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2022-06-13
Una famiglia su 4 non paga le bollette. Distacchi +50%
Oggi in Italia una persona su quattro non riesce a pagare le bollette. Gli insoluti stanno aumentando giorno dopo giorno e, come se non bastasse, i distacchi per morosità sono cresciuti del 49,4% nel bimestre marzo - aprile. Uno scenario drammatico. E il governo in tutto questo cosa fa? Tanti decreti, agevolazioni, bonus, e tagli. Purtroppo senza alcun risultato. Il famoso decreto Bollette avrebbe dovuto salvare l’Italia dal lockdown energetico e dal crollo della nostra economia: al contrario, al 31 maggio l’Italia è la nazione europea con il più alto costo dell’energia. Nel nostro Paese la media è di 230,06 euro al megawattora (MWh), cifra che ci consegna una triste medaglia d’oro tra i campioni dell’energia a caro prezzo. La Germania che non ha intenzione di rinunciare al gas russo ha un costo dell’energia di 177,48 euro al MWh, la Francia - dove il nucleare fa da padrone - 197,43, in Gran Bretagna addirittura si arriva a 150,03.
C’è da chiedersi a cosa sia servito prorogare anche per il terzo trimestre di questo 2022 il potenziamento del bonus su elettricità e gas. Oppure come mai gli oneri azzerati e il taglio dell’Iva fino al 30 giugno prossimo non abbiano prodotto alcun calo dei costi per famiglie e imprese. E ancora, potremmo domandarci che senso abbia estendere (sempre fino al 30 giugno) la rateizzazione delle bollette energetiche per le famiglie in difficoltà. Le toppe che sta mettendo il governo sono peggio dei buchi. La conferma che gli interventi «sartoriali» del nostro governo siano insufficienti arriva proprio dai numeri relativi al costo dell’energia. Abbiamo chiuso il mese di Maggio con un +16,5% rispetto alla Francia, un +22,9% rispetto alla Spagna, un +29,6% rispetto alla Germania e addirittura un +53,3% rispetto alla Gran Bretagna.
Secondo le stime (da incubo) fatte da Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, tra il 1° luglio 2021 e il 30 giugno 2022, il costo della bolletta elettrica di una famiglia media è stato di 948 euro, con un incremento record dell’83% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente. Una stangata arrivata anche per la bolletta del gas: qui la spesa è stata di 1.652 euro, con un +71%.
E viene da sorridere nell’ascoltare il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, che in un’audizione alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera ha affermato: «Il governo è pronto a intervenire di nuovo, tempestivamente, per fronteggiare in maniera incisiva le ricadute che il deterioramento dell’attività economica, conseguente allo shock del conflitto russo ucraino, sta provocando su imprese e famiglie». Nemmeno l’altro grande problema degli italiani, ovvero il costo della benzina, è stato disinnescato. Il poco fatto non è servito. Nonostante il tanto decantato taglio delle accise di 25 centesimi sui carburanti - prima fino al 22 marzo, poi fino all’8 luglio -, la benzina hadi nuovo superato i 2 euro al litro, il Gpl va da 0,833 a 0,851 euro al litro e il prezzo medio del metano si colloca tra 1,720 e 1,931.
La Germania, così come altre nazioni, ha detto chiaramente che non è in grado di fermare i flussi di gas russo, al cui stop seguirebbe il tracollo del sistema industriale. In Italia, invece, è prevalsa la propaganda rassicurante di far credere che si potesse facilmente sostituire il gas e il petrolio russo garantendo la continuità degli approvvigionamenti. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha più volte affermato che l’Italia in pochi mesi sarebbe stata in grado di rinunciare completamente al gas russo.
L’ultima dichiarazione è di pochi giorni fa: «Nel secondo semestre del 2024 dovremmo essere in grado di poter dire: non prendiamo gas dalla Russia» in virtù del fatto che «sono stati siglati accordi con sei stati africani per circa 25 miliardi di metri cubi che vanno a rimpiazzare i 29-30 russi». Purtroppo le cose non sembrano essere così. In Algeria, ad esempio, non abbiamo registrato alcuna dichiarazione formale che impegni le autorità locali a fornirci volumi aggiuntivi di gas in tempi definiti e a prezzi in linea con quelli attuali. In Angola non ci sono giacimenti di gas. In Mozambico c’è un grande giacimento scoperto da Eni ma i lavori non procedeno come previsto. Quanto al Congo, i dati disponibili non mostrano l’esistenza di riserve certificate che possano garantire una produzione importante e duratura nel tempo e men che mai esportazioni di un certo rilievo verso l’Italia.
Questi sono fatti noti, ma di essi si preferisce non parlare. Dire di aver trovato fonti alternative serve forse a tranquillizzare l’opinione pubblica, probabilmente nella convinzione che questa crisi rientrerà presto e che tutto tornerà come prima. Ma in realtà, a oggi, nulla è stato fatto di concreto per avviare un reale piano energetico alternativo. Nessuno, poi, ha avuto il coraggio di spiegare agli italiani che i contratti per la fornitura del gas, come quello con la Russia, sono «take or pay», vale a dire il gas si paga sia che lo ritiri sia che non lo ritiri. Se dovessimo interrompere, unilateralmente, i flussi di gas russo per sostituirlo con altro proveniente non si sa da dove, dovremmo comunque pagare quello russo più quello, cinque volte più caro, proveniente da altre aree geografiche. Con conseguente aumento delle bollette.
Una soluzione ci sarebbe davvero per iniziare a rinunciare al gas russo e raggiungere l’indipendenza energetica che farebbe risparmiare gli italiani: riaprire i giacimenti di gas produttivi nel territorio nazionale superando i vincoli regolamentari imposti nell’ultimo decennio e che hanno ridotto drasticamente la produzione. Sono 752 i pozzi del gas inattivi ma produttivi presenti su tutto il nostro territorio. L’Italia ha enormi riserve di gas e petrolio in Adriatico, Basilicata e Sicilia. In passato, la produzione di gas nazionale superava i 21 miliardi di metri cubi all’anno. Oggi non arriviamo a 3,5 miliardi. Ma di riprendere la produzione nazionale a pieno regime, inspiegabilmente si evita di parlare. Non si ipotizza nemmeno di rilanciare lo sviluppo delle nostre fonti energetiche. Si è lavorato a un piano straordinario da 24 miliardi di euro per costruire rigassificatori, che consentiranno di importare gas liquefatto, molto più costoso e inquinante (con la tecnologia Gnl, il 30% del gas prodotto viene scaricato in atmosfera). Addirittura il nostro governo ha da poco stanziato la bellezza di 50 miliardi di euro per la ricerca e la produzione di energia derivante da idrogeno. Come se non bastasse, il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee, dove è presente questa montagna di soldi, conferma e rafforza i vincoli alla ricerca e produzione di idrocarburi in Italia.
Se dobbiamo far fronte a emergenze energetiche nazionali dobbiamo avere la forza di affrontare una battaglia culturale e sociale per superare i contrasti del passato. D’altronde, la stessa battaglia andrà fatta anche per l’installazione dei rigassificatori e qualunque altra infrastruttura energetica: tanto vale farla per la madre di tutte le battaglie. Il nostro gas è quello a più basso costo rispetto a qualunque altra alternativa.
Aggiungiamo le positive ricadute sul sistema delle imprese italiane coinvolte nella ricerca e produzione. Il Gnl, dev’essere chiaro, è il più costoso e il più soggetto alla competizione internazionale, per cui sia il prezzo sia la disponibilità potrebbero essere poco affidabili. Il sistema istituzionale italiano ha il dovere di comprendere tutto questo. Solo così si potrà evitare di far pagare agli italiani costi altissimi. Altrimenti qualcuno dovrà spiegare agli italiani perché ci siano 24 miliardi di euro a disposizione per la costruzione di rigassificatori, 50 miliardi per la ricerca e lo sfruttamento dell’idrogeno e nemmeno un euro di investimento per la produzione nazionale del gas.
Il flop dei rigassificatori galleggianti. Costano tanto e non risolvono niente
È stata presentata come la nave che salverà l’Italia dal freddo, peccato che non sappiamo dove metterla e come usarla. Questo gigante dei mari, 192 metri di lunghezza, si chiama Golar Tundra ed è la prima delle due navi rigassificatrici che il nostro Paese ha acquistato per iniziare a svincolarsi dal gas russo. Costruita nel 2015, ha una capacità di stoccaggio di circa 170.000 metri cubi di Gnl e una capacità di rigassificazione di 5 miliardi di metri cubi l’anno. Sono 350 i milioni di dollari (circa 330 milioni di euro) versati da Snam a Golar Lng Limited per acquisire il 100% di questa Fsru (nave di stoccaggio e rigassificazione). Che a oggi, tuttavia, non ha un porto dove andare.
«Si prevede che la nave possa iniziare l’attività nel corso della primavera 2023», ha fatto sapere in una nota Snam, ma purtroppo la realtà è molto diversa. Il ruolo della nuova Fsru a beneficio del Paese sarà essenziale: da sola potrà contribuire a circa il 6,5% del fabbisogno, portando la capacità di rigassificazione italiana a oltre il 25% della domanda. I problemi però sono davvero tanti. Il primo è che nessuno sa dove metterla: si parla di Ravenna, l’alternativa è Piombino, ma i fatti dicono che nessuna di queste due località sembra pronta per accogliere la nave. I due commissari straordinari nominati dal governo, ovvero i due governatori delle regioni interessate, rispettivamente Stefano Bonaccini ed Eugenio Giani (entrambi del Pd), ostentano ottimismo ma le cose da sistemare sono tante e di difficile realizzazione.
In Toscana il sindaco di Piombino Francesco Ferrari ha fatto capire più volte che l’idea di vedere ogni mattina questo gigante dei mari dentro il suo porto non lo lascia assolutamente sereno. «Caro ministro Cingolani, come può convivere un cetaceo con un rigassificatore?», ha tuonato nei giorni scorsi il primo cittadino. Per Ferrari il terminal è incompatibile con il Santuario Pelagos, una enorme area marina per la protezione dei mammiferi acquatici. «Il governo rifletta e decida la priorità», ha aggiunto Ferrari. Sappiamo bene che in Italia, quando si mette di mezzo l’ambiente, siamo capaci di fermare qualunque cosa.
A Ravenna, dove invece gli amministratori sembrano tutti entusiasti, i problemi sono di altra natura. Nel porto della città, si sono incontrati Snam, alcuni politici e i vertici ravennati delle attività portuali e si è capito che le previsioni iniziali sono fin troppo ottimistiche. Secondo il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ma anche secondo ciò che ha fatto trapelare la stessa Snam, questa nave dovrebbe essere operativa nella primavera del 2023, ovvero fra 9 mesi. Una data assolutamente lontana dalla realtà. In questo summit, infatti, sia Snam sia gli operatori portuali sono stati chiari. La nave non potrà essere operativa prima di 24/36 mesi. Il che vuol dire che, se tutto andrà bene, i 5 miliardi di metri cubi di gas che questa nave può trasformare si vedranno solo fra l’estate del 2024 e i primi mesi del 2025. Quasi due anni dopo rispetto a quanto fatto capire da chi di dovere.
A oggi mancano ancora tutte le autorizzazioni necessarie per l’arrivo della nave e per il suo ormeggio. Inoltre dovranno essere costruite tutte le infrastrutture per portare il gas dalla nave a terra e non stiamo parlando certamente di piccole tubature. Il decreto legge Aiuti, è vero, prevede un percorso accelerato con un massimo di 120 giorni dalla presentazione delle richieste del commissario, ma per quanto l’iter possa essere semplificato le procedure e i lavori non seguono regole standard. Dietro al via libera definitivo per l’approdo della nave in quel di Ravenna ci sono circa 10 enti coinvolti. Gli accordi infatti devono mettere insieme il Comune di Ravenna, la Regione Emilia Romagna, l’area metropolitana, l’esercito, la marina, le capitanerie di porto, il Parco del Delta e chi più ne ha più ne metta. Tante teste, forse troppe. Ma non è finita. Prima di collocare una nave di quelle dimensioni davanti alla costa servono studi e rilievi tecnici di un certo tipo. A quanto ci risulta, da questo punto di vista siamo ancora in alto mare.
Dulcis in fundo mancano tutte le autorizzazioni per realizzare le opere che dovranno portare il gas dalla nave a terra. E per costruire questi tubi di dimensioni enormi serve tempo, tanto tempo. L’opera più importante è il tubo principe che porta il metano rigassificato alla rete nazionale. Ovvero un tubo sottomarino che dalla nave arriva a terra. Ma prima bisognerà capire dove verrà collocata la Frsu. Più vicina è la nave alla costa, più il tubo sarà corto e meno tempo servirà per costruirlo. A quel punto, resta da «scaricare» il gas a terra. E anche qui servono infrastrutture di un certo tipo. Che devono essere costruite. Bisognerà creare un gasdotto di uscita con bracci di discarica del gas che, attraverso un pontile, arriverà all’impianto sulla costa. Poi si dovrà tirar su un collettore di trasferimento del gas ad alta pressione dove il metano, ritornato alla temperatura dell’ambiente, viene compresso. Infine ci sarà da pensare al trasferimento del gas verso la rete di trasporto nazionale.
Come si può raccontare che tutto questo sarà pronto fra nove mesi? Insomma, qualcuno dovrà trovare il coraggio di dire agli italiani che non sarà affatto semplice svincolarsi dal gas russo e che i tempi per farlo saranno davvero molto più lunghi della narrazione dominante. E sorge pure il sospetto che i due governatori Pd che hanno steso i tappeti rossi alla richieste del governo l’abbiano fatto per semplice compiacenza. O per calcolo in vista del voto della primavera prossima: non sarà né la prima né l’ultima promessa elettorale che il partito democratico non mantiene.
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Tutti gli errori del governo: bonus e incentivi non toccano i prezzi, rimasti i più alti d’Europa. Stanziati 50 miliardi per l’idrogeno senza riaprire i pozzi di gas nazionale lasciati inutilizzati da anni.Il ministro Roberto Cingolani ha promesso che una di queste navi sarà pronta in primavera, ma non si sa ancora dove verrà collocata e mancano quindi tutte le autorizzazioni. Per Snam un conto da 350 milioni di dollari.Lo speciale contiene due articoliOggi in Italia una persona su quattro non riesce a pagare le bollette. Gli insoluti stanno aumentando giorno dopo giorno e, come se non bastasse, i distacchi per morosità sono cresciuti del 49,4% nel bimestre marzo - aprile. Uno scenario drammatico. E il governo in tutto questo cosa fa? Tanti decreti, agevolazioni, bonus, e tagli. Purtroppo senza alcun risultato. Il famoso decreto Bollette avrebbe dovuto salvare l’Italia dal lockdown energetico e dal crollo della nostra economia: al contrario, al 31 maggio l’Italia è la nazione europea con il più alto costo dell’energia. Nel nostro Paese la media è di 230,06 euro al megawattora (MWh), cifra che ci consegna una triste medaglia d’oro tra i campioni dell’energia a caro prezzo. La Germania che non ha intenzione di rinunciare al gas russo ha un costo dell’energia di 177,48 euro al MWh, la Francia - dove il nucleare fa da padrone - 197,43, in Gran Bretagna addirittura si arriva a 150,03.C’è da chiedersi a cosa sia servito prorogare anche per il terzo trimestre di questo 2022 il potenziamento del bonus su elettricità e gas. Oppure come mai gli oneri azzerati e il taglio dell’Iva fino al 30 giugno prossimo non abbiano prodotto alcun calo dei costi per famiglie e imprese. E ancora, potremmo domandarci che senso abbia estendere (sempre fino al 30 giugno) la rateizzazione delle bollette energetiche per le famiglie in difficoltà. Le toppe che sta mettendo il governo sono peggio dei buchi. La conferma che gli interventi «sartoriali» del nostro governo siano insufficienti arriva proprio dai numeri relativi al costo dell’energia. Abbiamo chiuso il mese di Maggio con un +16,5% rispetto alla Francia, un +22,9% rispetto alla Spagna, un +29,6% rispetto alla Germania e addirittura un +53,3% rispetto alla Gran Bretagna.Secondo le stime (da incubo) fatte da Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, tra il 1° luglio 2021 e il 30 giugno 2022, il costo della bolletta elettrica di una famiglia media è stato di 948 euro, con un incremento record dell’83% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente. Una stangata arrivata anche per la bolletta del gas: qui la spesa è stata di 1.652 euro, con un +71%.E viene da sorridere nell’ascoltare il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, che in un’audizione alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera ha affermato: «Il governo è pronto a intervenire di nuovo, tempestivamente, per fronteggiare in maniera incisiva le ricadute che il deterioramento dell’attività economica, conseguente allo shock del conflitto russo ucraino, sta provocando su imprese e famiglie». Nemmeno l’altro grande problema degli italiani, ovvero il costo della benzina, è stato disinnescato. Il poco fatto non è servito. Nonostante il tanto decantato taglio delle accise di 25 centesimi sui carburanti - prima fino al 22 marzo, poi fino all’8 luglio -, la benzina hadi nuovo superato i 2 euro al litro, il Gpl va da 0,833 a 0,851 euro al litro e il prezzo medio del metano si colloca tra 1,720 e 1,931.La Germania, così come altre nazioni, ha detto chiaramente che non è in grado di fermare i flussi di gas russo, al cui stop seguirebbe il tracollo del sistema industriale. In Italia, invece, è prevalsa la propaganda rassicurante di far credere che si potesse facilmente sostituire il gas e il petrolio russo garantendo la continuità degli approvvigionamenti. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha più volte affermato che l’Italia in pochi mesi sarebbe stata in grado di rinunciare completamente al gas russo. L’ultima dichiarazione è di pochi giorni fa: «Nel secondo semestre del 2024 dovremmo essere in grado di poter dire: non prendiamo gas dalla Russia» in virtù del fatto che «sono stati siglati accordi con sei stati africani per circa 25 miliardi di metri cubi che vanno a rimpiazzare i 29-30 russi». Purtroppo le cose non sembrano essere così. In Algeria, ad esempio, non abbiamo registrato alcuna dichiarazione formale che impegni le autorità locali a fornirci volumi aggiuntivi di gas in tempi definiti e a prezzi in linea con quelli attuali. In Angola non ci sono giacimenti di gas. In Mozambico c’è un grande giacimento scoperto da Eni ma i lavori non procedeno come previsto. Quanto al Congo, i dati disponibili non mostrano l’esistenza di riserve certificate che possano garantire una produzione importante e duratura nel tempo e men che mai esportazioni di un certo rilievo verso l’Italia.Questi sono fatti noti, ma di essi si preferisce non parlare. Dire di aver trovato fonti alternative serve forse a tranquillizzare l’opinione pubblica, probabilmente nella convinzione che questa crisi rientrerà presto e che tutto tornerà come prima. Ma in realtà, a oggi, nulla è stato fatto di concreto per avviare un reale piano energetico alternativo. Nessuno, poi, ha avuto il coraggio di spiegare agli italiani che i contratti per la fornitura del gas, come quello con la Russia, sono «take or pay», vale a dire il gas si paga sia che lo ritiri sia che non lo ritiri. Se dovessimo interrompere, unilateralmente, i flussi di gas russo per sostituirlo con altro proveniente non si sa da dove, dovremmo comunque pagare quello russo più quello, cinque volte più caro, proveniente da altre aree geografiche. Con conseguente aumento delle bollette. Una soluzione ci sarebbe davvero per iniziare a rinunciare al gas russo e raggiungere l’indipendenza energetica che farebbe risparmiare gli italiani: riaprire i giacimenti di gas produttivi nel territorio nazionale superando i vincoli regolamentari imposti nell’ultimo decennio e che hanno ridotto drasticamente la produzione. Sono 752 i pozzi del gas inattivi ma produttivi presenti su tutto il nostro territorio. L’Italia ha enormi riserve di gas e petrolio in Adriatico, Basilicata e Sicilia. In passato, la produzione di gas nazionale superava i 21 miliardi di metri cubi all’anno. Oggi non arriviamo a 3,5 miliardi. Ma di riprendere la produzione nazionale a pieno regime, inspiegabilmente si evita di parlare. Non si ipotizza nemmeno di rilanciare lo sviluppo delle nostre fonti energetiche. Si è lavorato a un piano straordinario da 24 miliardi di euro per costruire rigassificatori, che consentiranno di importare gas liquefatto, molto più costoso e inquinante (con la tecnologia Gnl, il 30% del gas prodotto viene scaricato in atmosfera). Addirittura il nostro governo ha da poco stanziato la bellezza di 50 miliardi di euro per la ricerca e la produzione di energia derivante da idrogeno. Come se non bastasse, il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee, dove è presente questa montagna di soldi, conferma e rafforza i vincoli alla ricerca e produzione di idrocarburi in Italia.Se dobbiamo far fronte a emergenze energetiche nazionali dobbiamo avere la forza di affrontare una battaglia culturale e sociale per superare i contrasti del passato. D’altronde, la stessa battaglia andrà fatta anche per l’installazione dei rigassificatori e qualunque altra infrastruttura energetica: tanto vale farla per la madre di tutte le battaglie. Il nostro gas è quello a più basso costo rispetto a qualunque altra alternativa. Aggiungiamo le positive ricadute sul sistema delle imprese italiane coinvolte nella ricerca e produzione. Il Gnl, dev’essere chiaro, è il più costoso e il più soggetto alla competizione internazionale, per cui sia il prezzo sia la disponibilità potrebbero essere poco affidabili. Il sistema istituzionale italiano ha il dovere di comprendere tutto questo. Solo così si potrà evitare di far pagare agli italiani costi altissimi. 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Questo gigante dei mari, 192 metri di lunghezza, si chiama Golar Tundra ed è la prima delle due navi rigassificatrici che il nostro Paese ha acquistato per iniziare a svincolarsi dal gas russo. Costruita nel 2015, ha una capacità di stoccaggio di circa 170.000 metri cubi di Gnl e una capacità di rigassificazione di 5 miliardi di metri cubi l’anno. Sono 350 i milioni di dollari (circa 330 milioni di euro) versati da Snam a Golar Lng Limited per acquisire il 100% di questa Fsru (nave di stoccaggio e rigassificazione). Che a oggi, tuttavia, non ha un porto dove andare. «Si prevede che la nave possa iniziare l’attività nel corso della primavera 2023», ha fatto sapere in una nota Snam, ma purtroppo la realtà è molto diversa. Il ruolo della nuova Fsru a beneficio del Paese sarà essenziale: da sola potrà contribuire a circa il 6,5% del fabbisogno, portando la capacità di rigassificazione italiana a oltre il 25% della domanda. I problemi però sono davvero tanti. Il primo è che nessuno sa dove metterla: si parla di Ravenna, l’alternativa è Piombino, ma i fatti dicono che nessuna di queste due località sembra pronta per accogliere la nave. I due commissari straordinari nominati dal governo, ovvero i due governatori delle regioni interessate, rispettivamente Stefano Bonaccini ed Eugenio Giani (entrambi del Pd), ostentano ottimismo ma le cose da sistemare sono tante e di difficile realizzazione. In Toscana il sindaco di Piombino Francesco Ferrari ha fatto capire più volte che l’idea di vedere ogni mattina questo gigante dei mari dentro il suo porto non lo lascia assolutamente sereno. «Caro ministro Cingolani, come può convivere un cetaceo con un rigassificatore?», ha tuonato nei giorni scorsi il primo cittadino. Per Ferrari il terminal è incompatibile con il Santuario Pelagos, una enorme area marina per la protezione dei mammiferi acquatici. «Il governo rifletta e decida la priorità», ha aggiunto Ferrari. Sappiamo bene che in Italia, quando si mette di mezzo l’ambiente, siamo capaci di fermare qualunque cosa. A Ravenna, dove invece gli amministratori sembrano tutti entusiasti, i problemi sono di altra natura. Nel porto della città, si sono incontrati Snam, alcuni politici e i vertici ravennati delle attività portuali e si è capito che le previsioni iniziali sono fin troppo ottimistiche. Secondo il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ma anche secondo ciò che ha fatto trapelare la stessa Snam, questa nave dovrebbe essere operativa nella primavera del 2023, ovvero fra 9 mesi. Una data assolutamente lontana dalla realtà. In questo summit, infatti, sia Snam sia gli operatori portuali sono stati chiari. La nave non potrà essere operativa prima di 24/36 mesi. Il che vuol dire che, se tutto andrà bene, i 5 miliardi di metri cubi di gas che questa nave può trasformare si vedranno solo fra l’estate del 2024 e i primi mesi del 2025. Quasi due anni dopo rispetto a quanto fatto capire da chi di dovere. A oggi mancano ancora tutte le autorizzazioni necessarie per l’arrivo della nave e per il suo ormeggio. Inoltre dovranno essere costruite tutte le infrastrutture per portare il gas dalla nave a terra e non stiamo parlando certamente di piccole tubature. Il decreto legge Aiuti, è vero, prevede un percorso accelerato con un massimo di 120 giorni dalla presentazione delle richieste del commissario, ma per quanto l’iter possa essere semplificato le procedure e i lavori non seguono regole standard. Dietro al via libera definitivo per l’approdo della nave in quel di Ravenna ci sono circa 10 enti coinvolti. Gli accordi infatti devono mettere insieme il Comune di Ravenna, la Regione Emilia Romagna, l’area metropolitana, l’esercito, la marina, le capitanerie di porto, il Parco del Delta e chi più ne ha più ne metta. Tante teste, forse troppe. Ma non è finita. Prima di collocare una nave di quelle dimensioni davanti alla costa servono studi e rilievi tecnici di un certo tipo. A quanto ci risulta, da questo punto di vista siamo ancora in alto mare. Dulcis in fundo mancano tutte le autorizzazioni per realizzare le opere che dovranno portare il gas dalla nave a terra. E per costruire questi tubi di dimensioni enormi serve tempo, tanto tempo. L’opera più importante è il tubo principe che porta il metano rigassificato alla rete nazionale. Ovvero un tubo sottomarino che dalla nave arriva a terra. Ma prima bisognerà capire dove verrà collocata la Frsu. Più vicina è la nave alla costa, più il tubo sarà corto e meno tempo servirà per costruirlo. A quel punto, resta da «scaricare» il gas a terra. E anche qui servono infrastrutture di un certo tipo. Che devono essere costruite. Bisognerà creare un gasdotto di uscita con bracci di discarica del gas che, attraverso un pontile, arriverà all’impianto sulla costa. Poi si dovrà tirar su un collettore di trasferimento del gas ad alta pressione dove il metano, ritornato alla temperatura dell’ambiente, viene compresso. Infine ci sarà da pensare al trasferimento del gas verso la rete di trasporto nazionale. Come si può raccontare che tutto questo sarà pronto fra nove mesi? Insomma, qualcuno dovrà trovare il coraggio di dire agli italiani che non sarà affatto semplice svincolarsi dal gas russo e che i tempi per farlo saranno davvero molto più lunghi della narrazione dominante. E sorge pure il sospetto che i due governatori Pd che hanno steso i tappeti rossi alla richieste del governo l’abbiano fatto per semplice compiacenza. O per calcolo in vista del voto della primavera prossima: non sarà né la prima né l’ultima promessa elettorale che il partito democratico non mantiene.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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