
Christine Lagarde, presidente della Bce, giura di non voler correre per l’Eliseo. Però ascolta. Osserva. Vigila. E soprattutto usa una intervista radiofonica per avvertire: «Seguirò le dichiarazioni di tutti, le campagne, i programmi, e se mi renderò conto che la posizione della Francia nella Ue è minacciata da incomprensioni o tendenze separatiste, mi farò sentire».
Insomma, se gli elettori francesi dovessero scegliere una strada diversa da quella indicata dall’establishment, la signora dell’euro sarebbe pronta a scendere dall’Olimpo della Banca centrale per impartire lezioni di europeismo. Naturalmente non è una candidatura. Per carità. Solo una disponibilità morale.
La scena, però, è curiosa. Da una parte c’è Jordan Bardella, giovane leader del Rassemblement national, che in una intervista all’edizione europea del sito Politico sostiene di non voler distruggere l’Unione europea ma di volerla rifondare. Dall’altra c’è Lagarde che difende l’attuale architettura come un custode di museo protegge una scultura greca. Bardella dice che l’Europa è diventata un meccanismo obsoleto, incapace di rispondere alle sfide del presente. Non propone una «Frexit», non parla di uscita dall’euro, non invoca barricate contro Bruxelles. Propone invece di ridiscutere gli equilibri di potere e soprattutto i soldi.
Il leader del Rassemblement national promette infatti che, in caso di vittoria alle presidenziali, il contributo netto della Francia al bilancio europeo verrà dimezzato. Oggi Parigi versa ogni anno fra i 12 e i 15 miliardi netti. Secondo Bardella la cifra è eccessiva: meno soldi a Bruxelles e più risorse per gli interessi nazionali. Lagarde, invece, parla come se l’attuale assetto europeo fosse una legge della fisica. «Quando si appartiene a un club fondamentale come l’Europa, se ne rispettano le regole», ha spiegato. Aggiunge che non ci si può presentare dicendo: «Cambierò tutto». C’è da chiedersi: da quando in una democrazia proporre di cambiare le regole è diventato un tabù? In fondo la storia europea è fatta di continui cambiamenti. Trattati modificati. Competenze trasferite. Vincoli riscritti. Allargamenti. Revisioni. Correzioni.
L’Unione che conosciamo oggi non assomiglia affatto a quella prevista 70 anni fa dai Trattati di Roma. Eppure, quando a chiedere cambiamenti sono i movimenti sovranisti, improvvisamente il dibattito si trasforma in una questione di ordine pubblico istituzionale. Colpisce soprattutto il ruolo che Lagarde sembra voler ritagliare per sé. La presidente della Bce non è una leader di partito. Non è una candidata. È il capo della Banca centrale. Un’istituzione che dovrebbe fondare la propria autorevolezza sulla neutralità. Invece le sue parole suonano sempre più come quelle di una custode dell’ortodossia europea pronta a intervenire nel dibattito politico nel momento in cui il risultato delle urne rischiasse di non coincidere con le aspettative dei salotti di Bruxelles.
Nell’intervista dichiara che a febbraio sembrava pronta a lasciare il ponte di comando come aveva rivelato il Financial Times parlando delle pressioni di Macron e Merz che volevano nominare il nuovo capo della Bce prima che l’eventuale ribaltone all’Eliseo cambiasse le carte in tavola. La pensione anticipata era entrata nei suoi pensieri, confessa madame Lagarde arrivata al traguardo dei 70 anni. Poi è arrivata la «tempesta». E il capitano, assicura lei, resta a bordo. La metafora nasconde un dettaglio. Nelle democrazie il capitano della nave non lo scelgono i tecnocrati di Francoforte. Lo scelgono gli elettori. Ed è proprio questo che sembra preoccupare l’establishment europeo.
Perché il vero scontro che si profila all’orizzonte non riguarda soltanto la Francia. Riguarda il futuro della Ue.






