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2022-02-07
Il Festival vola ma ha due problemi. È schiavo di gender e vittimismo
Amadeus con i vincitori del 72° Festival di Sanremo, Mahmood e Blanco (Ansa)
Il senso di liberazione è forte. Dopo la settimana di reclusione con vista sul Quirinale, finalmente ci siamo messi alle spalle anche la galera dell’Ariston; fiorita e scintillante quanto quella del Colle era rituale e polverosa, ma pur sempre galera. Le due liturgie vanno abbinate, non solo per la telefonata tra il bis-presidente e il tris-conduttore. Ma soprattutto perché, per i telespettatori anarchici, individualisti e viziati dal ventaglio di scelte, hanno entrambi il carattere dell’obbligo e, dunque, della tortura. Ora ci si butterà sulle Olimpiadi invernali, ma qui di obblighi non ce ne sono.
Intanto, mentre l’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, il «dottor Carlo» di Sabrina Ferilli, minaccia «una statua equestre di Amadeus» in Viale Mazzini e si conciona di una sua edizione quater, proviamo ad archiviare il ter.
Per il conduttore e direttore artistico quello appena concluso con ottimi ascolti (64,9% di share e 13,3 milioni di telespettatori per la serata finale) è un triplo capolavoro (voto: 7,5). Nell’era della (quasi) unità nazionale, come da mission annunciata, il Sanremo tuttifrutti ha accontentato (quasi) tutti, anche se, come vedremo, soprattutto alcuni. Amadeus si è consacrato, emancipandosi da Fiorello, dimostrando che il suo lavoro sta in piedi da solo. C’era un filo di scetticismo, dopo la prima serata. Invece, azzeccando gli ospiti delle successive, gli ascolti sono rimasti in quota e lo spettacolo pure. Ultima, ma altrettanto importante quadratura è quella musicale: un mix di generi, gender e generazioni che ha soddisfatto tutti i gusti. Mescolando mondo rap e canzone melodica ha completato l’opera di ringiovanimento del pubblico già iniziata da Claudio Baglioni. Un punto in meno nella valutazione si deve alla scelta delle partner femminili, non tutte azzeccate, e al lassismo consentito ai direttori d’orchestra. Oltre a legittimare la presunzione dei millennial, concedere il podio a Francesca Michielin (4) ha mostrato che per dirigere l’orchestra del Festival della canzone italiana non serve il diploma del conservatorio. Una lacuna non certo compensata dai look eccentrici di alcuni più assidui colleghi, ma quanto lei sprovvisti dei titoli necessari. Caso da risolvere.
Chi non ha bisogno di esibire pass di autenticità è Fiorello (7,5 per la presenza risicata), improvvisatore sopraffino («da sex symbol a ex symbol il passo è breve») e resiliente, con il medley di ballate tristi trasformate in samba tropicali. Tutto il contrario del meticoloso Checco Zalone (8), in grado di lanciarsi a tutta velocità, sul ciglio tra volgarità e raffinatezza a colpi di calembour, rime e parodie fulminanti, ma più cerchiobottiste di un tempo.
Nell’assemblaggio dei brani in gara la formazione da dejaay di Amadeus ha pagato. Il carisma di Gianni Morandi (7,5) è stato riconosciuto anche dai giovanissimi (Blanco: «Da grande voglio essere come lui»): chiusura del cerchio di mondi che sembravano non toccarsi. Invece energia, freschezza, eleganza hanno bucato il muro di separazione tra le generazioni. L’energia del Gianni nazionale, con o senza Jovanotti, la schiettezza dell’ultra ottantenne Iva Zanicchi, il controllo espressivo di Elisa hanno finito per evidenziare le paturnie gender e le pennellate di smalto di Achille Lauro, Michele Bravi, Måneskin, Rappresentante di lista e di tutto il carrozzone fluido in trasferta all’Ariston (4 per il déjà vu). Terreno sul quale la distanza generazionale è tornata profonda.
Il Festival contrappuntato di gaiezza ha confermato i vincitori ampiamente annunciati (5) alla vigilia dalla critica (5), monoliticamente schierata. Blanco sarà anche una delle voci migliori della scena musicale contemporanea, ma la tonalità di Mahmood incarna il vittimismo lamentoso, per altro condensato nel ritornello della canzone: «Nudo con i brividi/ A volte non so esprimermi/ E vorrei amarti ma sbaglio sempre». Non a caso lo stesso impaccio espressivo ritorna in Ti amo non lo so dire di Noemi, l’altro brano firmato da Mahmood. Sull’emisfero opposto si trovano le due canzoni migliori del Festival (7 a entrambi) che sembrano dialogare tra loro, Forse sei tu di Elisa e Sei tu di Fabrizio Moro («La distanza fra un uomo che ha vinto ed un uomo sconfitto/ Sei tu/ Che attraversi il mio ossigeno quando mi tocchi/ Sei tu»), giustamente premiate come miglior arrangiamento e miglior testo della kermesse. Complessivamente, sulla modestia di gran parte degli interpreti in gara, è svettata l’esibizione di Cesare Cremonini (9) che ha inondato l’Ariston di canzoni ispirate e vitalità sorridente. Simile a quella trasmessa la sera dopo da Jovanotti (8), nella doppia veste - qualcuno ha cavillato - di partner di Morandi e di superospite. Anzi, di «superamico» capace di far sedere a disegnare l’ex compare di Radio Deejay, mentre lui recitava Bello mondo di Mariangela Gualtieri, riportandoci per un attimo sui banchi di scuola.
Si è dovuto invece aspettare la serata finale per avere sul palco una donna sia bella che intelligente: Sabrina Ferilli (8,5), testimonial della categoria Unodinoi per tanti motivi. L’ironia, la leggerezza, la veracità luminosa, il non metterla giù dura, grazie a Dio, scegliendo l’informalità di quel «vieni, sediamoci qui» sul gradino dell’Ariston, come sul muretto dell’adolescenza. Soprattutto per il suo geniale anti-monologo. Avrebbe potuto toccare tanti temi, le donne, il femminismo, il potere degli uomini, il riscaldamento globale, la disparità salariale… «Ma perché la presenza mia deve per forza essere legata a un problema grosso? Ci sono tante cose da cambiare, ma sto nella mia linea, ho scelto la strada della leggerezza». Applausi. Senza di lei, avremmo dovuto accontentarci di presenze femminili per un motivo o per l’altro, problematiche. La vallettosa Ornella Muti (5); la piagnucolosa Lorena Cesarini (4), che dopo aver detto al settimanale Oggi che «parlare di odio razziale per un paio di post mi sembra una montatura», l’ha messa puntualmente in scena; la più charmante, ironica e colta Drusilla Foer (7,5 per «unicità» al posto di «diversità») che ha il solo difetto di essere un uomo… E per le donne, come qualcuno ha notato, non è una buona notizia.
Se le premesse sono queste, forse una conduttrice donna arriverà insieme a una presidentessa della Repubblica…
Quattro genitori omo per due bimbi
Gli oppositori al matrimonio gay - in Francia detto matrimonio per tutti - hanno sempre sostenuto un assioma facile facile ed anche ineccepibile: se tutto è famiglia, nulla lo è più.
Oggi vediamo il secondo round di questa escalation. Cioè: se nulla è famiglia in natura, ovvero in sé e per sé, tutto può esserlo secondo la giurisprudenza creativa di giudici inclusivi.
La Croix, il moderatissimo quotidiano dei vescovi francesi, ha appena raccontato un caso davvero stravagante, i cui esiti però non fanno sorridere, specie per i minori che vi sono implicati.
Scrive Emmanuelle Lucas che «il tribunale giudiziario di Parigi ha prodotto due decisioni che potrebbero far scorrere molto inchiostro». Perché il tema di queste controverse decisioni è niente di meno che il riconoscimento «di famiglie dai genitori multipli».
I fatti, sinteticamente, sono questi. Due coppie, una di gay e una di lesbiche, hanno ottenuto - per unione sessuale incrociata - due bambini che successivamente sono stati equamente redistribuiti: uno alla coppia gay, uno alle due lesbiche. «I due bambini, continua la giornalista, sono cresciuti da tutti e quattro gli adulti». Così, forse per sostenere una loro battaglia di principio, forse per abbattere i pochi steccato residui, il clan dei quattro omosessuali ha pensato bene di farsi riconoscere legalmente come una sorta di famiglia davvero allargata.
E il tribunale di Parigi, «dopo parere positivo del ministero, ha accettato una delega condivisa dell’autorità genitoriale, in due giudizi concomitanti».
Grazie a questa sentenza, il bambino che chiameremo Marc, non avrà solo il papà (biologico) Jean e il papà (acquisito) Jacques, con cui di fatto convive. Ma saranno legalmente suoi genitori-tutori anche la madre (naturale) Marie e la madre acquisita Louise. Chiaro, no? Idem per il fratellino di Marc.
Emmanuelle Lucas afferma di aver avuto accesso all’intero dossier. E dai documenti ne è uscito che i quattro adulti «hanno costruito un progetto di genitorialità a quattro» e che di fatto tutti e quattro (i due gay e le due lesbiche) «esercitano l’autorità genitoriale sui bambini fin dalla nascita».
Secondo Caroline Mécary, l’avvocatessa delle coppie, si può intravedere nella decisione del tribunale in favore della genitorialità plurima «una vittoria dei genitori omosessuali», che reclamerebbero da sempre «la plurigenitorialità» (testuale).
Una giurista citata da La Croix, Laure de Saint-Pern, afferma che di norma i giudici in queste situazioni difficili e complesse cercano di «non creare nuovi conflitti familiari» e rendono legittimo ciò che di fatto già esiste.
A questo punto le osservazioni potrebbero essere tante. Limitiamoci a questa. Perché vietare ancora la poligamia (e la poliandria)? Se quattro genitori, divisi in due coppie (gay), sono riconosciuti tutti quanti come «esercitanti l’autorità genitoriale», perché impedire al musulmano francese, o italiano, di avere tre mogli legali in Europa?
La triste profezia dei conservatori citata all’inizio si è realizzata pienamente. Se tutto è famiglia, qualunque unione affettiva può diventarlo per legge, se un giudice si limita a costatare i fatti. Faremo sposare i fratelli con le sorelle, i cugini con gli zii, i nonni coi nipoti: tanto ormai il matrimonio è diventato un foglio volante o un terreno dove far giocare la sperimentazione e la perversione.
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Amadeus ha confezionato un’edizione al top negli ascolti, che ha saputo avvicinare generazioni musicali lontane come Gianni Morandi e Blanco. Però indugia sull’equivoco di genere e lascia troppo spazio ai piagnistei.Sentenza francese afferma la «poligenitorialità» di due coppie (una di gay e una lesbo) che hanno procreato «incrociati»: per il giudice entrambi i figli sono di tutto il quartetto.Lo speciale contiene due articoli. Il senso di liberazione è forte. Dopo la settimana di reclusione con vista sul Quirinale, finalmente ci siamo messi alle spalle anche la galera dell’Ariston; fiorita e scintillante quanto quella del Colle era rituale e polverosa, ma pur sempre galera. Le due liturgie vanno abbinate, non solo per la telefonata tra il bis-presidente e il tris-conduttore. Ma soprattutto perché, per i telespettatori anarchici, individualisti e viziati dal ventaglio di scelte, hanno entrambi il carattere dell’obbligo e, dunque, della tortura. Ora ci si butterà sulle Olimpiadi invernali, ma qui di obblighi non ce ne sono.Intanto, mentre l’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, il «dottor Carlo» di Sabrina Ferilli, minaccia «una statua equestre di Amadeus» in Viale Mazzini e si conciona di una sua edizione quater, proviamo ad archiviare il ter.Per il conduttore e direttore artistico quello appena concluso con ottimi ascolti (64,9% di share e 13,3 milioni di telespettatori per la serata finale) è un triplo capolavoro (voto: 7,5). Nell’era della (quasi) unità nazionale, come da mission annunciata, il Sanremo tuttifrutti ha accontentato (quasi) tutti, anche se, come vedremo, soprattutto alcuni. Amadeus si è consacrato, emancipandosi da Fiorello, dimostrando che il suo lavoro sta in piedi da solo. C’era un filo di scetticismo, dopo la prima serata. Invece, azzeccando gli ospiti delle successive, gli ascolti sono rimasti in quota e lo spettacolo pure. Ultima, ma altrettanto importante quadratura è quella musicale: un mix di generi, gender e generazioni che ha soddisfatto tutti i gusti. Mescolando mondo rap e canzone melodica ha completato l’opera di ringiovanimento del pubblico già iniziata da Claudio Baglioni. Un punto in meno nella valutazione si deve alla scelta delle partner femminili, non tutte azzeccate, e al lassismo consentito ai direttori d’orchestra. Oltre a legittimare la presunzione dei millennial, concedere il podio a Francesca Michielin (4) ha mostrato che per dirigere l’orchestra del Festival della canzone italiana non serve il diploma del conservatorio. Una lacuna non certo compensata dai look eccentrici di alcuni più assidui colleghi, ma quanto lei sprovvisti dei titoli necessari. Caso da risolvere.Chi non ha bisogno di esibire pass di autenticità è Fiorello (7,5 per la presenza risicata), improvvisatore sopraffino («da sex symbol a ex symbol il passo è breve») e resiliente, con il medley di ballate tristi trasformate in samba tropicali. Tutto il contrario del meticoloso Checco Zalone (8), in grado di lanciarsi a tutta velocità, sul ciglio tra volgarità e raffinatezza a colpi di calembour, rime e parodie fulminanti, ma più cerchiobottiste di un tempo. Nell’assemblaggio dei brani in gara la formazione da dejaay di Amadeus ha pagato. Il carisma di Gianni Morandi (7,5) è stato riconosciuto anche dai giovanissimi (Blanco: «Da grande voglio essere come lui»): chiusura del cerchio di mondi che sembravano non toccarsi. Invece energia, freschezza, eleganza hanno bucato il muro di separazione tra le generazioni. L’energia del Gianni nazionale, con o senza Jovanotti, la schiettezza dell’ultra ottantenne Iva Zanicchi, il controllo espressivo di Elisa hanno finito per evidenziare le paturnie gender e le pennellate di smalto di Achille Lauro, Michele Bravi, Måneskin, Rappresentante di lista e di tutto il carrozzone fluido in trasferta all’Ariston (4 per il déjà vu). Terreno sul quale la distanza generazionale è tornata profonda.Il Festival contrappuntato di gaiezza ha confermato i vincitori ampiamente annunciati (5) alla vigilia dalla critica (5), monoliticamente schierata. Blanco sarà anche una delle voci migliori della scena musicale contemporanea, ma la tonalità di Mahmood incarna il vittimismo lamentoso, per altro condensato nel ritornello della canzone: «Nudo con i brividi/ A volte non so esprimermi/ E vorrei amarti ma sbaglio sempre». Non a caso lo stesso impaccio espressivo ritorna in Ti amo non lo so dire di Noemi, l’altro brano firmato da Mahmood. Sull’emisfero opposto si trovano le due canzoni migliori del Festival (7 a entrambi) che sembrano dialogare tra loro, Forse sei tu di Elisa e Sei tu di Fabrizio Moro («La distanza fra un uomo che ha vinto ed un uomo sconfitto/ Sei tu/ Che attraversi il mio ossigeno quando mi tocchi/ Sei tu»), giustamente premiate come miglior arrangiamento e miglior testo della kermesse. Complessivamente, sulla modestia di gran parte degli interpreti in gara, è svettata l’esibizione di Cesare Cremonini (9) che ha inondato l’Ariston di canzoni ispirate e vitalità sorridente. Simile a quella trasmessa la sera dopo da Jovanotti (8), nella doppia veste - qualcuno ha cavillato - di partner di Morandi e di superospite. Anzi, di «superamico» capace di far sedere a disegnare l’ex compare di Radio Deejay, mentre lui recitava Bello mondo di Mariangela Gualtieri, riportandoci per un attimo sui banchi di scuola.Si è dovuto invece aspettare la serata finale per avere sul palco una donna sia bella che intelligente: Sabrina Ferilli (8,5), testimonial della categoria Unodinoi per tanti motivi. L’ironia, la leggerezza, la veracità luminosa, il non metterla giù dura, grazie a Dio, scegliendo l’informalità di quel «vieni, sediamoci qui» sul gradino dell’Ariston, come sul muretto dell’adolescenza. Soprattutto per il suo geniale anti-monologo. Avrebbe potuto toccare tanti temi, le donne, il femminismo, il potere degli uomini, il riscaldamento globale, la disparità salariale… «Ma perché la presenza mia deve per forza essere legata a un problema grosso? Ci sono tante cose da cambiare, ma sto nella mia linea, ho scelto la strada della leggerezza». Applausi. Senza di lei, avremmo dovuto accontentarci di presenze femminili per un motivo o per l’altro, problematiche. La vallettosa Ornella Muti (5); la piagnucolosa Lorena Cesarini (4), che dopo aver detto al settimanale Oggi che «parlare di odio razziale per un paio di post mi sembra una montatura», l’ha messa puntualmente in scena; la più charmante, ironica e colta Drusilla Foer (7,5 per «unicità» al posto di «diversità») che ha il solo difetto di essere un uomo… E per le donne, come qualcuno ha notato, non è una buona notizia.Se le premesse sono queste, forse una conduttrice donna arriverà insieme a una presidentessa della Repubblica…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/festival-ok-due-problemi-vittimismo-2656577122.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quattro-genitori-omo-per-due-bimbi" data-post-id="2656577122" data-published-at="1644172680" data-use-pagination="False"> Quattro genitori omo per due bimbi Gli oppositori al matrimonio gay - in Francia detto matrimonio per tutti - hanno sempre sostenuto un assioma facile facile ed anche ineccepibile: se tutto è famiglia, nulla lo è più. Oggi vediamo il secondo round di questa escalation. Cioè: se nulla è famiglia in natura, ovvero in sé e per sé, tutto può esserlo secondo la giurisprudenza creativa di giudici inclusivi. La Croix, il moderatissimo quotidiano dei vescovi francesi, ha appena raccontato un caso davvero stravagante, i cui esiti però non fanno sorridere, specie per i minori che vi sono implicati. Scrive Emmanuelle Lucas che «il tribunale giudiziario di Parigi ha prodotto due decisioni che potrebbero far scorrere molto inchiostro». Perché il tema di queste controverse decisioni è niente di meno che il riconoscimento «di famiglie dai genitori multipli». I fatti, sinteticamente, sono questi. Due coppie, una di gay e una di lesbiche, hanno ottenuto - per unione sessuale incrociata - due bambini che successivamente sono stati equamente redistribuiti: uno alla coppia gay, uno alle due lesbiche. «I due bambini, continua la giornalista, sono cresciuti da tutti e quattro gli adulti». Così, forse per sostenere una loro battaglia di principio, forse per abbattere i pochi steccato residui, il clan dei quattro omosessuali ha pensato bene di farsi riconoscere legalmente come una sorta di famiglia davvero allargata. E il tribunale di Parigi, «dopo parere positivo del ministero, ha accettato una delega condivisa dell’autorità genitoriale, in due giudizi concomitanti». Grazie a questa sentenza, il bambino che chiameremo Marc, non avrà solo il papà (biologico) Jean e il papà (acquisito) Jacques, con cui di fatto convive. Ma saranno legalmente suoi genitori-tutori anche la madre (naturale) Marie e la madre acquisita Louise. Chiaro, no? Idem per il fratellino di Marc. Emmanuelle Lucas afferma di aver avuto accesso all’intero dossier. E dai documenti ne è uscito che i quattro adulti «hanno costruito un progetto di genitorialità a quattro» e che di fatto tutti e quattro (i due gay e le due lesbiche) «esercitano l’autorità genitoriale sui bambini fin dalla nascita». Secondo Caroline Mécary, l’avvocatessa delle coppie, si può intravedere nella decisione del tribunale in favore della genitorialità plurima «una vittoria dei genitori omosessuali», che reclamerebbero da sempre «la plurigenitorialità» (testuale). Una giurista citata da La Croix, Laure de Saint-Pern, afferma che di norma i giudici in queste situazioni difficili e complesse cercano di «non creare nuovi conflitti familiari» e rendono legittimo ciò che di fatto già esiste. A questo punto le osservazioni potrebbero essere tante. Limitiamoci a questa. Perché vietare ancora la poligamia (e la poliandria)? Se quattro genitori, divisi in due coppie (gay), sono riconosciuti tutti quanti come «esercitanti l’autorità genitoriale», perché impedire al musulmano francese, o italiano, di avere tre mogli legali in Europa? La triste profezia dei conservatori citata all’inizio si è realizzata pienamente. Se tutto è famiglia, qualunque unione affettiva può diventarlo per legge, se un giudice si limita a costatare i fatti. Faremo sposare i fratelli con le sorelle, i cugini con gli zii, i nonni coi nipoti: tanto ormai il matrimonio è diventato un foglio volante o un terreno dove far giocare la sperimentazione e la perversione.
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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