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2025-04-27
Spiragli su Gaza. Proposta di Hamas: «Ostaggi liberi con 5 anni di tregua»
Ansa
Ieri mattina, in pieno Shabbat (il giorno di riposo ebraico), i principali media hanno riportato la seguente notizia: «Hamas propone liberazione di tutti ostaggi e 5 anni tregua, in cambio della fine della guerra a Gaza». Con il passare delle ore è emerso che la proposta - annunciata alla stampa e non al governo israeliano - arriva da «un alto funzionario della milizia islamica, protetto dall’anonimato», che ha parlato con l’agenzia France presse. Il gruppo jihadista, senza prendersi la paternità dell’iniziativa, nel pomeriggio ha poi precisato: «L’unico pacchetto comprende un cessate il fuoco permanente, il ritiro dell’occupazione dall’intera Striscia di Gaza, la ricostruzione e la fine dell’assedio. Hamas è pronta per un cessate il fuoco a lungo termine di cinque anni, con garanzie regionali e internazionali. Una volta concordato il quadro, la situazione tornerà ad essere quella precedente al 2 marzo. Immediatamente dopo l’accordo, le operazioni militari cesseranno, l’occupazione si ritirerà e gli aiuti entreranno in conformità con il protocollo umanitario».
Poi il gruppo jihadista ha aggiunto: «La visione di Hamas prevede la formazione di un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri. Il comitato di gestione di Gaza sarà conforme alla proposta egiziana per il comitato di sostegno alla comunità». È evidente che per le famiglie degli ostaggi notizie come queste riaccendono la speranza che l’incubo presto finisca. Tuttavia, non è la prima volta che arrivano notizie di questo tipo che alla fine purtroppo si rivelano ingannevoli. Ora bisognerà capire cosa c’è nelle more di questa proposta senza dimenticare che Israele e gli Stati Uniti hanno più volte ribadito che i leader di Hamas devono lasciare la Striscia di Gaza (si tratta di una concessione importante), devono deporre tutte le armi e non possono in alcun modo nominare o suggerire «un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri». Inoltre, come è ben noto ad Hamas, le Idf continueranno a presidiare il corridoio Filadelfia, quello di Netzarim e il nuovo corridoio Morag, che separa la città meridionale di Rafah dal resto dell’enclave palestinese, per evitare che i resti dell’organizzazione possano ricevere armi e missili, in modo da ricostituire le proprie brigate per attaccare di nuovo lo Stato ebraico. Le Idf hanno annunciato che si stanno preparando ad ampliare significativamente la loro offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza se le trattative per il rilascio degli ostaggi con il gruppo terroristico continueranno ad arenarsi. Sul campo, ieri negli scontri a Gaza sono stati uccisi un soldato dell’esercito israeliano e un agente di polizia.
Se tra Hamas e Israele qualcosa - forse - potrebbe succedere attraverso in colloqui in corso in Egitto, Paese che si è assunto la guida del negoziato al posto del Qatar, sono incerti gli esiti del negoziato tra Usa e Iran sul nucleare. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che «permangono divergenze» con gli Usa nei negoziati sul nucleare (il terzo round si è tenuto sabato in Oman). «Ci sono ancora differenze a livello macro e nei dettagli», ha detto Araghchi, sottolineando anche «di continuare a essere cauti sui negoziati», mentre un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato al Times of Israel che il terzo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran durato oltre quattro ore «è stato positivo e produttivo». Il prossimo round di colloqui è previsto il 3 maggio probabilmente in Europa.
La notizia della giornata però è arrivata proprio dall’Iran dove una violentissima esplosione ha colpito il porto di Shahid Rajay, nei pressi di Bandar Abbas, nel Sud del Paese. Le cause dell’incidente restano al momento sconosciute. Secondo le prime informazioni, si contano almeno cinque vittime e oltre 700 feriti, ma il bilancio è in continuo aggiornamento. Il porto di Shahid Rajai, snodo fondamentale per il commercio iraniano, si trova a oltre 1.000 chilometri a Sud di Teheran, nei pressi della città di Bandar Abbas, affacciata sullo strategico Stretto di Hormuz. Secondo l’agenzia ufficiale Irna, Shahid Rajai è il principale porto commerciale dell’Iran, da dove transita oltre il 70% delle merci del Paese. Lo scalo si affaccia sullo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio. Meno di un mese fa erano circolate notizie sull’arrivo della nave Jiran, proveniente dalla Cina e carica di sostanze chimiche destinate alla produzione di carburante per razzi. A bordo c’erano circa 2.000 tonnellate di perclorato di sodio, successivamente stoccate nel porto di Rajai a Bandar Abbas. Questo dettaglio ha sollevato interrogativi sulle possibili cause della violenta esplosione avvenuta ieri. Come ha ricordato Iran International, le autorità della Repubblica islamica hanno confermato che l’esplosione è stata provocata da sostanze chimiche, senza però fornire ulteriori dettagli. Non è ancora chiaro se l’incidente sia collegato ai materiali importati dalla Cina per la produzione di carburante per razzi. Il Financial Times aveva già rivelato che le navi Jiran e Golban avevano trasferito dalla Cina all’Iran oltre 1.000 tonnellate ciascuna di perclorato di sodio. Secondo il quotidiano i destinatari finali del carico erano i pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, alimentando sospetti sul collegamento tra queste spedizioni e l’esplosione di Bandar Abbas.
Possibile che mentre in Oman si discuteva, «qualcuno» abbia voluto mandare agli iraniani un chiaro messaggio.
India e Pakistan ordinano ai cittadini di abbandonare il Paese «nemico»
Non si placano le tensioni tra India e Pakistan dopo l’attentato di martedì scorso nel Kashmir indiano dove hanno perso la vita 26 persone. Le due potenze nucleari, dopo quattro anni di relativa tranquillità, sono tornate a scambiarsi colpi d’arma da fuoco lungo il confine che divide di fatto l’area indiana da quella pakistana nel Kashmir. Venerdì notte, così come giovedì, l’esercito indiano ha reso noto di aver risposto al fuoco «ingiustificato» delle truppe pakistane. Nessuno dei due Paesi ha segnalato la presenza di vittime.
E questo è solo l’ultimo atto di una serie di rappresaglie scoppiate questa settimana. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile dell’attentato, ha sospeso il trattato delle acque dell’Indo (Iwt) che dal 1960 regola la condivisione delle acque del fiume e dei suoi affluenti tra India e Pakistan. Dall’altra parte, Islamabad, che nega ogni coinvolgimento del Paese nell’attacco terroristico, ha chiuso lo spazio aereo alle compagnie aeree indiane imponendo tratte più lunghe per i voli aerei, ma anche un aumento dei costi del carburante per Air India e Indigo.
La decisione indiana sull’Iwt, senza precedenti, mette in seria difficoltà il Pakistan dal punto di vista idrico ed energetico. Quindi mentre il ministro delle Risorse idriche indiano, C. R. Paatil, ha sentenziato su X: «Faremo in modo che nemmeno una goccia d’acqua del fiume Indo raggiunga il Pakistan», è arrivata ieri la risposta diretta del premier pakistano.
Shehbaz Sharif, durante la cerimonia di fine corso dell’accademia militare di Kakul, ha dichiarato che ogni tentativo di «fermare, ridurre o deviare il flusso delle acque spettanti al Pakistan sarà affrontato con tutta la forza e determinazione necessarie», con le truppe pakistane che «restano pienamente capaci e pronte a difendere la sovranità e l’integrità territoriale del Paese». Ma il leader pakistano si è detto favorevole a «un’indagine neutrale» per scoprire gli autori del massacro, biasimando l’India di aver portato avanti «accuse infondate». Anche il ministro degli Interni del Pakistan, Mohsin Naqvi, ha spiegato che il Paese «è totalmente pronto a collaborare con qualsiasi investigatore neutrale per garantire che sia scoperta la verità e che sia fatta giustizia».
E dopo giorni di silenzio, il Resistance front (Trf), che è per l’India l’autore dell’attentato nonché un gruppo terroristico, ha ufficialmente negato la sua partecipazione. Nel comunicato si legge: «Qualsiasi attribuzione di questo atto al Trf è falsa, affrettata e parte di una campagna orchestrata per diffamare la resistenza del Kashmir». Intanto, secondo il Times of India, il Bharatiya janata party (Bjp) avrebbe puntato il dito contro l’esercito pakistano sostenendo che la smentita derivi dai timori suscitati dalla ferma risposta indiana.
L’India quindi continua a insistere sul fatto che due dei tre sospettati dell’attacco terroristico siano cittadini pakistani. E stando a quanto riportato sempre dal Times of India, ieri sono stati arrestati due presunti complici dei terroristi nel distretto di Kulgam, situato nel Kashmir meridionale, con la polizia e l’esercito indiano che hanno trovato anche un deposito di armi e di munizioni. Le Forze della sicurezza indiane, nella caccia agli attentatori, hanno rafforzato le misure di sicurezza ma hanno anche proseguito i controlli a tappeto: hanno distrutto le abitazioni dei presunti militanti e hanno perquisito le case di oltre 60 individui sospettati di aver fornito supporto.
Intanto, sia New Delhi sia Islamabad hanno ordinato ai propri connazionali di tornare nei rispettivi Paesi d’origine abbandonando lo Stato «nemico». E ieri hanno fatto ritorno in India oltre 300 cittadini, mentre 75 pakistani che si trovavano in territorio indiano sono tornati in Pakistan.
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Colloqui di pace al Cairo. Sul campo, uccisi poliziotto e soldato israeliani. In Iran esplode un porto: morti e 700 feriti.India e Pakistan ordinano ai cittadini di abbandonare il Paese «nemico». Arrestati due complici dei terroristi colpevoli dell’attentato in Kashmir.Lo speciale contiene due articoli.Ieri mattina, in pieno Shabbat (il giorno di riposo ebraico), i principali media hanno riportato la seguente notizia: «Hamas propone liberazione di tutti ostaggi e 5 anni tregua, in cambio della fine della guerra a Gaza». Con il passare delle ore è emerso che la proposta - annunciata alla stampa e non al governo israeliano - arriva da «un alto funzionario della milizia islamica, protetto dall’anonimato», che ha parlato con l’agenzia France presse. Il gruppo jihadista, senza prendersi la paternità dell’iniziativa, nel pomeriggio ha poi precisato: «L’unico pacchetto comprende un cessate il fuoco permanente, il ritiro dell’occupazione dall’intera Striscia di Gaza, la ricostruzione e la fine dell’assedio. Hamas è pronta per un cessate il fuoco a lungo termine di cinque anni, con garanzie regionali e internazionali. Una volta concordato il quadro, la situazione tornerà ad essere quella precedente al 2 marzo. Immediatamente dopo l’accordo, le operazioni militari cesseranno, l’occupazione si ritirerà e gli aiuti entreranno in conformità con il protocollo umanitario». Poi il gruppo jihadista ha aggiunto: «La visione di Hamas prevede la formazione di un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri. Il comitato di gestione di Gaza sarà conforme alla proposta egiziana per il comitato di sostegno alla comunità». È evidente che per le famiglie degli ostaggi notizie come queste riaccendono la speranza che l’incubo presto finisca. Tuttavia, non è la prima volta che arrivano notizie di questo tipo che alla fine purtroppo si rivelano ingannevoli. Ora bisognerà capire cosa c’è nelle more di questa proposta senza dimenticare che Israele e gli Stati Uniti hanno più volte ribadito che i leader di Hamas devono lasciare la Striscia di Gaza (si tratta di una concessione importante), devono deporre tutte le armi e non possono in alcun modo nominare o suggerire «un comitato locale di tecnocrati indipendenti per amministrare Gaza con pieni poteri e doveri». Inoltre, come è ben noto ad Hamas, le Idf continueranno a presidiare il corridoio Filadelfia, quello di Netzarim e il nuovo corridoio Morag, che separa la città meridionale di Rafah dal resto dell’enclave palestinese, per evitare che i resti dell’organizzazione possano ricevere armi e missili, in modo da ricostituire le proprie brigate per attaccare di nuovo lo Stato ebraico. Le Idf hanno annunciato che si stanno preparando ad ampliare significativamente la loro offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza se le trattative per il rilascio degli ostaggi con il gruppo terroristico continueranno ad arenarsi. Sul campo, ieri negli scontri a Gaza sono stati uccisi un soldato dell’esercito israeliano e un agente di polizia. Se tra Hamas e Israele qualcosa - forse - potrebbe succedere attraverso in colloqui in corso in Egitto, Paese che si è assunto la guida del negoziato al posto del Qatar, sono incerti gli esiti del negoziato tra Usa e Iran sul nucleare. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che «permangono divergenze» con gli Usa nei negoziati sul nucleare (il terzo round si è tenuto sabato in Oman). «Ci sono ancora differenze a livello macro e nei dettagli», ha detto Araghchi, sottolineando anche «di continuare a essere cauti sui negoziati», mentre un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato al Times of Israel che il terzo round di colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran durato oltre quattro ore «è stato positivo e produttivo». Il prossimo round di colloqui è previsto il 3 maggio probabilmente in Europa.La notizia della giornata però è arrivata proprio dall’Iran dove una violentissima esplosione ha colpito il porto di Shahid Rajay, nei pressi di Bandar Abbas, nel Sud del Paese. Le cause dell’incidente restano al momento sconosciute. Secondo le prime informazioni, si contano almeno cinque vittime e oltre 700 feriti, ma il bilancio è in continuo aggiornamento. Il porto di Shahid Rajai, snodo fondamentale per il commercio iraniano, si trova a oltre 1.000 chilometri a Sud di Teheran, nei pressi della città di Bandar Abbas, affacciata sullo strategico Stretto di Hormuz. Secondo l’agenzia ufficiale Irna, Shahid Rajai è il principale porto commerciale dell’Iran, da dove transita oltre il 70% delle merci del Paese. Lo scalo si affaccia sullo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio. Meno di un mese fa erano circolate notizie sull’arrivo della nave Jiran, proveniente dalla Cina e carica di sostanze chimiche destinate alla produzione di carburante per razzi. A bordo c’erano circa 2.000 tonnellate di perclorato di sodio, successivamente stoccate nel porto di Rajai a Bandar Abbas. Questo dettaglio ha sollevato interrogativi sulle possibili cause della violenta esplosione avvenuta ieri. Come ha ricordato Iran International, le autorità della Repubblica islamica hanno confermato che l’esplosione è stata provocata da sostanze chimiche, senza però fornire ulteriori dettagli. Non è ancora chiaro se l’incidente sia collegato ai materiali importati dalla Cina per la produzione di carburante per razzi. Il Financial Times aveva già rivelato che le navi Jiran e Golban avevano trasferito dalla Cina all’Iran oltre 1.000 tonnellate ciascuna di perclorato di sodio. Secondo il quotidiano i destinatari finali del carico erano i pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, alimentando sospetti sul collegamento tra queste spedizioni e l’esplosione di Bandar Abbas. Possibile che mentre in Oman si discuteva, «qualcuno» abbia voluto mandare agli iraniani un chiaro messaggio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esplosione-porto-iran-gaza-hamas-2671850069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="india-e-pakistan-ordinano-ai-cittadini-di-abbandonare-il-paese-nemico" data-post-id="2671850069" data-published-at="1745755631" data-use-pagination="False"> India e Pakistan ordinano ai cittadini di abbandonare il Paese «nemico» Non si placano le tensioni tra India e Pakistan dopo l’attentato di martedì scorso nel Kashmir indiano dove hanno perso la vita 26 persone. Le due potenze nucleari, dopo quattro anni di relativa tranquillità, sono tornate a scambiarsi colpi d’arma da fuoco lungo il confine che divide di fatto l’area indiana da quella pakistana nel Kashmir. Venerdì notte, così come giovedì, l’esercito indiano ha reso noto di aver risposto al fuoco «ingiustificato» delle truppe pakistane. Nessuno dei due Paesi ha segnalato la presenza di vittime. E questo è solo l’ultimo atto di una serie di rappresaglie scoppiate questa settimana. New Delhi, che ritiene Islamabad responsabile dell’attentato, ha sospeso il trattato delle acque dell’Indo (Iwt) che dal 1960 regola la condivisione delle acque del fiume e dei suoi affluenti tra India e Pakistan. Dall’altra parte, Islamabad, che nega ogni coinvolgimento del Paese nell’attacco terroristico, ha chiuso lo spazio aereo alle compagnie aeree indiane imponendo tratte più lunghe per i voli aerei, ma anche un aumento dei costi del carburante per Air India e Indigo. La decisione indiana sull’Iwt, senza precedenti, mette in seria difficoltà il Pakistan dal punto di vista idrico ed energetico. Quindi mentre il ministro delle Risorse idriche indiano, C. R. Paatil, ha sentenziato su X: «Faremo in modo che nemmeno una goccia d’acqua del fiume Indo raggiunga il Pakistan», è arrivata ieri la risposta diretta del premier pakistano. Shehbaz Sharif, durante la cerimonia di fine corso dell’accademia militare di Kakul, ha dichiarato che ogni tentativo di «fermare, ridurre o deviare il flusso delle acque spettanti al Pakistan sarà affrontato con tutta la forza e determinazione necessarie», con le truppe pakistane che «restano pienamente capaci e pronte a difendere la sovranità e l’integrità territoriale del Paese». Ma il leader pakistano si è detto favorevole a «un’indagine neutrale» per scoprire gli autori del massacro, biasimando l’India di aver portato avanti «accuse infondate». Anche il ministro degli Interni del Pakistan, Mohsin Naqvi, ha spiegato che il Paese «è totalmente pronto a collaborare con qualsiasi investigatore neutrale per garantire che sia scoperta la verità e che sia fatta giustizia». E dopo giorni di silenzio, il Resistance front (Trf), che è per l’India l’autore dell’attentato nonché un gruppo terroristico, ha ufficialmente negato la sua partecipazione. Nel comunicato si legge: «Qualsiasi attribuzione di questo atto al Trf è falsa, affrettata e parte di una campagna orchestrata per diffamare la resistenza del Kashmir». Intanto, secondo il Times of India, il Bharatiya janata party (Bjp) avrebbe puntato il dito contro l’esercito pakistano sostenendo che la smentita derivi dai timori suscitati dalla ferma risposta indiana. L’India quindi continua a insistere sul fatto che due dei tre sospettati dell’attacco terroristico siano cittadini pakistani. E stando a quanto riportato sempre dal Times of India, ieri sono stati arrestati due presunti complici dei terroristi nel distretto di Kulgam, situato nel Kashmir meridionale, con la polizia e l’esercito indiano che hanno trovato anche un deposito di armi e di munizioni. Le Forze della sicurezza indiane, nella caccia agli attentatori, hanno rafforzato le misure di sicurezza ma hanno anche proseguito i controlli a tappeto: hanno distrutto le abitazioni dei presunti militanti e hanno perquisito le case di oltre 60 individui sospettati di aver fornito supporto. Intanto, sia New Delhi sia Islamabad hanno ordinato ai propri connazionali di tornare nei rispettivi Paesi d’origine abbandonando lo Stato «nemico». E ieri hanno fatto ritorno in India oltre 300 cittadini, mentre 75 pakistani che si trovavano in territorio indiano sono tornati in Pakistan.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.