2018-12-03
Nicola Gratteri (Imagoeconomica)
Quale che sia l’esito finale, questo referendum ha comunque avuto almeno un merito: la cappa di piombo che per anni ha impedito il dibattito interno si è finalmente rotta.
Non so quale sarà il risultato del referendum. Secondo alcuni sondaggi il Sì è in vantaggio di diversi punti, secondo altri ci sarebbe un testa a testa fra i due fronti e addirittura il No alla riforma della giustizia potrebbe all’ultimo averla vinta. Tuttavia, a prescindere da quale sarà il responso delle urne, la campagna per il plebiscito dal mio punto di vista ha già sortito un risultato positivo: ha rotto la cappa di piombo che per anni ha impedito il dibattito interno alla magistratura.
Ieri diversi pm e giudici hanno firmato un documento in cui contestano la tesi del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, secondo cui a schierarsi contro la legge voluta dal ministro Carlo Nordio sono le persone per bene, mentre dall’altra parte, cioè tra quelli favorevoli alle modifiche costituzionali e alla separazione delle carriere, ci sarebbero gli indagati e i mafiosi. Siccome ai seggi ci si presenta con la carta d’identità e la tessera elettorale e non con il certificato penale, è evidente che la sparata di Gratteri è una super-balla, perché a meno che la Procura di Napoli non abbia messo sotto intercettazione migliaia di delinquenti per scoprirne le intenzioni di voto, nessuno può sapere come votino i pregiudicati. E però la frase del procuratore capo, ormai diventato simbolo a reti unificate della battaglia referendaria, ha suscitato una reazione che fino a poco tempo fa non si sarebbe vista: diversi magistrati hanno preso carta e penna (ma anche il telefonino per fare un videomessaggio) e si sono schierati contro Gratteri, attaccando direttamente l’Anm, ovvero il sindacato unico delle toghe.
Bisogna sapere che, mentre altre categorie di lavoratori sono rappresentate da organizzazioni con tendenze politiche tra le più varie, come Cgil, Cisl, Uil e Ugl, i magistrati - al pari dei giornalisti - hanno un solo sindacato, dove comanda la corrente più forte, che nel caso di pm e giudici quasi sempre è quella di sinistra. È vero che all’interno dell’Associazione coesistono gruppi con tendenze moderate, ma alla fine, quando c’è da tracciare la linea, guarda caso prevale sempre o quasi quella più radicale, vale a dire quella di Magistratura democratica, che, con un gioco di alleanze, ottiene gli incarichi più prestigiosi e impone la posizione più intransigente. L’unica volta che alcuni provarono a rompere il monopolio, finì con le intercettazioni dell’Hotel Champagne e nel Csm orientato un po’ più a destra alcuni furono costretti a dimettersi, facendo spostare la maggioranza nel Consiglio superiore nelle mani dei soliti gruppi di pressione.
La magistratura così è spesso presentata come un corpo unico, manco fosse un monolite al cui interno non esistono posizioni diverse. Ma il referendum sta mandando in mille pezzi l’unità della categoria, perché sta facendo emergere opinioni contrarie a quelle dell’Anm, che da sindacato che rappresenta tutte le toghe rischia di trovarsi a interpretare una sola parte, cioè quella schierata a sinistra.
Segnali di dissociazione dalla linea ufficiale patrocinata dal sindacato si sono avuti nelle scorse settimane. I lettori della Verità ne sono a conoscenza, perché da giorni stiamo pubblicando interventi di giudici e pm che non solo smentiscono le tesi più farlocche diffuse dal Comitato del No, ma dicono senza imbarazzo che il 22 e 23 marzo voteranno Sì alla riforma Nordio. E ieri come detto molti magistrati si sono anche dissociati dalle dichiarazioni del procuratore Gratteri, criticandone aspramente la posizione. A memoria non ricordo esempi di spaccature così profonde. In genere, quando si sono verificati scontri con la politica, ad alzarsi è sempre stata una voce sola, sostenuta di volta in volta da qualche capopopolo con la toga. Stavolta invece le divisioni ci sono e nessuno fa nulla per nasconderle. Buon segno: è la fine del sindacato unico dei magistrati e probabilmente anche della spartizione di carriere e assoluzioni alle spalle della giustizia.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini (Ansa)
I lavoratori volevano fermarsi lunedì e il 7 marzo. Il ministro ha allora deciso di precettare: «Non si possono minare le Olimpiadi, con 2 miliardi di persone che le seguono». Polemica con Maurizio Landini. In serata retromarcia dei sindacati: astensione dal lavoro il 26.
Landini contro Salvini. L’iniziale no alla revoca degli scioperi proclamati il 16 febbraio e il 7 marzo nel trasporto aereo ha aperto il ring al segretario generale della Cgil, Maurizio Landini e al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. E giù cazzotti. Con l’incontro che si è chiuso con il dietrofront del leader della Cgil e la decisione dei sindacati di spostare lo sciopero al 26 febbraio.
Tutto è iniziato ieri alla fine del vertice convocato al ministero, durato due ore, dove le parti sociali sono rimaste sulle loro posizioni. Gli scioperi si faranno e senza esitazioni. Con tutta la faccia tosta del mondo, Fabrizio Cuscito, coordinatore trasporto aereo Filt Cgil, non si vergogna a dire: «Non ci sono le motivazioni sufficienti per poterli rinviare».
Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ta, Anpac e Anp, a testa alta, tirano dritto ignorando la richiesta della commissione di garanzia di posticiparli per non ostacolare un evento planetario come le Olimpiadi Milano-Cortina. A questo punto, davanti a chi non vuol sentire ragioni, è stata tirata fuori la carta della precettazione «per non danneggiare un’immagine di positività e di efficienza che l’Italia sta dando», dichiara Salvini. «Garantisco il diritto allo sciopero ma non durante lo svolgimento di una manifestazione che 2 miliardi di persone stanno guardando. I sindacati si dimostrano irresponsabili e anti-italiani. Mentre il mondo guarda a Milano-Cortina 2026, pensare di bloccare il traffico aereo è assurdo. Si tratta di un affronto non solo ai cittadini ma anche agli atleti olimpici e paralimpici. Sapremo rispondere con forza, pretendendo il rispetto della legge e dell’Italia», conclude il ministro.
Landini non ci ha visto più e ha tirato fuori un fatto di anni fa. «Nei giorni scorsi il Tar ha giudicato illegittimo ciò che Salvini aveva precettato in uno sciopero generale della Cgil e della Uil di qualche anno fa», dice il capo della Cgil. «A dimostrazione che non c’è uno sciopero che Salvini non tenti di precettare. Quando sente sciopero Salvini vede rosso ogni volta». Il pretesto per Landini è sempre il solito: attaccare la Meloni. «C’è un tentativo da parte di questo governo di mettere in discussione il diritto di sciopero, di manifestare e il ruolo stesso del sindacato».
La risposta arriva, congiunta, con una nota della Lega, che accusa Landini di avere «la memoria corta, come quando siglava accordi per cinque euro all’ora nel settore della vigilanza per poi invocare il salario minimo e non sa gestire nemmeno i suoi bilanci siciliani che lamentano buchi milionari. Salvini non ha voluto precettare, per esempio, in occasione dello sciopero della Cgil sulla Flottilla a ottobre. L’obiettivo era offrire una prova di dialogo per non infiammare gli animi. Purtroppo, in quella occasione come per queste Olimpiadi, la Cgil soffia sul fuoco e tifa contro l’Italia». Anche il Codacons si dice preoccupato per il fatto che gli scioperi possano arrecare «un danno economico enorme» a quanti, a causa della serrata, non potranno raggiungere le destinazioni dei Giochi.
«Le azioni di sciopero sono state confermate a sostegno delle vertenze per il rinnovo del Ccnl e di contratti aziendali di lavoro scaduti da molti mesi, ed in presenza di trattative infruttuose con aziende sorde», ribattono i sindacati.
A dare manforte a Landini c’è Gaetano Riccio (Fit Cisl) che senza arrossire aggiunge: «Anti-italiani? Parole che si commentano da sé, siamo più che italiani, anzi: siamo soggetti responsabili che rispettano le leggi. È stato proclamato a metà dicembre, 60 giorni fa, c’era tutto il tempo per aprire una discussione. È fastidioso che il ministro Salvini abbia parlato di utilizzare la forza nei confronti dei lavoratori, ci piacerebbe che gli stessi muscoli fossero mostrati nei confronti delle aziende che non rinnovano i contratti». Marco Verzari, segretario generale Uiltrasporti, aggiunge: «Noi irresponsabili? Irresponsabile è chi non tenta di risolvere anticipatamente i problemi in atto». «Ci hanno chiamati quando gli scioperi erano già stati indetti. È evidente che, date le tempistiche, non c’era nessuna volontà di trovare un’intesa», predica Stefano Malorgio, segretario generale della Filt Cgil.
I deputati della Lega in commissione Trasporti parlano di «oltranzismo cieco dei sindacati, i quali scelgono la mobilitazione quando l’Italia è sotto i riflettori mondiali. Hanno poco senso di responsabilità. preferiscono fare male al Paese e alla sua immagine». Non hanno rispetto nemmeno per i nostri campioni. Nessun passo indietro neppure davanti alle medaglie. Almeno fino all’inatteso dietrofront.
Continua a leggereRiduci
Luogo del furto (Ansa). Nel riquadro, il gioielliere Mario Roggero
Dubbi di costituzionalità sul pignoramento al gioielliere che sparò ai rapinatori.
Potrebbe finire davanti alla Corte costituzionale la vicenda del pignoramento contro Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in Appello a 14 anni e 9 mesi per aver sparato a tre rapinatori che nel 2021 avevano assaltato il suo negozio, uccidendone due e ferendo il terzo.
Il collegio difensivo del commerciante ha infatti sollevato la questione di legittimità con il giudice dell’esecuzione che deve decidere sulle pretese avanzate da tre delle quindici parti civili ammesse dalla Corte d’Assise di Asti.
Come raccontato dalla Verità, il sequestro degli immobili di Roggero disposto dalla sentenza di primo grado si è automaticamente trasformato in un pignoramento con la conferma della condanna in Appello. Ma le tre parti civili avevano già iniziato la loro azione esecutiva dopo il sequestro conservativo, notificando al gioielliere un precetto per 186.000 euro.
I legali di Roggero chiedono al giudice dell’esecuzione del Tribunale di Asti di «sollevare questione di legittimità costituzionale degli articoli 539 comma 2 e 540 Codice di procedura penale, per violazione degli articoli 3, 24, 27 e 111 della Costituzione», trasmettendo gli atti alla Consulta. E chiedono anche che, «in conseguenza, ordini la sospensione del presente procedimento». Per il collegio difensivo di Roggero, «la questione di illegittimità» degli articoli del Codice di procedura penale contestati, si basa «sul riflesso che stando alla lettera della legge - a richiesta della parte civile, l’imputato e il responsabile civile sono condannati al pagamento di una provvisionale nei limiti del danno per cui si ritiene già raggiunta la prova - la concessione della provvisionale è unicamente condizionata alla prova del danno e il giudice non ha il minimo potere di imporre una garanzia afferente la solvibilità della parte civile».
La questione posta dai legali, anche se legata al caso specifico, ha una portata più ampia. Detto in parole semplici: se un condannato con sentenza non definitiva è costretto a risarcire per centinaia di migliaia di euro le vittime, in caso di successiva assoluzione, chi gli garantisce che potrà riavere quanto versato?
Per questo, secondo la memoria che La Verità ha potuto visionare, «la norma sbilancia il processo a favore della parte civile, permettendo l’esecuzione forzata immediata di una somma che potrebbe risultare non dovuta, costituendo anche un effetto punitivo anticipato, perché l’imputato è presunto innocente fino alla condanna definitiva e costringerlo a pagare una provvisionale a una parte che potrebbe non essere in grado di restituirla, a seguito di un’assoluzione, rappresenta un “pregiudizio” ingiustificato e irreparabile al suo patrimonio, minando la parità delle armi nel processo». La Corte d’Assise di Asti ha condannato Roggero a versare alle parti civili circa 780.000 euro di provvisionale. Somma che, è questo il timore del gioielliere, rischia di essere persa per sempre anche se la vicenda si concludesse con un’assoluzione.
Continua a leggereRiduci
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La decima giornata dei Giochi porta all’Italia il bronzo di Michela Moioli nello snowboard cross, conquistato in rimonta dopo una caduta in allenamento. Delusione per Tommaso Giacomel nel biathlon e per il pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio.
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
Continua a leggereRiduci







