La banca centrale Usa ha tutti i dati per decidere: uno choc (-0,50%) a settembre rischia di scatenare l’effetto panico, meglio comunicare la volontà di procedere a tappe con una politica espansiva calibrata sull’inflazione.Sempre più attori di mercato ed analisti, nell’area euroamericana vedono il rischio di recessione maggiore di quello di inflazione. Ma le banche centrali statunitense (Fed) ed europea (Bce) restano al momento silenziose - producendo ambiguità invece di fiducia - sull’avvio di un taglio del costo denaro e suo ritmo. Momento delicato. È ancor più delicato perché nello scenario si è inserita una forte caduta delle Borse poi seguita da un rimbalzo, però incerto (volatilità), che ha fatto aumentare la pressione, in particolare, sulla Fed per un taglio molto forte e rapido dei tassi allo scopo di ridare spinta all’azionario ed al suo effetto trainante sul ciclo economico generale statunitense a sua volta locomotiva di quello globale, tra cui l’europeo. La mia opinione, basata sugli scenari prodotti dal mio gruppo di ricerca, in questo caso convergenti con parecchi analisti, è che la Fed dovrebbe resistere a tale pressione: se tagliasse troppo e troppo presto rischierebbe di confermare una crisi che invece non c’è, con esito inverso a quello voluto. Ma, detto questo, la Fed dovrebbe dare un segnale più forte di fiducia economica avviando un taglio graduale del costo del denaro a settembre e comunicando al mercato che lo calibrerà in relazione al ritmo di disinflazione che è connesso alla tendenza recessiva, in atto pur lenta, dell’economia statunitense. Riuscirà la Fed a trovare la giusta via tra restrizione monetaria e condizioni che evitino un momento recessivo che poi potrebbe contagiare altre aree monetarie, tra cui l’Eurozona? Vediamo. L’incosciente politica fiscale dell’Amministrazione Biden, come è tipico delle sinistre quando governano, ha prodotto un megadebito pubblico che si è trasformato in eccesso di liquidità nel sistema, causa di inflazione che richiede interventi correttivi disinflazionistici e restrittivi: ora la liquidità nel sistema si sta riducendo grazie alle restrizioni, ma resta un contrasto tra politica fiscale e monetaria che non rende semplice le decisioni della seconda. Tuttavia, la Fed, diversamente dalla Bce, ha nel proprio statuto una doppia missione: contenere l’inflazione ed anche la disoccupazione. Considerando che gli effetti reali di una decisione di politica monetaria hanno tempi tra i 12 e i 18 mesi, è calcolabile che dovrebbe iniziare subito il taglio graduale dei tassi, anzi doveva a maggio-giugno, per evitare l’innesco di un momento recessivo pesante. Poiché la transizione tra cicli economico-finanziari implica sempre momenti di turbolenza, la Fed è prudente: aspetta i dati di contingenza prima di decidere. Ma ciò la porta in ritardo reattivo in relazione alle situazioni. Inoltre indebolisce l’effetto fiducia che dovrebbe essere il mestiere primo di un’autorità monetaria. Quindi se dall’Italia potesse arrivare un messaggio alla Fed questo sarebbe: hai abbastanza dati per comunicare un percorso a tappe graduali sia per tenere sotto controllo l’inflazione residua sia per evitare una recessione pesante che poi impatterebbe anche su di noi. Quindi fatti guidare dalla responsabilità del ruolo e non nascondere l’indecisione dietro la scusa che devi aspettare i dati. Ma sono speranzoso che la Fed veda i dati già evidenti e agisca bene di conseguenza. Tuttavia, ci sono i primi segni di un gap sistemico di fiducia nel mercato. Alcuni attori finanziari, come detto, chiedono alla Fed un forte atto espansivo, subito. Ma altri, con visione di geopolitica economica, annotano che manca un pilastro politico per la produzione della fiducia, da cui far derivare un meccanismo tecnico per generare capitale abbondante per la funzione del prestatore di ultima istanza che è il luogo concreto per la produzione della fiducia economica e finanziaria stessa. L’America resta superpotenza, ma non è più grande abbastanza per essere pilastro singolo del mondo ed è sfidata da potenze emergenti. La giusta scala per un pilastro della fiducia adeguato sarebbe quella di un G7 che includa nazioni compatibili e costruisca accordi economici e monetari più profondi. Per inciso, questa non è un’idea nuova: il G7 ha già da decenni un accordo di collaborazione per la gestione di emergenze finanziarie globali. Pertanto non sarebbe esotico far evolvere un tale accordo per casi eccezionali verso un meccanismo permanente di garanzia. Come? Generando una metamoneta basata sui valori di dollaro, euro, yen, sterlina, ecc., entro un raggio di oscillazione limitata dei cambi tra loro. Il vantaggio sarebbe quello di produrre capitale finanziario in metamoneta (il credit), senza pesare subito sui bilanci delle nazioni partecipanti perché garantiti da un loro accordo che costituisca un bilancio a parte, metanazionale. Tale passo, oltre alla deterrenza verso sfidanti bellici, creerebbe una potenza monetaria enorme, superiore a qualsia sfidante e quindi precursore per negoziati di moderazione dei conflitti. Sul piano del realismo, nel breve e medio termine è improbabile che le democrazie riescano a fare un passo marcato verso questa direzione. Ma nel dicembre 2023, quando augurai buon 2026 perché i dati economici, finanziari e geopolitici promettevano metastabilità (turbolenze forti, ma non destabilizzazione sistemica) nel 2024-25, con i miei ricercatori mi chiesi come si sarebbe potuto creare una nuova stabilità globale negli anni successivi. Furono esplorati uno scenario G2 (compromesso tra America e Cina), uno multipolare e quello G7+ sopra abbozzato. Il terzo era il miglior produttore di fiducia globale. Il fatto che non possa a breve diventare un programma reale non impedisce ai governi di iniziare a studiarlo, accorgendosi che ci sono già tendenze e motivi verso questo orizzonte. Ha senso citare una strategia del genere in italiano? Certo: Roma è nel G7 e le soluzioni ai suoi problemi verranno più da lì che dall’Ue. www.carlopelanda.com
Leonardo
Il fondo è pronto a entrare nella divisione aerostrutture della società della difesa. Possibile accordo già dopo l’incontro di settimana prossima tra Meloni e Bin Salman.
La data da segnare con il circoletto rosso nell’agenda finanziaria è quella del 3 dicembre. Quando il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, parteciperà al quarantaseiesimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), su espressa richiesta del re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Una presenza assolutamente non scontata, perché nella Penisola araba sono solitamente parchi con gli inviti. Negli anni hanno fatto qualche eccezione per l’ex premier britannica Theresa May, l’ex presidente francese François Hollande e l’attuale leader cinese Xi Jinping e poco altro.
Emmanuel Macron (Ansa)
Bruxelles apre una procedura sull’Italia per le banche e tace sull’acciaio transalpino.
L’Europa continua a strizzare l’occhio alla Francia, o meglio, a chiuderlo. Questa volta si tratta della nazionalizzazione di ArcelorMittal France, la controllata transalpina del colosso dell’acciaio indiano. La Camera dei deputati francese ha votato la proposta del partito di estrema sinistra La France Insoumise guidato da Jean-Luc Mélenchon. Il provvedimento è stato approvato con il supporto degli altri partiti di sinistra, mentre Rassemblement National ha ritenuto di astenersi. Manca il voto in Senato dove l’approvazione si preannuncia più difficile, visto che destra e centro sono contrari alla nazionalizzazione e possono contare su un numero maggiore di senatori. All’Assemblée Nationale hanno votato a favore 127 deputati contro 41. Il governo è contrario alla proposta di legge, mentre il leader di La France Insoumise, Mélenchon, su X ha commentato: «Una pagina di storia all’Assemblea nazionale».
Maria Rita Parsi (Imagoeconomica)
La celebre psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi: «È mancata la gradualità nell’allontanamento, invece è necessaria Il loro stile di vita non era così contestabile da determinare quanto accaduto. E c’era tanto amore per i figli».
Maria Rita Parsi, celebre psicologa e psicoterapeuta, è stata tra le prime esperte a prendere la parola sulla vicenda della famiglia del bosco.
La sede di Bankitalia. Nel riquadro, Claudio Borghi (Imagoeconomica)
Il senatore leghista torna sulle riserve auree custodite presso Bankitalia: «L’istituto detiene e gestisce il metallo prezioso in nome dei cittadini, ma non ne è il proprietario. Se Fdi riformula l’emendamento...»
«Mentre nessuno solleva il problema che le riserve auree della Bundesbank siano di proprietà dei cittadini tedeschi, e quindi dello Stato, come quelle della Banca di Francia siano di proprietà dei cittadini d’Oltralpe, non si capisce perché la Banca d’Italia rivendichi il possesso del nostro oro. L’obiettivo dell’emendamento presentato in Senato da Fratelli d’Italia, e che si ricollega a una mia proposta di legge del 2018, punta esclusivamente a stabilire il principio che anche Bankitalia, al pari delle altre Banche centrali, detiene e gestisce le riserve in oro ma non ne è la proprietaria». Continua il dibattito su misure ed emendamenti della legge di Bilancio e in particolare su quello che riguarda le riserve in oro.






