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2025-11-28
Faide etniche a Prato. Scontri fra bande con machete e pistola
Tutto comincia l’8 agosto davanti alla barberia Rasib Hair, in via Strozzi. Primo pomeriggio. Un pakistano di 34 anni e un marocchino di 22 aspettano un giovane di 21 anni. Quando arriva, lo aggrediscono a calci, pugni, poi tirano fuori un machete e un coltello. La vittima finisce a terra con ferite ovunque, danni permanenti a una gamba e lesioni che richiedono «almeno 74 giorni» di prognosi. Una spedizione fulminea che, secondo gli inquirenti, si inserisce in «un contesto di tensione già esistente», maturato dentro la comunità pakistana dopo un’aggressione familiare del 18 luglio. In pratica è la miccia che fa esplodere la reazione della fazione opposta. In Procura sostengono che il ragazzo picchiato sia un parente del ferito il 18 luglio. Una vendetta. Pochi giorni dopo, il 22 agosto, la seconda spedizione punitiva. Stavolta il bersaglio è un bar gestito dalla compagna del marocchino coinvolto nell’episodio dell’8 agosto. Un gruppo di almeno cinque persone arriva, armato, deciso a trovare qualcuno della fazione rivale. Dentro il locale scoppia il caos. A rimetterci è un pakistano di 25 anni, colpito con una violenza che lascia segni ovunque: «Un’emorragia con necessità di trasfusione, un’ampia ferita al capo, la quasi amputazione dell’orecchio destro, fratture all’avambraccio e al perone, e lesioni ai tendini della mano». Un altro uomo di 35 anni viene ferito in modo più lieve. È il livello di aggressività (ferite multiple, colpi mirati, uso di armi) a dimostrare che non si è davanti a una rissa, ma a un regolamento di conti programmato.
Nel corso delle indagini spunta l’arsenale. Un machete lungo 50 centimetri, altri coltelli e soprattutto una pistola clandestina Blow TR34 calibro 7,65. Secondo gli investigatori, un pakistano di 25 anni se ne sarebbe andato in giro armato, puntando l’arma contro i rivali. Le telecamere lo avrebbero ripreso. La pistola viene sequestrata il giorno dopo dai carabinieri. La sintesi della Procura è netta: il mercato della cocaina e dell’hashish è la posta in gioco. Mentre la scia di sangue si allunga.
Ma a Prato non c’è solo la faida tra il gruppo pakistano e il cartello marocchino-albanese: c’è anche l’altra guerra, quella del lavoro. Il 17 novembre, un altro capitolo si consuma nella stessa città. Questa volta all’Euroingro, al Macrolotto (un quadrante delicato quanto a logistica, produzione, ingrosso e manodopera straniera, con tensioni economiche e rivalità etniche che si intrecciano). Qui era in corso un picchetto dei Sudd Cobas, con una conferenza stampa convocata dal sindacato per parlare di «sfruttamento e lavoro nero». E qui è scoppiato l’ennesimo fronte. Intorno alle 11.30 oltre 15 cittadini cinesi aggrediscono alcuni agenti della Digos. Non per caso: secondo la Procura, il gruppo era «diretto a colpire i lavoratori presenti al picchetto» e non ha esitato a scagliarsi anche contro i poliziotti. Due agenti finiscono in ospedale. Tre cittadini cinesi (tutti regolari in Italia) vengono fermati. Per loro l’accusa è di «resistenza a pubblico ufficiale e lesioni». Le indagini continuano per identificare gli altri. Una volta tornata la calma, i Sudd Cobas spiegano perché erano lì: «Dopo due settimane di trattativa con quattro negozi presenti all’interno di Euroingro in cui lavoravano in condizioni di sfruttamento cinque persone iscritte al sindacato», ha spiegato il sindacalista Arturo Gambassi, «giovedì sera si sarebbe dovuti arrivare alla firma dell’accordo per stabilizzarli, accordo poi saltato». Poi ha aggiunto: «Non è possibile che per questi vestiti che vengono venduti a 2 o 3 euro al capo, paghino sulla propria pelle i lavoratori».
La città è in preda a episodi violenti tra stranieri. Qui è più nota la «Guerra delle grucce», un affare da oltre 100 milioni di euro nel cuore del più grande distretto del fast fashion d’Europa. Dove gli appetiti sono legati anche alla logistica. Da circa due anni si contendono gli affari due bande cinesi contrapposte. Che sembrano avere, però, rapporti anche negli ambienti della comunità pakistana. Alcuni elementi sono emersi in un’inchiesta in particolare, che ha smantellato (con sei arresti) due organizzazioni cinesi dedita allo sfruttamento della prostituzione. Anche quell’indagine fotografò una faida. La fine del percorso investigativo portò in carcere quattro cinesi; un italiano di origini calabresi e un pakistano. La storia che li ha incastrati parte dalla notte del 1° ottobre 2024. Alle 23.30 una Hyundai va a fuoco in viale della Repubblica. È l’auto del titolare di una pelletteria. Mentre la macchina brucia, nella hall dell’albergo dove l’uomo alloggia compare una bara di legno con la sua foto incorniciata. È, scrive la Procura, una «plateale e grave intimidazione» legata alla guerra per il controllo della prostituzione. Un rituale da clan cinesi, ma messo in scena con codici che ricordano la ’ndrangheta. Nonostante la macabra intimidazione la vittima sceglie il silenzio. Una condotta «omertosa, densa di gravi reticenze e di discrasie», spiegano gli inquirenti. E il suo nome finisce comunque nel registro degli indagati. Le intercettazioni permettono agli investigatori di ricostruire la faida: un duello tra il presunto capo storico e l’ex fedelissimo che vuole scalzarlo. Quest’ultimo pretendeva il pagamento di un debito e intimava all’altro di smetterla di usare un hotel «per la sua attività di meretricio». La prostituzione, scrive la Procura, «costituisce uno dei lucrosi business della criminalità organizzata nell’area pratese», con «una dimensione transnazionale».
Il dato che emerge dalle carte è la capacità dei gruppi cinesi di integrarsi nei circuiti criminali locali: «capaci di consorziarsi con altre etnie», compresa quella pakistana, e la loro attitudine a essere da questi riconosciuti come portatori «di capacità organizzative». Una saldatura che non riguarda solo il mercato del sesso. È il quadro più chiaro della nuova Prato criminale: mosaici etnici che non si scontrano soltanto, ma si associano quando conviene, scambiando ruoli, servizi, protezioni e violenze a seconda degli affari da presidiare.
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Guerra aperta tra cartelli della droga pakistani, marocchini e albanesi. E i clan cinesi si contendono la prostituzione.A Prato la Procura guidata da Luca Tescaroli sta fissando su una mappa i gruppi di stranieri che si fronteggiano a colpi di machete, spedizioni punitive, regolamenti di conti e tafferugli. Non sono episodi isolati, ma tasselli di «una più ampia contrapposizione tra gruppi criminali». Su questa cartina geografica i magistrati ieri hanno puntellato un altro caso: pakistani, marocchini e albanesi si sono scontrati in «una vera e propria faida urbana». Che ha prodotto quattro arresti: due marocchini di 22 e 25 anni, un pakistano di 34 e un albanese di 38, accusati di aver partecipato alle spedizioni punitive. E che sembra confermare l’esistenza di due blocchi distinti (uno pakistano e uno composto da marocchini e albanesi) in lotta per il controllo di un pezzo della città, in particolare dei quartieri in cui circolano droga e denaro.Tutto comincia l’8 agosto davanti alla barberia Rasib Hair, in via Strozzi. Primo pomeriggio. Un pakistano di 34 anni e un marocchino di 22 aspettano un giovane di 21 anni. Quando arriva, lo aggrediscono a calci, pugni, poi tirano fuori un machete e un coltello. La vittima finisce a terra con ferite ovunque, danni permanenti a una gamba e lesioni che richiedono «almeno 74 giorni» di prognosi. Una spedizione fulminea che, secondo gli inquirenti, si inserisce in «un contesto di tensione già esistente», maturato dentro la comunità pakistana dopo un’aggressione familiare del 18 luglio. In pratica è la miccia che fa esplodere la reazione della fazione opposta. In Procura sostengono che il ragazzo picchiato sia un parente del ferito il 18 luglio. Una vendetta. Pochi giorni dopo, il 22 agosto, la seconda spedizione punitiva. Stavolta il bersaglio è un bar gestito dalla compagna del marocchino coinvolto nell’episodio dell’8 agosto. Un gruppo di almeno cinque persone arriva, armato, deciso a trovare qualcuno della fazione rivale. Dentro il locale scoppia il caos. A rimetterci è un pakistano di 25 anni, colpito con una violenza che lascia segni ovunque: «Un’emorragia con necessità di trasfusione, un’ampia ferita al capo, la quasi amputazione dell’orecchio destro, fratture all’avambraccio e al perone, e lesioni ai tendini della mano». Un altro uomo di 35 anni viene ferito in modo più lieve. È il livello di aggressività (ferite multiple, colpi mirati, uso di armi) a dimostrare che non si è davanti a una rissa, ma a un regolamento di conti programmato. Nel corso delle indagini spunta l’arsenale. Un machete lungo 50 centimetri, altri coltelli e soprattutto una pistola clandestina Blow TR34 calibro 7,65. Secondo gli investigatori, un pakistano di 25 anni se ne sarebbe andato in giro armato, puntando l’arma contro i rivali. Le telecamere lo avrebbero ripreso. La pistola viene sequestrata il giorno dopo dai carabinieri. La sintesi della Procura è netta: il mercato della cocaina e dell’hashish è la posta in gioco. Mentre la scia di sangue si allunga. Ma a Prato non c’è solo la faida tra il gruppo pakistano e il cartello marocchino-albanese: c’è anche l’altra guerra, quella del lavoro. Il 17 novembre, un altro capitolo si consuma nella stessa città. Questa volta all’Euroingro, al Macrolotto (un quadrante delicato quanto a logistica, produzione, ingrosso e manodopera straniera, con tensioni economiche e rivalità etniche che si intrecciano). Qui era in corso un picchetto dei Sudd Cobas, con una conferenza stampa convocata dal sindacato per parlare di «sfruttamento e lavoro nero». E qui è scoppiato l’ennesimo fronte. Intorno alle 11.30 oltre 15 cittadini cinesi aggrediscono alcuni agenti della Digos. Non per caso: secondo la Procura, il gruppo era «diretto a colpire i lavoratori presenti al picchetto» e non ha esitato a scagliarsi anche contro i poliziotti. Due agenti finiscono in ospedale. Tre cittadini cinesi (tutti regolari in Italia) vengono fermati. Per loro l’accusa è di «resistenza a pubblico ufficiale e lesioni». Le indagini continuano per identificare gli altri. Una volta tornata la calma, i Sudd Cobas spiegano perché erano lì: «Dopo due settimane di trattativa con quattro negozi presenti all’interno di Euroingro in cui lavoravano in condizioni di sfruttamento cinque persone iscritte al sindacato», ha spiegato il sindacalista Arturo Gambassi, «giovedì sera si sarebbe dovuti arrivare alla firma dell’accordo per stabilizzarli, accordo poi saltato». Poi ha aggiunto: «Non è possibile che per questi vestiti che vengono venduti a 2 o 3 euro al capo, paghino sulla propria pelle i lavoratori». La città è in preda a episodi violenti tra stranieri. Qui è più nota la «Guerra delle grucce», un affare da oltre 100 milioni di euro nel cuore del più grande distretto del fast fashion d’Europa. Dove gli appetiti sono legati anche alla logistica. Da circa due anni si contendono gli affari due bande cinesi contrapposte. Che sembrano avere, però, rapporti anche negli ambienti della comunità pakistana. Alcuni elementi sono emersi in un’inchiesta in particolare, che ha smantellato (con sei arresti) due organizzazioni cinesi dedita allo sfruttamento della prostituzione. Anche quell’indagine fotografò una faida. La fine del percorso investigativo portò in carcere quattro cinesi; un italiano di origini calabresi e un pakistano. La storia che li ha incastrati parte dalla notte del 1° ottobre 2024. Alle 23.30 una Hyundai va a fuoco in viale della Repubblica. È l’auto del titolare di una pelletteria. Mentre la macchina brucia, nella hall dell’albergo dove l’uomo alloggia compare una bara di legno con la sua foto incorniciata. È, scrive la Procura, una «plateale e grave intimidazione» legata alla guerra per il controllo della prostituzione. Un rituale da clan cinesi, ma messo in scena con codici che ricordano la ’ndrangheta. Nonostante la macabra intimidazione la vittima sceglie il silenzio. Una condotta «omertosa, densa di gravi reticenze e di discrasie», spiegano gli inquirenti. E il suo nome finisce comunque nel registro degli indagati. Le intercettazioni permettono agli investigatori di ricostruire la faida: un duello tra il presunto capo storico e l’ex fedelissimo che vuole scalzarlo. Quest’ultimo pretendeva il pagamento di un debito e intimava all’altro di smetterla di usare un hotel «per la sua attività di meretricio». La prostituzione, scrive la Procura, «costituisce uno dei lucrosi business della criminalità organizzata nell’area pratese», con «una dimensione transnazionale». Il dato che emerge dalle carte è la capacità dei gruppi cinesi di integrarsi nei circuiti criminali locali: «capaci di consorziarsi con altre etnie», compresa quella pakistana, e la loro attitudine a essere da questi riconosciuti come portatori «di capacità organizzative». Una saldatura che non riguarda solo il mercato del sesso. È il quadro più chiaro della nuova Prato criminale: mosaici etnici che non si scontrano soltanto, ma si associano quando conviene, scambiando ruoli, servizi, protezioni e violenze a seconda degli affari da presidiare.
«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 marzo 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin spiega nel dettaglio le ripercussioni della guerra sul prezzo di gas, diesel e benzina.
Ilaria Salis (Imagoeconomica)
Per affrontare questa situazione, la Commissione europea ha nominato il suo primo Commissario per l’energia e gli alloggi e il Parlamento europeo ha creato una commissione speciale sulla crisi abitativa, con l’obiettivo di trovare soluzioni per case dignitose, sostenibili e accessibili in tutta Europa. Il lavoro prende spunto da un report sulla crisi abitativa in Europa disponibile sul sito internet del Parlamento europeo.
Detto ciò, sono due emendamenti di Ilaria Salis, la paladina delle occupazioni abusive, a far discutere. Insieme ad altri colleghi del gruppo The Left, la Salis ha presentato queste proposte di modifica: la prima «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti».
Il secondo emendamento di Salis & company «invita gli Stati membri ad attuare misure di protezione per le persone che non sono in grado di pagare l’affitto, tra cui il divieto di sfratti per mancato pagamento dell’affitto quando non è possibile fornire un’alternativa dignitosa; chiede misure di protezione speciali per garantire che i bambini non vengano sfrattati e l’istituzione di una moratoria europea sugli sfratti invernali».
La prode Ilaria quindi, avete letto bene, invita gli Stati membri a «contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti», invece di contrastare le occupazioni, in barba ai diritti dei proprietari. Non solo: questo invito riguarda in particolare gli alloggi «di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali», ma non specifica cosa significa «grandi patrimoni», accomunando di fatto chi possiede magari la propria abitazione, una casa al mare e una destinata ai propri figli, con i grandi immobiliaristi multimilionari.
Sono molteplici e documentati i casi di poveri cristi, pensionati, lavoratori, che si sono ritrovati con la casa di proprietà occupata abusivamente, e che non riescono a rientrarne in possesso (il governo guidato da Giorgia Meloni ha varato alcuni provvedimenti proprio per velocizzare gli sfratti in questi casi). Naturalmente, la proposta della Salis e dei suoi colleghi ha scatenato diverse reazioni, che La Verità ha raccolto: «Ilaria Salis», ci dice Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia-Ecr al Parlamento europeo, «non fa mistero di essere il principale sponsor di ogni tipo di illegalità. Abbiamo già respinto questi emendamenti in commissione e così sarà anche in plenaria. L’immunità che le è stata scandalosamente garantita per un cinico gioco politico contro Orbán, per fortuna non significa adesione alle sue folli posizioni». Sul piede di guerra anche la Lega: «Le proposte della Salis non stupiscono», commenta al nostro giornale l’eurodeputata del Carroccio Silvia Sardone, «il suo è il volto della sinistra estrema che considera l’illegalità quasi un vanto. Chi ha passato anni a sostenere le occupazioni abusive ora vuole farne un diritto. Il sogno della Salis e dei compagni è istituzionalizzare l’occupazione abusiva: d’altra parte i suoi amici dei centri sociali sono protagonisti in tutta Italia di abusi di questo tipo e quindi la Salis, loro riferimento in Parlamento, si spende per salvaguardare i delinquenti antagonisti. Noi ci opporremo in ogni modo a qualsiasi tentativo di questo tipo: le occupazioni sono un danno per le persone perbene, in difficoltà, che attendono un alloggio rispettando le leggi». Ci va giù dura anche l’europarlamentare della Lega Anna Cisint: «Legalizzare i ladri di case. Questa è la geniale proposta di Ilaria Salis e dei suoi colleghi della sinistra al Parlamento europeo. In sostanza», riflette la Cisint con La Verità, «se possiedi più di una casa, secondo loro, non hai più diritto ad alcuna tutela! Se qualcuno non paga l’affitto, beh pazienza, sei capitalista e quindi non puoi sfrattare proprio nessuno. D’altro canto Salis alle illegalità pare essere abituata: oggi siede su uno scranno europeo dopo essere diventata famosa nell’ambiente dell’estrema sinistra per essere stata accusata di aver malmenato, con lesioni potenzialmente letali, un manifestante che lei ha definito “fascista”. Non solo le sue sono proposte irricevibili», aggiunge Anna Cisint, «ma ovviamente in Parlamento faremo le barricate per non farle passare. Anche questa volta lei e i suoi sodali mostrano tutta la barbarie ideologica di chi trasforma il mancato rispetto della legge in un diritto da acquisire, a discapito di chi le regole, con sacrificio, le rispetta. Una vergogna istituzionalizzata».
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