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2024-03-28
I fedeli disertano le messe. Ci vanno solo gli anziani (e tra poco nemmeno loro)
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Sono anziani, pochi e «a bassa intensità». Si potrebbe riassumere così lo stato in cui versa il cattolicesimo italiano come emerge dall’ultimo lavoro di Luca Diotallevi, professore all’Università di Roma Tre e sociologo della religione. Si intitola La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019, pubblicato dalle edizioni Rubbettino.
Ne ha parlato il vaticanista Sandro Magister nel suo blog, mettendo in evidenza che «la presenza alla messa è in calo ininterrotto nell’intero arco di tempo preso in esame da Diotallevi sulla scorta delle annuali rilevazioni dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica: dal 1993 al 2019». Traducendo in numeri, «si passa del 37,3% della popolazione che assiste alla messa domenicale nel 1993 al 23,7% nel 2019», un calo di un terzo.
Il lavoro di Diotallevi è in linea con quanto diverse indagini rilevano da tempo, anche in quella realtà come l’Italia che ancora trent’anni fa Giovanni Paolo II definiva «eccezione» rispetto alla desertificazione della fede in atto nell’Europa del Centro-Nord. Ma ormai «l’eccezione» non c’è più, come anche l’indagine demoscopica condotta dalla rivista Il Timone con Euromedia research, «Italiani di poca fede», ha mostrato nel numero della rivista pubblicata in luglio/agosto 2023.
La partecipazione alla messa domenicale, oggi, vede soprattutto coinvolta la popolazione con età sopra ai 65 anni, ma nel lavoro di Diotallevi c’è una novità che merita di essere sottolineata: se un tempo la funzione religiosa cominciava a essere disertata dopo la Cresima e per tutta l’età adulta, per poi avere un ritorno con l’età matura, ora «la successiva ripresa di presenza alla messa è ormai tenue se non assente, per i nati dopo il 1950». In altre parole, se oggi a messa vediamo ancora soprattutto degli anziani, in futuro il ricambio potrebbe non esserci. E il gruppo di signore dedite al rosario, spesso citate come ancora di salvezza per la comunità, potrebbe estinguersi.
Altri due elementi che emergono dal lavoro del sociologo meritano di essere sottolineati. Il primo riguarda il fatto che si assiste a una «evoluzione del cattolicesimo italiano verso “una forma di religione a bassa intensità”, priva di una rilevanza extra-religiosa in campo politico, economico, scientifico, accademico». Si tratta di quella che nell’indagine condotta dalla rivista Il Timone era stata definita «fede liquida», caratterizzata da una visione privata del credere dove i fedeli ormai accettano divorzio, contraccezione, aborto e unioni civili. Sono stati smarriti i criteri per giudicare la realtà sociale e, quindi, politica e culturale. Insomma, i cattolici non incidono più, sembra che la fede sia diventata incapace di giudicare della vita e delle scelte, personali e comunitarie. Una fede disincarnata, sentimentale a volte, magari ancora capace di esprimersi con realtà associative caritatevoli, ma che spesso sono svuotate di ogni contenuto proprio del cristianesimo e ridotte a essere una Ong fra le altre.
Secondo Diotallevi, questa situazione sarebbe causata anche da un «allentamento dei legami comunitari di tipo ecclesiale, a vantaggio di una deriva congregazionialistica e di “democratization of religion”». La decadenza della realtà parrocchiale anche sotto i colpi dell’offerta religiosa dei movimenti ecclesiali è una realtà, ma ci sembra che il problema non sia questo. Quella che Diotallevi chiama «democratiztion of religion» potremmo forse chiamarla più direttamente «protestantizzazione» del cattolicesimo romano.
La barca di Pietro oscilla sotto i colpi di chi vorrebbe relativizzare il depositum fidei e spinge per una riduzione intimistica della fede e sotto i colpi di chi, invece, in nome della purezza della verità (di cui poi finisce per farsi giudice di sé stesso), si allontana dall’ovile. L’attacco parte dall’interno ed entrambi i gruppi finiscono poi per farsi una loro chiesuola, più o meno istituzionalizzata, che in fondo è una comfort zone che nulla ha a che vedere con la Chiesa cattolica apostolica e romana.
Ciò che resta è un progressivo e continuo attacco all’autorità della Chiesa, la sua continua messa in discussione, ora da sinistra ora da destra, che ha sfibrato dall’interno quelli che Diotallevi chiama «legami comunitari di tipo ecclesiale». L’autorità gerarchica non è un elemento secondario della Chiesa cattolica, in un certo senso ne è il tratto più distintivo: eluderlo significa semplicemente finire prima o poi fuori dalla comunione ecclesiale. L’autorità stessa dovrebbe riflettere, perché la crisi della fede in fondo è tutta qui: il gregge cerca pastori, se no si disperde.
Senza croce ma con camicia a pois. Il prete che cede l’oratorio all’islam
Gli islamici usano l’oratorio chiamandolo «la nostra casa»? Per il parroco è tutto normale. Succede a Monfalcone, in provincia di Gorizia, come si è visto ieri sera su Rete 4 a Fuori dal coro, la trasmissione condotta da Mario Giordano. A documentarlo, un servizio dell’inviata Serena Pizzi, la quale, dopo averne trattato la settimana scorsa, è tornata ad occuparsi dell’oratorio San Michele, la struttura data alla comunità islamica locale all’insaputa di tutti dal responsabile dello stesso oratorio. Questa settimana l’inviata ha parlato direttamente con don Flavio Zanetti, il parroco che ha dato il suo via libera all’occupazione degli spazi da parte dei musulmani.Immortalato dalle telecamere di Fuori dal coro, con addosso una bizzarra camicia a pois rossi a maniche corte e rigorosamente privo non solo del clergyman ma pure d’ogni simbolo cristiano, don Zanetti si è mostrato serenissimo rispetto alla decisione presa. Quando l’inviata di Rete 4 ha provato a incalzarlo chiedendogli se non sia «un po’ azzardato» far pregare dei musulmani in quello che, in fin dei conti, è un luogo cristiano, il sacerdote ha prontamente ribattuto: «Assolutamente no». Quasi fosse la cosa più normale del mondo. «Secondo me non è una cosa disdicevole mettere a disposizione, se possibile, i nostri ambienti», ha aggiunto ancora il parroco, specificando: «Non stiamo dicendo che gli abbiamo dato una chiesa, abbiamo dato una sala dell’oratorio».In realtà, pure su questo non sembra esserci convergenza con i fatti. Infatti, la Pizzi parlando con i signor Claudio, l’anziano responsabile della struttura, si è sentita rispondere come essa non sia affatto, «solo» un oratorio. «Qui al primo piano una chiesetta con il Santissimo», ha spiegato l’uomo, «e per me tutto l’edificio è una chiesa. Io non posso ammettere che i musulmani vengano a pregare nella nostra chiesa». Non è finita. Il meglio, si fa per dire, è arrivato quando la giornalista ha spiegato a don Zanetti che, per il solo essersi affacciata alla sala dell’oratorio destinata alla comunità musulmana, si è vista fermare un secco: «Questa è casa nostra, chi l’ha fatta entrare?».«Ma secondo lei quella è casa loro?», ha quindi chiesto la Pizzi al parroco il quale, dopo aver farfugliato qualcosa, ha ribattuto con un surreale: «Ciascuno dice ciò che gli pare». A quel punto, davanti all’incredulità della giornalista, il parroco in camicia a pois ha cercato di spiegare meglio, affermando che se quel «Questa è casa nostra» è stato detto da «chi si sente accolto da alcune persone, mi fa piacere». Insomma, non solo il sacerdote non si scandalizza dell’accaduto dopo averlo autorizzato, a quanto pare, all’insaputa di tutti, ma esprime persino gradimento di fronte ad esternazioni che neppure lo scrittore Michel Houellebecq è riuscito a mettere in Sottomissione, il suo capolavoro in cui racconta una Francia islamizzata.C’è dell’altro. Le telecamere della trasmissione di Giordano hanno infatti colto un altro aspetto, ancora più inquietante di quanto sin qui raccontato: l’occultamento del crocifisso, celato dietro un telo da proiettore, per opera dei musulmani durante la loro preghiera. Poi, una volta che la sala dell’oratorio è stata sgombrata, il crocifisso è tornato visibile. Ma prima era stato nascosto. «Se tolgono il crocifisso significa che non vogliono vedere niente del cristianesimo e questa è una bestemmia», ha detto sempre ai microfoni di Rete 4 un altro sacerdote, un giovane prete di colore. Che evidentemente ha un altro punto di vista rispetto a quello di don Zanetti, resosi responsabile di una scelta grave. Non si può, in effetti, ignorare come se da un lato già dedicare, sia pure temporaneamente, una sala oratoriale alla preghiera islamica sia una decisione surreale - e che farà rivoltare nella tomba quel San Filippo Neri che gli oratori li ha inventati, dall’altro far questo a Monfalcone, la città italiana con la più alta percentuale di stranieri, quasi tutti islamici, ha un valore doppiamente simbolico. Quello di una drammatica resa.
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Nel suo libro, il sociologo Luca Diotallevi illustra il crollo della partecipazione al rito Così la «desertificazione» che allarmò Wojtyla ha preso piede nel cuore della cristianità.Il parroco di Monfalcone, incalzato da «Fuori dal coro»: «Quella casa loro? Perché no». Lo speciale contiene due articoli.Sono anziani, pochi e «a bassa intensità». Si potrebbe riassumere così lo stato in cui versa il cattolicesimo italiano come emerge dall’ultimo lavoro di Luca Diotallevi, professore all’Università di Roma Tre e sociologo della religione. Si intitola La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019, pubblicato dalle edizioni Rubbettino.Ne ha parlato il vaticanista Sandro Magister nel suo blog, mettendo in evidenza che «la presenza alla messa è in calo ininterrotto nell’intero arco di tempo preso in esame da Diotallevi sulla scorta delle annuali rilevazioni dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica: dal 1993 al 2019». Traducendo in numeri, «si passa del 37,3% della popolazione che assiste alla messa domenicale nel 1993 al 23,7% nel 2019», un calo di un terzo.Il lavoro di Diotallevi è in linea con quanto diverse indagini rilevano da tempo, anche in quella realtà come l’Italia che ancora trent’anni fa Giovanni Paolo II definiva «eccezione» rispetto alla desertificazione della fede in atto nell’Europa del Centro-Nord. Ma ormai «l’eccezione» non c’è più, come anche l’indagine demoscopica condotta dalla rivista Il Timone con Euromedia research, «Italiani di poca fede», ha mostrato nel numero della rivista pubblicata in luglio/agosto 2023. La partecipazione alla messa domenicale, oggi, vede soprattutto coinvolta la popolazione con età sopra ai 65 anni, ma nel lavoro di Diotallevi c’è una novità che merita di essere sottolineata: se un tempo la funzione religiosa cominciava a essere disertata dopo la Cresima e per tutta l’età adulta, per poi avere un ritorno con l’età matura, ora «la successiva ripresa di presenza alla messa è ormai tenue se non assente, per i nati dopo il 1950». In altre parole, se oggi a messa vediamo ancora soprattutto degli anziani, in futuro il ricambio potrebbe non esserci. E il gruppo di signore dedite al rosario, spesso citate come ancora di salvezza per la comunità, potrebbe estinguersi.Altri due elementi che emergono dal lavoro del sociologo meritano di essere sottolineati. Il primo riguarda il fatto che si assiste a una «evoluzione del cattolicesimo italiano verso “una forma di religione a bassa intensità”, priva di una rilevanza extra-religiosa in campo politico, economico, scientifico, accademico». Si tratta di quella che nell’indagine condotta dalla rivista Il Timone era stata definita «fede liquida», caratterizzata da una visione privata del credere dove i fedeli ormai accettano divorzio, contraccezione, aborto e unioni civili. Sono stati smarriti i criteri per giudicare la realtà sociale e, quindi, politica e culturale. Insomma, i cattolici non incidono più, sembra che la fede sia diventata incapace di giudicare della vita e delle scelte, personali e comunitarie. Una fede disincarnata, sentimentale a volte, magari ancora capace di esprimersi con realtà associative caritatevoli, ma che spesso sono svuotate di ogni contenuto proprio del cristianesimo e ridotte a essere una Ong fra le altre.Secondo Diotallevi, questa situazione sarebbe causata anche da un «allentamento dei legami comunitari di tipo ecclesiale, a vantaggio di una deriva congregazionialistica e di “democratization of religion”». La decadenza della realtà parrocchiale anche sotto i colpi dell’offerta religiosa dei movimenti ecclesiali è una realtà, ma ci sembra che il problema non sia questo. Quella che Diotallevi chiama «democratiztion of religion» potremmo forse chiamarla più direttamente «protestantizzazione» del cattolicesimo romano. La barca di Pietro oscilla sotto i colpi di chi vorrebbe relativizzare il depositum fidei e spinge per una riduzione intimistica della fede e sotto i colpi di chi, invece, in nome della purezza della verità (di cui poi finisce per farsi giudice di sé stesso), si allontana dall’ovile. L’attacco parte dall’interno ed entrambi i gruppi finiscono poi per farsi una loro chiesuola, più o meno istituzionalizzata, che in fondo è una comfort zone che nulla ha a che vedere con la Chiesa cattolica apostolica e romana.Ciò che resta è un progressivo e continuo attacco all’autorità della Chiesa, la sua continua messa in discussione, ora da sinistra ora da destra, che ha sfibrato dall’interno quelli che Diotallevi chiama «legami comunitari di tipo ecclesiale». L’autorità gerarchica non è un elemento secondario della Chiesa cattolica, in un certo senso ne è il tratto più distintivo: eluderlo significa semplicemente finire prima o poi fuori dalla comunione ecclesiale. L’autorità stessa dovrebbe riflettere, perché la crisi della fede in fondo è tutta qui: il gregge cerca pastori, se no si disperde.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fedeli-disertano-le-messe-2667626131.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-croce-ma-con-camicia-a-pois-il-prete-che-cede-loratorio-allislam" data-post-id="2667626131" data-published-at="1711641844" data-use-pagination="False"> Senza croce ma con camicia a pois. Il prete che cede l’oratorio all’islam Gli islamici usano l’oratorio chiamandolo «la nostra casa»? Per il parroco è tutto normale. Succede a Monfalcone, in provincia di Gorizia, come si è visto ieri sera su Rete 4 a Fuori dal coro, la trasmissione condotta da Mario Giordano. A documentarlo, un servizio dell’inviata Serena Pizzi, la quale, dopo averne trattato la settimana scorsa, è tornata ad occuparsi dell’oratorio San Michele, la struttura data alla comunità islamica locale all’insaputa di tutti dal responsabile dello stesso oratorio. Questa settimana l’inviata ha parlato direttamente con don Flavio Zanetti, il parroco che ha dato il suo via libera all’occupazione degli spazi da parte dei musulmani.Immortalato dalle telecamere di Fuori dal coro, con addosso una bizzarra camicia a pois rossi a maniche corte e rigorosamente privo non solo del clergyman ma pure d’ogni simbolo cristiano, don Zanetti si è mostrato serenissimo rispetto alla decisione presa. Quando l’inviata di Rete 4 ha provato a incalzarlo chiedendogli se non sia «un po’ azzardato» far pregare dei musulmani in quello che, in fin dei conti, è un luogo cristiano, il sacerdote ha prontamente ribattuto: «Assolutamente no». Quasi fosse la cosa più normale del mondo. «Secondo me non è una cosa disdicevole mettere a disposizione, se possibile, i nostri ambienti», ha aggiunto ancora il parroco, specificando: «Non stiamo dicendo che gli abbiamo dato una chiesa, abbiamo dato una sala dell’oratorio».In realtà, pure su questo non sembra esserci convergenza con i fatti. Infatti, la Pizzi parlando con i signor Claudio, l’anziano responsabile della struttura, si è sentita rispondere come essa non sia affatto, «solo» un oratorio. «Qui al primo piano una chiesetta con il Santissimo», ha spiegato l’uomo, «e per me tutto l’edificio è una chiesa. Io non posso ammettere che i musulmani vengano a pregare nella nostra chiesa». Non è finita. Il meglio, si fa per dire, è arrivato quando la giornalista ha spiegato a don Zanetti che, per il solo essersi affacciata alla sala dell’oratorio destinata alla comunità musulmana, si è vista fermare un secco: «Questa è casa nostra, chi l’ha fatta entrare?».«Ma secondo lei quella è casa loro?», ha quindi chiesto la Pizzi al parroco il quale, dopo aver farfugliato qualcosa, ha ribattuto con un surreale: «Ciascuno dice ciò che gli pare». A quel punto, davanti all’incredulità della giornalista, il parroco in camicia a pois ha cercato di spiegare meglio, affermando che se quel «Questa è casa nostra» è stato detto da «chi si sente accolto da alcune persone, mi fa piacere». Insomma, non solo il sacerdote non si scandalizza dell’accaduto dopo averlo autorizzato, a quanto pare, all’insaputa di tutti, ma esprime persino gradimento di fronte ad esternazioni che neppure lo scrittore Michel Houellebecq è riuscito a mettere in Sottomissione, il suo capolavoro in cui racconta una Francia islamizzata.C’è dell’altro. Le telecamere della trasmissione di Giordano hanno infatti colto un altro aspetto, ancora più inquietante di quanto sin qui raccontato: l’occultamento del crocifisso, celato dietro un telo da proiettore, per opera dei musulmani durante la loro preghiera. Poi, una volta che la sala dell’oratorio è stata sgombrata, il crocifisso è tornato visibile. Ma prima era stato nascosto. «Se tolgono il crocifisso significa che non vogliono vedere niente del cristianesimo e questa è una bestemmia», ha detto sempre ai microfoni di Rete 4 un altro sacerdote, un giovane prete di colore. Che evidentemente ha un altro punto di vista rispetto a quello di don Zanetti, resosi responsabile di una scelta grave. Non si può, in effetti, ignorare come se da un lato già dedicare, sia pure temporaneamente, una sala oratoriale alla preghiera islamica sia una decisione surreale - e che farà rivoltare nella tomba quel San Filippo Neri che gli oratori li ha inventati, dall’altro far questo a Monfalcone, la città italiana con la più alta percentuale di stranieri, quasi tutti islamici, ha un valore doppiamente simbolico. Quello di una drammatica resa.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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