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2018-07-06
Eni torna a trivellare in Libia: schiaffo alla Francia sul gas
Un buon segno. L'Eni torna a estrarre gas in Libia. Lo annuncia una sintetica agenzia targata Reuters. Il Cane a sei zampe ha sottoscritto ieri un accordo con National oil corporation per avviare un primo pozzo offshore a largo di tripoli, a Bahr Essalam. Altri due pozzi saranno attivi la prossima settimana. Altri sette entreranno in funzione tra agosto e il prossimo ottobre. A regime l'impianto di gas naturale frutterà 1.100 milioni di metri cubi di gas. In pratica sarà il più grande giacimento di oro azzurro della Libia e sarà gestito dal nostro colosso energetico. Con il recente attacco Isis all'oleodotto di Hariga la produzione libica è precipitata a circa 200.000 barili al giorno, un ottavo rispetto ai livelli produttivi precedenti lo scoppio della rivolta, nel febbraio del 2011 si calcolavano 1,6 milioni di barili al giorno. L'Eni pesa non più del 20% della produzione totale e il suo ruolo è finito in questi anni nel mirino dei terroristi islamici, ma anche della diplomazia francese che ha fatto di tutto per favorire la concorrente Total.
Con il sostegno di Emmanuel Macron, da un lato, e di Khalifa Haftar, generale che comanda Tobruk, la compagnia petrolifera parigina ha fatto passi da gigante negli ultimi cinque anni. Fino al mese scorso, quando si è assistito a una netta inversione di tendenza. Il rinnovato interesse degli Usa al Sud del Mediterraneo (Donald Trump è tornato a bombardare l'Isis in Libia) apre per l'Italia nuovi scenari. dal canto nostro, la rottura dei rapporti con il presidente dell'Egitto Abdel Fattah Al Sisi consumatasi dopo l'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore dell'università di Cambridge coinvolto in attività di intelligence (non italiana), si appresta finalmente a essere reversibile. Non solo, perché Matteo Salvini, ministro dell'Interno, si è espresso a favore. Ma anche perché la politica estera nell'area si sta riallineando con quella del nostro colosso energetico, l'Eni. L'enorme giacimento di Zohr in mano al Cane a sei zampe necessita di strategie congiunte con i russi e ovviamente con gli stessi egiziani. Mentre cozza profondamente con gli interessi turchi. La frattura che si è consumata con Ankara a febbraio, dopo l'allontanamento dalle acque turco-cipriote della nave di Saipem, impone una forte sponda locale, che altro non può essere che quella di Al Sisi. Fino a oggi, il Cane a sei zampe ha investito nei giacimenti egiziani di gas di Zohr e Nooros circa 8,5 miliardi di dollari e prevede di portarli alla massima resa con altri 3 miliardi nel futuro prossimo. Se i rilievi iniziali dovessero essere confermati, si parlerebbe di un giacimento tre volte superiore a quello di Zohr scoperto nel 2015 al largo delle coste egiziane e confinante con l'altro bacino di sviluppo parzialmente detenuto da Eni al largo delle coste cipriote. Gli idrocarburi disponibili a Zohr e Noor rappresenterebbero una quantità di gas pari a circa cinquanta anni di fabbisogno dell'Italia. Se poi si aggiunge il colpo messo a segno in Libia, si comprende come la strategia dell'Eni si stia consolidando nel Mediterraneo.
L'accordo in Libia non sarebbe stato però possibile se la diplomazia energetica e quella del governo non avessero trovato convergenze e permesso ai rappresentanti del Cane a sei zampe di presentarsi a Vienna lo scorso 28 giugno con il terreno già seminato. In quell'occasione si è tenuto nella capitale austriaca il primo meeting libico-europeo sull'energia.
La conferenza è stata organizzata dalla Hot engineering, società di consulenza per l'industria petrolifera e del gas su incarico della National oil corporation. «L'industria petrolifera e del gas libica sta facendo enormi sforzi per aumentare notevolmente la produzione di petrolio», ha osservato Diethard Kratzer, amministratore delegato di Hot, nel presentare l'evento. Miliardi di dollari vengono investiti per riparare e rinnovare le strutture obsolete. Ma dal 2017 le aziende europee hanno mutato strategia, con un progressivo incremento delle loro attività nei giacimenti petroliferi libici.
È la ragione per cui il vertice di Vienna ha offerto non solo l'opportunità unica di toccare con mano dati e trend sulla situazione attuale della Libia, ma di stabilire un contatto personale con i leader dell'industria petrolifera e del gas. L'Italia ha partecipato al vertice in grande silenzio e forse proprio per questo i frutti sono stati colti velocemente. Il ritorno degli investimenti Eni in Libia hanno avranno anche un doppio effetto. Non solo consentono di importare energia, ma serviranno anche a bloccare i flussi di immigrati irregolari. Irrorare l'economia legale di denaro sottrae spazio ai vuoti che in questi anni sono stati riempiti dal denaro della criminalità che gestisce l'export di uomini. Se gli accordi andranno in porto per il nostro Paese sarà un doppio vantaggio.
Claudio Antonelli
Non siamo più zimbelli d’Europa: Parigi si accolla i primi 52 migranti
Immigrati, En Marche! (verso Parigi). Il nuovo corso della politica europea sull'immigrazione, imposto agli alleati di Bruxelles dal ministro dell'Interno
Matteo Salvini e dal premier Giuseppe Conte, si concretizza giorno dopo giorno. Ieri, 52 persone soccorse dalla Ong tedesca Lifeline, approdata una settimana fa a Malta dopo il secco «no» dell'Italia, sono volate a Parigi: toccherà alla Francia di Emmanuel Macron ospitarli. Macron non ne azzecca una: in patria i suoi consensi sono in calo vertiginoso, mentre in politica estera va anche peggio, ora che l'amministrazione americana guidata da Donald Trump ha individuato l'Italia come alleato privilegiato in Europa.
I 52 immigrati partiti ieri da Malta via aereo sono il primo blocco del totale di 234 persone che si trovavano a bordo della Lifeline. Sono 9 gli Stati europei che hanno dato la disponibilità ad accogliere i naufraghi soccorsi al largo delle coste libiche: Italia, Malta, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Norvegia. Anche l'Italia, ovviamente, farà la sua parte, e la svolta è esattamente questa: fino a due mesi fa, la Lifeline li avrebbe «scaricati» tutti in un nostro porto, mentre ora l'Europa intera è obbligata a farsi carico del problema.
Del resto, la sera in cui Malta decise di far attraccare la Lifeline, il premier
Conte spiegò: «Coerentemente con il principio cardine della nostra proposta sull'immigrazione, secondo cui chi sbarca sulle coste italiane, spagnole, greche o maltesi, sbarca in Europa , l'Italia farà la sua parte e accoglierà una quota dei migranti che sono a bordo della Lifeline, con l'auspicio», aggiunse Conte, «che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso come in parte già preannunciato». E così è stato.
Ieri mattina è arrivato l'annuncio del premier maltese,
Joseph Muscat: «Il primo gruppo di persone della Lifeline», ha scritto Muscat su Twitter, «ha lasciato Malta diretto in Francia nell'ambito dell'accordo ad hoc tra nove Paesi. La condivisione delle responsabilità ed i respingimenti sono possibili e possono essere fatti in modo umano ed efficace». Gli immigrati sono arrivati ieri all'aeroporto parigino di Roissy Charles de Gaulle. «I migranti soccorsi», ha commentato il ministro dell'Interno francese, Gerard Collomb, «dalla nave della Ong tedesca Lifeline, identificati fin dal loro arrivo a Malta come aventi diritto all'asilo politico dall'Ufficio francese di protezione profughi e apolidi, sono stati accolti in Francia. L'operazione dimostra la solidarietà molto concreta della Francia con i suoi vicini europei in prima linea per gli arrivi via mare. La Francia», ha aggiunto Collomb, «è stata uno dei primi Paesi europei ad impegnarsi per questa accoglienza. I 52 verranno orientati verso un alloggio e sarà loro impartita una formazione centrata sulla lingua francese e i valori repubblicani». I 52, tutti di origine sudanese tranne tre eritrei, «riceveranno molto rapidamente» lo status di rifugiati, come ha assicurato Raphaël Sodini, direttore delle procedure di asilo alla Direzione generale degli stranieri in Francia.
Intanto, la nave Lifeline resta bloccata a Malta, ed è sempre più probabile che i 234 immigrati presi a bordo due settimane fa siano stati l'ultimo «carico» della carriera del capitano,
Claus Peter Reisch, in libertà vigilata e con l'obbligo di non lasciare l'isola, in attesa della conclusione del processo in corso a La Valletta: la prossima udienza è prevista il 10 luglio. L'accusa contesta al capitano della Lifeline irregolarità nella registrazione dell'imbarcazione della Ong Sea Watch, ipotizzando che quella olandese sia una bandiera «ombra» e che quindi la Lifeline sia una nave apolide, per cui non potrebbe navigare in acque internazionali. «Malta è bellissima, ma a casa ho una madre novantenne», ha piagnucolato ieri Reisch, al quale è stato sequestrato il passaporto, «e sono l'unico che può prendersi cura di lei».
Una presa di posizione molto importante sul tema dell'immigrazione è arrivata ieri dal presidente della Repubblica,
Sergio Mattarella, che ha mostrato apprezzamento per come l'Italia ha affrontato il consiglio europeo della scorsa settimana: «Abbiamo registrato con soddisfazione», ha detto Mattarella al termine dell'incontro con la presidente della Repubblica di Lituania, Dalia Grybauskaite, «le conclusioni del Consiglio europeo dei giorni scorsi, è stato importante aver raggiunto un'intesa incoraggiante nell'ambito dell'Unione. C'è stato», ha aggiunto Mattarella, «il completamento del finanziamento di 500 milioni per l'Africa e il criterio per cui la responsabilità è condivisa, un principio che sarà da declinare in scelte operative che andranno definite concordemente ma che sono decisive per riuscire a governare in maniera ordinata, come indispensabile, questo fenomeno».
Carlo Tarallo
Il Viminale: stop ai permessi facili
Il quotidiano Repubblica, pur di attaccare Matteo Salvini, corre il rischio di fare brutte figure. Ieri si è raggiunto il top con un titolone «sparato» sulla sezione web. «Migranti», ha titolato Repubblica.it, «stretta di Salvini sulla protezione umanitaria per donne incinte, malati, bambini: la circolare inviata ai prefetti». «Un giro di vite brutale», è l'incipit dell'articolo, che descrive i contenuti di una circolare inviata da Salvini a prefetti e presidenti delle 50 commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale operative in Italia. Sono queste commissioni a valutare se rilasciare o meno il cosiddetto «permesso umanitario», un titolo di soggiorno previsto dall'ordinamento giuridico italiano che può essere concesso all'immigrato per seri motivi umanitari, e che ha una validità di due anni rinnovabili. Il titolone di Repubblica.it ha scatenato una marea di accuse a Salvini da parte dei reduci della sinistra. Salvini, attraverso la circolare, chiede in realtà una accelerazione nell'esame delle istanze ed una stretta sulla concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, invitando le commissioni alla «necessaria rigorosità dell'esame delle vulnerabilità degne di tutela che, ovviamente, non possono essere riconducibili a mere e generiche condizioni di difficoltà». «Essenziale», scrive Salvini nella circolare, «è quindi che i 50 collegi valutativi operino a ritmo continuativo (cinque giorni a settimana). Al riguardo, i prefetti vorranno garantire, anche attraverso alternanze, la continuità dell'azione degli organi decisori».
Ma che c'entrano donne incinte, malati e bambini? Niente. Nulla. Zero. Chi lo dice? La legge italiana (testo unico immigrazione 286/98) che riconosce anche agli stranieri irregolari i diritti fondamentali della persona umana. In particolare, i minori stranieri entrati irregolarmente non sono espellibili o respingibili e le autorità di polizia devono informare al più presto della loro presenza i competenti Tribunali per i minori. Anche le donne in stato di gravidanza e quelle che hanno partorito da meno di sei mesi non sono espellibili ed hanno diritto ad un permesso di soggiorno. Tutele particolari sono previste per le persone vittime di tortura e per i malati.
Salvini, nel pomeriggio di ieri, furibondo per l'attacco di Repubblica.it, ha commentato: «Con una circolare a prefetti e presidenti delle commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale, ho personalmente richiesto velocità e attenzione nel dare accoglienza a chi scappa veramente dalla guerra ma anche nel bloccare tutti coloro che non ne hanno diritto. Donne incinte, bambini e rifugiati», ha aggiunto Salvini, «restano in Italia. Si vergognino i disinformati che dicono e scrivono il contrario. Il senso dell'iniziativa è limitare un abuso che va a discapito dei rifugiati veri». Donne incinte e bambini hanno diritto alla protezione, al di là di ogni circolare, esattamente come dice Salvini. Il quale ha poi annunciato di aver «trovato 42 milioni da destinare ai rimpatri».
Intervistata sul tema da Fanpage.it, Nazzarena Zorzella, legale dell'Asgi, l'Associazione per gli studi giuridici sull'Immigrazione, pur molto critica sulla circolare, sul punto che riguarda donne e bambini ha confermato: «Il ministro si è limitato a ribadire l'ovvio». Ovvio per tutti, tranne che per Repubblica…
Carlo Tarallo
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Accordo per dieci pozzi al largo di Tripoli: gestiremo il più vasto giacimento del Paese. Total messa all'angolo. Merito della diplomazia del governo e della sponda di Donald Trump.Sbarca sotto la tour Eiffel parte del gruppo raccolto dalla Lifeline, la nave dell'Ong in stato di fermo a Malta. Il capitano, intanto, resta in libertà vigilata. Il presidente Sergio Mattarella soddisfatto della svolta: «Responsabilità condivise».Il Viminale: stop ai permessi facili. Fake news di Repubblica sui bimbi. Circolare ai prefetti: controlli sui requisiti d'asilo. Ma la sinistra: respinte donne incinte.Lo speciale contiene tre articoliUn buon segno. L'Eni torna a estrarre gas in Libia. Lo annuncia una sintetica agenzia targata Reuters. Il Cane a sei zampe ha sottoscritto ieri un accordo con National oil corporation per avviare un primo pozzo offshore a largo di tripoli, a Bahr Essalam. Altri due pozzi saranno attivi la prossima settimana. Altri sette entreranno in funzione tra agosto e il prossimo ottobre. A regime l'impianto di gas naturale frutterà 1.100 milioni di metri cubi di gas. In pratica sarà il più grande giacimento di oro azzurro della Libia e sarà gestito dal nostro colosso energetico. Con il recente attacco Isis all'oleodotto di Hariga la produzione libica è precipitata a circa 200.000 barili al giorno, un ottavo rispetto ai livelli produttivi precedenti lo scoppio della rivolta, nel febbraio del 2011 si calcolavano 1,6 milioni di barili al giorno. L'Eni pesa non più del 20% della produzione totale e il suo ruolo è finito in questi anni nel mirino dei terroristi islamici, ma anche della diplomazia francese che ha fatto di tutto per favorire la concorrente Total. Con il sostegno di Emmanuel Macron, da un lato, e di Khalifa Haftar, generale che comanda Tobruk, la compagnia petrolifera parigina ha fatto passi da gigante negli ultimi cinque anni. Fino al mese scorso, quando si è assistito a una netta inversione di tendenza. Il rinnovato interesse degli Usa al Sud del Mediterraneo (Donald Trump è tornato a bombardare l'Isis in Libia) apre per l'Italia nuovi scenari. dal canto nostro, la rottura dei rapporti con il presidente dell'Egitto Abdel Fattah Al Sisi consumatasi dopo l'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore dell'università di Cambridge coinvolto in attività di intelligence (non italiana), si appresta finalmente a essere reversibile. Non solo, perché Matteo Salvini, ministro dell'Interno, si è espresso a favore. Ma anche perché la politica estera nell'area si sta riallineando con quella del nostro colosso energetico, l'Eni. L'enorme giacimento di Zohr in mano al Cane a sei zampe necessita di strategie congiunte con i russi e ovviamente con gli stessi egiziani. Mentre cozza profondamente con gli interessi turchi. La frattura che si è consumata con Ankara a febbraio, dopo l'allontanamento dalle acque turco-cipriote della nave di Saipem, impone una forte sponda locale, che altro non può essere che quella di Al Sisi. Fino a oggi, il Cane a sei zampe ha investito nei giacimenti egiziani di gas di Zohr e Nooros circa 8,5 miliardi di dollari e prevede di portarli alla massima resa con altri 3 miliardi nel futuro prossimo. Se i rilievi iniziali dovessero essere confermati, si parlerebbe di un giacimento tre volte superiore a quello di Zohr scoperto nel 2015 al largo delle coste egiziane e confinante con l'altro bacino di sviluppo parzialmente detenuto da Eni al largo delle coste cipriote. Gli idrocarburi disponibili a Zohr e Noor rappresenterebbero una quantità di gas pari a circa cinquanta anni di fabbisogno dell'Italia. Se poi si aggiunge il colpo messo a segno in Libia, si comprende come la strategia dell'Eni si stia consolidando nel Mediterraneo. L'accordo in Libia non sarebbe stato però possibile se la diplomazia energetica e quella del governo non avessero trovato convergenze e permesso ai rappresentanti del Cane a sei zampe di presentarsi a Vienna lo scorso 28 giugno con il terreno già seminato. In quell'occasione si è tenuto nella capitale austriaca il primo meeting libico-europeo sull'energia. La conferenza è stata organizzata dalla Hot engineering, società di consulenza per l'industria petrolifera e del gas su incarico della National oil corporation. «L'industria petrolifera e del gas libica sta facendo enormi sforzi per aumentare notevolmente la produzione di petrolio», ha osservato Diethard Kratzer, amministratore delegato di Hot, nel presentare l'evento. Miliardi di dollari vengono investiti per riparare e rinnovare le strutture obsolete. Ma dal 2017 le aziende europee hanno mutato strategia, con un progressivo incremento delle loro attività nei giacimenti petroliferi libici.È la ragione per cui il vertice di Vienna ha offerto non solo l'opportunità unica di toccare con mano dati e trend sulla situazione attuale della Libia, ma di stabilire un contatto personale con i leader dell'industria petrolifera e del gas. L'Italia ha partecipato al vertice in grande silenzio e forse proprio per questo i frutti sono stati colti velocemente. Il ritorno degli investimenti Eni in Libia hanno avranno anche un doppio effetto. Non solo consentono di importare energia, ma serviranno anche a bloccare i flussi di immigrati irregolari. Irrorare l'economia legale di denaro sottrae spazio ai vuoti che in questi anni sono stati riempiti dal denaro della criminalità che gestisce l'export di uomini. Se gli accordi andranno in porto per il nostro Paese sarà un doppio vantaggio.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eni-torna-a-trivellare-in-libia-schiaffo-alla-francia-sul-gas-2584112561.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-siamo-piu-zimbelli-deuropa-parigi-si-accolla-i-primi-52-migranti" data-post-id="2584112561" data-published-at="1778718802" data-use-pagination="False"> Non siamo più zimbelli d’Europa: Parigi si accolla i primi 52 migranti Immigrati, En Marche! (verso Parigi). Il nuovo corso della politica europea sull'immigrazione, imposto agli alleati di Bruxelles dal ministro dell'Interno Matteo Salvini e dal premier Giuseppe Conte, si concretizza giorno dopo giorno. Ieri, 52 persone soccorse dalla Ong tedesca Lifeline, approdata una settimana fa a Malta dopo il secco «no» dell'Italia, sono volate a Parigi: toccherà alla Francia di Emmanuel Macron ospitarli. Macron non ne azzecca una: in patria i suoi consensi sono in calo vertiginoso, mentre in politica estera va anche peggio, ora che l'amministrazione americana guidata da Donald Trump ha individuato l'Italia come alleato privilegiato in Europa. I 52 immigrati partiti ieri da Malta via aereo sono il primo blocco del totale di 234 persone che si trovavano a bordo della Lifeline. Sono 9 gli Stati europei che hanno dato la disponibilità ad accogliere i naufraghi soccorsi al largo delle coste libiche: Italia, Malta, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Norvegia. Anche l'Italia, ovviamente, farà la sua parte, e la svolta è esattamente questa: fino a due mesi fa, la Lifeline li avrebbe «scaricati» tutti in un nostro porto, mentre ora l'Europa intera è obbligata a farsi carico del problema. Del resto, la sera in cui Malta decise di far attraccare la Lifeline, il premier Conte spiegò: «Coerentemente con il principio cardine della nostra proposta sull'immigrazione, secondo cui chi sbarca sulle coste italiane, spagnole, greche o maltesi, sbarca in Europa , l'Italia farà la sua parte e accoglierà una quota dei migranti che sono a bordo della Lifeline, con l'auspicio», aggiunse Conte, «che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso come in parte già preannunciato». E così è stato. Ieri mattina è arrivato l'annuncio del premier maltese, Joseph Muscat: «Il primo gruppo di persone della Lifeline», ha scritto Muscat su Twitter, «ha lasciato Malta diretto in Francia nell'ambito dell'accordo ad hoc tra nove Paesi. La condivisione delle responsabilità ed i respingimenti sono possibili e possono essere fatti in modo umano ed efficace». Gli immigrati sono arrivati ieri all'aeroporto parigino di Roissy Charles de Gaulle. «I migranti soccorsi», ha commentato il ministro dell'Interno francese, Gerard Collomb, «dalla nave della Ong tedesca Lifeline, identificati fin dal loro arrivo a Malta come aventi diritto all'asilo politico dall'Ufficio francese di protezione profughi e apolidi, sono stati accolti in Francia. L'operazione dimostra la solidarietà molto concreta della Francia con i suoi vicini europei in prima linea per gli arrivi via mare. La Francia», ha aggiunto Collomb, «è stata uno dei primi Paesi europei ad impegnarsi per questa accoglienza. I 52 verranno orientati verso un alloggio e sarà loro impartita una formazione centrata sulla lingua francese e i valori repubblicani». I 52, tutti di origine sudanese tranne tre eritrei, «riceveranno molto rapidamente» lo status di rifugiati, come ha assicurato Raphaël Sodini, direttore delle procedure di asilo alla Direzione generale degli stranieri in Francia. Intanto, la nave Lifeline resta bloccata a Malta, ed è sempre più probabile che i 234 immigrati presi a bordo due settimane fa siano stati l'ultimo «carico» della carriera del capitano, Claus Peter Reisch, in libertà vigilata e con l'obbligo di non lasciare l'isola, in attesa della conclusione del processo in corso a La Valletta: la prossima udienza è prevista il 10 luglio. L'accusa contesta al capitano della Lifeline irregolarità nella registrazione dell'imbarcazione della Ong Sea Watch, ipotizzando che quella olandese sia una bandiera «ombra» e che quindi la Lifeline sia una nave apolide, per cui non potrebbe navigare in acque internazionali. «Malta è bellissima, ma a casa ho una madre novantenne», ha piagnucolato ieri Reisch, al quale è stato sequestrato il passaporto, «e sono l'unico che può prendersi cura di lei». Una presa di posizione molto importante sul tema dell'immigrazione è arrivata ieri dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha mostrato apprezzamento per come l'Italia ha affrontato il consiglio europeo della scorsa settimana: «Abbiamo registrato con soddisfazione», ha detto Mattarella al termine dell'incontro con la presidente della Repubblica di Lituania, Dalia Grybauskaite, «le conclusioni del Consiglio europeo dei giorni scorsi, è stato importante aver raggiunto un'intesa incoraggiante nell'ambito dell'Unione. C'è stato», ha aggiunto Mattarella, «il completamento del finanziamento di 500 milioni per l'Africa e il criterio per cui la responsabilità è condivisa, un principio che sarà da declinare in scelte operative che andranno definite concordemente ma che sono decisive per riuscire a governare in maniera ordinata, come indispensabile, questo fenomeno». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eni-torna-a-trivellare-in-libia-schiaffo-alla-francia-sul-gas-2584112561.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-viminale-stop-ai-permessi-facili" data-post-id="2584112561" data-published-at="1778718802" data-use-pagination="False"> Il Viminale: stop ai permessi facili Il quotidiano Repubblica, pur di attaccare Matteo Salvini, corre il rischio di fare brutte figure. Ieri si è raggiunto il top con un titolone «sparato» sulla sezione web. «Migranti», ha titolato Repubblica.it, «stretta di Salvini sulla protezione umanitaria per donne incinte, malati, bambini: la circolare inviata ai prefetti». «Un giro di vite brutale», è l'incipit dell'articolo, che descrive i contenuti di una circolare inviata da Salvini a prefetti e presidenti delle 50 commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale operative in Italia. Sono queste commissioni a valutare se rilasciare o meno il cosiddetto «permesso umanitario», un titolo di soggiorno previsto dall'ordinamento giuridico italiano che può essere concesso all'immigrato per seri motivi umanitari, e che ha una validità di due anni rinnovabili. Il titolone di Repubblica.it ha scatenato una marea di accuse a Salvini da parte dei reduci della sinistra. Salvini, attraverso la circolare, chiede in realtà una accelerazione nell'esame delle istanze ed una stretta sulla concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, invitando le commissioni alla «necessaria rigorosità dell'esame delle vulnerabilità degne di tutela che, ovviamente, non possono essere riconducibili a mere e generiche condizioni di difficoltà». «Essenziale», scrive Salvini nella circolare, «è quindi che i 50 collegi valutativi operino a ritmo continuativo (cinque giorni a settimana). Al riguardo, i prefetti vorranno garantire, anche attraverso alternanze, la continuità dell'azione degli organi decisori». Ma che c'entrano donne incinte, malati e bambini? Niente. Nulla. Zero. Chi lo dice? La legge italiana (testo unico immigrazione 286/98) che riconosce anche agli stranieri irregolari i diritti fondamentali della persona umana. In particolare, i minori stranieri entrati irregolarmente non sono espellibili o respingibili e le autorità di polizia devono informare al più presto della loro presenza i competenti Tribunali per i minori. Anche le donne in stato di gravidanza e quelle che hanno partorito da meno di sei mesi non sono espellibili ed hanno diritto ad un permesso di soggiorno. Tutele particolari sono previste per le persone vittime di tortura e per i malati. Salvini, nel pomeriggio di ieri, furibondo per l'attacco di Repubblica.it, ha commentato: «Con una circolare a prefetti e presidenti delle commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale, ho personalmente richiesto velocità e attenzione nel dare accoglienza a chi scappa veramente dalla guerra ma anche nel bloccare tutti coloro che non ne hanno diritto. Donne incinte, bambini e rifugiati», ha aggiunto Salvini, «restano in Italia. Si vergognino i disinformati che dicono e scrivono il contrario. Il senso dell'iniziativa è limitare un abuso che va a discapito dei rifugiati veri». Donne incinte e bambini hanno diritto alla protezione, al di là di ogni circolare, esattamente come dice Salvini. Il quale ha poi annunciato di aver «trovato 42 milioni da destinare ai rimpatri». Intervistata sul tema da Fanpage.it, Nazzarena Zorzella, legale dell'Asgi, l'Associazione per gli studi giuridici sull'Immigrazione, pur molto critica sulla circolare, sul punto che riguarda donne e bambini ha confermato: «Il ministro si è limitato a ribadire l'ovvio». Ovvio per tutti, tranne che per Repubblica… Carlo Tarallo
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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