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2022-02-07
Il Festival vola ma ha due problemi. È schiavo di gender e vittimismo
Amadeus con i vincitori del 72° Festival di Sanremo, Mahmood e Blanco (Ansa)
Il senso di liberazione è forte. Dopo la settimana di reclusione con vista sul Quirinale, finalmente ci siamo messi alle spalle anche la galera dell’Ariston; fiorita e scintillante quanto quella del Colle era rituale e polverosa, ma pur sempre galera. Le due liturgie vanno abbinate, non solo per la telefonata tra il bis-presidente e il tris-conduttore. Ma soprattutto perché, per i telespettatori anarchici, individualisti e viziati dal ventaglio di scelte, hanno entrambi il carattere dell’obbligo e, dunque, della tortura. Ora ci si butterà sulle Olimpiadi invernali, ma qui di obblighi non ce ne sono.
Intanto, mentre l’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, il «dottor Carlo» di Sabrina Ferilli, minaccia «una statua equestre di Amadeus» in Viale Mazzini e si conciona di una sua edizione quater, proviamo ad archiviare il ter.
Per il conduttore e direttore artistico quello appena concluso con ottimi ascolti (64,9% di share e 13,3 milioni di telespettatori per la serata finale) è un triplo capolavoro (voto: 7,5). Nell’era della (quasi) unità nazionale, come da mission annunciata, il Sanremo tuttifrutti ha accontentato (quasi) tutti, anche se, come vedremo, soprattutto alcuni. Amadeus si è consacrato, emancipandosi da Fiorello, dimostrando che il suo lavoro sta in piedi da solo. C’era un filo di scetticismo, dopo la prima serata. Invece, azzeccando gli ospiti delle successive, gli ascolti sono rimasti in quota e lo spettacolo pure. Ultima, ma altrettanto importante quadratura è quella musicale: un mix di generi, gender e generazioni che ha soddisfatto tutti i gusti. Mescolando mondo rap e canzone melodica ha completato l’opera di ringiovanimento del pubblico già iniziata da Claudio Baglioni. Un punto in meno nella valutazione si deve alla scelta delle partner femminili, non tutte azzeccate, e al lassismo consentito ai direttori d’orchestra. Oltre a legittimare la presunzione dei millennial, concedere il podio a Francesca Michielin (4) ha mostrato che per dirigere l’orchestra del Festival della canzone italiana non serve il diploma del conservatorio. Una lacuna non certo compensata dai look eccentrici di alcuni più assidui colleghi, ma quanto lei sprovvisti dei titoli necessari. Caso da risolvere.
Chi non ha bisogno di esibire pass di autenticità è Fiorello (7,5 per la presenza risicata), improvvisatore sopraffino («da sex symbol a ex symbol il passo è breve») e resiliente, con il medley di ballate tristi trasformate in samba tropicali. Tutto il contrario del meticoloso Checco Zalone (8), in grado di lanciarsi a tutta velocità, sul ciglio tra volgarità e raffinatezza a colpi di calembour, rime e parodie fulminanti, ma più cerchiobottiste di un tempo.
Nell’assemblaggio dei brani in gara la formazione da dejaay di Amadeus ha pagato. Il carisma di Gianni Morandi (7,5) è stato riconosciuto anche dai giovanissimi (Blanco: «Da grande voglio essere come lui»): chiusura del cerchio di mondi che sembravano non toccarsi. Invece energia, freschezza, eleganza hanno bucato il muro di separazione tra le generazioni. L’energia del Gianni nazionale, con o senza Jovanotti, la schiettezza dell’ultra ottantenne Iva Zanicchi, il controllo espressivo di Elisa hanno finito per evidenziare le paturnie gender e le pennellate di smalto di Achille Lauro, Michele Bravi, Måneskin, Rappresentante di lista e di tutto il carrozzone fluido in trasferta all’Ariston (4 per il déjà vu). Terreno sul quale la distanza generazionale è tornata profonda.
Il Festival contrappuntato di gaiezza ha confermato i vincitori ampiamente annunciati (5) alla vigilia dalla critica (5), monoliticamente schierata. Blanco sarà anche una delle voci migliori della scena musicale contemporanea, ma la tonalità di Mahmood incarna il vittimismo lamentoso, per altro condensato nel ritornello della canzone: «Nudo con i brividi/ A volte non so esprimermi/ E vorrei amarti ma sbaglio sempre». Non a caso lo stesso impaccio espressivo ritorna in Ti amo non lo so dire di Noemi, l’altro brano firmato da Mahmood. Sull’emisfero opposto si trovano le due canzoni migliori del Festival (7 a entrambi) che sembrano dialogare tra loro, Forse sei tu di Elisa e Sei tu di Fabrizio Moro («La distanza fra un uomo che ha vinto ed un uomo sconfitto/ Sei tu/ Che attraversi il mio ossigeno quando mi tocchi/ Sei tu»), giustamente premiate come miglior arrangiamento e miglior testo della kermesse. Complessivamente, sulla modestia di gran parte degli interpreti in gara, è svettata l’esibizione di Cesare Cremonini (9) che ha inondato l’Ariston di canzoni ispirate e vitalità sorridente. Simile a quella trasmessa la sera dopo da Jovanotti (8), nella doppia veste - qualcuno ha cavillato - di partner di Morandi e di superospite. Anzi, di «superamico» capace di far sedere a disegnare l’ex compare di Radio Deejay, mentre lui recitava Bello mondo di Mariangela Gualtieri, riportandoci per un attimo sui banchi di scuola.
Si è dovuto invece aspettare la serata finale per avere sul palco una donna sia bella che intelligente: Sabrina Ferilli (8,5), testimonial della categoria Unodinoi per tanti motivi. L’ironia, la leggerezza, la veracità luminosa, il non metterla giù dura, grazie a Dio, scegliendo l’informalità di quel «vieni, sediamoci qui» sul gradino dell’Ariston, come sul muretto dell’adolescenza. Soprattutto per il suo geniale anti-monologo. Avrebbe potuto toccare tanti temi, le donne, il femminismo, il potere degli uomini, il riscaldamento globale, la disparità salariale… «Ma perché la presenza mia deve per forza essere legata a un problema grosso? Ci sono tante cose da cambiare, ma sto nella mia linea, ho scelto la strada della leggerezza». Applausi. Senza di lei, avremmo dovuto accontentarci di presenze femminili per un motivo o per l’altro, problematiche. La vallettosa Ornella Muti (5); la piagnucolosa Lorena Cesarini (4), che dopo aver detto al settimanale Oggi che «parlare di odio razziale per un paio di post mi sembra una montatura», l’ha messa puntualmente in scena; la più charmante, ironica e colta Drusilla Foer (7,5 per «unicità» al posto di «diversità») che ha il solo difetto di essere un uomo… E per le donne, come qualcuno ha notato, non è una buona notizia.
Se le premesse sono queste, forse una conduttrice donna arriverà insieme a una presidentessa della Repubblica…
Quattro genitori omo per due bimbi
Gli oppositori al matrimonio gay - in Francia detto matrimonio per tutti - hanno sempre sostenuto un assioma facile facile ed anche ineccepibile: se tutto è famiglia, nulla lo è più.
Oggi vediamo il secondo round di questa escalation. Cioè: se nulla è famiglia in natura, ovvero in sé e per sé, tutto può esserlo secondo la giurisprudenza creativa di giudici inclusivi.
La Croix, il moderatissimo quotidiano dei vescovi francesi, ha appena raccontato un caso davvero stravagante, i cui esiti però non fanno sorridere, specie per i minori che vi sono implicati.
Scrive Emmanuelle Lucas che «il tribunale giudiziario di Parigi ha prodotto due decisioni che potrebbero far scorrere molto inchiostro». Perché il tema di queste controverse decisioni è niente di meno che il riconoscimento «di famiglie dai genitori multipli».
I fatti, sinteticamente, sono questi. Due coppie, una di gay e una di lesbiche, hanno ottenuto - per unione sessuale incrociata - due bambini che successivamente sono stati equamente redistribuiti: uno alla coppia gay, uno alle due lesbiche. «I due bambini, continua la giornalista, sono cresciuti da tutti e quattro gli adulti». Così, forse per sostenere una loro battaglia di principio, forse per abbattere i pochi steccato residui, il clan dei quattro omosessuali ha pensato bene di farsi riconoscere legalmente come una sorta di famiglia davvero allargata.
E il tribunale di Parigi, «dopo parere positivo del ministero, ha accettato una delega condivisa dell’autorità genitoriale, in due giudizi concomitanti».
Grazie a questa sentenza, il bambino che chiameremo Marc, non avrà solo il papà (biologico) Jean e il papà (acquisito) Jacques, con cui di fatto convive. Ma saranno legalmente suoi genitori-tutori anche la madre (naturale) Marie e la madre acquisita Louise. Chiaro, no? Idem per il fratellino di Marc.
Emmanuelle Lucas afferma di aver avuto accesso all’intero dossier. E dai documenti ne è uscito che i quattro adulti «hanno costruito un progetto di genitorialità a quattro» e che di fatto tutti e quattro (i due gay e le due lesbiche) «esercitano l’autorità genitoriale sui bambini fin dalla nascita».
Secondo Caroline Mécary, l’avvocatessa delle coppie, si può intravedere nella decisione del tribunale in favore della genitorialità plurima «una vittoria dei genitori omosessuali», che reclamerebbero da sempre «la plurigenitorialità» (testuale).
Una giurista citata da La Croix, Laure de Saint-Pern, afferma che di norma i giudici in queste situazioni difficili e complesse cercano di «non creare nuovi conflitti familiari» e rendono legittimo ciò che di fatto già esiste.
A questo punto le osservazioni potrebbero essere tante. Limitiamoci a questa. Perché vietare ancora la poligamia (e la poliandria)? Se quattro genitori, divisi in due coppie (gay), sono riconosciuti tutti quanti come «esercitanti l’autorità genitoriale», perché impedire al musulmano francese, o italiano, di avere tre mogli legali in Europa?
La triste profezia dei conservatori citata all’inizio si è realizzata pienamente. Se tutto è famiglia, qualunque unione affettiva può diventarlo per legge, se un giudice si limita a costatare i fatti. Faremo sposare i fratelli con le sorelle, i cugini con gli zii, i nonni coi nipoti: tanto ormai il matrimonio è diventato un foglio volante o un terreno dove far giocare la sperimentazione e la perversione.
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Amadeus ha confezionato un’edizione al top negli ascolti, che ha saputo avvicinare generazioni musicali lontane come Gianni Morandi e Blanco. Però indugia sull’equivoco di genere e lascia troppo spazio ai piagnistei.Sentenza francese afferma la «poligenitorialità» di due coppie (una di gay e una lesbo) che hanno procreato «incrociati»: per il giudice entrambi i figli sono di tutto il quartetto.Lo speciale contiene due articoli. Il senso di liberazione è forte. Dopo la settimana di reclusione con vista sul Quirinale, finalmente ci siamo messi alle spalle anche la galera dell’Ariston; fiorita e scintillante quanto quella del Colle era rituale e polverosa, ma pur sempre galera. Le due liturgie vanno abbinate, non solo per la telefonata tra il bis-presidente e il tris-conduttore. Ma soprattutto perché, per i telespettatori anarchici, individualisti e viziati dal ventaglio di scelte, hanno entrambi il carattere dell’obbligo e, dunque, della tortura. Ora ci si butterà sulle Olimpiadi invernali, ma qui di obblighi non ce ne sono.Intanto, mentre l’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, il «dottor Carlo» di Sabrina Ferilli, minaccia «una statua equestre di Amadeus» in Viale Mazzini e si conciona di una sua edizione quater, proviamo ad archiviare il ter.Per il conduttore e direttore artistico quello appena concluso con ottimi ascolti (64,9% di share e 13,3 milioni di telespettatori per la serata finale) è un triplo capolavoro (voto: 7,5). Nell’era della (quasi) unità nazionale, come da mission annunciata, il Sanremo tuttifrutti ha accontentato (quasi) tutti, anche se, come vedremo, soprattutto alcuni. Amadeus si è consacrato, emancipandosi da Fiorello, dimostrando che il suo lavoro sta in piedi da solo. C’era un filo di scetticismo, dopo la prima serata. Invece, azzeccando gli ospiti delle successive, gli ascolti sono rimasti in quota e lo spettacolo pure. Ultima, ma altrettanto importante quadratura è quella musicale: un mix di generi, gender e generazioni che ha soddisfatto tutti i gusti. Mescolando mondo rap e canzone melodica ha completato l’opera di ringiovanimento del pubblico già iniziata da Claudio Baglioni. Un punto in meno nella valutazione si deve alla scelta delle partner femminili, non tutte azzeccate, e al lassismo consentito ai direttori d’orchestra. Oltre a legittimare la presunzione dei millennial, concedere il podio a Francesca Michielin (4) ha mostrato che per dirigere l’orchestra del Festival della canzone italiana non serve il diploma del conservatorio. Una lacuna non certo compensata dai look eccentrici di alcuni più assidui colleghi, ma quanto lei sprovvisti dei titoli necessari. Caso da risolvere.Chi non ha bisogno di esibire pass di autenticità è Fiorello (7,5 per la presenza risicata), improvvisatore sopraffino («da sex symbol a ex symbol il passo è breve») e resiliente, con il medley di ballate tristi trasformate in samba tropicali. Tutto il contrario del meticoloso Checco Zalone (8), in grado di lanciarsi a tutta velocità, sul ciglio tra volgarità e raffinatezza a colpi di calembour, rime e parodie fulminanti, ma più cerchiobottiste di un tempo. Nell’assemblaggio dei brani in gara la formazione da dejaay di Amadeus ha pagato. Il carisma di Gianni Morandi (7,5) è stato riconosciuto anche dai giovanissimi (Blanco: «Da grande voglio essere come lui»): chiusura del cerchio di mondi che sembravano non toccarsi. Invece energia, freschezza, eleganza hanno bucato il muro di separazione tra le generazioni. L’energia del Gianni nazionale, con o senza Jovanotti, la schiettezza dell’ultra ottantenne Iva Zanicchi, il controllo espressivo di Elisa hanno finito per evidenziare le paturnie gender e le pennellate di smalto di Achille Lauro, Michele Bravi, Måneskin, Rappresentante di lista e di tutto il carrozzone fluido in trasferta all’Ariston (4 per il déjà vu). Terreno sul quale la distanza generazionale è tornata profonda.Il Festival contrappuntato di gaiezza ha confermato i vincitori ampiamente annunciati (5) alla vigilia dalla critica (5), monoliticamente schierata. Blanco sarà anche una delle voci migliori della scena musicale contemporanea, ma la tonalità di Mahmood incarna il vittimismo lamentoso, per altro condensato nel ritornello della canzone: «Nudo con i brividi/ A volte non so esprimermi/ E vorrei amarti ma sbaglio sempre». Non a caso lo stesso impaccio espressivo ritorna in Ti amo non lo so dire di Noemi, l’altro brano firmato da Mahmood. Sull’emisfero opposto si trovano le due canzoni migliori del Festival (7 a entrambi) che sembrano dialogare tra loro, Forse sei tu di Elisa e Sei tu di Fabrizio Moro («La distanza fra un uomo che ha vinto ed un uomo sconfitto/ Sei tu/ Che attraversi il mio ossigeno quando mi tocchi/ Sei tu»), giustamente premiate come miglior arrangiamento e miglior testo della kermesse. Complessivamente, sulla modestia di gran parte degli interpreti in gara, è svettata l’esibizione di Cesare Cremonini (9) che ha inondato l’Ariston di canzoni ispirate e vitalità sorridente. Simile a quella trasmessa la sera dopo da Jovanotti (8), nella doppia veste - qualcuno ha cavillato - di partner di Morandi e di superospite. Anzi, di «superamico» capace di far sedere a disegnare l’ex compare di Radio Deejay, mentre lui recitava Bello mondo di Mariangela Gualtieri, riportandoci per un attimo sui banchi di scuola.Si è dovuto invece aspettare la serata finale per avere sul palco una donna sia bella che intelligente: Sabrina Ferilli (8,5), testimonial della categoria Unodinoi per tanti motivi. L’ironia, la leggerezza, la veracità luminosa, il non metterla giù dura, grazie a Dio, scegliendo l’informalità di quel «vieni, sediamoci qui» sul gradino dell’Ariston, come sul muretto dell’adolescenza. Soprattutto per il suo geniale anti-monologo. Avrebbe potuto toccare tanti temi, le donne, il femminismo, il potere degli uomini, il riscaldamento globale, la disparità salariale… «Ma perché la presenza mia deve per forza essere legata a un problema grosso? Ci sono tante cose da cambiare, ma sto nella mia linea, ho scelto la strada della leggerezza». Applausi. Senza di lei, avremmo dovuto accontentarci di presenze femminili per un motivo o per l’altro, problematiche. La vallettosa Ornella Muti (5); la piagnucolosa Lorena Cesarini (4), che dopo aver detto al settimanale Oggi che «parlare di odio razziale per un paio di post mi sembra una montatura», l’ha messa puntualmente in scena; la più charmante, ironica e colta Drusilla Foer (7,5 per «unicità» al posto di «diversità») che ha il solo difetto di essere un uomo… E per le donne, come qualcuno ha notato, non è una buona notizia.Se le premesse sono queste, forse una conduttrice donna arriverà insieme a una presidentessa della Repubblica…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/festival-ok-due-problemi-vittimismo-2656577122.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quattro-genitori-omo-per-due-bimbi" data-post-id="2656577122" data-published-at="1644172680" data-use-pagination="False"> Quattro genitori omo per due bimbi Gli oppositori al matrimonio gay - in Francia detto matrimonio per tutti - hanno sempre sostenuto un assioma facile facile ed anche ineccepibile: se tutto è famiglia, nulla lo è più. Oggi vediamo il secondo round di questa escalation. Cioè: se nulla è famiglia in natura, ovvero in sé e per sé, tutto può esserlo secondo la giurisprudenza creativa di giudici inclusivi. La Croix, il moderatissimo quotidiano dei vescovi francesi, ha appena raccontato un caso davvero stravagante, i cui esiti però non fanno sorridere, specie per i minori che vi sono implicati. Scrive Emmanuelle Lucas che «il tribunale giudiziario di Parigi ha prodotto due decisioni che potrebbero far scorrere molto inchiostro». Perché il tema di queste controverse decisioni è niente di meno che il riconoscimento «di famiglie dai genitori multipli». I fatti, sinteticamente, sono questi. Due coppie, una di gay e una di lesbiche, hanno ottenuto - per unione sessuale incrociata - due bambini che successivamente sono stati equamente redistribuiti: uno alla coppia gay, uno alle due lesbiche. «I due bambini, continua la giornalista, sono cresciuti da tutti e quattro gli adulti». Così, forse per sostenere una loro battaglia di principio, forse per abbattere i pochi steccato residui, il clan dei quattro omosessuali ha pensato bene di farsi riconoscere legalmente come una sorta di famiglia davvero allargata. E il tribunale di Parigi, «dopo parere positivo del ministero, ha accettato una delega condivisa dell’autorità genitoriale, in due giudizi concomitanti». Grazie a questa sentenza, il bambino che chiameremo Marc, non avrà solo il papà (biologico) Jean e il papà (acquisito) Jacques, con cui di fatto convive. Ma saranno legalmente suoi genitori-tutori anche la madre (naturale) Marie e la madre acquisita Louise. Chiaro, no? Idem per il fratellino di Marc. Emmanuelle Lucas afferma di aver avuto accesso all’intero dossier. E dai documenti ne è uscito che i quattro adulti «hanno costruito un progetto di genitorialità a quattro» e che di fatto tutti e quattro (i due gay e le due lesbiche) «esercitano l’autorità genitoriale sui bambini fin dalla nascita». Secondo Caroline Mécary, l’avvocatessa delle coppie, si può intravedere nella decisione del tribunale in favore della genitorialità plurima «una vittoria dei genitori omosessuali», che reclamerebbero da sempre «la plurigenitorialità» (testuale). Una giurista citata da La Croix, Laure de Saint-Pern, afferma che di norma i giudici in queste situazioni difficili e complesse cercano di «non creare nuovi conflitti familiari» e rendono legittimo ciò che di fatto già esiste. A questo punto le osservazioni potrebbero essere tante. Limitiamoci a questa. Perché vietare ancora la poligamia (e la poliandria)? Se quattro genitori, divisi in due coppie (gay), sono riconosciuti tutti quanti come «esercitanti l’autorità genitoriale», perché impedire al musulmano francese, o italiano, di avere tre mogli legali in Europa? La triste profezia dei conservatori citata all’inizio si è realizzata pienamente. Se tutto è famiglia, qualunque unione affettiva può diventarlo per legge, se un giudice si limita a costatare i fatti. Faremo sposare i fratelli con le sorelle, i cugini con gli zii, i nonni coi nipoti: tanto ormai il matrimonio è diventato un foglio volante o un terreno dove far giocare la sperimentazione e la perversione.
Piazza Affari annuisce. Il titolo Poste corre in controtendenza rispetto al mercato: +2,3% a 23,3 euro, ormai a un passo dal massimo storico di 23,87 euro. Una scommessa sul futuro. O meglio: sul matrimonio con Tim. L’integrazione con il gruppo telefonico è il pezzo finale del puzzle. I vecchi sportelli che incontrano la fibra. I portalettere che si alleano con il cloud. Il libretto postale che si mette in tasca lo smartphone. Del resto i numeri raccontano già una trasformazione importante. Nel primo trimestre del 2026 il gruppo guidato da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco ha registrato ricavi record per 3,5 miliardi (+8%). Il risultato operativo è salito a 905 milioni (+14%) e l’utile netto a 617 milioni (+3%).La fotografia più interessante però arriva dai pacchi. Perché lì si vede davvero la mutazione genetica del gruppo. Nei primi tre mesi Poste ha consegnato 89 milioni di pacchi, il 14,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. E lo ha fatto mentre le tariffe medie scendevano del 2,9%. Vuol dire che il vecchio esercito delle lettere si è trasformato nella fanteria dell’e-commerce. Anche i ricavi della distribuzione sono cresciuti del 7,2% a 1,5 miliardi, «sostenuti», spiega Del Fante, «dal forte slancio commerciale e dalla gestione attiva del portafoglio titoli». Non sorprende quindi la decisione di alzare le previsioni per l’intero 2026. Il margine operativo è visto salire da 3,3 a 3,4 miliardi, mentre l’utile netto atteso raggiunge i 2,3 miliardi. «Poste Italiane», dice l’amministratore delegato, «ha registrato risultati record con una crescita sana, una redditività in aumento e un bilancio molto solido, confermando la forza del nostro modello di business». Ma la vera partita, ormai, si gioca su Tim. Perché lì c’è il passaggio a infrastruttura totale del Paese. Del Fante lo dice apertamente: «Tim aggiunge connettività e leadership tecnologica, completa la nostra offerta con un brand premium nei servizi di telecomunicazione e ci consente di sbloccare pienamente il valore del nostro ecosistema fisico-digitale». In pratica Poste vuole stare ovunque: nei risparmi, nei pagamenti, nei pacchi, nelle bollette e adesso anche nelle connessioni telefoniche. Un conglomerato popolare con il dividendo trimestrale. E infatti la parola che fa brillare davvero gli occhi agli investitori è una sola: cedola. Del Fante ha spiegato che «il profilo finanziario dell’operazione proposta è estremamente solido, con un effetto accrescitivo sull’utile per azione a partire dal 2027, che diventa a doppia cifra dal 2028». Insomma con Tim, i dividendi potranno crescere più rapidamente. «Siamo perfettamente in linea con il calendario. La conclusione è attesa per il terzo trimestre dell’anno», ha detto Del Fante.
Sul fronte Tim Pietro Labriola si muove con prudenza Ricorda che il gruppo presenterà i nuovi target 2026-2028 con i conti del secondo trimestre. Quei numeri serviranno anche per costruire il giudizio definitivo sull’offerta di Poste. A chi gli chiedeva se il prezzo fosse congruo, il ceo ha risposto: «È troppo presto per dare alcune risposte. Dobbiamo capire il valore dell’azione di Poste nel tempo». Il titolo Tim guadagna il 3,7% a 0,69 euro. Il mercato sta comprando quello che diventerà un gigantesco supermercato dei servizi.
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Andrea Sempio (Ansa)
Il cerchio attorno ad Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra essersi stretto tramite una profonda immersione nella sua vita privata, familiare e digitale. Lo si deduce leggendo i contenuti dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari che ieri gli ha fatto notificare la Procura di Pavia, 18 pagine fitte che elencano il materiale a suo carico.
Nell’elenco anche 98 intercettazioni realizzate dai magistrati di Brescia nell’ambito del processo per corruzione nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. Audio richieste espressamente dagli inquirenti pavesi ai colleghi bresciani. Venditti, insieme con la collega Giulia Pezzino, aveva curato l’indagine che nel 2017 si chiuse con l’archiviazione di Sempio per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari.
Il nuovo capo d’imputazione è quello già anticipato nell’avviso a comparire per rendere interrogatorio. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio aggravato dalla «crudeltà» e dai «motivi abietti», collegati al movente: «L’odio per la vittima a seguito del rifiuto» di un «approccio sessuale». Un movente che gli investigatori devono aver cercato (e a loro giudizio, trovato) tramite una mappatura digitale totale della vita di Sempio. Non soltanto telefoni e computer, ma cronologie, archivi personali conservati su Cloud e hard disk, email, profili social. E, soprattutto, tre pennette Usb. Lì, con molta probabilità, chi indaga deve aver cercato traccia dei video intimi tra Chiara e Alberto Stasi. Un dettaglio che si incrocia inevitabilmente con l’ultimo soliloquio di Sempio intercettato, quello in cui, dopo aver affermato di aver visto i «video», cita proprio una «pennetta». «Fin dal 2009, fin dal processo Stasi, che ci fosse una pendrive decisiva ai fini della soluzione del giallo di Garlasco era già notizia, non è che sia una novità», ha affermato, cercando di arginare possibili congetture, l’avvocato Liborio Cataliotti, che poi ha aggiunto: «Quanto alla portata dell’accusa non c’è nessuna novità».
Chi pensava di trovare nell’avviso di chiusura delle indagini riferimenti all’arma del delitto, infatti, deve essere rimasto deluso. Non c’è ancora, inoltre, una dinamica dei fatti completamente definita. La parola «almeno» si ripete per tre volte in poche righe in riferimento alle lesioni che avrebbero prima tramortito e poi ucciso Chiara. Però c’è una frase molto interessante, infilata quasi casualmente nell’elenco dei reperti sequestrati ai genitori di Sempio. Una nota del Nucleo investigativo di Milano riporta un appunto manoscritto ritrovato a casa Sempio: «Già stato audito ma i carabinieri si sono dimenticati di chiedere a Sempio dove fosse la mattina dell’omicidio». Il documento sembra suggerire che la pista sul commesso trentottenne, quella del 2017, potrebbe non essere stata approfondita davvero.
E qui il collegamento con Brescia, dove le indagini sono ancora in corso, diventa inevitabile. Anche perché è difficile pensare che i genitori dell’indagato si riferiscano al figlio indicandone il cognome. Non ci sono ulteriori riferimenti che, in questo momento, aiutino a interpretare meglio quello scritto. Ma il peso dell’inchiesta bresciana emerge in modo concreto se si arriva alle ultime pagine. Qui vengono elencate le intercettazioni provenienti dal procedimento sui magistrati. Una massa enorme di captazioni, se si pensa che quelle realizzate da Pavia e ritenute dal pool di Fabio Napoleone come «rilevanti» sono 114 e quelle trasmesse da Francesco Prete sono 98. È il segnale che i due fascicoli si sono intrecciati e saldati. Dentro quel collegamento aleggia inevitabilmente l’ipotesi che nel 2017 alcune verifiche fondamentali possano non essere state fatte. Tra queste di certo ci sono le trascrizioni di alcuni audio «cannate» dai carabinieri della «Squadretta» di Venditti, che le avrebbero riportate solo parzialmente e, in alcuni casi, le avrebbero ritenute irrilevanti. Ma c’è anche un altro dettaglio. In un’agenda di colore marrone, con la prima pagina che riporta la data 27 luglio 2018, e quindi riferibile al periodo immediatamente successivo all’archiviazione dell’inchiesta coordinata da Venditti, sarebbe stato scovato un appunto parziale che cominciava con «libero di» e finiva con «bel culo». Nell’atto consegnato all’indagato non viene ricostruito il contesto e l’utilità al fine delle indagini. Ma per essere finito nella documentazione selezionata dagli inquirenti deve essere stato ritenuto come un elemento d’interesse.
La Procura è entrata anche nell’archivio familiare dei Sempio, portando via ai due coniugi una fotocamera digitale, vecchi telefoni cellulari, una cornice digitale Telefunken, quaderni pieni di appunti manoscritti, agende e fogli sparsi. Ma anche circa 81 tra cd e dvd, alcuni dei quali descritti nel fascicolo come contenenti materiale «pornografico». Poi c’è il cerchio degli amici di Andrea. Gli inquirenti hanno sequestrato materiale a Roberto Freddi, Mattia Capra e Michele Bertani. È soprattutto il nome di quest’ultimo a riportare il caso all’interno di una dimensione oscura. Bertani, morto suicida nel 2016, era uno degli amici storici di Andrea. Come ultimo post sui social il ragazzo aveva riportato una citazione della canzone La Verità del gruppo rap Club Dogo: «La verità sta nelle cose che nessuno sa, la verità mai nessuno te la racconterà». Un passaggio particolarmente suggestivo sul quale per mesi si è arrovellato il circuito mediatico. In uno dei tanti monologhi intercettati, Sempio sembrava rivolgersi proprio a lui: «Da 0 a 18 anni tutte le c… le abbiamo fatte assieme». E in un passaggio successivo dice: «Perché ti impicchi, adesso che ti sei impiccato che cosa hai ottenuto? Sei morto, sei morto». A casa dei genitori di Bertani sono stati acquisiti materiale personale e vecchi dispositivi elettronici: un block notes con numerose pagine manoscritte, una copertina plastificata del liceo Cairoli di Vigevano piena di appunti, un curriculum vitae, 13 fotocopie collegati al gruppo musicale Invers. E anche la documentazione relativa a un ricovero psichiatrico del 2015.
Nel fascicolo sono finiti anche materiale proveniente dalla trasmissione Le Iene: 57 file audio e video contenuti in una cartella denominata «Garlasco», per un totale di 36,5 gigabyte. Un segnale ulteriore di quanto l’indagine abbia rastrellato tutto ciò che negli anni ha riguardato il delitto, comprese piste e contributi televisivi. «Catalogo le prove in due categorie», ha spiegato l’avvocato Cataliotti, «da un lato quelle tradizionali e le consulenze, che non ci preoccuperebbero, perché saremmo assolutamente in grado di fronteggiarle; dall’altro le captazioni, riassunte, o meglio che a noi sono state riassunte, la maggior parte delle quali rappresentate dal soliloquio, e che invece sarebbero probanti. Io mi permetto di fare appello alla prudenza». Le valutazioni dell’avvocato sono queste: «È come se ci trovassimo di fronte a un soggetto che dopo aver commesso un reato, pressoché non provato e pressoché volontariamente, perché consapevole di essere intercettato, avrebbe fornito lui stesso le prove per sorreggere le accuse». Una situazione che Cataliotti definisce «paradossale». I Poggi, ha commentato l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, «sanno che è colpevole Stasi e che, in qualche modo, si vuole cercare di togliergli questo ruolo. Direi che la situazione è unica, forse, nel panorama giudiziario italiano».
Adesso, però, il tempo delle piste mediatiche e delle ipotesi parallele sembra essersi ristretto. La risposta, dopo quasi 20 anni di errori, omissioni, archiviazioni e improvvisi ritorni dal passato, con molta probabilità sarà affidata all’aula di un tribunale.
Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi
La Procura di Pavia ha disposto la trasmissione alla Procura generale di Milano del materiale raccolto su Andrea Sempio per «sollecitare» una eventuale richiesta di revisione del processo che nel 2015 si è chiuso con la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, nella nota che accompagnerà gli atti, scrive che «si è provveduto, in data odierna, a notificare l’avviso di conclusione delle indagini» nei confronti di Andrea Sempio, «con conseguente deposito di tutti gli atti del procedimento penale relativo all’omicidio di Chiara Poggi».
La Procura chiarisce anche che provvederà «come già reso noto, a inoltrare al procuratore generale di Milano l’atto contestato all’indagato nel corso del suo interrogatorio del 6 maggio 2026», cioè quello notificato l’altro giorno a Sempio, «illustrativo e riassuntivo dei nuovi elementi probatori, raccolti a seguito della riapertura delle indagini 2016/2017», per «l’eventuale esercizio di ogni sua prerogativa». Dentro quel passaggio c’è tutta la complessità della nuova fase giudiziaria del caso Garlasco. Perché la Procura di Pavia, di fatto, sta dicendo alla Procura generale di Milano: valutate voi se esistono le condizioni per chiedere la revisione del processo Stasi davanti alla Corte d’Appello di Brescia. Una strada che, però, come aveva già confermato proprio il procuratore generale Francesca Nanni dopo aver incontrato (il 24 aprile scorso) Napoleone, pare sia lunga. Lo studio delle carte «non sarà né facile né breve», aveva spiegato il magistrato. Una frase che fotografa la dimensione del materiale investigativo accumulato negli anni attorno al delitto di Garlasco.
Nel frattempo, anche la difesa di Stasi prepara la sua strategia. Dopo l’analisi completa degli atti, gli avvocati presenteranno la richiesta di revisione per tentare di cancellare la condanna definitiva. E insieme all’istanza potrebbe arrivare anche la richiesta di sospensione della pena, che porterebbe alla scarcerazione di Stasi, attualmente in regime di semilibertà. Il suo legale, Antonio De Rensis, prova a descrivere lo stato d’animo del suo assistito: «Alberto ha una speranza sempre più crescente, ma ha anche comunque un equilibrio che lo fa rimanere con i piedi per terra, consapevole della sua situazione attuale di detenuto, e altrettanto consapevole che questa è un’indagine seria, che forse ci permetterà di lavorare intensamente e nel tempo più veloce possibile, compatibilmente con la mole degli atti, per preparare una richiesta di revisione».
Poi sembra inviare un messaggio preciso al fronte schierato contro il suo assistito: «Questa indagine fa e farà tanta paura a qualcuno, si cerca di sfuggire dalla realtà immaginando situazioni che non hanno niente a che vedere con la realtà. Chissà che questa indagine non ci faccia scoprire che qualche censore verrà poi censurato».
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Sergio Mattarella (Ansa)
Sì, non è escluso che il presidente della Repubblica abbia colto la palla al balzo, ossia la campagna condotta dal Fatto Quotidiano contro la grazia, per scaricare la responsabilità sul ministro Carlo Nordio e aprire la strada a una revisione, invocando un supplemento di indagine sulla vita della Minetti. Se però questo era il disegno, i fatti - quelli veri e non di carta stampata - stanno smontando a una a una tutte le obiezioni che sono state mosse contro il provvedimento di clemenza.
L’ultimo tassello utile a chiarire la narrazione che vorrebbe la pupilla di Silvio Berlusconi impegnata a procurare ragazze per cene eleganti è arrivato ieri dalla Procura generale. In pratica, i magistrati che hanno dato via libera alla concessione della grazia confermano che dai primi accertamenti in Uruguay e in Spagna, dove Minetti ha vissuto per un certo periodo, non sono emersi fatti che inducano a modificare il parere. L’Interpol, a cui i pm si sono rivolti, non avrebbe trovato traccia di procedimenti a carico dell’ex igienista dentale e nemmeno avrebbe raccolto notizie che consentissero di sostenere che a Punta del Este continui la vita di prima.
Ma nei giorni scorsi altri elementi hanno contribuito a chiarire quelli che secondo le inchieste giornalistiche erano i lati oscuri della faccenda. Innanzitutto l’adozione. Leggendo la sentenza con cui il tribunale di Maldonado ha acconsentito a Minetti e Cipriani di diventare genitori di un bambino uruguaiano, si capisce che prima di affidare il minore sono stati fatti numerosi approfondimenti e sono stati ascoltati diversi testimoni. Il piccolo, abbandonato fin dalla nascita in un orfanotrofio, non riceveva visite dai parenti. Padre, madre, nonni, zii: nessuno negli anni si è interessato a lui e alla grave malattia di cui era affetto. I giornali hanno scovato una coppia che sostiene di aver chiesto l’affidamento del bambino, ma alla fine i vertici dell’istituto che lo ospitava (o molto più probabilmente i giudici) avrebbero scelto i due italiani. E che cosa c’è di scandaloso? In qualsiasi procedura di adozione, i magistrati (ma anche psicologi e assistenti sociali) puntano a fare la cosa migliore per il bambino. Dunque, di fronte a un minore con gravi problemi di salute, bisognoso di interventi chirurgici e di cure, affidarlo a una famiglia in grado di assicurare l’assistenza di specialisti non è un reato, ma una scelta consapevole, per far sì che prima di tutto venga il suo benessere.
Sono cadute anche le suggestioni su una sorta di intrigo internazionale, secondo cui prima sarebbe stato ammazzato l’avvocato della madre del bambino e poi addirittura sarebbe stata fatta sparire la stessa donna, quasi che il legale o la mamma fossero in grado di fare rivelazioni esplosive sul caso Minetti. In realtà, la professionista bruciata nella sua casa era il difensore d’ufficio del bambino e di fronte ai giudici aveva dato parere favorevole all’adozione. La sua morte dunque non avrebbe nulla da spartire con la coppia di italiani. E la scomparsa della madre è semplicemente dovuta al fatto che la polizia la cerca perché accusata di omicidio e dunque, come tutti i latitanti, tende a non farsi trovare.
Chiarito anche il giallo sulla scelta dell’ospedale dove curare il bambino: Minetti e Cipriani si sono affidati a quelli che ritenevano i migliori specialisti e i sanitari confermano che il bambino deve essere sottoposto a numerosi controlli e forse anche ad altri interventi.
E il mistero che circonda la proprietà di Cipriani a Punta del Este, luogo del peccato dove si sarebbero tenute feste a base di donnine e, forse, di cocaina? Niente, anche la tenuta sarebbe assai meno misteriosa di quel che hanno raccontato i giornali. Innanzitutto la staccionata è alta un metro e non basta a impedire sguardi indiscreti. Per di più il ranch, come è stato definito, non ha un cancello e dunque chiunque voglia ficcare il naso, compresi i cronisti, vi può accedere con una certa facilità. Insomma, più si va avanti in questa storia e più ci si rende conto che a sostegno della tesi per cui Minetti avrebbe continuato a fare le cene eleganti, ma non più con Berlusconi bensì con Cipriani, non c’è lo straccio di una prova, ma solo le chiacchiere di anonimi raccolte qua e là e rilanciate come se fossero verità. L’ultima bufala, quella del ministro Nordio ospite in Uruguay della Minetti, è finita con il capo asperso di cenere di Sigfrido Ranucci e carte bollate contro una Bianca Berlinguer che rivendica il diritto di informare il pubblico con notizie non verificate.
Di fronte a questo quadro tuttavia resta ancora una domanda senza risposta. Perché Mattarella, dopo aver difeso la grazia, ha deciso di fronte a voci anonime di chiedere un supplemento d’indagine su Minetti? Davvero al Quirinale basta una chiacchiera per fare retromarcia? E come mai di fronte ad altri chiacchieroni che la sera al ristorante spifferano piani per modificare il quadro politico non si registra altrettanta solerzia? Sarebbe proprio il caso di capirlo.
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