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2025-04-27
Spiragli su Gaza. Proposta di Hamas: «Ostaggi liberi con 5 anni di tregua»
Ansa
Ieri mattina, in pieno Shabbat (il giorno di riposo ebraico), i principali media hanno riportato la seguente notizia: «Hamas propone liberazione di tutti ostaggi e 5 anni tregua, in cambio della fine della guerra a Gaza». Con il passare delle ore è emerso che la proposta - annunciata alla stampa e non al governo israeliano - arriva da «un alto funzionario della milizia islamica, protetto dall’anonimato», che ha parlato con l’agenzia France presse. Il gruppo jihadista, senza prendersi la paternità dell’iniziativa, nel pomeriggio ha poi precisato: «L’unico pacchetto comprende un cessate il fuoco permanente, il ritiro dell’occupazione dall’intera Striscia di Gaza, la ricostruzione e la fine dell’assedio. Hamas è pronta per un cessate il fuoco a lungo termine di cinque anni, con garanzie regionali e internazionali. Una volta concordato il quadro, la situazione tornerà ad essere quella precedente al 2 marzo. Immediatamente dopo l’accordo, le operazioni militari cesseranno, l’occupazione si ritirerà e gli aiuti entreranno in conformità con il protocollo umanitario».
Poi il gruppo jihadista ha aggiunto: «La visione di Hamas prevede la formazione di un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri. Il comitato di gestione di Gaza sarà conforme alla proposta egiziana per il comitato di sostegno alla comunità». È evidente che per le famiglie degli ostaggi notizie come queste riaccendono la speranza che l’incubo presto finisca. Tuttavia, non è la prima volta che arrivano notizie di questo tipo che alla fine purtroppo si rivelano ingannevoli. Ora bisognerà capire cosa c’è nelle more di questa proposta senza dimenticare che Israele e gli Stati Uniti hanno più volte ribadito che i leader di Hamas devono lasciare la Striscia di Gaza (si tratta di una concessione importante), devono deporre tutte le armi e non possono in alcun modo nominare o suggerire «un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri». Inoltre, come è ben noto ad Hamas, le Idf continueranno a presidiare il corridoio Filadelfia, quello di Netzarim e il nuovo corridoio Morag, che separa la città meridionale di Rafah dal resto dell’enclave palestinese, per evitare che i resti dell’organizzazione possano ricevere armi e missili, in modo da ricostituire le proprie brigate per attaccare di nuovo lo Stato ebraico. Le Idf hanno annunciato che si stanno preparando ad ampliare significativamente la loro offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza se le trattative per il rilascio degli ostaggi con il gruppo terroristico continueranno ad arenarsi. Sul campo, ieri negli scontri a Gaza sono stati uccisi un soldato dell’esercito israeliano e un agente di polizia.
Se tra Hamas e Israele qualcosa - forse - potrebbe succedere attraverso in colloqui in corso in Egitto, Paese che si è assunto la guida del negoziato al posto del Qatar, sono incerti gli esiti del negoziato tra Usa e Iran sul nucleare. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che «permangono divergenze» con gli Usa nei negoziati sul nucleare (il terzo round si è tenuto sabato in Oman). «Ci sono ancora differenze a livello macro e nei dettagli», ha detto Araghchi, sottolineando anche «di continuare a essere cauti sui negoziati», mentre un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato al Times of Israel che il terzo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran durato oltre quattro ore «è stato positivo e produttivo». Il prossimo round di colloqui è previsto il 3 maggio probabilmente in Europa.
La notizia della giornata però è arrivata proprio dall’Iran dove una violentissima esplosione ha colpito il porto di Shahid Rajay, nei pressi di Bandar Abbas, nel Sud del Paese. Le cause dell’incidente restano al momento sconosciute. Secondo le prime informazioni, si contano almeno cinque vittime e oltre 700 feriti, ma il bilancio è in continuo aggiornamento. Il porto di Shahid Rajai, snodo fondamentale per il commercio iraniano, si trova a oltre 1.000 chilometri a Sud di Teheran, nei pressi della città di Bandar Abbas, affacciata sullo strategico Stretto di Hormuz. Secondo l’agenzia ufficiale Irna, Shahid Rajai è il principale porto commerciale dell’Iran, da dove transita oltre il 70% delle merci del Paese. Lo scalo si affaccia sullo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio. Meno di un mese fa erano circolate notizie sull’arrivo della nave Jiran, proveniente dalla Cina e carica di sostanze chimiche destinate alla produzione di carburante per razzi. A bordo c’erano circa 2.000 tonnellate di perclorato di sodio, successivamente stoccate nel porto di Rajai a Bandar Abbas. Questo dettaglio ha sollevato interrogativi sulle possibili cause della violenta esplosione avvenuta ieri. Come ha ricordato Iran International, le autorità della Repubblica islamica hanno confermato che l’esplosione è stata provocata da sostanze chimiche, senza però fornire ulteriori dettagli. Non è ancora chiaro se l’incidente sia collegato ai materiali importati dalla Cina per la produzione di carburante per razzi. Il Financial Times aveva già rivelato che le navi Jiran e Golban avevano trasferito dalla Cina all’Iran oltre 1.000 tonnellate ciascuna di perclorato di sodio. Secondo il quotidiano i destinatari finali del carico erano i pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, alimentando sospetti sul collegamento tra queste spedizioni e l’esplosione di Bandar Abbas.
Possibile che mentre in Oman si discuteva, «qualcuno» abbia voluto mandare agli iraniani un chiaro messaggio.
India e Pakistan ordinano ai cittadini di abbandonare il Paese «nemico»
Non si placano le tensioni tra India e Pakistan dopo l’attentato di martedì scorso nel Kashmir indiano dove hanno perso la vita 26 persone. Le due potenze nucleari, dopo quattro anni di relativa tranquillità, sono tornate a scambiarsi colpi d’arma da fuoco lungo il confine che divide di fatto l’area indiana da quella pakistana nel Kashmir. Venerdì notte, così come giovedì, l’esercito indiano ha reso noto di aver risposto al fuoco «ingiustificato» delle truppe pakistane. Nessuno dei due Paesi ha segnalato la presenza di vittime.
E questo è solo l’ultimo atto di una serie di rappresaglie scoppiate questa settimana. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile dell’attentato, ha sospeso il trattato delle acque dell’Indo (Iwt) che dal 1960 regola la condivisione delle acque del fiume e dei suoi affluenti tra India e Pakistan. Dall’altra parte, Islamabad, che nega ogni coinvolgimento del Paese nell’attacco terroristico, ha chiuso lo spazio aereo alle compagnie aeree indiane imponendo tratte più lunghe per i voli aerei, ma anche un aumento dei costi del carburante per Air India e Indigo.
La decisione indiana sull’Iwt, senza precedenti, mette in seria difficoltà il Pakistan dal punto di vista idrico ed energetico. Quindi mentre il ministro delle Risorse idriche indiano, C. R. Paatil, ha sentenziato su X: «Faremo in modo che nemmeno una goccia d’acqua del fiume Indo raggiunga il Pakistan», è arrivata ieri la risposta diretta del premier pakistano.
Shehbaz Sharif, durante la cerimonia di fine corso dell’accademia militare di Kakul, ha dichiarato che ogni tentativo di «fermare, ridurre o deviare il flusso delle acque spettanti al Pakistan sarà affrontato con tutta la forza e determinazione necessarie», con le truppe pakistane che «restano pienamente capaci e pronte a difendere la sovranità e l’integrità territoriale del Paese». Ma il leader pakistano si è detto favorevole a «un’indagine neutrale» per scoprire gli autori del massacro, biasimando l’India di aver portato avanti «accuse infondate». Anche il ministro degli Interni del Pakistan, Mohsin Naqvi, ha spiegato che il Paese «è totalmente pronto a collaborare con qualsiasi investigatore neutrale per garantire che sia scoperta la verità e che sia fatta giustizia».
E dopo giorni di silenzio, il Resistance front (Trf), che è per l’India l’autore dell’attentato nonché un gruppo terroristico, ha ufficialmente negato la sua partecipazione. Nel comunicato si legge: «Qualsiasi attribuzione di questo atto al Trf è falsa, affrettata e parte di una campagna orchestrata per diffamare la resistenza del Kashmir». Intanto, secondo il Times of India, il Bharatiya janata party (Bjp) avrebbe puntato il dito contro l’esercito pakistano sostenendo che la smentita derivi dai timori suscitati dalla ferma risposta indiana.
L’India quindi continua a insistere sul fatto che due dei tre sospettati dell’attacco terroristico siano cittadini pakistani. E stando a quanto riportato sempre dal Times of India, ieri sono stati arrestati due presunti complici dei terroristi nel distretto di Kulgam, situato nel Kashmir meridionale, con la polizia e l’esercito indiano che hanno trovato anche un deposito di armi e di munizioni. Le Forze della sicurezza indiane, nella caccia agli attentatori, hanno rafforzato le misure di sicurezza ma hanno anche proseguito i controlli a tappeto: hanno distrutto le abitazioni dei presunti militanti e hanno perquisito le case di oltre 60 individui sospettati di aver fornito supporto.
Intanto, sia New Delhi sia Islamabad hanno ordinato ai propri connazionali di tornare nei rispettivi Paesi d’origine abbandonando lo Stato «nemico». E ieri hanno fatto ritorno in India oltre 300 cittadini, mentre 75 pakistani che si trovavano in territorio indiano sono tornati in Pakistan.
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Colloqui di pace al Cairo. Sul campo, uccisi poliziotto e soldato israeliani. In Iran esplode un porto: morti e 700 feriti.India e Pakistan ordinano ai cittadini di abbandonare il Paese «nemico». Arrestati due complici dei terroristi colpevoli dell’attentato in Kashmir.Lo speciale contiene due articoli.Ieri mattina, in pieno Shabbat (il giorno di riposo ebraico), i principali media hanno riportato la seguente notizia: «Hamas propone liberazione di tutti ostaggi e 5 anni tregua, in cambio della fine della guerra a Gaza». Con il passare delle ore è emerso che la proposta - annunciata alla stampa e non al governo israeliano - arriva da «un alto funzionario della milizia islamica, protetto dall’anonimato», che ha parlato con l’agenzia France presse. Il gruppo jihadista, senza prendersi la paternità dell’iniziativa, nel pomeriggio ha poi precisato: «L’unico pacchetto comprende un cessate il fuoco permanente, il ritiro dell’occupazione dall’intera Striscia di Gaza, la ricostruzione e la fine dell’assedio. Hamas è pronta per un cessate il fuoco a lungo termine di cinque anni, con garanzie regionali e internazionali. Una volta concordato il quadro, la situazione tornerà ad essere quella precedente al 2 marzo. Immediatamente dopo l’accordo, le operazioni militari cesseranno, l’occupazione si ritirerà e gli aiuti entreranno in conformità con il protocollo umanitario». Poi il gruppo jihadista ha aggiunto: «La visione di Hamas prevede la formazione di un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri. Il comitato di gestione di Gaza sarà conforme alla proposta egiziana per il comitato di sostegno alla comunità». È evidente che per le famiglie degli ostaggi notizie come queste riaccendono la speranza che l’incubo presto finisca. Tuttavia, non è la prima volta che arrivano notizie di questo tipo che alla fine purtroppo si rivelano ingannevoli. Ora bisognerà capire cosa c’è nelle more di questa proposta senza dimenticare che Israele e gli Stati Uniti hanno più volte ribadito che i leader di Hamas devono lasciare la Striscia di Gaza (si tratta di una concessione importante), devono deporre tutte le armi e non possono in alcun modo nominare o suggerire «un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri». Inoltre, come è ben noto ad Hamas, le Idf continueranno a presidiare il corridoio Filadelfia, quello di Netzarim e il nuovo corridoio Morag, che separa la città meridionale di Rafah dal resto dell’enclave palestinese, per evitare che i resti dell’organizzazione possano ricevere armi e missili, in modo da ricostituire le proprie brigate per attaccare di nuovo lo Stato ebraico. Le Idf hanno annunciato che si stanno preparando ad ampliare significativamente la loro offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza se le trattative per il rilascio degli ostaggi con il gruppo terroristico continueranno ad arenarsi. Sul campo, ieri negli scontri a Gaza sono stati uccisi un soldato dell’esercito israeliano e un agente di polizia. Se tra Hamas e Israele qualcosa - forse - potrebbe succedere attraverso in colloqui in corso in Egitto, Paese che si è assunto la guida del negoziato al posto del Qatar, sono incerti gli esiti del negoziato tra Usa e Iran sul nucleare. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che «permangono divergenze» con gli Usa nei negoziati sul nucleare (il terzo round si è tenuto sabato in Oman). «Ci sono ancora differenze a livello macro e nei dettagli», ha detto Araghchi, sottolineando anche «di continuare a essere cauti sui negoziati», mentre un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato al Times of Israel che il terzo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran durato oltre quattro ore «è stato positivo e produttivo». Il prossimo round di colloqui è previsto il 3 maggio probabilmente in Europa.La notizia della giornata però è arrivata proprio dall’Iran dove una violentissima esplosione ha colpito il porto di Shahid Rajay, nei pressi di Bandar Abbas, nel Sud del Paese. Le cause dell’incidente restano al momento sconosciute. Secondo le prime informazioni, si contano almeno cinque vittime e oltre 700 feriti, ma il bilancio è in continuo aggiornamento. Il porto di Shahid Rajai, snodo fondamentale per il commercio iraniano, si trova a oltre 1.000 chilometri a Sud di Teheran, nei pressi della città di Bandar Abbas, affacciata sullo strategico Stretto di Hormuz. Secondo l’agenzia ufficiale Irna, Shahid Rajai è il principale porto commerciale dell’Iran, da dove transita oltre il 70% delle merci del Paese. Lo scalo si affaccia sullo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio. Meno di un mese fa erano circolate notizie sull’arrivo della nave Jiran, proveniente dalla Cina e carica di sostanze chimiche destinate alla produzione di carburante per razzi. A bordo c’erano circa 2.000 tonnellate di perclorato di sodio, successivamente stoccate nel porto di Rajai a Bandar Abbas. Questo dettaglio ha sollevato interrogativi sulle possibili cause della violenta esplosione avvenuta ieri. Come ha ricordato Iran International, le autorità della Repubblica islamica hanno confermato che l’esplosione è stata provocata da sostanze chimiche, senza però fornire ulteriori dettagli. Non è ancora chiaro se l’incidente sia collegato ai materiali importati dalla Cina per la produzione di carburante per razzi. Il Financial Times aveva già rivelato che le navi Jiran e Golban avevano trasferito dalla Cina all’Iran oltre 1.000 tonnellate ciascuna di perclorato di sodio. Secondo il quotidiano i destinatari finali del carico erano i pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, alimentando sospetti sul collegamento tra queste spedizioni e l’esplosione di Bandar Abbas. 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Venerdì notte, così come giovedì, l’esercito indiano ha reso noto di aver risposto al fuoco «ingiustificato» delle truppe pakistane. Nessuno dei due Paesi ha segnalato la presenza di vittime. E questo è solo l’ultimo atto di una serie di rappresaglie scoppiate questa settimana. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile dell’attentato, ha sospeso il trattato delle acque dell’Indo (Iwt) che dal 1960 regola la condivisione delle acque del fiume e dei suoi affluenti tra India e Pakistan. Dall’altra parte, Islamabad, che nega ogni coinvolgimento del Paese nell’attacco terroristico, ha chiuso lo spazio aereo alle compagnie aeree indiane imponendo tratte più lunghe per i voli aerei, ma anche un aumento dei costi del carburante per Air India e Indigo. La decisione indiana sull’Iwt, senza precedenti, mette in seria difficoltà il Pakistan dal punto di vista idrico ed energetico. Quindi mentre il ministro delle Risorse idriche indiano, C. R. Paatil, ha sentenziato su X: «Faremo in modo che nemmeno una goccia d’acqua del fiume Indo raggiunga il Pakistan», è arrivata ieri la risposta diretta del premier pakistano. Shehbaz Sharif, durante la cerimonia di fine corso dell’accademia militare di Kakul, ha dichiarato che ogni tentativo di «fermare, ridurre o deviare il flusso delle acque spettanti al Pakistan sarà affrontato con tutta la forza e determinazione necessarie», con le truppe pakistane che «restano pienamente capaci e pronte a difendere la sovranità e l’integrità territoriale del Paese». Ma il leader pakistano si è detto favorevole a «un’indagine neutrale» per scoprire gli autori del massacro, biasimando l’India di aver portato avanti «accuse infondate». Anche il ministro degli Interni del Pakistan, Mohsin Naqvi, ha spiegato che il Paese «è totalmente pronto a collaborare con qualsiasi investigatore neutrale per garantire che sia scoperta la verità e che sia fatta giustizia». E dopo giorni di silenzio, il Resistance front (Trf), che è per l’India l’autore dell’attentato nonché un gruppo terroristico, ha ufficialmente negato la sua partecipazione. Nel comunicato si legge: «Qualsiasi attribuzione di questo atto al Trf è falsa, affrettata e parte di una campagna orchestrata per diffamare la resistenza del Kashmir». Intanto, secondo il Times of India, il Bharatiya janata party (Bjp) avrebbe puntato il dito contro l’esercito pakistano sostenendo che la smentita derivi dai timori suscitati dalla ferma risposta indiana. L’India quindi continua a insistere sul fatto che due dei tre sospettati dell’attacco terroristico siano cittadini pakistani. E stando a quanto riportato sempre dal Times of India, ieri sono stati arrestati due presunti complici dei terroristi nel distretto di Kulgam, situato nel Kashmir meridionale, con la polizia e l’esercito indiano che hanno trovato anche un deposito di armi e di munizioni. Le Forze della sicurezza indiane, nella caccia agli attentatori, hanno rafforzato le misure di sicurezza ma hanno anche proseguito i controlli a tappeto: hanno distrutto le abitazioni dei presunti militanti e hanno perquisito le case di oltre 60 individui sospettati di aver fornito supporto. Intanto, sia New Delhi sia Islamabad hanno ordinato ai propri connazionali di tornare nei rispettivi Paesi d’origine abbandonando lo Stato «nemico». E ieri hanno fatto ritorno in India oltre 300 cittadini, mentre 75 pakistani che si trovavano in territorio indiano sono tornati in Pakistan.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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