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2024-03-28
I fedeli disertano le messe. Ci vanno solo gli anziani (e tra poco nemmeno loro)
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Sono anziani, pochi e «a bassa intensità». Si potrebbe riassumere così lo stato in cui versa il cattolicesimo italiano come emerge dall’ultimo lavoro di Luca Diotallevi, professore all’Università di Roma Tre e sociologo della religione. Si intitola La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019, pubblicato dalle edizioni Rubbettino.
Ne ha parlato il vaticanista Sandro Magister nel suo blog, mettendo in evidenza che «la presenza alla messa è in calo ininterrotto nell’intero arco di tempo preso in esame da Diotallevi sulla scorta delle annuali rilevazioni dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica: dal 1993 al 2019». Traducendo in numeri, «si passa del 37,3% della popolazione che assiste alla messa domenicale nel 1993 al 23,7% nel 2019», un calo di un terzo.
Il lavoro di Diotallevi è in linea con quanto diverse indagini rilevano da tempo, anche in quella realtà come l’Italia che ancora trent’anni fa Giovanni Paolo II definiva «eccezione» rispetto alla desertificazione della fede in atto nell’Europa del Centro-Nord. Ma ormai «l’eccezione» non c’è più, come anche l’indagine demoscopica condotta dalla rivista Il Timone con Euromedia research, «Italiani di poca fede», ha mostrato nel numero della rivista pubblicata in luglio/agosto 2023.
La partecipazione alla messa domenicale, oggi, vede soprattutto coinvolta la popolazione con età sopra ai 65 anni, ma nel lavoro di Diotallevi c’è una novità che merita di essere sottolineata: se un tempo la funzione religiosa cominciava a essere disertata dopo la Cresima e per tutta l’età adulta, per poi avere un ritorno con l’età matura, ora «la successiva ripresa di presenza alla messa è ormai tenue se non assente, per i nati dopo il 1950». In altre parole, se oggi a messa vediamo ancora soprattutto degli anziani, in futuro il ricambio potrebbe non esserci. E il gruppo di signore dedite al rosario, spesso citate come ancora di salvezza per la comunità, potrebbe estinguersi.
Altri due elementi che emergono dal lavoro del sociologo meritano di essere sottolineati. Il primo riguarda il fatto che si assiste a una «evoluzione del cattolicesimo italiano verso “una forma di religione a bassa intensità”, priva di una rilevanza extra-religiosa in campo politico, economico, scientifico, accademico». Si tratta di quella che nell’indagine condotta dalla rivista Il Timone era stata definita «fede liquida», caratterizzata da una visione privata del credere dove i fedeli ormai accettano divorzio, contraccezione, aborto e unioni civili. Sono stati smarriti i criteri per giudicare la realtà sociale e, quindi, politica e culturale. Insomma, i cattolici non incidono più, sembra che la fede sia diventata incapace di giudicare della vita e delle scelte, personali e comunitarie. Una fede disincarnata, sentimentale a volte, magari ancora capace di esprimersi con realtà associative caritatevoli, ma che spesso sono svuotate di ogni contenuto proprio del cristianesimo e ridotte a essere una Ong fra le altre.
Secondo Diotallevi, questa situazione sarebbe causata anche da un «allentamento dei legami comunitari di tipo ecclesiale, a vantaggio di una deriva congregazionialistica e di “democratization of religion”». La decadenza della realtà parrocchiale anche sotto i colpi dell’offerta religiosa dei movimenti ecclesiali è una realtà, ma ci sembra che il problema non sia questo. Quella che Diotallevi chiama «democratiztion of religion» potremmo forse chiamarla più direttamente «protestantizzazione» del cattolicesimo romano.
La barca di Pietro oscilla sotto i colpi di chi vorrebbe relativizzare il depositum fidei e spinge per una riduzione intimistica della fede e sotto i colpi di chi, invece, in nome della purezza della verità (di cui poi finisce per farsi giudice di sé stesso), si allontana dall’ovile. L’attacco parte dall’interno ed entrambi i gruppi finiscono poi per farsi una loro chiesuola, più o meno istituzionalizzata, che in fondo è una comfort zone che nulla ha a che vedere con la Chiesa cattolica apostolica e romana.
Ciò che resta è un progressivo e continuo attacco all’autorità della Chiesa, la sua continua messa in discussione, ora da sinistra ora da destra, che ha sfibrato dall’interno quelli che Diotallevi chiama «legami comunitari di tipo ecclesiale». L’autorità gerarchica non è un elemento secondario della Chiesa cattolica, in un certo senso ne è il tratto più distintivo: eluderlo significa semplicemente finire prima o poi fuori dalla comunione ecclesiale. L’autorità stessa dovrebbe riflettere, perché la crisi della fede in fondo è tutta qui: il gregge cerca pastori, se no si disperde.
Senza croce ma con camicia a pois. Il prete che cede l’oratorio all’islam
Gli islamici usano l’oratorio chiamandolo «la nostra casa»? Per il parroco è tutto normale. Succede a Monfalcone, in provincia di Gorizia, come si è visto ieri sera su Rete 4 a Fuori dal coro, la trasmissione condotta da Mario Giordano. A documentarlo, un servizio dell’inviata Serena Pizzi, la quale, dopo averne trattato la settimana scorsa, è tornata ad occuparsi dell’oratorio San Michele, la struttura data alla comunità islamica locale all’insaputa di tutti dal responsabile dello stesso oratorio. Questa settimana l’inviata ha parlato direttamente con don Flavio Zanetti, il parroco che ha dato il suo via libera all’occupazione degli spazi da parte dei musulmani.Immortalato dalle telecamere di Fuori dal coro, con addosso una bizzarra camicia a pois rossi a maniche corte e rigorosamente privo non solo del clergyman ma pure d’ogni simbolo cristiano, don Zanetti si è mostrato serenissimo rispetto alla decisione presa. Quando l’inviata di Rete 4 ha provato a incalzarlo chiedendogli se non sia «un po’ azzardato» far pregare dei musulmani in quello che, in fin dei conti, è un luogo cristiano, il sacerdote ha prontamente ribattuto: «Assolutamente no». Quasi fosse la cosa più normale del mondo. «Secondo me non è una cosa disdicevole mettere a disposizione, se possibile, i nostri ambienti», ha aggiunto ancora il parroco, specificando: «Non stiamo dicendo che gli abbiamo dato una chiesa, abbiamo dato una sala dell’oratorio».In realtà, pure su questo non sembra esserci convergenza con i fatti. Infatti, la Pizzi parlando con i signor Claudio, l’anziano responsabile della struttura, si è sentita rispondere come essa non sia affatto, «solo» un oratorio. «Qui al primo piano una chiesetta con il Santissimo», ha spiegato l’uomo, «e per me tutto l’edificio è una chiesa. Io non posso ammettere che i musulmani vengano a pregare nella nostra chiesa». Non è finita. Il meglio, si fa per dire, è arrivato quando la giornalista ha spiegato a don Zanetti che, per il solo essersi affacciata alla sala dell’oratorio destinata alla comunità musulmana, si è vista fermare un secco: «Questa è casa nostra, chi l’ha fatta entrare?».«Ma secondo lei quella è casa loro?», ha quindi chiesto la Pizzi al parroco il quale, dopo aver farfugliato qualcosa, ha ribattuto con un surreale: «Ciascuno dice ciò che gli pare». A quel punto, davanti all’incredulità della giornalista, il parroco in camicia a pois ha cercato di spiegare meglio, affermando che se quel «Questa è casa nostra» è stato detto da «chi si sente accolto da alcune persone, mi fa piacere». Insomma, non solo il sacerdote non si scandalizza dell’accaduto dopo averlo autorizzato, a quanto pare, all’insaputa di tutti, ma esprime persino gradimento di fronte ad esternazioni che neppure lo scrittore Michel Houellebecq è riuscito a mettere in Sottomissione, il suo capolavoro in cui racconta una Francia islamizzata.C’è dell’altro. Le telecamere della trasmissione di Giordano hanno infatti colto un altro aspetto, ancora più inquietante di quanto sin qui raccontato: l’occultamento del crocifisso, celato dietro un telo da proiettore, per opera dei musulmani durante la loro preghiera. Poi, una volta che la sala dell’oratorio è stata sgombrata, il crocifisso è tornato visibile. Ma prima era stato nascosto. «Se tolgono il crocifisso significa che non vogliono vedere niente del cristianesimo e questa è una bestemmia», ha detto sempre ai microfoni di Rete 4 un altro sacerdote, un giovane prete di colore. Che evidentemente ha un altro punto di vista rispetto a quello di don Zanetti, resosi responsabile di una scelta grave. Non si può, in effetti, ignorare come se da un lato già dedicare, sia pure temporaneamente, una sala oratoriale alla preghiera islamica sia una decisione surreale - e che farà rivoltare nella tomba quel San Filippo Neri che gli oratori li ha inventati, dall’altro far questo a Monfalcone, la città italiana con la più alta percentuale di stranieri, quasi tutti islamici, ha un valore doppiamente simbolico. Quello di una drammatica resa.
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Nel suo libro, il sociologo Luca Diotallevi illustra il crollo della partecipazione al rito Così la «desertificazione» che allarmò Wojtyla ha preso piede nel cuore della cristianità.Il parroco di Monfalcone, incalzato da «Fuori dal coro»: «Quella casa loro? Perché no». Lo speciale contiene due articoli.Sono anziani, pochi e «a bassa intensità». Si potrebbe riassumere così lo stato in cui versa il cattolicesimo italiano come emerge dall’ultimo lavoro di Luca Diotallevi, professore all’Università di Roma Tre e sociologo della religione. Si intitola La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019, pubblicato dalle edizioni Rubbettino.Ne ha parlato il vaticanista Sandro Magister nel suo blog, mettendo in evidenza che «la presenza alla messa è in calo ininterrotto nell’intero arco di tempo preso in esame da Diotallevi sulla scorta delle annuali rilevazioni dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica: dal 1993 al 2019». Traducendo in numeri, «si passa del 37,3% della popolazione che assiste alla messa domenicale nel 1993 al 23,7% nel 2019», un calo di un terzo.Il lavoro di Diotallevi è in linea con quanto diverse indagini rilevano da tempo, anche in quella realtà come l’Italia che ancora trent’anni fa Giovanni Paolo II definiva «eccezione» rispetto alla desertificazione della fede in atto nell’Europa del Centro-Nord. Ma ormai «l’eccezione» non c’è più, come anche l’indagine demoscopica condotta dalla rivista Il Timone con Euromedia research, «Italiani di poca fede», ha mostrato nel numero della rivista pubblicata in luglio/agosto 2023. La partecipazione alla messa domenicale, oggi, vede soprattutto coinvolta la popolazione con età sopra ai 65 anni, ma nel lavoro di Diotallevi c’è una novità che merita di essere sottolineata: se un tempo la funzione religiosa cominciava a essere disertata dopo la Cresima e per tutta l’età adulta, per poi avere un ritorno con l’età matura, ora «la successiva ripresa di presenza alla messa è ormai tenue se non assente, per i nati dopo il 1950». In altre parole, se oggi a messa vediamo ancora soprattutto degli anziani, in futuro il ricambio potrebbe non esserci. E il gruppo di signore dedite al rosario, spesso citate come ancora di salvezza per la comunità, potrebbe estinguersi.Altri due elementi che emergono dal lavoro del sociologo meritano di essere sottolineati. Il primo riguarda il fatto che si assiste a una «evoluzione del cattolicesimo italiano verso “una forma di religione a bassa intensità”, priva di una rilevanza extra-religiosa in campo politico, economico, scientifico, accademico». Si tratta di quella che nell’indagine condotta dalla rivista Il Timone era stata definita «fede liquida», caratterizzata da una visione privata del credere dove i fedeli ormai accettano divorzio, contraccezione, aborto e unioni civili. Sono stati smarriti i criteri per giudicare la realtà sociale e, quindi, politica e culturale. Insomma, i cattolici non incidono più, sembra che la fede sia diventata incapace di giudicare della vita e delle scelte, personali e comunitarie. Una fede disincarnata, sentimentale a volte, magari ancora capace di esprimersi con realtà associative caritatevoli, ma che spesso sono svuotate di ogni contenuto proprio del cristianesimo e ridotte a essere una Ong fra le altre.Secondo Diotallevi, questa situazione sarebbe causata anche da un «allentamento dei legami comunitari di tipo ecclesiale, a vantaggio di una deriva congregazionialistica e di “democratization of religion”». La decadenza della realtà parrocchiale anche sotto i colpi dell’offerta religiosa dei movimenti ecclesiali è una realtà, ma ci sembra che il problema non sia questo. Quella che Diotallevi chiama «democratiztion of religion» potremmo forse chiamarla più direttamente «protestantizzazione» del cattolicesimo romano. La barca di Pietro oscilla sotto i colpi di chi vorrebbe relativizzare il depositum fidei e spinge per una riduzione intimistica della fede e sotto i colpi di chi, invece, in nome della purezza della verità (di cui poi finisce per farsi giudice di sé stesso), si allontana dall’ovile. L’attacco parte dall’interno ed entrambi i gruppi finiscono poi per farsi una loro chiesuola, più o meno istituzionalizzata, che in fondo è una comfort zone che nulla ha a che vedere con la Chiesa cattolica apostolica e romana.Ciò che resta è un progressivo e continuo attacco all’autorità della Chiesa, la sua continua messa in discussione, ora da sinistra ora da destra, che ha sfibrato dall’interno quelli che Diotallevi chiama «legami comunitari di tipo ecclesiale». L’autorità gerarchica non è un elemento secondario della Chiesa cattolica, in un certo senso ne è il tratto più distintivo: eluderlo significa semplicemente finire prima o poi fuori dalla comunione ecclesiale. L’autorità stessa dovrebbe riflettere, perché la crisi della fede in fondo è tutta qui: il gregge cerca pastori, se no si disperde.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fedeli-disertano-le-messe-2667626131.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-croce-ma-con-camicia-a-pois-il-prete-che-cede-loratorio-allislam" data-post-id="2667626131" data-published-at="1711641844" data-use-pagination="False"> Senza croce ma con camicia a pois. Il prete che cede l’oratorio all’islam Gli islamici usano l’oratorio chiamandolo «la nostra casa»? Per il parroco è tutto normale. Succede a Monfalcone, in provincia di Gorizia, come si è visto ieri sera su Rete 4 a Fuori dal coro, la trasmissione condotta da Mario Giordano. A documentarlo, un servizio dell’inviata Serena Pizzi, la quale, dopo averne trattato la settimana scorsa, è tornata ad occuparsi dell’oratorio San Michele, la struttura data alla comunità islamica locale all’insaputa di tutti dal responsabile dello stesso oratorio. Questa settimana l’inviata ha parlato direttamente con don Flavio Zanetti, il parroco che ha dato il suo via libera all’occupazione degli spazi da parte dei musulmani.Immortalato dalle telecamere di Fuori dal coro, con addosso una bizzarra camicia a pois rossi a maniche corte e rigorosamente privo non solo del clergyman ma pure d’ogni simbolo cristiano, don Zanetti si è mostrato serenissimo rispetto alla decisione presa. Quando l’inviata di Rete 4 ha provato a incalzarlo chiedendogli se non sia «un po’ azzardato» far pregare dei musulmani in quello che, in fin dei conti, è un luogo cristiano, il sacerdote ha prontamente ribattuto: «Assolutamente no». Quasi fosse la cosa più normale del mondo. «Secondo me non è una cosa disdicevole mettere a disposizione, se possibile, i nostri ambienti», ha aggiunto ancora il parroco, specificando: «Non stiamo dicendo che gli abbiamo dato una chiesa, abbiamo dato una sala dell’oratorio».In realtà, pure su questo non sembra esserci convergenza con i fatti. Infatti, la Pizzi parlando con i signor Claudio, l’anziano responsabile della struttura, si è sentita rispondere come essa non sia affatto, «solo» un oratorio. «Qui al primo piano una chiesetta con il Santissimo», ha spiegato l’uomo, «e per me tutto l’edificio è una chiesa. Io non posso ammettere che i musulmani vengano a pregare nella nostra chiesa». Non è finita. Il meglio, si fa per dire, è arrivato quando la giornalista ha spiegato a don Zanetti che, per il solo essersi affacciata alla sala dell’oratorio destinata alla comunità musulmana, si è vista fermare un secco: «Questa è casa nostra, chi l’ha fatta entrare?».«Ma secondo lei quella è casa loro?», ha quindi chiesto la Pizzi al parroco il quale, dopo aver farfugliato qualcosa, ha ribattuto con un surreale: «Ciascuno dice ciò che gli pare». A quel punto, davanti all’incredulità della giornalista, il parroco in camicia a pois ha cercato di spiegare meglio, affermando che se quel «Questa è casa nostra» è stato detto da «chi si sente accolto da alcune persone, mi fa piacere». Insomma, non solo il sacerdote non si scandalizza dell’accaduto dopo averlo autorizzato, a quanto pare, all’insaputa di tutti, ma esprime persino gradimento di fronte ad esternazioni che neppure lo scrittore Michel Houellebecq è riuscito a mettere in Sottomissione, il suo capolavoro in cui racconta una Francia islamizzata.C’è dell’altro. Le telecamere della trasmissione di Giordano hanno infatti colto un altro aspetto, ancora più inquietante di quanto sin qui raccontato: l’occultamento del crocifisso, celato dietro un telo da proiettore, per opera dei musulmani durante la loro preghiera. Poi, una volta che la sala dell’oratorio è stata sgombrata, il crocifisso è tornato visibile. Ma prima era stato nascosto. «Se tolgono il crocifisso significa che non vogliono vedere niente del cristianesimo e questa è una bestemmia», ha detto sempre ai microfoni di Rete 4 un altro sacerdote, un giovane prete di colore. Che evidentemente ha un altro punto di vista rispetto a quello di don Zanetti, resosi responsabile di una scelta grave. Non si può, in effetti, ignorare come se da un lato già dedicare, sia pure temporaneamente, una sala oratoriale alla preghiera islamica sia una decisione surreale - e che farà rivoltare nella tomba quel San Filippo Neri che gli oratori li ha inventati, dall’altro far questo a Monfalcone, la città italiana con la più alta percentuale di stranieri, quasi tutti islamici, ha un valore doppiamente simbolico. Quello di una drammatica resa.
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Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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Ansa
Tragedia sfiorata a Mazara del Vallo (Trapani), dove l’impatto molto violento ha fatto ribaltare il mezzo scolastico con effetti impressionanti: 19 feriti, 14 dei quali sono i piccoli allievi delle scuole elementari Santa Gemma-Boscarino-Pirandello, più due insegnanti, un genitore accompagnatore e l’autista del bus. Nessuno è in pericolo di vita, due bimbi ricoverati all’ospedale di Mazara hanno subìto traumi non banali. Tutti sono sotto choc.
Il conto dei feriti fa 18 perché il diciannovesimo è il conducente dell’auto che alle 14.30 di ieri è andata dritta allo stop lungo la strada della Borgata Costiera. A guidare la Nissan Qashqai era un uomo di 51 anni senza patente, con l’assicurazione scaduta, che ha scambiato la provinciale per un autoscontro. Per dare l’ultimo tocco surreale all’incidente va aggiunto che sulla vettura c’erano la moglie incinta (seduta sul sedile di fianco all’improvvisato stuntman) e cinque bambini pigiati sul sedile posteriore. Totale sette, con il codice stradale che ne prevede al massimo cinque. Un incosciente. La donna è stata trasportata all’ospedale di Palermo per precauzione, lui a quello di Mazara. Con la polizia che piantona la stanza in attesa di conoscere i risultati dell’alcoltest, conseguenza immediata e doverosa di un simile scempio della ragione.
Giornata di apprensione, giornata di telefonate e di lacrime. I due bambini più sfortunati hanno subìto una frattura scomposta al polso e un trauma toracico; entrambi sono stati stabilizzati e trasferiti all’Ospedale dei Bambini di Palermo in eliambulanza. Immaginiamo l’unico momento catartico, da ricordare negli anni, della loro disavventura fra le lamiere contorte dello scuolabus. Per gli altri 12 bambini solo escoriazioni e quindi niente volo. All’ospedale di Mazara, ieri pomeriggio c’è stata una processione istituzionale: il sindaco Salvatore Quinci e gli assistenti sociali del Comune hanno avuto carezze per tutti e parole di conforto per l’incolpevole autista del mezzo scolastico, Giuseppe Di Stefano, che non si capacitava dell’accaduto. Alla fine il sindaco ha detto: «Una guida imprudente ha rischiato di provocare una tragedia».
Senza patente, senza assicurazione, forse alticcio (ma non abbiamo conferme), con la moglie incinta e cinque bimbi a bordo: una prestazione fuori scala per il pirata del venerdì che ora rischia incriminazione, processo e tutto ciò che merita davanti a un giudice. I poliziotti interventi hanno confermato che «l’auto ha saltato lo stop». Tutto ciò con una variabile: il conducente potrebbe essere stato vittima a sua volta di un improvviso malore. Ma le verifiche sono appena iniziate. Anche quelle dell’incrocio: la segnaletica verticale è inequivocabile mentre il semaforo lampeggiava col giallo perché rotto.
Dalle modalità si può arguire che ai bambini di Mazara del Vallo è andata benissimo; la tragedia era a un millimetro da loro e non ci sarebbe stato nessun Dino Buzzati dentro e fuori l’Ordine dei Giornalisti in grado di affrescare con dolcezza e umanità il dramma dei piccoli circondati dal pianto dei famigliari. Come seppe fare il grande inviato nel 1947, quando arrivò sul posto del naufragio ad Albenga di un battello con una scolaresca in gita.
Per capire ciò che poteva essere (e per fortuna non è stato) è sufficiente rispolverare qualche numero: in media in Italia si registrano 173.000 incidenti stradali all’anno, con oltre 3.000 morti e circa 234.000 feriti (475 sinistri e otto vittime al giorno). Con un’aggravante per il nostro Paese: rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea siamo più pericolosi per noi stessi e per gli altri. La media Ue è di 45 vittime per milione di abitanti, l’Italia è al 19° posto con 52. Secondo i dati della Polizia stradale e dell’Aci le cause principali sono la distrazione alla guida, l’eccesso di velocità e il mancato rispetto della precedenza. Lo stuntman di Mazara avrebbe fatto l’en plein: tre cause su tre. Per nulla frenato o dissuaso dalla presenza della moglie in gravidanza accanto a lui.
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Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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