- Colloqui di pace al Cairo. Sul campo, uccisi poliziotto e soldato israeliani. In Iran esplode un porto: morti e 700 feriti.
- India e Pakistan ordinano ai cittadini di abbandonare il Paese «nemico». Arrestati due complici dei terroristi colpevoli dell’attentato in Kashmir.
Lo speciale contiene due articoli.
Ieri mattina, in pieno Shabbat (il giorno di riposo ebraico), i principali media hanno riportato la seguente notizia: «Hamas propone liberazione di tutti ostaggi e 5 anni tregua, in cambio della fine della guerra a Gaza». Con il passare delle ore è emerso che la proposta – annunciata alla stampa e non al governo israeliano – arriva da «un alto funzionario della milizia islamica, protetto dall’anonimato», che ha parlato con l’agenzia France presse. Il gruppo jihadista, senza prendersi la paternità dell’iniziativa, nel pomeriggio ha poi precisato: «L’unico pacchetto comprende un cessate il fuoco permanente, il ritiro dell’occupazione dall’intera Striscia di Gaza, la ricostruzione e la fine dell’assedio. Hamas è pronta per un cessate il fuoco a lungo termine di cinque anni, con garanzie regionali e internazionali. Una volta concordato il quadro, la situazione tornerà ad essere quella precedente al 2 marzo. Immediatamente dopo l’accordo, le operazioni militari cesseranno, l’occupazione si ritirerà e gli aiuti entreranno in conformità con il protocollo umanitario».
Poi il gruppo jihadista ha aggiunto: «La visione di Hamas prevede la formazione di un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri. Il comitato di gestione di Gaza sarà conforme alla proposta egiziana per il comitato di sostegno alla comunità». È evidente che per le famiglie degli ostaggi notizie come queste riaccendono la speranza che l’incubo presto finisca. Tuttavia, non è la prima volta che arrivano notizie di questo tipo che alla fine purtroppo si rivelano ingannevoli. Ora bisognerà capire cosa c’è nelle more di questa proposta senza dimenticare che Israele e gli Stati Uniti hanno più volte ribadito che i leader di Hamas devono lasciare la Striscia di Gaza (si tratta di una concessione importante), devono deporre tutte le armi e non possono in alcun modo nominare o suggerire «un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri». Inoltre, come è ben noto ad Hamas, le Idf continueranno a presidiare il corridoio Filadelfia, quello di Netzarim e il nuovo corridoio Morag, che separa la città meridionale di Rafah dal resto dell’enclave palestinese, per evitare che i resti dell’organizzazione possano ricevere armi e missili, in modo da ricostituire le proprie brigate per attaccare di nuovo lo Stato ebraico. Le Idf hanno annunciato che si stanno preparando ad ampliare significativamente la loro offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza se le trattative per il rilascio degli ostaggi con il gruppo terroristico continueranno ad arenarsi. Sul campo, ieri negli scontri a Gaza sono stati uccisi un soldato dell’esercito israeliano e un agente di polizia.
Se tra Hamas e Israele qualcosa – forse – potrebbe succedere attraverso in colloqui in corso in Egitto, Paese che si è assunto la guida del negoziato al posto del Qatar, sono incerti gli esiti del negoziato tra Usa e Iran sul nucleare. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che «permangono divergenze» con gli Usa nei negoziati sul nucleare (il terzo round si è tenuto sabato in Oman). «Ci sono ancora differenze a livello macro e nei dettagli», ha detto Araghchi, sottolineando anche «di continuare a essere cauti sui negoziati», mentre un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato al Times of Israel che il terzo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran durato oltre quattro ore «è stato positivo e produttivo». Il prossimo round di colloqui è previsto il 3 maggio probabilmente in Europa.
La notizia della giornata però è arrivata proprio dall’Iran dove una violentissima esplosione ha colpito il porto di Shahid Rajay, nei pressi di Bandar Abbas, nel Sud del Paese. Le cause dell’incidente restano al momento sconosciute. Secondo le prime informazioni, si contano almeno cinque vittime e oltre 700 feriti, ma il bilancio è in continuo aggiornamento. Il porto di Shahid Rajai, snodo fondamentale per il commercio iraniano, si trova a oltre 1.000 chilometri a Sud di Teheran, nei pressi della città di Bandar Abbas, affacciata sullo strategico Stretto di Hormuz. Secondo l’agenzia ufficiale Irna, Shahid Rajai è il principale porto commerciale dell’Iran, da dove transita oltre il 70% delle merci del Paese. Lo scalo si affaccia sullo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio. Meno di un mese fa erano circolate notizie sull’arrivo della nave Jiran, proveniente dalla Cina e carica di sostanze chimiche destinate alla produzione di carburante per razzi. A bordo c’erano circa 2.000 tonnellate di perclorato di sodio, successivamente stoccate nel porto di Rajai a Bandar Abbas. Questo dettaglio ha sollevato interrogativi sulle possibili cause della violenta esplosione avvenuta ieri. Come ha ricordato Iran International, le autorità della Repubblica islamica hanno confermato che l’esplosione è stata provocata da sostanze chimiche, senza però fornire ulteriori dettagli. Non è ancora chiaro se l’incidente sia collegato ai materiali importati dalla Cina per la produzione di carburante per razzi. Il Financial Times aveva già rivelato che le navi Jiran e Golban avevano trasferito dalla Cina all’Iran oltre 1.000 tonnellate ciascuna di perclorato di sodio. Secondo il quotidiano i destinatari finali del carico erano i pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, alimentando sospetti sul collegamento tra queste spedizioni e l’esplosione di Bandar Abbas.
Possibile che mentre in Oman si discuteva, «qualcuno» abbia voluto mandare agli iraniani un chiaro messaggio.
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