True
2025-07-29
Farmaci (per ora) immuni da gabelle. Ma la batosta può arrivare venerdì
L’accordo raggiunto in Scozia sui dazi al 15% lascia sospesi alcuni temi che saranno affrontati nei prossimi giorni. Tra questi, le tariffe sui farmaci.
Donald Trump, già prima di domenica, aveva chiarito che non avrebbero fatto parte della trattativa, lasciando intendere che vuole lasciarsi le mani libere. Attualmente i medicinali esportati da aziende europee negli States non sono soggetti a imposte doganali ma è una situazione che difficilmente rimarrà invariata. Avere evitato i dazi al 15% non significa aver scampato il pericolo. Il futuro dell’industria farmaceutica europea per l’export negli Stati Uniti dipende dall’esito dell’indagine, ancora in corso, sulla Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, una legge che autorizza il presidente degli Stati Uniti a imporre dazi o altre restrizioni sulle importazioni se queste risultano una minaccia per la sicurezza nazionale. La finalità è di proteggere le industrie nazionali da importazioni che potrebbero comprometterne la capacità produttiva. Qualora da questa indagine dovesse emergere che i prodotti della farmaceutica europea rappresentano un pericolo per la competitività dell’industria nazionale, Trump potrebbe introdurre i dazi in modo da riequilibrare la situazione. D’altronde, è la logica che ha portato all’avvio della guerra commerciale sfociata nell’accordo per dazi al 15%.
La percentuale a cui andrebbero sottoposti i farmaci è da definire. L’Ue spinge perché non si superi il tetto del 15% e Bruxelles ieri ha lasciato filtrare che proprio l’intesa raggiunta domenica scorsa rappresenta un argine per non andare oltre tale soglia. Però Trump ci ha abituato a cambi di scenario repentini e proprio il fatto che la partita dei farmaci sia rimasta fuori dal negoziato in Scozia, potrebbe lasciargli libertà d’azione. Von der Leyen, a ridosso del vertice scozzese, ha detto che alcuni farmaci generici potrebbero continuare a rimanere esenti da dazi ma si tratta di ipotesi, parole non sostenute da alcun documento. Serve attendere la dichiarazione ufficiale che dovrebbe arrivare entro venerdì e che, secondo quanto annunciato dalla presidente della Commissione, conterrà dettagli sulle molecole escluse.
Il tycoon, nei giorni immediatamente precedenti all’incontro con Von der Leyen, non aveva escluso per i farmaci l’ipotesi di dazi progressivi a partire da agosto, fino ad arrivare anche al 200%. Non è dato capire se sono dichiarazioni di tattica per ribadire la propria posizione di forza indiscussa o se c’è veramente una intenzione di questi genere. I media americani hanno già commentato negativamente un’opzione di questo tipo in quanto avrebbe un impatto forte sulla sanità americana, portando un’impennata dei prezzi. A quel punto la tesi del riequilibrio della bilancia commerciale con effetti a lungo termine sarebbe difficile da difendere di fronte al ceto medio-basso costretto, di botto, a pagare i medicinali di base anche il doppio.
Per capire la posta in gioco, ecco alcuni dati. L’Italia ha un ruolo di primo piano nella farmaceutica europea. Secondo l’Istat, l’export nel 2024 di articoli farmaceutici e chimico medicinali di aziende italiane verso gli Usa ha un valore di oltre 10 miliardi di euro. Il settore ha un saldo attivo di 2,7 miliardi. L’export dei prodotti farmaceutici di base ammonta a 325 milioni di euro a fronte di importazioni per 5,9 miliardi di euro e un saldo negativo di 5,6 miliardi. Per i medicinali e i preparati farmaceutici, l’Italia esporta per 9,7 miliardi con un saldo attivo di 8,3 miliardi. Con dazi al 15%, su 10 miliardi di esportazioni l’impatto sarebbe fino a 2,5 miliardi considerando anche la svalutazione del dollaro. Nel 2024, le esportazioni farmaceutiche della Ue verso gli Stati Uniti hanno raggiunto un valore di 119,8 miliardi di euro, rappresentando il 38,2% di tutte le esportazioni extra-Ue. Secondo l’analisi dell’economista Fabrizio Gianfrate, gli Usa movimentano farmaci per un valore di 306,4 miliardi di dollari: 94,4 miliardi di import e 212 di export verso il resto del mondo.
Per scavalcare i dazi, alcune grandi aziende europee, tra cui Senofi, Novartis, Astrazeneca e Roche hanno annunciato investimenti produttivi negli Usa. Astrazeneca ha un piano quinquennale da 50 miliardi di dollari e una parte andrà alla costruzione di un centro di produzione in Virginia, Novartis pianifica investimenti oltre oceano per 23 miliardi di dollari mentre la rivale e connazionale Roche ha destinato allo sviluppo della produzione negli Usa 50 miliardi. Anche la francese Sanofi ha presentato un piano da 20 miliardi.
I mercati hanno commentato l’incertezza su alcuni settori e le preoccupazioni dell’impatto dei dazi sulla crescita, con una chiusura debole. Francoforte mette a segno la performance peggiore (-1,13%), seguita da Parigi (-0,43%) mentre Milano chiude poco sopra la parità (+0,01%). L’euro sul dollaro è in calo (-1,14%) e si attesta su 1,161.
Ursula dà i numeri su energia e Gnl
All’indomani dell’accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea, dopo l’incontro tra Donald Trump e Ursula von der Leyen nella tenuta di Turnberry in Scozia, restano diversi dubbi su contenuti e conseguenze del patto commerciale.
La prima anomalia è la cifra che Von der Leyen ha fornito nella sua conferenza stampa relativamente all’energia. «Ne compreremo per 250 miliardi di dollari all’anno per tre anni»: si tratta di numeri insensati. Nel 2024, gli Stati Uniti hanno esportato in tutto il mondo circa 4 milioni di barili al giorno di greggio. Entro la fine di quest’anno potranno esportare 420 milioni di metri cubi al giorno di gas naturale liquefatto (Gnl). Al prezzo di 65,50 dollari al barile (Wti) e al prezzo all’esportazione di 0,30 dollari per metro cubo di Gnl, anche se l’Ue acquistasse la totalità delle esportazioni statunitensi di greggio e gas, il valore annuo dei suoi acquisti ammonterebbe a circa 140 miliardi di dollari. Quindi, la promessa di acquisto di energia da parte dell’Ue è irrealistica. O c’è un errore.
Se si trattasse di 250 miliardi di dollari in tre anni avrebbe senso. Nel 2024, infatti, l’Ue ha acquistato circa 80 miliardi di dollari di energia dagli Usa (circa 60 di petrolio e derivati e circa 20 di Gnl). Dunque, 250 miliardi di dollari in tre anni sarebbero grosso modo il business as usual corrente.
Il secondo aspetto da valutare è che ora Consiglio e Parlamento europeo dovranno approvare l’accordo, secondo l’articolo 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. La Francia sta facendo il diavolo a quattro, dicendo che è inaccettabile. Il premier francese François Bayrou ha criticato aspramente Von der Leyen ed Emmanuel Macron si è chiuso in un silenzio pesante. In Consiglio è sufficiente la maggioranza qualificata: la Francia voterà contro l’approvazione del deal, per marcare una differenza? In Parlamento, considerato che l’accordo piace alla Germania, non dovrebbero esserci problemi. Però, la cosa mette in difficoltà i socialisti, che in queste ore accusano Von der Leyen di aver portato a casa una fregatura. Il gruppo dei socialisti al Parlamento europeo voterà contro, dunque?
Terzo aspetto: sulla carta l’accordo va bene alla Germania, che temeva un dazio del 25% sull’auto, ma in realtà non tanto. I dazi al 15% sono pari a quelli del Giappone, ma inferiori a quelli di Canada e Messico (25%). Poiché l’industria dell’auto statunitense vive di indotto importato da Messico e Canada, la stessa industria americana soffrirà più di quella europea. Hildegard Müller, presidente dell’Associazione automobilistica tedesca, ha però rilevato che «i dazi costeranno miliardi all’anno alle aziende dell’industria automobilistica tedesca e le graveranno nel pieno della loro trasformazione». Inoltre, ieri è stato chiarito che l’accordo non precede il riconoscimento reciproco degli standard sulle auto, compreso quello sulle emissioni. Poi c’è un fatto: poiché ci saranno dazi al 2,5% per l’export di auto Usa verso l’Europa, una Bmw o una Mercedes costruita negli Stati Uniti potrà essere esportata in Europa con dazi praticamente nulli. Al contrario, le esportazioni verso gli Usa dalle fabbriche tedesche saranno colpite dal dazio del 15%. Cioè, le case automobilistiche limiteranno i danni, ma i lavoratori no. Resta il dazio del 50% su acciaio e alluminio. L’industria tedesca è comunque colpita in maniera pesante.
L’ultimo aspetto riguarda gli investimenti Ue in Usa (600 miliardi). Se l’intento di Trump è ridurre il deficit delle partite correnti, cioè esportare di più e importare di meno, migliorando la bilancia commerciale, questo non si sposa con l’aumento dei flussi netti di capitali in entrata negli Usa. Se gli Stati Uniti importano più beni e servizi di quanti ne esportano (hanno un deficit delle partite correnti), quel disavanzo deve essere finanziato da capitali in entrata. Non si può simultaneamente ridurre il deficit delle partite correnti e aumentare i flussi netti di capitali in entrata. Se il deficit delle partite correnti migliora (diventa meno negativo), allora i flussi netti di capitali in entrata devono peggiorare. Le due voci si muovono in direzioni opposte per definizione contabile. Su questa parte dell’accordo resta il mistero.
Continua a leggereRiduci
Il destino doganale dei medicinali è rimasto fuori dagli accordi in Scozia: Trump aspetta l’esito di un’indagine sul tema. La Commissione: si rischia una stangata del 15%. Ma il tycoon si era spinto a ipotizzare il 200%...Ursula von der Leyen dice che «compreremo greggio e gas liquefatto per 250 miliardi l’anno». Ma l’export statunitense è molto più basso. E sull’auto la Germania rischia la scoppola.Lo speciale contiene due articoli.L’accordo raggiunto in Scozia sui dazi al 15% lascia sospesi alcuni temi che saranno affrontati nei prossimi giorni. Tra questi, le tariffe sui farmaci.Donald Trump, già prima di domenica, aveva chiarito che non avrebbero fatto parte della trattativa, lasciando intendere che vuole lasciarsi le mani libere. Attualmente i medicinali esportati da aziende europee negli States non sono soggetti a imposte doganali ma è una situazione che difficilmente rimarrà invariata. Avere evitato i dazi al 15% non significa aver scampato il pericolo. Il futuro dell’industria farmaceutica europea per l’export negli Stati Uniti dipende dall’esito dell’indagine, ancora in corso, sulla Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, una legge che autorizza il presidente degli Stati Uniti a imporre dazi o altre restrizioni sulle importazioni se queste risultano una minaccia per la sicurezza nazionale. La finalità è di proteggere le industrie nazionali da importazioni che potrebbero comprometterne la capacità produttiva. Qualora da questa indagine dovesse emergere che i prodotti della farmaceutica europea rappresentano un pericolo per la competitività dell’industria nazionale, Trump potrebbe introdurre i dazi in modo da riequilibrare la situazione. D’altronde, è la logica che ha portato all’avvio della guerra commerciale sfociata nell’accordo per dazi al 15%.La percentuale a cui andrebbero sottoposti i farmaci è da definire. L’Ue spinge perché non si superi il tetto del 15% e Bruxelles ieri ha lasciato filtrare che proprio l’intesa raggiunta domenica scorsa rappresenta un argine per non andare oltre tale soglia. Però Trump ci ha abituato a cambi di scenario repentini e proprio il fatto che la partita dei farmaci sia rimasta fuori dal negoziato in Scozia, potrebbe lasciargli libertà d’azione. Von der Leyen, a ridosso del vertice scozzese, ha detto che alcuni farmaci generici potrebbero continuare a rimanere esenti da dazi ma si tratta di ipotesi, parole non sostenute da alcun documento. Serve attendere la dichiarazione ufficiale che dovrebbe arrivare entro venerdì e che, secondo quanto annunciato dalla presidente della Commissione, conterrà dettagli sulle molecole escluse.Il tycoon, nei giorni immediatamente precedenti all’incontro con Von der Leyen, non aveva escluso per i farmaci l’ipotesi di dazi progressivi a partire da agosto, fino ad arrivare anche al 200%. Non è dato capire se sono dichiarazioni di tattica per ribadire la propria posizione di forza indiscussa o se c’è veramente una intenzione di questi genere. I media americani hanno già commentato negativamente un’opzione di questo tipo in quanto avrebbe un impatto forte sulla sanità americana, portando un’impennata dei prezzi. A quel punto la tesi del riequilibrio della bilancia commerciale con effetti a lungo termine sarebbe difficile da difendere di fronte al ceto medio-basso costretto, di botto, a pagare i medicinali di base anche il doppio.Per capire la posta in gioco, ecco alcuni dati. L’Italia ha un ruolo di primo piano nella farmaceutica europea. Secondo l’Istat, l’export nel 2024 di articoli farmaceutici e chimico medicinali di aziende italiane verso gli Usa ha un valore di oltre 10 miliardi di euro. Il settore ha un saldo attivo di 2,7 miliardi. L’export dei prodotti farmaceutici di base ammonta a 325 milioni di euro a fronte di importazioni per 5,9 miliardi di euro e un saldo negativo di 5,6 miliardi. Per i medicinali e i preparati farmaceutici, l’Italia esporta per 9,7 miliardi con un saldo attivo di 8,3 miliardi. Con dazi al 15%, su 10 miliardi di esportazioni l’impatto sarebbe fino a 2,5 miliardi considerando anche la svalutazione del dollaro. Nel 2024, le esportazioni farmaceutiche della Ue verso gli Stati Uniti hanno raggiunto un valore di 119,8 miliardi di euro, rappresentando il 38,2% di tutte le esportazioni extra-Ue. Secondo l’analisi dell’economista Fabrizio Gianfrate, gli Usa movimentano farmaci per un valore di 306,4 miliardi di dollari: 94,4 miliardi di import e 212 di export verso il resto del mondo.Per scavalcare i dazi, alcune grandi aziende europee, tra cui Senofi, Novartis, Astrazeneca e Roche hanno annunciato investimenti produttivi negli Usa. Astrazeneca ha un piano quinquennale da 50 miliardi di dollari e una parte andrà alla costruzione di un centro di produzione in Virginia, Novartis pianifica investimenti oltre oceano per 23 miliardi di dollari mentre la rivale e connazionale Roche ha destinato allo sviluppo della produzione negli Usa 50 miliardi. Anche la francese Sanofi ha presentato un piano da 20 miliardi.I mercati hanno commentato l’incertezza su alcuni settori e le preoccupazioni dell’impatto dei dazi sulla crescita, con una chiusura debole. Francoforte mette a segno la performance peggiore (-1,13%), seguita da Parigi (-0,43%) mentre Milano chiude poco sopra la parità (+0,01%). L’euro sul dollaro è in calo (-1,14%) e si attesta su 1,161.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-per-ora-immuni-gabelle-2673773874.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-da-i-numeri-su-energia-e-gnl" data-post-id="2673773874" data-published-at="1753729298" data-use-pagination="False"> Ursula dà i numeri su energia e Gnl All’indomani dell’accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea, dopo l’incontro tra Donald Trump e Ursula von der Leyen nella tenuta di Turnberry in Scozia, restano diversi dubbi su contenuti e conseguenze del patto commerciale.La prima anomalia è la cifra che Von der Leyen ha fornito nella sua conferenza stampa relativamente all’energia. «Ne compreremo per 250 miliardi di dollari all’anno per tre anni»: si tratta di numeri insensati. Nel 2024, gli Stati Uniti hanno esportato in tutto il mondo circa 4 milioni di barili al giorno di greggio. Entro la fine di quest’anno potranno esportare 420 milioni di metri cubi al giorno di gas naturale liquefatto (Gnl). Al prezzo di 65,50 dollari al barile (Wti) e al prezzo all’esportazione di 0,30 dollari per metro cubo di Gnl, anche se l’Ue acquistasse la totalità delle esportazioni statunitensi di greggio e gas, il valore annuo dei suoi acquisti ammonterebbe a circa 140 miliardi di dollari. Quindi, la promessa di acquisto di energia da parte dell’Ue è irrealistica. O c’è un errore.Se si trattasse di 250 miliardi di dollari in tre anni avrebbe senso. Nel 2024, infatti, l’Ue ha acquistato circa 80 miliardi di dollari di energia dagli Usa (circa 60 di petrolio e derivati e circa 20 di Gnl). Dunque, 250 miliardi di dollari in tre anni sarebbero grosso modo il business as usual corrente.Il secondo aspetto da valutare è che ora Consiglio e Parlamento europeo dovranno approvare l’accordo, secondo l’articolo 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. La Francia sta facendo il diavolo a quattro, dicendo che è inaccettabile. Il premier francese François Bayrou ha criticato aspramente Von der Leyen ed Emmanuel Macron si è chiuso in un silenzio pesante. In Consiglio è sufficiente la maggioranza qualificata: la Francia voterà contro l’approvazione del deal, per marcare una differenza? In Parlamento, considerato che l’accordo piace alla Germania, non dovrebbero esserci problemi. Però, la cosa mette in difficoltà i socialisti, che in queste ore accusano Von der Leyen di aver portato a casa una fregatura. Il gruppo dei socialisti al Parlamento europeo voterà contro, dunque?Terzo aspetto: sulla carta l’accordo va bene alla Germania, che temeva un dazio del 25% sull’auto, ma in realtà non tanto. I dazi al 15% sono pari a quelli del Giappone, ma inferiori a quelli di Canada e Messico (25%). Poiché l’industria dell’auto statunitense vive di indotto importato da Messico e Canada, la stessa industria americana soffrirà più di quella europea. Hildegard Müller, presidente dell’Associazione automobilistica tedesca, ha però rilevato che «i dazi costeranno miliardi all’anno alle aziende dell’industria automobilistica tedesca e le graveranno nel pieno della loro trasformazione». Inoltre, ieri è stato chiarito che l’accordo non precede il riconoscimento reciproco degli standard sulle auto, compreso quello sulle emissioni. Poi c’è un fatto: poiché ci saranno dazi al 2,5% per l’export di auto Usa verso l’Europa, una Bmw o una Mercedes costruita negli Stati Uniti potrà essere esportata in Europa con dazi praticamente nulli. Al contrario, le esportazioni verso gli Usa dalle fabbriche tedesche saranno colpite dal dazio del 15%. Cioè, le case automobilistiche limiteranno i danni, ma i lavoratori no. Resta il dazio del 50% su acciaio e alluminio. L’industria tedesca è comunque colpita in maniera pesante.L’ultimo aspetto riguarda gli investimenti Ue in Usa (600 miliardi). Se l’intento di Trump è ridurre il deficit delle partite correnti, cioè esportare di più e importare di meno, migliorando la bilancia commerciale, questo non si sposa con l’aumento dei flussi netti di capitali in entrata negli Usa. Se gli Stati Uniti importano più beni e servizi di quanti ne esportano (hanno un deficit delle partite correnti), quel disavanzo deve essere finanziato da capitali in entrata. Non si può simultaneamente ridurre il deficit delle partite correnti e aumentare i flussi netti di capitali in entrata. Se il deficit delle partite correnti migliora (diventa meno negativo), allora i flussi netti di capitali in entrata devono peggiorare. Le due voci si muovono in direzioni opposte per definizione contabile. Su questa parte dell’accordo resta il mistero.
Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
Continua a leggereRiduci
Il sindaco di Genova Silvia Salis e il cantante Olly
Ovvero diversi soggetti vennero chiamati a fare un’offerta. Tra gli aggiudicatari ci fu anche la storica agenzia di eventi cittadina che l’attuale amministrazione ha estromesso dal bando per l’organizzazione dell’ultimo show di San Silvestro, secondo il Tar della Liguria in modo irregolare. Ma questa volta la Procura non sembra reattiva da par suo. Nessuna indagine in tempo reale (ormai il Capodanno è passato da quasi sette mesi). E anche giornali e tv non sembrano troppo interessati alla questione.
La Concertopoli denunciata dalla Verità con analisi delle sentenze della giustizia amministrativa e delle società vincitrici del bando non sembra appassionare i segugi del giornalismo investigativo locale, che non hanno dedicato neppure una riga alla storia della Rst events e della Ops eventi, due società controllate da Nicolò Sasso e Alessandro Orlando che a Genova ottengono affidamenti su affidamenti e organizzano quasi tutti gli eventi a cui partecipa da protagonista la sindaca Silvia Salis. Stiamo parlando di centinaia di migliaia di euro consegnati a una coppia di ditte con un solo dipendente. C’è poi la questione degli impianti sportivi comunali concessi gratuitamente dall’amministrazione comunale, con conti non proprio floridi. Per esempio la consigliera Anna Orlando ha chiesto delucidazioni sull’utilizzo, quasi certamente a titolo gratuito, dello stadio Luigi Ferraris per i tre concerti di Olly. Show privati per cui 90.000 fan hanno pagato tra i 49 e gli 89 euro a biglietto. Sarebbe stato «regalato» agli organizzatori anche il palazzetto dello sport cittadino per un quadrangolare internazionale di pallavolo. In questo caso, sempre senza bando, l’amministrazione ha versato anche un contributo di 180.000 euro alla Fipav che, però, le partite le ha fatte pagare profumatamente (70 euro a biglietto, comprensivi della prevendita). Da approfondire anche la questione della lounge extralusso allestita per gli ospiti vip a margine dell’evento di Capodanno. Agli invitati sarebbe stato offerto il catering di uno chef stellato e un servizio di baby-sitting.
polemiche
Ma torniamo alla gara delle polemiche. In vista del Capodanno 2025 il Comune lancia un bando che mette sul piatto 740.000 euro per portare almeno un grande artista a Genova. La Duemilagrandieventi propone un ribasso del 7,5%, circa 55.000 euro in meno rispetto alla base d’asta e assicura di avere pronti Ghali, i Subsonica e Joan Thiel. «Tutti e tre insieme», chiarisce Paola Donati, socia e direttrice dell’azienda. La Rst dentro alla busta ha, invece, il nome dei Pinguini tattici nucleari e un ribasso dello 0,5% (il costo complessivo è di 736.000 euro). La commissione aggiudicatrice, formata dalla dirigente dell’Ufficio Grandi eventi, Monica Bocchiardo, (secondo le nostre fonti in ottimi rapporti con i titolari della Rst), da Pietro Toso e Cinzia Marino, però, prima dell’aggiudicazione, fa la cosiddetta verifica di congruità e chiede alle parti di esibire i contratti firmati dei cantanti. La Duemilagrandieventi presenta le mail intercorse con gli agenti degli artisti e si sente rispondere che tali comunicazioni «sono riconducibili a mere trattative preliminari e non a un impegno vincolante per l’artista». In mancanza del «contratto di ingaggio o di opzione», viene espresso «il giudizio di incongruità dell’offerta». E anche se, dopo l’esclusione, alla società viene concesso di presentare eventuali accordi, la Duemilagradieventi fa sapere che, a quel punto, «nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione».
Parte così il ricorso al Tar, che dà ragione alla Duemilagrandieventi. Secondo i giudici amministrativi «dalla piana esegesi» del disciplinare di gara «si evince chiaramente che l’esistenza dei contratti di ingaggio degli artisti era necessaria solo al momento dell’aggiudicazione e non nelle fasi anteriori, quindi neppure nell’ambito del subprocedimento di verifica di congruità dell’offerta che, notoriamente, precede l’aggiudicazione». In seguito all’annullamento della gara, il Comune ha fatto ricorso e, a ottobre, il Consiglio di Stato dovrà dire la parola definitiva sulla querelle.
scintille
La consigliera leghista Paola Bordilli chiede da tempo chiarezza: «La sindaca ha incontrato, nel corso del bando di gara, gli aggiudicatari finali? Quali problemi ha la Salis a rispondere a questa domanda che pongo da novembre? Perché, nonostante abbiamo segnalato la questione al prefetto, il sindaco tace quasi in disprezzo anche della autorità governativa?». Durante le presunte trattative, i Pinguini tattici nucleari avrebbero accettato di limare leggermente il proprio cachet e, quasi contestualmente, il Comune avrebbe garantito un contributo per favorire lo sbarco di Olly nell’impianto genovese. Che sarebbe stato concesso gratuitamente.
Visto che gli spettacoli sono stati organizzati dalle medesime società, la domanda sorge spontanea: il presunto sconto sul gruppo milanese è stato bilanciato dalla possibilità di utilizzare lo stadio? Secondo una nostra fonte, la sindaca, quando ha saputo della vittoria del pacchetto con Ghali, non avrebbe gradito la notizia e non lo avrebbe nascosto. L’esclusione della Duemilagrandieventi è una conseguenza di quel presunto mancato gradimento della prima cittadina?
veglione
Si tratta di questioni ancora tutte da verificare. Noi abbiamo provato a chiederlo agli organizzatori, ma non ci è stata data risposta. Ma se la gara di Capodanno e l’annullamento deciso dal Tar sembrano interessare stampa, politica e magistratura molto meno dell’organizzazione del Tricapodanno da parte della giunta di centrodestra, resta aperto un altro tema. Quello della presunta telefonata tra Sasso e l’agente dello spettacolo Cristina Lodi, a cui, in vista del Capodanno 2025, l’imprenditore avrebbe riferito che non sarebbe stata gradita la sua presenza alla conferenza stampa e all’evento vero e proprio per la sua vecchia candidatura nelle fila del centrodestra.
Una vicenda che Sasso non ha voluto commentare, ma su cui è intervenuta Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati e consigliera (più votata) del Comune di Genova: «Quello capitato a Cristina Lodi è un episodio molto increscioso. Bene che sia rientrato con la posizione dell’amministrazione comunale. Visto che è diventato pubblico, sarebbe opportuna una chiara presa di posizione della sindaca, anche se sono certa che tutto sia rientrato. Nessuna figura professionale può essere penalizzata per il fatto di essersi candidata in una lista politica, che in questo caso era “Noi moderati Bucci Orgoglio Genova” da me guidata».
La Cavo ha, però, un altro appunto da fare: «Quello che non torna, in questo momento, è soprattutto la rassegna stampa del Comune di Genova. Nonostante parlino della nostra città, non sono presenti gli articoli della Verità che questa settimana ha pubblicato inchieste su accrediti, concerti, sport legati a Genova. Un giorno può capitare, ma difficile pensare a una svista ripetuta. Ne chiederemo conto con un’interrogazione perché non può esserci il minimo sospetto di censura. I concerti e i grandi eventi che riempiono piazze e attirano i giovani li abbiamo sempre sostenuti e li continueremo a sostenere insieme al rispetto per la stampa».
Continua a leggereRiduci