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2020-04-15
Elicotteri, droni e inseguimenti in tv. È partita la caccia grossa agli italiani
Ansa
Osservando con sgomento certe scene che sembrano riprese direttamente da L'uomo in fuga di Stephen King, viene da pensare che se l'Italia avesse messo in campo un analogo schieramento di forze per la lotta alla droga oggi non avremmo più spacciatori per strada. Se un identico apparato di uomini e mezzi venisse utilizzato per contrastare l'immigrazione illegale, oggi - invece che oltre mezzo milione - non avremmo manco un clandestino in strada. Scene belliche alla televisione, con tanto di cronisti embedded a documentare le missioni di «cerca e annienta». L'inviata di Pomeriggio 5 è a bordo di un elicottero della Guardia di finanza. La informano che è all'opera «un dispositivo integrato cielo-acqua-terra per impedire ai malintenzionati di violare le regole». E un «malintenzionato», in effetti, viene individuato: un tale che sta facendo due passi su una spiaggia deserta a Venezia. L'elicottero lo bracca dall'alto, un'imbarcazione delle Fiamme gialle saetta verso la costa. I finanzieri scendono e si mettono a inseguire l'uomo che nel frattempo, ci informa la cronista, «sta scappando fra le case».
Ad Agorà va in scena un inseguimento in un parco romano sull'Appia antica. La polizia sguinzaglia un drone, un agente tallona un uomo in calzoncini e maglietta: «Si fermi, c'è il drone!». Il «malvivente» viene fermato. È un signore di mezza età che voleva farsi una corsetta. Era da solo, in un parco: 280 euro di multa perché era a circa 4 chilometri da casa. Il malcapitato tenta di giustificarsi: «Cerco di stare lontano da tutti, ma se scendo a correre sotto casa è pieno di gente con il cane». Niente da fare, la scusa non regge: impietosa sanzione.
Su Dagospia rimbalza la storia di Anna D'Angellillo, medico specializzando del Gemelli. Lavora in malattie infettive, segue i malati di Covid-19, nel suo giorno libero ha cercato di far ripartire l'auto che usa per andare al lavoro. Prima si è imbattuta in alcuni finanzieri che l'hanno aiutata a rimettere in moto il mezzo. Poi si è rimessa al volante, ha percorso un paio di centinaia di metri ed è stata fermata dalla polizia: 533 euro di multa.
Scene di caccia agli italiani e, come scriveva Stephen King, «più la cosa è sanguinosa meglio è». Gli untori sono seguiti da elicotteri, autopattuglie, droni, agenti scattanti. Quando vengono catturati come vitelli al rodeo la folla s'infiamma, è pronta a ribaltare il pollice. E come inveiva il «popolo del Web» contro «i trasgressori» che lunedì se ne stavano sulla statale Pontina, nei pressi di Roma, imprigionati in una lunga fila di macchine. L'attore Alessandro Gassmann ruggiva su Twitter: «Questi individui in fila per andare al mare a Sud di Roma allungheranno i tempi di uscita dalla fase uno di contenimento dal virus».
Solo che quegli «individui» non stavano andando a fare una scampagnata. Non erano in coda per via del traffico, ma per un posto di blocco della polizia stradale.
I numeri sono chiari: a Pasquetta, in tutta Italia, sono state controllate 252.148 persone, e ne sono state sanzionate 16.545. Significa che il 94% circa dei fermati aveva ragioni valide per essere in giro. Su 62.391 esercizi commerciali controllati, i trasgressori individuati sono stati appena 146.
Vuol dire che gli italiani (o per lo meno la stragrande maggioranza di essi) si stanno comportando non bene, ma benissimo. Sono ligi alle regole nonostante i decreti confusi, i pasticci sulle date, l'isolamento che sembra non finire mai. Come si giustifica, allora, questa grottesca caccia grossa? Sono stati fermati e sanzionati pure alcuni parlamentari. «È inaccettabile», ha detto la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e non ha torto. Qui non si tratta di riservare a «lorsignori» un trattamento diverso rispetto alla massa. Un parlamentare ha il diritto oltre che il dovere di presidiare il territorio, di controllare che diamine succede in questo Paese dove la democrazia è in quarantena. Eppure persino i rappresentanti del popolo non sfuggono alla battuta di caccia.
Esprimere dubbi sull'incipiente Stato di polizia, tuttavia, è vietato. «In un Paese serio con un problema serio basterebbe dire: “Non c'è scelta, è la legge"», scrive Gianantonio Stella su Corriere della Sera. Solo che questo governo serio non lo è per niente, e di fronte a certe scene farsi domande è legittimo. Tanto più che, ripetiamo, non a tutti si applica la stessa severità. I migranti con i barchini si possono far entrare, in compenso l'esecutivo pensa a una fase due comprensiva di segregazione degli anziani. Per loro - apprendiamo sempre dal Corriere - si pensa a tempi più lunghi per l'uscita da casa e addirittura a percorsi differenziati per gli spostamenti. «È per il loro bene», dicono: come no. In base a un simile criterio, allora, dovremmo chiudere in casa i bambini, che sono potenzialmente più contagiosi, no? Oppure tirare dardi ai clandestini che ancora oggi si riuniscono tranquilli nelle piazzette milanesi. Ma i migranti in giro vanno bene, i vecchi no. E noi dovremmo anche star zitti ed evitare critiche?
Poi, come se non bastasse il monitoraggio con droni ed elicotteri, ecco che Roberto Burioni e altri medici propongono di creare una «Struttura di monitoraggio e risposta flessibile» per la fase due. Tale «Struttura» si occuperebbe anche di tenere d'occhio i media, studiando una «condivisione della strategia comunicativa con l'Ordine dei giornalisti e i maggiori quotidiani nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private». Certo, ci manca solo che il ministero della propaganda imponga cosa scrivere, così la tirannia è completa.
E il bello è che avevano pure il coraggio di far polemica per una frase scomposta sui «pieni poteri»...
La grande retata si rivela un flop I veri «cattivoni» sono lo 0,05%
Meglio di Giuseppi, potremmo chiamarlo Muscolo, come il professore sadico del Giornalino di Gian Burrasca, che godeva nel terrorizzare gli alunni. Ricordate? «Tutti fermi, tutti zitti: ché se vi vede Muscolo siete tutti fritti!». Da quando il Covid-19 gli ha messo in mano gli strumenti dello stato d'emergenza, il premier Giuseppe «Muscolo» Conte ha dato mandato al ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, di tenerci tutti fermi (in casa), meglio se tutti zitti.
Da allora, altro che Gian Burrasca… In tv, sui giornali e sui social gli italiani si sono trasformati in una mandria d'indisciplinati. Dementi capaci di ogni nefandezza per un'ora d'aria. A chi tiene i nervi saldi e osserva i fatti, però, questa «caccia all'italiano» comincia a fare paura: anche nella pandemia, che in effetti richiede comportamenti appropriati. Fa paura, la caccia, per la criminalizzazione dei cacciati e per la falsificazione della realtà. Perché gli italiani non sono indisciplinati come li descrive Muscolo, cioè il governo. Anzi, sono molto più disciplinati del solito.
La domenica di Pasqua, 12 aprile, il Viminale ha emesso un bollettino di guerra. Persone controllate: 213.565. Risultato dei rastrellamenti: 13.756 sanzionati. Cioè appena il 6,4%. Questo, però, vale per gli irregolari veniali, fermati per un nonnulla da posti di blocco che pure non si vedevano così frequenti e severi nemmeno ai tempi del rapimento di Aldo Moro. Tra questi Gian Burrasca colti in fallo, il ministro Lamorgese ha poi specificato che sono scattate «denunce per false dichiarazioni» in appena 100 casi, mentre 19 sono i soggetti risultati «positivi al virus e segnalati per violazione della quarantena». Quindi, in definitiva, i veri «cattivi» di Pasqua sono 119, cioè lo 0,055% del totale. Lo stesso è toccato ai negozi: 60.435 attività commerciali controllate e 121 negozianti sanzionati, cioè lo 0,2%. Il Viminale sottolinea che ne sono stati chiusi solo 16, mentre per altri 31 è stata disposta «la sospensione dell'attività»: s'immagina siano quelli che si sono macchiati delle violazioni più gravi. Ma anche a metterli assieme, quei 47 negozi valgono appena lo 0,077%.
Se poi confrontiamo tutti i sanzionati del 12 aprile con i 60.317.000 italiani censiti al primo gennaio 2020, tutti gli irregolari della passeggiata di Pasqua valgono lo 0,022%. Come le tracce di fluoro presenti nell'acqua Sangemini, la più adatta ai neonati. E i 121 negozi multati, sulle 735.528 attività commerciali al dettaglio censite prima dell'epidemia, sono appena lo 0,016%.
Più o meno lo stesso è accaduto a Pasquetta. Il 13 aprile, su 252.148 controllati, i sanzionati sono stati 16.545 (il 6,5%), ma i denunciati per fatti gravi sono stati 117 (appena lo 0,046%). Tra 62.391 negozi visitati, 146 sono stati multati (lo 0,23%) e 63 sono stati chiusi (lo 0,024%). Confrontati con la totalità dei cittadini, i «cattivi italiani» di Pasquetta sono lo 0,027%. E i «cattivi negozianti» lo 0,019%.
Forse insoddisfatti, Giuseppe «Muscolo» Conte e il ministro Lamorgese ora studiano i nostri spostamenti. Usano City analytics, un servizio che dà indicatori di mobilità grazie a un capillare controllo basato su telecamere e geolocalizzazione dei cellulari. Ufficialmente attivo da ieri, City analytics studia (in modo anonimo) i nostri spostamenti in Comuni, Province e Regioni. In realtà lo fa da qualche giorno: difatti a Pasqua pare ci siamo mossi un po' troppo. Attenti a voi, Gian Burrasca d'Italia. Tutti fermi, tutti zitti: Muscolo vi osserva.
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I giallorossi proseguono con il pugno di ferro verso chi viene trovato per strada. E preparano la segregazione differenziata per gli anziani. Nemmeno i parlamentari passano i posti di blocco, alla faccia della Costituzione.A Pasqua 213.565 fermati e 13.756 multe (6,4%). Ma i reati gravi sono stati solo 119.Lo speciale contiene due articoliOsservando con sgomento certe scene che sembrano riprese direttamente da L'uomo in fuga di Stephen King, viene da pensare che se l'Italia avesse messo in campo un analogo schieramento di forze per la lotta alla droga oggi non avremmo più spacciatori per strada. Se un identico apparato di uomini e mezzi venisse utilizzato per contrastare l'immigrazione illegale, oggi - invece che oltre mezzo milione - non avremmo manco un clandestino in strada. Scene belliche alla televisione, con tanto di cronisti embedded a documentare le missioni di «cerca e annienta». L'inviata di Pomeriggio 5 è a bordo di un elicottero della Guardia di finanza. La informano che è all'opera «un dispositivo integrato cielo-acqua-terra per impedire ai malintenzionati di violare le regole». E un «malintenzionato», in effetti, viene individuato: un tale che sta facendo due passi su una spiaggia deserta a Venezia. L'elicottero lo bracca dall'alto, un'imbarcazione delle Fiamme gialle saetta verso la costa. I finanzieri scendono e si mettono a inseguire l'uomo che nel frattempo, ci informa la cronista, «sta scappando fra le case». Ad Agorà va in scena un inseguimento in un parco romano sull'Appia antica. La polizia sguinzaglia un drone, un agente tallona un uomo in calzoncini e maglietta: «Si fermi, c'è il drone!». Il «malvivente» viene fermato. È un signore di mezza età che voleva farsi una corsetta. Era da solo, in un parco: 280 euro di multa perché era a circa 4 chilometri da casa. Il malcapitato tenta di giustificarsi: «Cerco di stare lontano da tutti, ma se scendo a correre sotto casa è pieno di gente con il cane». Niente da fare, la scusa non regge: impietosa sanzione. Su Dagospia rimbalza la storia di Anna D'Angellillo, medico specializzando del Gemelli. Lavora in malattie infettive, segue i malati di Covid-19, nel suo giorno libero ha cercato di far ripartire l'auto che usa per andare al lavoro. Prima si è imbattuta in alcuni finanzieri che l'hanno aiutata a rimettere in moto il mezzo. Poi si è rimessa al volante, ha percorso un paio di centinaia di metri ed è stata fermata dalla polizia: 533 euro di multa. Scene di caccia agli italiani e, come scriveva Stephen King, «più la cosa è sanguinosa meglio è». Gli untori sono seguiti da elicotteri, autopattuglie, droni, agenti scattanti. Quando vengono catturati come vitelli al rodeo la folla s'infiamma, è pronta a ribaltare il pollice. E come inveiva il «popolo del Web» contro «i trasgressori» che lunedì se ne stavano sulla statale Pontina, nei pressi di Roma, imprigionati in una lunga fila di macchine. L'attore Alessandro Gassmann ruggiva su Twitter: «Questi individui in fila per andare al mare a Sud di Roma allungheranno i tempi di uscita dalla fase uno di contenimento dal virus». Solo che quegli «individui» non stavano andando a fare una scampagnata. Non erano in coda per via del traffico, ma per un posto di blocco della polizia stradale. I numeri sono chiari: a Pasquetta, in tutta Italia, sono state controllate 252.148 persone, e ne sono state sanzionate 16.545. Significa che il 94% circa dei fermati aveva ragioni valide per essere in giro. Su 62.391 esercizi commerciali controllati, i trasgressori individuati sono stati appena 146. Vuol dire che gli italiani (o per lo meno la stragrande maggioranza di essi) si stanno comportando non bene, ma benissimo. Sono ligi alle regole nonostante i decreti confusi, i pasticci sulle date, l'isolamento che sembra non finire mai. Come si giustifica, allora, questa grottesca caccia grossa? Sono stati fermati e sanzionati pure alcuni parlamentari. «È inaccettabile», ha detto la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e non ha torto. Qui non si tratta di riservare a «lorsignori» un trattamento diverso rispetto alla massa. Un parlamentare ha il diritto oltre che il dovere di presidiare il territorio, di controllare che diamine succede in questo Paese dove la democrazia è in quarantena. Eppure persino i rappresentanti del popolo non sfuggono alla battuta di caccia. Esprimere dubbi sull'incipiente Stato di polizia, tuttavia, è vietato. «In un Paese serio con un problema serio basterebbe dire: “Non c'è scelta, è la legge"», scrive Gianantonio Stella su Corriere della Sera. Solo che questo governo serio non lo è per niente, e di fronte a certe scene farsi domande è legittimo. Tanto più che, ripetiamo, non a tutti si applica la stessa severità. I migranti con i barchini si possono far entrare, in compenso l'esecutivo pensa a una fase due comprensiva di segregazione degli anziani. Per loro - apprendiamo sempre dal Corriere - si pensa a tempi più lunghi per l'uscita da casa e addirittura a percorsi differenziati per gli spostamenti. «È per il loro bene», dicono: come no. In base a un simile criterio, allora, dovremmo chiudere in casa i bambini, che sono potenzialmente più contagiosi, no? Oppure tirare dardi ai clandestini che ancora oggi si riuniscono tranquilli nelle piazzette milanesi. Ma i migranti in giro vanno bene, i vecchi no. E noi dovremmo anche star zitti ed evitare critiche? Poi, come se non bastasse il monitoraggio con droni ed elicotteri, ecco che Roberto Burioni e altri medici propongono di creare una «Struttura di monitoraggio e risposta flessibile» per la fase due. Tale «Struttura» si occuperebbe anche di tenere d'occhio i media, studiando una «condivisione della strategia comunicativa con l'Ordine dei giornalisti e i maggiori quotidiani nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private». Certo, ci manca solo che il ministero della propaganda imponga cosa scrivere, così la tirannia è completa. E il bello è che avevano pure il coraggio di far polemica per una frase scomposta sui «pieni poteri»...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/elicotteri-droni-e-inseguimenti-in-tv-e-partita-la-caccia-grossa-agli-italiani-2645715188.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-grande-retata-si-rivela-un-flop-i-veri-cattivoni-sono-lo-005" data-post-id="2645715188" data-published-at="1586885267" data-use-pagination="False"> La grande retata si rivela un flop I veri «cattivoni» sono lo 0,05% Meglio di Giuseppi, potremmo chiamarlo Muscolo, come il professore sadico del Giornalino di Gian Burrasca, che godeva nel terrorizzare gli alunni. Ricordate? «Tutti fermi, tutti zitti: ché se vi vede Muscolo siete tutti fritti!». Da quando il Covid-19 gli ha messo in mano gli strumenti dello stato d'emergenza, il premier Giuseppe «Muscolo» Conte ha dato mandato al ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, di tenerci tutti fermi (in casa), meglio se tutti zitti. Da allora, altro che Gian Burrasca… In tv, sui giornali e sui social gli italiani si sono trasformati in una mandria d'indisciplinati. Dementi capaci di ogni nefandezza per un'ora d'aria. A chi tiene i nervi saldi e osserva i fatti, però, questa «caccia all'italiano» comincia a fare paura: anche nella pandemia, che in effetti richiede comportamenti appropriati. Fa paura, la caccia, per la criminalizzazione dei cacciati e per la falsificazione della realtà. Perché gli italiani non sono indisciplinati come li descrive Muscolo, cioè il governo. Anzi, sono molto più disciplinati del solito. La domenica di Pasqua, 12 aprile, il Viminale ha emesso un bollettino di guerra. Persone controllate: 213.565. Risultato dei rastrellamenti: 13.756 sanzionati. Cioè appena il 6,4%. Questo, però, vale per gli irregolari veniali, fermati per un nonnulla da posti di blocco che pure non si vedevano così frequenti e severi nemmeno ai tempi del rapimento di Aldo Moro. Tra questi Gian Burrasca colti in fallo, il ministro Lamorgese ha poi specificato che sono scattate «denunce per false dichiarazioni» in appena 100 casi, mentre 19 sono i soggetti risultati «positivi al virus e segnalati per violazione della quarantena». Quindi, in definitiva, i veri «cattivi» di Pasqua sono 119, cioè lo 0,055% del totale. Lo stesso è toccato ai negozi: 60.435 attività commerciali controllate e 121 negozianti sanzionati, cioè lo 0,2%. Il Viminale sottolinea che ne sono stati chiusi solo 16, mentre per altri 31 è stata disposta «la sospensione dell'attività»: s'immagina siano quelli che si sono macchiati delle violazioni più gravi. Ma anche a metterli assieme, quei 47 negozi valgono appena lo 0,077%. Se poi confrontiamo tutti i sanzionati del 12 aprile con i 60.317.000 italiani censiti al primo gennaio 2020, tutti gli irregolari della passeggiata di Pasqua valgono lo 0,022%. Come le tracce di fluoro presenti nell'acqua Sangemini, la più adatta ai neonati. E i 121 negozi multati, sulle 735.528 attività commerciali al dettaglio censite prima dell'epidemia, sono appena lo 0,016%. Più o meno lo stesso è accaduto a Pasquetta. Il 13 aprile, su 252.148 controllati, i sanzionati sono stati 16.545 (il 6,5%), ma i denunciati per fatti gravi sono stati 117 (appena lo 0,046%). Tra 62.391 negozi visitati, 146 sono stati multati (lo 0,23%) e 63 sono stati chiusi (lo 0,024%). Confrontati con la totalità dei cittadini, i «cattivi italiani» di Pasquetta sono lo 0,027%. E i «cattivi negozianti» lo 0,019%. Forse insoddisfatti, Giuseppe «Muscolo» Conte e il ministro Lamorgese ora studiano i nostri spostamenti. Usano City analytics, un servizio che dà indicatori di mobilità grazie a un capillare controllo basato su telecamere e geolocalizzazione dei cellulari. Ufficialmente attivo da ieri, City analytics studia (in modo anonimo) i nostri spostamenti in Comuni, Province e Regioni. In realtà lo fa da qualche giorno: difatti a Pasqua pare ci siamo mossi un po' troppo. Attenti a voi, Gian Burrasca d'Italia. Tutti fermi, tutti zitti: Muscolo vi osserva.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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