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2025-03-31
El Salvador, lo Stato-prigionesi rifà l’immagine col presidente «cool»
Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele (Ansa)
Negli anni Ottanta e Novanta, El Salvador è stato profondamente segnato da una sanguinosa guerra civile che ha causato fratture economiche e politiche. Il conflitto costò la vita a circa 70.000 persone e, nonostante la firma di un accordo di pace, le ferite sociali sono rimaste a lungo aperte. Durante quel periodo il Paese fu inondato di armi, molte delle quali circolano ancora oggi, alimentando l’elevata criminalità. Il radicamento della cultura delle gang ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo per decenni El Salvador uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo.
Dopo aver dominato per decenni la scena criminale nelle aree urbane di El Salvador, le due principali gang, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18, sono state praticamente smantellate. Tuttavia, questa operazione ha avuto conseguenze significative sul Paese. Circa il 2% della popolazione è finita in carcere, mentre le denunce di violazioni dei diritti umani sono diventate sempre più frequenti. L’approccio durissimo del presidente Nayib Bukele contro la criminalità ha cambiato completamente la vita a El Salvador e oggi, dopo decenni segnati da violenza, paura ed estorsioni, la popolazione ha finalmente la possibilità di circolare liberamente nelle aree precedentemente dominate dalle gang, di godere degli spazi pubblici come i parchi e di uscire in sicurezza anche durante le ore notturne. I dati governativi parlano chiaro: nel 2022 il numero di omicidi si è dimezzato, nel 2023 è crollato di oltre il 70%. Nel 2024, El Salvador ha registrato un tasso di 1,9 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso dell’intera America Latina: una riduzione del 98% in appena 9 anni. «È stata una vittoria schiacciante», ha dichiarato Nayib Bukele. «Abbiamo affrontato un esercito irregolare di 70.000 uomini senza registrare vittime civili».
Come accaduto con i suoi predecessori, anche Bukele avrebbe tentato di negoziare una tregua con le organizzazioni criminali. Secondo funzionari statunitensi e registrazioni audio rese pubbliche da media salvadoregni, nei primi mesi della sua presidenza sarebbero avvenuti accordi con le gang MS-13 e Barrio 18, offrendo incentivi economici al fine di mantenere bassi sia gli episodi di violenza sia il numero di omicidi. Tali affermazioni provengono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2021 ha imposto sanzioni a due collaboratori di Bukele coinvolti nella vicenda. Il presidente ha sempre respinto ogni accusa.
In ogni caso, se mai c’è stato un patto segreto tra il governo e le organizzazioni criminali, è durato poco perché nel marzo 2022 oltre 87 persone sono state uccise nell’arco di un solo fine settimana, segnando il bilancio più tragico di omicidi dalla conclusione della guerra civile. Questo è stato interpretato come un chiaro segnale rivolto a Bukele da parte delle bande criminali. In risposta agli eventi, il presidente ha messo in atto la sua strategia repressiva. Proclamò uno «stato di eccezione» della durata di 30 giorni, sospendendo il diritto di libera assemblea e autorizzando arresti senza mandato e detenzioni senza processo. L’esercito fu dispiegato nelle aree sotto il controllo delle gang, mentre la polizia effettuava irruzioni nelle abitazioni e perquisizioni approfondite ai danni dei residenti. Numerosi sospetti affiliati alle bande o presunti collaboratori furono arrestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole o per strada. «Arrestavamo oltre 1.000 persone al giorno», ha dichiarato a Time il ministro della Difesa René Merino, che ha però ridimensionato il ruolo delle forze armate in tali operazioni, sottolineando: «Dovevamo agire in modo tale che il rimedio non risultasse peggiore della malattia». Parallelamente, la polizia ha promosso una linea diretta per segnalare presunti «terroristi», invitando la popolazione a denunciare in forma anonima eventuali sospetti affiliati alle gang componendo il numero 123. Tuttavia, secondo diversi avvocati locali, in un clima carico di tensione e timore, si è spesso rivelato difficile distinguere tra veri criminali e giovani innocenti, magari solo tatuati o vestiti con colori associati alle bande. In alcuni casi, le denunce sono state utilizzate per vendette personali, come nel caso di rivalità tra vicini o concorrenze commerciali.
Una delle incognite principali per il futuro di El Salvador è se la MS-13 e le due fazioni del Barrio 18 riusciranno a riorganizzarsi, riconquistare territorio e riprendere le attività criminali, come accaduto in passato dopo altre ondate repressive. Al momento, però, questo scenario appare poco probabile nel breve e medio termine. Il governo dispone infatti di solidi strumenti legali per mantenere in carcere migliaia di sospetti affiliati, mentre la minaccia costante dell’arresto scoraggia qualsiasi tentativo di riemersione. Inoltre, il presidente Nayib Bukele gode di un ampio consenso popolare e il supporto di Donald Trump lo mette al riparo da molti problemi, senza dimenticare che Bukele controlla esercito e intelligence, che ora possono contare sulla Cia.
All’interno delle gang, la situazione è di stallo. I gruppi sono stati privati del controllo territoriale e delle principali fonti di guadagno, e sembrano ora in una fase di pura sopravvivenza. Anche la capacità di comunicazione tra le diverse cellule si è drasticamente ridotta dall’inizio dello stato d’emergenza. Secondo fonti interne alle gang, intervistate da InSight Crime, molti membri rimasti in libertà sono stati isolati e lasciati a sé stessi. La minaccia di detenzione ha spinto molti membri delle gang, sia attivi che in semi-ritiro (spesso noti come calmados), a cercare rifugio nei Paesi vicini, sfruttando le consolidate rotte migratorie che attraversano l’America centrale e il Messico in direzione degli Stati Uniti. Questi percorsi sono da tempo utilizzati come via di fuga da chi, in El Salvador, si trova nel mirino di campagne di sicurezza o rischia l’arresto. Tuttavia, la repressione portata avanti dal presidente Bukele ha avuto ripercussioni anche oltreconfine: in Paesi come il Guatemala, le forze di polizia anti gang hanno intensificato i controlli alle frontiere, rendendo molto più difficile la fuga per i criminali salvadoregni, che non di rado dopo essere scappati tra le foreste, finiscono nelle celle del Centro de Confinamiento del Terrorismo, la struttura carceraria progettata per ospitare fino a 40.000 detenuti e inaugurata a tempo di record nel 2023, dalla quale si esce solo «in orizzontale».
Così il «dittatore più cool del mondo» conquista gli Usa
Nayib Bukele, 43° presidente di El Salvador, è un imprenditore, giornalista e politico di origini palestinesi che è cresciuto a San Salvador. Bukele, nato il 24 luglio 1981, è il quinto di dieci figli di Armando Bukele Kattán, un facoltoso imprenditore e imam di origine palestinese. Ha frequentato una prestigiosa scuola privata bilingue, restando relativamente protetto dagli orrori della guerra civile che ha colpito il Paese negli anni Ottanta. A soli 18 anni, dopo aver preso le redini delle aziende di famiglia, Nayib Bukele ha deciso di entrare in politica e lo ha fatto in maniera travolgente. Attivo inizialmente nelle file del partito di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), è stato sindaco di Nuevo Cuscatlán nel 2012 e di San Salvador nel 2015. Dopo essere stato espulso dal Fmln nel 2017 per presunte azioni contro l’unità del partito, ha aderito al partito conservatore Gran Alianza por la Unidad Nacional, con cui ha stravinto le elezioni presidenziali del 2019 al primo turno, con oltre il 53% dei consensi battendo il presidente uscente Salvador Sánchez Cerén.
Bukele, che si è autodefinito provocatoriamente «il dittatore più cool del mondo», è prima di tutto uno straordinario comunicatore. Lo dicono i numeri: solo su Instagram ha quasi 10 milioni di follower, su X sfiora gli 8 milioni di fan, mentre al suo canale YouTube sono iscritte 525.000 persone. La forza di Bukele? Una sola: mantiene le promesse, che per un uomo politico è cosa rara, anche se nel suo caso i metodi non sono certo convenzionali specie in materia di sicurezza. Ma a quelle latitudini quello che conta è il risultato, specie se persone innocenti vengono ammazzate per strada, vittime di regolamenti di conti tra gang criminali.
Fin dalla sua prima campagna elettorale ha promesso che avrebbe liberato il Paese dalle gang che avevano reso El Salvador la capitale mondiale degli omicidi. Così è stato. Prima ha fatto cacciare funzionari, militari e membri delle forze dell’ordine accusati di collusione con le gang (dei quali in molti casi non si sa più nulla), poi ha siglato un patto d’acciaio con l’esercito e l’intelligence. La sua politica di sicurezza ha portato a una repressione senza precedenti delle gang criminali, con l’arresto di circa 83.000 persone e una drastica riduzione del numero di omicidi. In un’ulteriore dimostrazione della sua politica di tolleranza zero, Nayib Bukele ha fatto costruire il Centro de Confinamiento del Terrorismo. Il governo ha promosso l’inaugurazione del penitenziario avvenuta nel 2023 attraverso video dallo stile accattivante, accompagnati da musica vivace, mostrando al pubblico le dure condizioni di vita all’interno: i pasti sono solo due al giorno, i detenuti dormono su letti metallici senza materasso, vengono spogliati fino alla biancheria intima e costretti a marciare in fila con posture umilianti nei corridoi. Bukele ha voluto marcare una netta rottura con il passato: «Con i governi precedenti, su YouTube si trovavano video girati dalle gang all’interno delle prigioni, con prostitute, droga, feste e spogliarelliste», ha dichiarato. Le immagini della nuova linea dura hanno rapidamente conquistato l’attenzione globale, trasformando Bukele nel leader politico più seguito su TikTok. Il presidente non ha esitato a lanciare avvertimenti pubblici alle organizzazioni criminali: «Se tenteranno di vendicarsi, giuro su Dio che non mangeranno nemmeno un chicco di riso. E vedremo quanto resisteranno».
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca i rapporti tra i due Paesi si sono intensificati proprio in materia di sicurezza, tanto che l’amministrazione Usa pagherà a El Salvador 6 milioni di dollari per incarcerare per un anno circa 300 presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, in uno dei primi casi in cui il Paese centroamericano accoglie migranti dagli Stati Uniti. L’accordo segue le discussioni tra Bukele e il segretario di Stato Marco Rubio in merito all’alloggio dei migranti nella famigerata prigione di El Salvador. Rubio e Bukele hanno discusso i dettagli del nuovo trasferimento che prevede un costo annuale di circa 20.000 dollari per ogni prigioniero ospitato. Un documento del Dipartimento di Stato indica inoltre la possibilità di destinare 15 milioni di dollari a El Salvador per accogliere ulteriori membri della gang. L’operazione è decollata tanto che lo scorso 26 marzo il ministro della Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, è arrivata a El Salvador dove ha incontrato Bukele, con il quale ha dichiarato «di voler discutere l’intensificazione dei voli di deportazione dagli Stati Uniti per i criminali violenti». Nel corso della visita, Noem ha fatto tappa al Centro de Confinamiento del Terrorismo, accompagnata dal ministro della Sicurezza salvadoregno Gustavo Villatoro. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che, lo scorso 15 marzo, già 261 persone sono state portate a El Salvador nonostante il divieto di un giudice federale, di cui 137 ai sensi dell’Alien enemies act.
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Come si fa piazza pulita in uno dei Paesi con il tasso di omicidi più alto al mondo? Autorizzando arresti senza mandato e incitando i cittadini alla delazione. È quanto accaduto nella nazione sudamericana da decenni in balia della criminalità. Oggi le gang sono state debellate, ma chi è sospettato di farne ancora parte (basta un tatuaggio) viene rinchiuso in un immenso centro detentivo, dal quale si esce solo «in orizzontale».Seguitissimo sui social, Bukele si distingue per i metodi brutali. E in cambio di soldi «accoglie» gli immigrati espulsi da Trump.Lo speciale contiene due articoli.Negli anni Ottanta e Novanta, El Salvador è stato profondamente segnato da una sanguinosa guerra civile che ha causato fratture economiche e politiche. Il conflitto costò la vita a circa 70.000 persone e, nonostante la firma di un accordo di pace, le ferite sociali sono rimaste a lungo aperte. Durante quel periodo il Paese fu inondato di armi, molte delle quali circolano ancora oggi, alimentando l’elevata criminalità. Il radicamento della cultura delle gang ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo per decenni El Salvador uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo. Dopo aver dominato per decenni la scena criminale nelle aree urbane di El Salvador, le due principali gang, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18, sono state praticamente smantellate. Tuttavia, questa operazione ha avuto conseguenze significative sul Paese. Circa il 2% della popolazione è finita in carcere, mentre le denunce di violazioni dei diritti umani sono diventate sempre più frequenti. L’approccio durissimo del presidente Nayib Bukele contro la criminalità ha cambiato completamente la vita a El Salvador e oggi, dopo decenni segnati da violenza, paura ed estorsioni, la popolazione ha finalmente la possibilità di circolare liberamente nelle aree precedentemente dominate dalle gang, di godere degli spazi pubblici come i parchi e di uscire in sicurezza anche durante le ore notturne. I dati governativi parlano chiaro: nel 2022 il numero di omicidi si è dimezzato, nel 2023 è crollato di oltre il 70%. Nel 2024, El Salvador ha registrato un tasso di 1,9 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso dell’intera America Latina: una riduzione del 98% in appena 9 anni. «È stata una vittoria schiacciante», ha dichiarato Nayib Bukele. «Abbiamo affrontato un esercito irregolare di 70.000 uomini senza registrare vittime civili». Come accaduto con i suoi predecessori, anche Bukele avrebbe tentato di negoziare una tregua con le organizzazioni criminali. Secondo funzionari statunitensi e registrazioni audio rese pubbliche da media salvadoregni, nei primi mesi della sua presidenza sarebbero avvenuti accordi con le gang MS-13 e Barrio 18, offrendo incentivi economici al fine di mantenere bassi sia gli episodi di violenza sia il numero di omicidi. Tali affermazioni provengono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2021 ha imposto sanzioni a due collaboratori di Bukele coinvolti nella vicenda. Il presidente ha sempre respinto ogni accusa. In ogni caso, se mai c’è stato un patto segreto tra il governo e le organizzazioni criminali, è durato poco perché nel marzo 2022 oltre 87 persone sono state uccise nell’arco di un solo fine settimana, segnando il bilancio più tragico di omicidi dalla conclusione della guerra civile. Questo è stato interpretato come un chiaro segnale rivolto a Bukele da parte delle bande criminali. In risposta agli eventi, il presidente ha messo in atto la sua strategia repressiva. Proclamò uno «stato di eccezione» della durata di 30 giorni, sospendendo il diritto di libera assemblea e autorizzando arresti senza mandato e detenzioni senza processo. L’esercito fu dispiegato nelle aree sotto il controllo delle gang, mentre la polizia effettuava irruzioni nelle abitazioni e perquisizioni approfondite ai danni dei residenti. Numerosi sospetti affiliati alle bande o presunti collaboratori furono arrestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole o per strada. «Arrestavamo oltre 1.000 persone al giorno», ha dichiarato a Time il ministro della Difesa René Merino, che ha però ridimensionato il ruolo delle forze armate in tali operazioni, sottolineando: «Dovevamo agire in modo tale che il rimedio non risultasse peggiore della malattia». Parallelamente, la polizia ha promosso una linea diretta per segnalare presunti «terroristi», invitando la popolazione a denunciare in forma anonima eventuali sospetti affiliati alle gang componendo il numero 123. Tuttavia, secondo diversi avvocati locali, in un clima carico di tensione e timore, si è spesso rivelato difficile distinguere tra veri criminali e giovani innocenti, magari solo tatuati o vestiti con colori associati alle bande. In alcuni casi, le denunce sono state utilizzate per vendette personali, come nel caso di rivalità tra vicini o concorrenze commerciali. Una delle incognite principali per il futuro di El Salvador è se la MS-13 e le due fazioni del Barrio 18 riusciranno a riorganizzarsi, riconquistare territorio e riprendere le attività criminali, come accaduto in passato dopo altre ondate repressive. Al momento, però, questo scenario appare poco probabile nel breve e medio termine. Il governo dispone infatti di solidi strumenti legali per mantenere in carcere migliaia di sospetti affiliati, mentre la minaccia costante dell’arresto scoraggia qualsiasi tentativo di riemersione. Inoltre, il presidente Nayib Bukele gode di un ampio consenso popolare e il supporto di Donald Trump lo mette al riparo da molti problemi, senza dimenticare che Bukele controlla esercito e intelligence, che ora possono contare sulla Cia. All’interno delle gang, la situazione è di stallo. I gruppi sono stati privati del controllo territoriale e delle principali fonti di guadagno, e sembrano ora in una fase di pura sopravvivenza. Anche la capacità di comunicazione tra le diverse cellule si è drasticamente ridotta dall’inizio dello stato d’emergenza. Secondo fonti interne alle gang, intervistate da InSight Crime, molti membri rimasti in libertà sono stati isolati e lasciati a sé stessi. La minaccia di detenzione ha spinto molti membri delle gang, sia attivi che in semi-ritiro (spesso noti come calmados), a cercare rifugio nei Paesi vicini, sfruttando le consolidate rotte migratorie che attraversano l’America centrale e il Messico in direzione degli Stati Uniti. Questi percorsi sono da tempo utilizzati come via di fuga da chi, in El Salvador, si trova nel mirino di campagne di sicurezza o rischia l’arresto. Tuttavia, la repressione portata avanti dal presidente Bukele ha avuto ripercussioni anche oltreconfine: in Paesi come il Guatemala, le forze di polizia anti gang hanno intensificato i controlli alle frontiere, rendendo molto più difficile la fuga per i criminali salvadoregni, che non di rado dopo essere scappati tra le foreste, finiscono nelle celle del Centro de Confinamiento del Terrorismo, la struttura carceraria progettata per ospitare fino a 40.000 detenuti e inaugurata a tempo di record nel 2023, dalla quale si esce solo «in orizzontale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/el-salvador-bukele-2671641820.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-il-dittatore-piu-cool-del-mondo-conquista-gli-usa" data-post-id="2671641820" data-published-at="1743423022" data-use-pagination="False"> Così il «dittatore più cool del mondo» conquista gli Usa Nayib Bukele, 43° presidente di El Salvador, è un imprenditore, giornalista e politico di origini palestinesi che è cresciuto a San Salvador. Bukele, nato il 24 luglio 1981, è il quinto di dieci figli di Armando Bukele Kattán, un facoltoso imprenditore e imam di origine palestinese. Ha frequentato una prestigiosa scuola privata bilingue, restando relativamente protetto dagli orrori della guerra civile che ha colpito il Paese negli anni Ottanta. A soli 18 anni, dopo aver preso le redini delle aziende di famiglia, Nayib Bukele ha deciso di entrare in politica e lo ha fatto in maniera travolgente. Attivo inizialmente nelle file del partito di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), è stato sindaco di Nuevo Cuscatlán nel 2012 e di San Salvador nel 2015. Dopo essere stato espulso dal Fmln nel 2017 per presunte azioni contro l’unità del partito, ha aderito al partito conservatore Gran Alianza por la Unidad Nacional, con cui ha stravinto le elezioni presidenziali del 2019 al primo turno, con oltre il 53% dei consensi battendo il presidente uscente Salvador Sánchez Cerén. Bukele, che si è autodefinito provocatoriamente «il dittatore più cool del mondo», è prima di tutto uno straordinario comunicatore. Lo dicono i numeri: solo su Instagram ha quasi 10 milioni di follower, su X sfiora gli 8 milioni di fan, mentre al suo canale YouTube sono iscritte 525.000 persone. La forza di Bukele? Una sola: mantiene le promesse, che per un uomo politico è cosa rara, anche se nel suo caso i metodi non sono certo convenzionali specie in materia di sicurezza. Ma a quelle latitudini quello che conta è il risultato, specie se persone innocenti vengono ammazzate per strada, vittime di regolamenti di conti tra gang criminali. Fin dalla sua prima campagna elettorale ha promesso che avrebbe liberato il Paese dalle gang che avevano reso El Salvador la capitale mondiale degli omicidi. Così è stato. Prima ha fatto cacciare funzionari, militari e membri delle forze dell’ordine accusati di collusione con le gang (dei quali in molti casi non si sa più nulla), poi ha siglato un patto d’acciaio con l’esercito e l’intelligence. La sua politica di sicurezza ha portato a una repressione senza precedenti delle gang criminali, con l’arresto di circa 83.000 persone e una drastica riduzione del numero di omicidi. In un’ulteriore dimostrazione della sua politica di tolleranza zero, Nayib Bukele ha fatto costruire il Centro de Confinamiento del Terrorismo. Il governo ha promosso l’inaugurazione del penitenziario avvenuta nel 2023 attraverso video dallo stile accattivante, accompagnati da musica vivace, mostrando al pubblico le dure condizioni di vita all’interno: i pasti sono solo due al giorno, i detenuti dormono su letti metallici senza materasso, vengono spogliati fino alla biancheria intima e costretti a marciare in fila con posture umilianti nei corridoi. Bukele ha voluto marcare una netta rottura con il passato: «Con i governi precedenti, su YouTube si trovavano video girati dalle gang all’interno delle prigioni, con prostitute, droga, feste e spogliarelliste», ha dichiarato. Le immagini della nuova linea dura hanno rapidamente conquistato l’attenzione globale, trasformando Bukele nel leader politico più seguito su TikTok. Il presidente non ha esitato a lanciare avvertimenti pubblici alle organizzazioni criminali: «Se tenteranno di vendicarsi, giuro su Dio che non mangeranno nemmeno un chicco di riso. E vedremo quanto resisteranno». Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca i rapporti tra i due Paesi si sono intensificati proprio in materia di sicurezza, tanto che l’amministrazione Usa pagherà a El Salvador 6 milioni di dollari per incarcerare per un anno circa 300 presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, in uno dei primi casi in cui il Paese centroamericano accoglie migranti dagli Stati Uniti. L’accordo segue le discussioni tra Bukele e il segretario di Stato Marco Rubio in merito all’alloggio dei migranti nella famigerata prigione di El Salvador. Rubio e Bukele hanno discusso i dettagli del nuovo trasferimento che prevede un costo annuale di circa 20.000 dollari per ogni prigioniero ospitato. Un documento del Dipartimento di Stato indica inoltre la possibilità di destinare 15 milioni di dollari a El Salvador per accogliere ulteriori membri della gang. L’operazione è decollata tanto che lo scorso 26 marzo il ministro della Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, è arrivata a El Salvador dove ha incontrato Bukele, con il quale ha dichiarato «di voler discutere l’intensificazione dei voli di deportazione dagli Stati Uniti per i criminali violenti». Nel corso della visita, Noem ha fatto tappa al Centro de Confinamiento del Terrorismo, accompagnata dal ministro della Sicurezza salvadoregno Gustavo Villatoro. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che, lo scorso 15 marzo, già 261 persone sono state portate a El Salvador nonostante il divieto di un giudice federale, di cui 137 ai sensi dell’Alien enemies act.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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