In un allestimento spettacolare, con tele di grandi dimensioni che evocano autentiche scene teatrali, ricche di colore, personaggi e suggestioni, l’attesissima mostra genovese è davvero un’occasione più unica che rara per conoscere da vicino la parabola artistica e di vita di Van Dyck, grande Maestro fiammingo e « pittore europeo» nel senso letterale del termine, visto che la sua esistenza (iniziata ad Anversa nel 1599 e conclusasi prematuramente a Londra nel 1641) fu un viaggio continuo fra Fiandre, Italia e Inghilterra. Senza contare qualche mese passato a Parigi: miglior allievo di Rubens, Van Dyck fu chiamato alla corte di Re Carlo I d’Inghilterra, lavorò per oltre sei anni a Roma, da li si spostò a Genova (città che amò particolarmente), tornò ad Anversa, si trasferì a Bruxelles, partì per Londra, poi fu di nuovo ad Anversa, di nuovo a Londra, di nuovo ad Anversa, poi a Parigi e poi, pochi mesi prima della sua morte, di nuovo e purtroppo definitivamente a Londra.
Un artista internazionale dunque, capace di interpretare tendenze e desideri di tante e variegate committenze, diverse per gusti, sensibilità e senso estetico. Influenzato dal Classicismo, dal Rinascimento, dagli albori del Barocco italiano ( che «toccò con mano» negli anni del suo soggiorno a Roma), e, ovviamente, dall’arte dei maestri fiamminghi (non dimentichiamoci che fu l ‘allievo migliore di Rubens…), la pittura di Van Dyck , pur capace di composizioni monumentai dalla straordinaria ricchezza cromatica, è una pittura di grande eleganza e raffinatezza, fatta di figure slanciate, volti espressivi, abiti sontuosi e particolari ricercati, tratti distintivi che lo resero il ritrattista più amato e conteso da sovrani, nobili e ricchi borghesi: possedere un suo quadro era un vero e proprio status symbol, per la nobiltà inglese o delle Fiandre, come per la ricchissima nobiltà genovese , che affidò ai superbi tratti del pittore fiammingo il compito di rappresentare e rendere immortale il potere e il prestigio raggiunti. Ma se il ritratto fu il genere che maggiormente gli regalò fama e notorietà, Van Dyck fu anche artista di dipinti mitologici e religiosi ricchi di pathos e sentimento , capaci di sedurre chi li guarda per fascino e bellezza. E basta visitare la mostra genovese per accorgersene…
La Mostra
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, in un lungo percorso espositivo suddiviso per temi e articolato in ben 12 sale, l’esposizione offre al pubblico la possibilità di ammirare e comparare l‘attività artistica di Van Dyck nelle sue « tre patrie » - Anversa, Genova e Londra – e nella completezza delle sue tematiche artistiche: il ritratto, in primis, ma anche i temi mitologici e quelli religiosi. Una suddivisione davvero interessante e ben pensata, dove le opere sono accostate per soggetti, così da stimolare e facilitare un confronto diretto tra il Van Dyck giovane in patria e il « grande Van Dyck » italiano e inglese; fra una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama di Genova o di Londra. Ad aprire la mostra il primo autoritratto noto del pittore, tela di una sorprendente maturità artistica anche se realizzato nel 1614, quando Van Dyck aveva solo quindici anni ; a chiuderla, nella Cappella del Doge, la grande pala della chiesa di San Michele di Pagana, l‘unica pala realizzata nei suoi anni genovesi e una delle due sole pale d'altare create nei sette anni trascorsi in Italia.
Fra le opere più importanti, oltre ai ritratti singoli, di coppia o di famiglia (maestoso e seducente il Ritratto di donna, prestito eccezionale della collezione di Palazzo Odescalchi a Roma), a spiccare sono il Matrimonio mistico di Santa Caterina del Prado di Madrid, il San Sebastiano della Scottish National Gallery di Edimburgo e l' Ecce Homo, preziosa opera inedita proveniente da una collezione privata europea. Di particolare interesse anche la quarta sala, «la sala del fare», che ospita opere eseguite su diversi supporti e con diverse tecniche (olii su tavola e su carta, disegni, gesso su carta), conducendo il visitatore all’interno del processo creativo dell’artista; mentre le opere della sala precedente spiegano il compicato rapporto con Rubens, il maestro dal quale Van Dyck prese presto le distanze prediligendo al linguaggio più colorato e chiassoso del suo mentore una raffinatezza delicata, quasi sussurrata.
Una mostra davvero eccezionale, indispensabile per seguire e capire la vita e il genio di un grande Maestro, interprete della storia economica e politica dell'Europa del suo tempo.