quella dei Paesi membri su libertà, sicurezza e giustizia, dove l’Unione ha avuto dai trattati internazionali il compito di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (famiglia compresa) con implicazioni transfrontaliere. Ma come si compone una famiglia e come si diventa genitori resta materia nazionale.
Ieri, probabilmente, c’era chi si augurava che da Bruxelles arrivasse una qualche sconfessione dell’Italia per la vicenda di Padova. Anche solo una mezza parola per poter tirare fuori dai cassetti l’immortale titolo: «L’Europa striglia l’Italia». Invece è andata come non poteva che andare e allora i siti di alcuni giornali hanno rigirato un po’ la frittata. Repubblica.it ha titolato così: «Famiglie arcobaleno, l’Ue: “Gli Stati membri devono riconoscere i genitori di altri Paesi”». Con il virgolettato del portavoce tagliato proprio nella sua parte più interessante. Scelta un po’ meno drastica per Lastampa.it, che non ha omesso il passaggio sulle competenze nazionali, ma ha comunque cavalcato la storia della libera circolazione, che con Padova c’entra davvero poco. Equilibrista il sito del tg di La7, che ha messo il richiamo sulla libera circolazione nel titolo principale e quello relativo al diritto di famiglia nel catenaccio.
Che la competenza sul diritto di famiglia sia assolutamente nazionale emerge anche dalla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia. Lo scorso 7 aprile Koen Lenaerts aveva rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale, pur tirato per la giacca, ribadiva che temi come filiazione e genitorialità sono sotto la sovranità statale. E inquadrava alcune sentenze assai strombazzate in tema di diritti delle famiglie arcobaleno semplicemente come «la tutela del diritto di un bambino di circolare e soggiornare liberamente nell’Unione con i suoi genitori» e nulla più. Il giurista belga faceva l’esempio di un problema che si era verificato in Bulgaria, in cui la Corte aveva dato ragione a una coppia di donne che si era trasferita dalla Spagna e si era vista negare la carta d’identità per la bambina, ma ricordava che il Paese «non ha alcun obbligo di prevedere, nel diritto nazionale, la genitorialità di persone dello stesso sesso». E non è tenuto a riconoscere un certificato di nascita spagnolo per fini diversi dall’esercizio dei diritti derivanti dal diritto dell’Unione, tra cui c’è appunto quello di libera circolazione. Che per la Corte è prevalente anche rispetto al diritto del minore alla «vita familiare».
Il rimedio degli intellò: «Ignoriamo la legge»
Il fatto che sia il portavoce dalla Commissione europea a ricordarci che le nostre leggi hanno valore rende la misura del delirio di cui l’Italia è preda. Ieri a Christian Wigand, questo il suo nome, è stato richiesto un commento all’impronta sul caso di Padova, dove la Procura ha impugnato gli atti di nascita di 33 bambini registrati impropriamente come «figli di due madri». Ebbene, secondo il portavoce europeo «chi è genitore in uno Stato deve esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». Significa che la legislazione italiana non è un orpello e che i magistrati hanno il diritto di agire sulla base delle nostre norme, come in effetti avvenuto a Padova.
L’aspetto drammatico della faccenda è che - mentre il rappresentante di una istituzione decisamente favorevole alla retorica Lgbt invita al rispetto delle regole interne - fior di opinionisti, politici e intellettuali di casa nostra invocano la deliberata violazione di quelle stesse regole. Lo ha fatto, dalla prima pagina del Corriere della Sera, Massimo Gramellini: «Mi chiedo sommessamente», ha scritto, «se in casi come questo un eccellente modo di applicare la legge non consista nel dimenticarsi di farlo». Identica linea anche per Mattia Feltri sulla Stampa: «La scienza giuridica che di solito mi appassiona molto», commenta, «stavolta mi appassiona poco».
Discorso chiaro: poiché ci sono di mezzo le rivendicazioni arcobaleno, la legge si può violare. Anzi va violata. O per lo meno tocca trovare una soluzione «all’italiana» (così amano dire proprio gli stessi editorialisti che ogni giorno si ergono a flagellatori del malcostume) che consista nell’aggiramento delle regole. Beh, vedete, il vero problema, il nocciolo duro del caso padovano sta proprio in questa pretesa. A farsi scudo dietro bambini incolpevoli sono attivisti e militanti i quali ritengono di essere superiori a tutto: alle leggi, alla morale, persino alla biologia. Ritengono di essere nelle condizioni di distruggere e riscrivere non solo i codici, ma pure l’umana conformazione. Come fa la scrittrice Chiara Valerio che, su Repubblica, accusa il governo di essere fascista e di far prevalere «il sangue», cioè «il privilegio» sul diritto, ma poi pretende la cancellazione del diritto medesimo quando non le piace.
La Valerio - come molte transfemministe - sostiene che sia «la prevalenza della biografia sulla biologia a garantire l’autonomia e l’unicità della persona». E può pure darsi che sia vero. Ciò che gli attivisti attualmente richiedono, tuttavia, non è di dare egual peso a «natura» e «cultura». Essi, semplicemente, intendono eliminare la biologia: vogliono stabilire per decreto che essa non conti nulla. E nemmeno intendono farlo seguendo il diritto, cioè - ad esempio - passando per il Parlamento o rispettando una sentenza. Tutt’altro: intendono scavalcare l’aula assieme alle norme che ha prodotto e alle Procure che queste norme le fanno rispettare. Ciò che conta, in sostanza, è solamente la volontà dei militanti, il loro desiderio che supera ogni barriera e si fa comando inviolabile. Privilegio, in altre parole.
La cultura conta, le biografie contano, come no. Non tutto è sangue e membra, non tutto è meccanico stantuffare di muscoli. Il diritto stesso è (anche) cultura. La morale è cultura, persino la religione. E, di converso, anche l’omosessualità, in questa logica, è natura. Però ci domandiamo: ai bambini nati da utero in affitto o da fecondazione eterologa, viene forse permesso di creare da soli la propria biografia? Ai piccoli quale diritto viene concesso? Perché a noi risulta che i neonati non possano «scegliersi le parentele», prerogativa che i militanti arcobaleno rivendicano per sé. No: questi bambini non possono rimanere con la madre biologica e spesso non possono incontrare il padre biologico perché altri hanno deciso che così deve essere, e non si discute. Ci sono parentele eliminate, sì: ma sono quelle «naturali».
Dice Alessia Crocini di Famiglie arcobaleno che i bimbi di Padova «rischiano di perdere una delle loro mamme», e sarebbe una cosa terribile, se fosse vera (non lo è, perché nessuno impedirà alle coppie di tenere i pargoli, in più alla «madre intenzionale» è consentita l’adozione). Ma del padre che perdono, importa a qualcuno? E della madre a cui sono strappati per contratto i nati da surrogazione frega qualcosa agli editorialisti tanto attenti all’amore e ai buoni sentimenti? Pare proprio di no.
A chi si prenda la briga di seguire le argomentazioni progressiste risulta molto evidente: non ci sono natura, cultura, diritti o biologia che tengano. Semplicemente, non accettano obiezioni al loro pensiero, non accettano limiti. Nemmeno quando i limiti vengono fissati dalla comunità dopo democratico confronto. Essi non pretendono il rispetto, che sarebbe dovuto. Pretendono obbedienza, anche se poi sono i primi a disobbedire.
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Secondo Christian Wigand, portavoce della Commissione, regolare i singoli casi è «competenza nazionale». Posizione in linea con la Procura padovana. Che però Bruxelles si ostina a subordinare alla fissa dei genitori omosex.Quando le regole contraddicono le rivendicazioni arcobaleno, per la sinistra e i suoi opinionisti non contano più nulla. Massimo Gramellini suggerisce di non applicarle. Mentre alla Valerio ricordano il fascismo. Ai diritti dei bambini però non riescono proprio a pensare.Lo speciale contiene due articoli.Eurodelusione senz’appello per chi sperava che la Commissione europea intervenisse sul caso Padova e sulle registrazioni dei figli di coppie omosessuali. La Commissione ribadisce che «chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». E le leggi sul tema, in Italia, al momento sono chiare: due donne, o due uomini, non possono registrare un figlio. La presa di posizione arrivata da Bruxelles, ovviamente non è piaciuta a buona parte dei media che stanno combattendo la battaglia dei diritti Lgbt. Con il risultato che ieri i siti di Repubblica e Stampa, ma non solo, hanno riportato la notizia censurando o nascondendo il passaggio sul rispetto delle leggi nazionali e titolando sul «rispetto dei genitori di altri Paesi». Dopo la decisione della Procura di Padova di impugnare gli atti di nascita registrati su richiesta di 33 coppie omogenitoriali, ieri un giornalista italiano ha portato il caso a Bruxelles, in occasione della conferenza stampa quotidiana della Commissione. Il portavoce Christian Wigand ha risposto: «Personalmente non sono al corrente del caso, ma normalmente non possiamo commentare i casi individuali». Poi, ha ricordato che «va ricordata la nostra proposta concernente i diritti genitoriali che riguarda i casi di trasferimento da un Paese membro all’altro. Chi è genitore in uno Stato dev’esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». In sostanza, la Commissione ha ribadito che ritiene fondamentale tutelare la libera circolazione anche delle famiglie arcobaleno in Europa, come risulta da una serie di sentenze della Corte di Giustizia europea che hanno dato ragione al genitore omosessuale che si era visto negare un permesso di soggiorno o una carta d’identità per il figlio minore. Ma ha anche chiarito, per l’ennesima volta, quello che ogni studente di diritto sa bene, ovvero che l’Ue non può interferire sul diritto di famiglia dei singoli Stati. E quindi, anche sotto questo profilo i pm di Padova che hanno applicato la legge italiana hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Dopo di che è assolutamente fuori discussione che l’auspicio dell’Unione sia quello di ampliare il più possibile i diritti delle coppie arcobaleno e di arrivare al diritto di «filiazione» in tutta Europa. Il problema, però, è che nell’Unione vale il principio di attribuzione della competenza giurisdizionale e c’è un’assenza totale di disposizioni che trasferiscono all’Ue le competenze in materia di diritto di famiglia. Il risultato è che il diritto di famiglia sostanziale è di competenza esclusiva degli Stati membri, che su questo legiferano come meglio credono. C’è poi una competenza concorrente con quella dei Paesi membri su libertà, sicurezza e giustizia, dove l’Unione ha avuto dai trattati internazionali il compito di sviluppare la cooperazione giudiziaria in materia civile (famiglia compresa) con implicazioni transfrontaliere. Ma come si compone una famiglia e come si diventa genitori resta materia nazionale. Ieri, probabilmente, c’era chi si augurava che da Bruxelles arrivasse una qualche sconfessione dell’Italia per la vicenda di Padova. Anche solo una mezza parola per poter tirare fuori dai cassetti l’immortale titolo: «L’Europa striglia l’Italia». Invece è andata come non poteva che andare e allora i siti di alcuni giornali hanno rigirato un po’ la frittata. Repubblica.it ha titolato così: «Famiglie arcobaleno, l’Ue: “Gli Stati membri devono riconoscere i genitori di altri Paesi”». Con il virgolettato del portavoce tagliato proprio nella sua parte più interessante. Scelta un po’ meno drastica per Lastampa.it, che non ha omesso il passaggio sulle competenze nazionali, ma ha comunque cavalcato la storia della libera circolazione, che con Padova c’entra davvero poco. Equilibrista il sito del tg di La7, che ha messo il richiamo sulla libera circolazione nel titolo principale e quello relativo al diritto di famiglia nel catenaccio. Che la competenza sul diritto di famiglia sia assolutamente nazionale emerge anche dalla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia. Lo scorso 7 aprile Koen Lenaerts aveva rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale, pur tirato per la giacca, ribadiva che temi come filiazione e genitorialità sono sotto la sovranità statale. E inquadrava alcune sentenze assai strombazzate in tema di diritti delle famiglie arcobaleno semplicemente come «la tutela del diritto di un bambino di circolare e soggiornare liberamente nell’Unione con i suoi genitori» e nulla più. Il giurista belga faceva l’esempio di un problema che si era verificato in Bulgaria, in cui la Corte aveva dato ragione a una coppia di donne che si era trasferita dalla Spagna e si era vista negare la carta d’identità per la bambina, ma ricordava che il Paese «non ha alcun obbligo di prevedere, nel diritto nazionale, la genitorialità di persone dello stesso sesso». E non è tenuto a riconoscere un certificato di nascita spagnolo per fini diversi dall’esercizio dei diritti derivanti dal diritto dell’Unione, tra cui c’è appunto quello di libera circolazione. 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Ebbene, secondo il portavoce europeo «chi è genitore in uno Stato deve esserlo anche negli altri Paesi Ue, ma il diritto di famiglia è competenza nazionale». Significa che la legislazione italiana non è un orpello e che i magistrati hanno il diritto di agire sulla base delle nostre norme, come in effetti avvenuto a Padova. L’aspetto drammatico della faccenda è che - mentre il rappresentante di una istituzione decisamente favorevole alla retorica Lgbt invita al rispetto delle regole interne - fior di opinionisti, politici e intellettuali di casa nostra invocano la deliberata violazione di quelle stesse regole. Lo ha fatto, dalla prima pagina del Corriere della Sera, Massimo Gramellini: «Mi chiedo sommessamente», ha scritto, «se in casi come questo un eccellente modo di applicare la legge non consista nel dimenticarsi di farlo». Identica linea anche per Mattia Feltri sulla Stampa: «La scienza giuridica che di solito mi appassiona molto», commenta, «stavolta mi appassiona poco». Discorso chiaro: poiché ci sono di mezzo le rivendicazioni arcobaleno, la legge si può violare. Anzi va violata. O per lo meno tocca trovare una soluzione «all’italiana» (così amano dire proprio gli stessi editorialisti che ogni giorno si ergono a flagellatori del malcostume) che consista nell’aggiramento delle regole. Beh, vedete, il vero problema, il nocciolo duro del caso padovano sta proprio in questa pretesa. A farsi scudo dietro bambini incolpevoli sono attivisti e militanti i quali ritengono di essere superiori a tutto: alle leggi, alla morale, persino alla biologia. Ritengono di essere nelle condizioni di distruggere e riscrivere non solo i codici, ma pure l’umana conformazione. Come fa la scrittrice Chiara Valerio che, su Repubblica, accusa il governo di essere fascista e di far prevalere «il sangue», cioè «il privilegio» sul diritto, ma poi pretende la cancellazione del diritto medesimo quando non le piace. La Valerio - come molte transfemministe - sostiene che sia «la prevalenza della biografia sulla biologia a garantire l’autonomia e l’unicità della persona». E può pure darsi che sia vero. Ciò che gli attivisti attualmente richiedono, tuttavia, non è di dare egual peso a «natura» e «cultura». Essi, semplicemente, intendono eliminare la biologia: vogliono stabilire per decreto che essa non conti nulla. E nemmeno intendono farlo seguendo il diritto, cioè - ad esempio - passando per il Parlamento o rispettando una sentenza. Tutt’altro: intendono scavalcare l’aula assieme alle norme che ha prodotto e alle Procure che queste norme le fanno rispettare. Ciò che conta, in sostanza, è solamente la volontà dei militanti, il loro desiderio che supera ogni barriera e si fa comando inviolabile. Privilegio, in altre parole. La cultura conta, le biografie contano, come no. Non tutto è sangue e membra, non tutto è meccanico stantuffare di muscoli. Il diritto stesso è (anche) cultura. La morale è cultura, persino la religione. E, di converso, anche l’omosessualità, in questa logica, è natura. Però ci domandiamo: ai bambini nati da utero in affitto o da fecondazione eterologa, viene forse permesso di creare da soli la propria biografia? Ai piccoli quale diritto viene concesso? Perché a noi risulta che i neonati non possano «scegliersi le parentele», prerogativa che i militanti arcobaleno rivendicano per sé. No: questi bambini non possono rimanere con la madre biologica e spesso non possono incontrare il padre biologico perché altri hanno deciso che così deve essere, e non si discute. Ci sono parentele eliminate, sì: ma sono quelle «naturali». Dice Alessia Crocini di Famiglie arcobaleno che i bimbi di Padova «rischiano di perdere una delle loro mamme», e sarebbe una cosa terribile, se fosse vera (non lo è, perché nessuno impedirà alle coppie di tenere i pargoli, in più alla «madre intenzionale» è consentita l’adozione). Ma del padre che perdono, importa a qualcuno? E della madre a cui sono strappati per contratto i nati da surrogazione frega qualcosa agli editorialisti tanto attenti all’amore e ai buoni sentimenti? Pare proprio di no. A chi si prenda la briga di seguire le argomentazioni progressiste risulta molto evidente: non ci sono natura, cultura, diritti o biologia che tengano. Semplicemente, non accettano obiezioni al loro pensiero, non accettano limiti. Nemmeno quando i limiti vengono fissati dalla comunità dopo democratico confronto. Essi non pretendono il rispetto, che sarebbe dovuto. Pretendono obbedienza, anche se poi sono i primi a disobbedire.
Sanae Takaichi e Giorgia Meloni a Tokyo (Ansa)
«Questa è la terza volta che io vengo in Giappone in tre anni che sono al governo e non è stato un caso, è stata una scelta». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni in apertura del bilaterale con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi a Tokyo, sottolineando che dalla sua terza visita «Il messaggio è che crediamo molto in questa alleanza». «La prima volta che sono venuta qui – ricorda Meloni – abbiamo elevato i nostri rapporti a livello di partenariato strategico. La seconda volta che sono stata qui nell’ambito del G7 di Hiroshima abbiamo approfittato per discutere di un Piano di azione triennale 2024-2027 per darci degli obiettivi che fossero chiari, definiti e con delle scadenze temporali, che abbiamo rispettato». La sua terza visita in Giappone, aggiunge il premier, si tiene in occasione del «160esimo anniversario delle nostre relazioni bilaterali che racconta anche quanto siano profonde, durature e continuative le nostre relazioni».
I residenti di via Montello stanno monitorando la zona perché temono che «i rom» si possano vendicare. Ma il giorno dopo la rapina finita in tragedia, sul piano investigativo gli inquirenti stanno cercando prima di tutto di individuare l’altro rapinatore che assieme alla vittima ha fatto irruzione nella villa dove abitano Jonathan e i suoi genitori e si cerca anche l’altro componente della banda che faceva da «palo» in auto e che poi ha accompagnato e lasciato il trentasettenne in ospedale, scappando.
I carabinieri della compagnia locale e i colleghi del nucleo investigativo di Varese stanno passando al setaccio ogni zona della città, ma stanno cercando anche altrove dal momento che, da quanto è stato ricostruito, la vittima risiedeva in un campo rom di Torino. Le indagini proseguono e la Procura di Busto Arsizio è al lavoro per cercare di ricostruire l’esatta dinamica della rapina e stabilire le responsabilità del giovane proprietario di casa. Il pm Nadia Calcaterra ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima. Mentre i carabinieri stanno provando a ricostruire il percorso fatto dall’Audi, auto sulla quale si trovava la vittima con i due complici, grazie al supporto delle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Al momento, la Procura ha aperto un fascicolo solo per «tentata rapina» perché per gli inquirenti, la versione dei fatti di Jonathan Maria Rivolta risulta «molto credibile» e il giovane avrebbe agito esclusivamente per «legittima difesa». Il padre del ragazzo e gli altri familiari lo ripetono in continuazione agli investigatori e ai giornalisti ribadendo che il trentatreenne ha agito «solo per difendersi».
In zona tutti conoscono questo giovane «brillante» con due lauree, una in Scienze della comunicazione e una in Economia, che mai pensava di poter vivere un incubo. Era al piano di sopra della sua villa, quando all’improvviso ha sentito dei rumori ed è sceso in cucina: lì ha sorpreso la vittima e l’altro complice a rubare, ma i due immediatamente - ha raccontato il proprietario - si sono fiondati su di lui aggredendolo e prendendolo a pugni. L’uomo ha avuto «paura di morire» e si è difeso prendendo un pugnale conservato nel kit di sopravvivenza da trekking che aveva lì nelle vicinanze e si è difeso. Il suo colpo ha ferito uno dei due ladri, che subito sono scappati. Poi, Massa è stato «scaricato» dai suoi complici in ospedale e lì i medici hanno provato a salvarlo, ma è deceduto. Intanto, Jonathan Maria Rivolta è rimasto pietrificato dalla paura nella sua casa, con l’angoscia che i rapinatori potessero tornare e uccidere i suoi genitori.
Mentre proseguono le indagini, i riflettori della politica sono nuovamente accesi sulla spinosa questione della legittima difesa. Il vicepremier Matteo Salvini , su Instagram, ha espresso «solidarietà a chi è stato aggredito in casa sua e si è difeso». Anche Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza, ha voluto far sentire la sua vicinanza al «trentatreenne che si è semplicemente difeso dall’assalto dei rapinatori rom che si sono introdotti nella sua abitazione e lo hanno malmenato. Come Regione Lombardia siamo disponibili, come già accaduto in passato, a pagare le spese legali dello sfortunato Rivolta se, come appare evidente e mi auguro, verrà riconosciuta la legittima difesa». L’assessore regionale spera che quanto accaduto possa non avere conseguenze ulteriori: «La difesa in casa propria è un atto legittimo e chi delinque deve sapere a cosa va incontro e quali possono essere le gravi conseguenze dei propri gesti violenti. Mi auguro che l’aggredito di Lonate Pozzolo non debba subire, come è già accaduto in passato ad altri nella sua stessa posizione, lunghi procedimenti penali tramutandosi da vittima a carnefice». La Russa ha auspicato «che la famiglia del criminale deceduto non adduca scuse sostenendo tesi innocentiste che giustifichino odiose ritorsioni. L’assalto al pronto soccorso dell’ospedale di Magenta, come loro abitudine, è già un segnale del loro sentirsi al di sopra della legge e padroni del mondo». L’assessore regionale ha rivolto un pensiero all’uomo deceduto: «Dispiace per la giovane vittima, figlio di un ambiente e di un clima sbagliato dove non esiste la legge e che non ha messo in preventivo le tragiche conseguenze che avrebbe potuto avere il suo gesto illegale e violento. Confido, e spero, che la magistratura faccia il proprio dovere secondo coscienza».
C’è molta preoccupazione per eventuali «ritorsioni o vendette dei rom». «Abbiamo paura anche di stare nella nostra casa», è stato il commento di alcuni abitanti di via Montello. E il dibattito politico torna ad accendersi pure sulla pericolosità dei campi rom, trasformati in ritrovi di «violenza e illegalità».
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