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2025-03-31
El Salvador, lo Stato-prigionesi rifà l’immagine col presidente «cool»
Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele (Ansa)
Negli anni Ottanta e Novanta, El Salvador è stato profondamente segnato da una sanguinosa guerra civile che ha causato fratture economiche e politiche. Il conflitto costò la vita a circa 70.000 persone e, nonostante la firma di un accordo di pace, le ferite sociali sono rimaste a lungo aperte. Durante quel periodo il Paese fu inondato di armi, molte delle quali circolano ancora oggi, alimentando l’elevata criminalità. Il radicamento della cultura delle gang ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo per decenni El Salvador uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo.
Dopo aver dominato per decenni la scena criminale nelle aree urbane di El Salvador, le due principali gang, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18, sono state praticamente smantellate. Tuttavia, questa operazione ha avuto conseguenze significative sul Paese. Circa il 2% della popolazione è finita in carcere, mentre le denunce di violazioni dei diritti umani sono diventate sempre più frequenti. L’approccio durissimo del presidente Nayib Bukele contro la criminalità ha cambiato completamente la vita a El Salvador e oggi, dopo decenni segnati da violenza, paura ed estorsioni, la popolazione ha finalmente la possibilità di circolare liberamente nelle aree precedentemente dominate dalle gang, di godere degli spazi pubblici come i parchi e di uscire in sicurezza anche durante le ore notturne. I dati governativi parlano chiaro: nel 2022 il numero di omicidi si è dimezzato, nel 2023 è crollato di oltre il 70%. Nel 2024, El Salvador ha registrato un tasso di 1,9 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso dell’intera America Latina: una riduzione del 98% in appena 9 anni. «È stata una vittoria schiacciante», ha dichiarato Nayib Bukele. «Abbiamo affrontato un esercito irregolare di 70.000 uomini senza registrare vittime civili».
Come accaduto con i suoi predecessori, anche Bukele avrebbe tentato di negoziare una tregua con le organizzazioni criminali. Secondo funzionari statunitensi e registrazioni audio rese pubbliche da media salvadoregni, nei primi mesi della sua presidenza sarebbero avvenuti accordi con le gang MS-13 e Barrio 18, offrendo incentivi economici al fine di mantenere bassi sia gli episodi di violenza sia il numero di omicidi. Tali affermazioni provengono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2021 ha imposto sanzioni a due collaboratori di Bukele coinvolti nella vicenda. Il presidente ha sempre respinto ogni accusa.
In ogni caso, se mai c’è stato un patto segreto tra il governo e le organizzazioni criminali, è durato poco perché nel marzo 2022 oltre 87 persone sono state uccise nell’arco di un solo fine settimana, segnando il bilancio più tragico di omicidi dalla conclusione della guerra civile. Questo è stato interpretato come un chiaro segnale rivolto a Bukele da parte delle bande criminali. In risposta agli eventi, il presidente ha messo in atto la sua strategia repressiva. Proclamò uno «stato di eccezione» della durata di 30 giorni, sospendendo il diritto di libera assemblea e autorizzando arresti senza mandato e detenzioni senza processo. L’esercito fu dispiegato nelle aree sotto il controllo delle gang, mentre la polizia effettuava irruzioni nelle abitazioni e perquisizioni approfondite ai danni dei residenti. Numerosi sospetti affiliati alle bande o presunti collaboratori furono arrestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole o per strada. «Arrestavamo oltre 1.000 persone al giorno», ha dichiarato a Time il ministro della Difesa René Merino, che ha però ridimensionato il ruolo delle forze armate in tali operazioni, sottolineando: «Dovevamo agire in modo tale che il rimedio non risultasse peggiore della malattia». Parallelamente, la polizia ha promosso una linea diretta per segnalare presunti «terroristi», invitando la popolazione a denunciare in forma anonima eventuali sospetti affiliati alle gang componendo il numero 123. Tuttavia, secondo diversi avvocati locali, in un clima carico di tensione e timore, si è spesso rivelato difficile distinguere tra veri criminali e giovani innocenti, magari solo tatuati o vestiti con colori associati alle bande. In alcuni casi, le denunce sono state utilizzate per vendette personali, come nel caso di rivalità tra vicini o concorrenze commerciali.
Una delle incognite principali per il futuro di El Salvador è se la MS-13 e le due fazioni del Barrio 18 riusciranno a riorganizzarsi, riconquistare territorio e riprendere le attività criminali, come accaduto in passato dopo altre ondate repressive. Al momento, però, questo scenario appare poco probabile nel breve e medio termine. Il governo dispone infatti di solidi strumenti legali per mantenere in carcere migliaia di sospetti affiliati, mentre la minaccia costante dell’arresto scoraggia qualsiasi tentativo di riemersione. Inoltre, il presidente Nayib Bukele gode di un ampio consenso popolare e il supporto di Donald Trump lo mette al riparo da molti problemi, senza dimenticare che Bukele controlla esercito e intelligence, che ora possono contare sulla Cia.
All’interno delle gang, la situazione è di stallo. I gruppi sono stati privati del controllo territoriale e delle principali fonti di guadagno, e sembrano ora in una fase di pura sopravvivenza. Anche la capacità di comunicazione tra le diverse cellule si è drasticamente ridotta dall’inizio dello stato d’emergenza. Secondo fonti interne alle gang, intervistate da InSight Crime, molti membri rimasti in libertà sono stati isolati e lasciati a sé stessi. La minaccia di detenzione ha spinto molti membri delle gang, sia attivi che in semi-ritiro (spesso noti come calmados), a cercare rifugio nei Paesi vicini, sfruttando le consolidate rotte migratorie che attraversano l’America centrale e il Messico in direzione degli Stati Uniti. Questi percorsi sono da tempo utilizzati come via di fuga da chi, in El Salvador, si trova nel mirino di campagne di sicurezza o rischia l’arresto. Tuttavia, la repressione portata avanti dal presidente Bukele ha avuto ripercussioni anche oltreconfine: in Paesi come il Guatemala, le forze di polizia anti gang hanno intensificato i controlli alle frontiere, rendendo molto più difficile la fuga per i criminali salvadoregni, che non di rado dopo essere scappati tra le foreste, finiscono nelle celle del Centro de Confinamiento del Terrorismo, la struttura carceraria progettata per ospitare fino a 40.000 detenuti e inaugurata a tempo di record nel 2023, dalla quale si esce solo «in orizzontale».
Così il «dittatore più cool del mondo» conquista gli Usa
Nayib Bukele, 43° presidente di El Salvador, è un imprenditore, giornalista e politico di origini palestinesi che è cresciuto a San Salvador. Bukele, nato il 24 luglio 1981, è il quinto di dieci figli di Armando Bukele Kattán, un facoltoso imprenditore e imam di origine palestinese. Ha frequentato una prestigiosa scuola privata bilingue, restando relativamente protetto dagli orrori della guerra civile che ha colpito il Paese negli anni Ottanta. A soli 18 anni, dopo aver preso le redini delle aziende di famiglia, Nayib Bukele ha deciso di entrare in politica e lo ha fatto in maniera travolgente. Attivo inizialmente nelle file del partito di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), è stato sindaco di Nuevo Cuscatlán nel 2012 e di San Salvador nel 2015. Dopo essere stato espulso dal Fmln nel 2017 per presunte azioni contro l’unità del partito, ha aderito al partito conservatore Gran Alianza por la Unidad Nacional, con cui ha stravinto le elezioni presidenziali del 2019 al primo turno, con oltre il 53% dei consensi battendo il presidente uscente Salvador Sánchez Cerén.
Bukele, che si è autodefinito provocatoriamente «il dittatore più cool del mondo», è prima di tutto uno straordinario comunicatore. Lo dicono i numeri: solo su Instagram ha quasi 10 milioni di follower, su X sfiora gli 8 milioni di fan, mentre al suo canale YouTube sono iscritte 525.000 persone. La forza di Bukele? Una sola: mantiene le promesse, che per un uomo politico è cosa rara, anche se nel suo caso i metodi non sono certo convenzionali specie in materia di sicurezza. Ma a quelle latitudini quello che conta è il risultato, specie se persone innocenti vengono ammazzate per strada, vittime di regolamenti di conti tra gang criminali.
Fin dalla sua prima campagna elettorale ha promesso che avrebbe liberato il Paese dalle gang che avevano reso El Salvador la capitale mondiale degli omicidi. Così è stato. Prima ha fatto cacciare funzionari, militari e membri delle forze dell’ordine accusati di collusione con le gang (dei quali in molti casi non si sa più nulla), poi ha siglato un patto d’acciaio con l’esercito e l’intelligence. La sua politica di sicurezza ha portato a una repressione senza precedenti delle gang criminali, con l’arresto di circa 83.000 persone e una drastica riduzione del numero di omicidi. In un’ulteriore dimostrazione della sua politica di tolleranza zero, Nayib Bukele ha fatto costruire il Centro de Confinamiento del Terrorismo. Il governo ha promosso l’inaugurazione del penitenziario avvenuta nel 2023 attraverso video dallo stile accattivante, accompagnati da musica vivace, mostrando al pubblico le dure condizioni di vita all’interno: i pasti sono solo due al giorno, i detenuti dormono su letti metallici senza materasso, vengono spogliati fino alla biancheria intima e costretti a marciare in fila con posture umilianti nei corridoi. Bukele ha voluto marcare una netta rottura con il passato: «Con i governi precedenti, su YouTube si trovavano video girati dalle gang all’interno delle prigioni, con prostitute, droga, feste e spogliarelliste», ha dichiarato. Le immagini della nuova linea dura hanno rapidamente conquistato l’attenzione globale, trasformando Bukele nel leader politico più seguito su TikTok. Il presidente non ha esitato a lanciare avvertimenti pubblici alle organizzazioni criminali: «Se tenteranno di vendicarsi, giuro su Dio che non mangeranno nemmeno un chicco di riso. E vedremo quanto resisteranno».
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca i rapporti tra i due Paesi si sono intensificati proprio in materia di sicurezza, tanto che l’amministrazione Usa pagherà a El Salvador 6 milioni di dollari per incarcerare per un anno circa 300 presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, in uno dei primi casi in cui il Paese centroamericano accoglie migranti dagli Stati Uniti. L’accordo segue le discussioni tra Bukele e il segretario di Stato Marco Rubio in merito all’alloggio dei migranti nella famigerata prigione di El Salvador. Rubio e Bukele hanno discusso i dettagli del nuovo trasferimento che prevede un costo annuale di circa 20.000 dollari per ogni prigioniero ospitato. Un documento del Dipartimento di Stato indica inoltre la possibilità di destinare 15 milioni di dollari a El Salvador per accogliere ulteriori membri della gang. L’operazione è decollata tanto che lo scorso 26 marzo il ministro della Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, è arrivata a El Salvador dove ha incontrato Bukele, con il quale ha dichiarato «di voler discutere l’intensificazione dei voli di deportazione dagli Stati Uniti per i criminali violenti». Nel corso della visita, Noem ha fatto tappa al Centro de Confinamiento del Terrorismo, accompagnata dal ministro della Sicurezza salvadoregno Gustavo Villatoro. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che, lo scorso 15 marzo, già 261 persone sono state portate a El Salvador nonostante il divieto di un giudice federale, di cui 137 ai sensi dell’Alien enemies act.
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Come si fa piazza pulita in uno dei Paesi con il tasso di omicidi più alto al mondo? Autorizzando arresti senza mandato e incitando i cittadini alla delazione. È quanto accaduto nella nazione sudamericana da decenni in balia della criminalità. Oggi le gang sono state debellate, ma chi è sospettato di farne ancora parte (basta un tatuaggio) viene rinchiuso in un immenso centro detentivo, dal quale si esce solo «in orizzontale».Seguitissimo sui social, Bukele si distingue per i metodi brutali. E in cambio di soldi «accoglie» gli immigrati espulsi da Trump.Lo speciale contiene due articoli.Negli anni Ottanta e Novanta, El Salvador è stato profondamente segnato da una sanguinosa guerra civile che ha causato fratture economiche e politiche. Il conflitto costò la vita a circa 70.000 persone e, nonostante la firma di un accordo di pace, le ferite sociali sono rimaste a lungo aperte. Durante quel periodo il Paese fu inondato di armi, molte delle quali circolano ancora oggi, alimentando l’elevata criminalità. Il radicamento della cultura delle gang ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo per decenni El Salvador uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo. Dopo aver dominato per decenni la scena criminale nelle aree urbane di El Salvador, le due principali gang, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18, sono state praticamente smantellate. Tuttavia, questa operazione ha avuto conseguenze significative sul Paese. Circa il 2% della popolazione è finita in carcere, mentre le denunce di violazioni dei diritti umani sono diventate sempre più frequenti. L’approccio durissimo del presidente Nayib Bukele contro la criminalità ha cambiato completamente la vita a El Salvador e oggi, dopo decenni segnati da violenza, paura ed estorsioni, la popolazione ha finalmente la possibilità di circolare liberamente nelle aree precedentemente dominate dalle gang, di godere degli spazi pubblici come i parchi e di uscire in sicurezza anche durante le ore notturne. I dati governativi parlano chiaro: nel 2022 il numero di omicidi si è dimezzato, nel 2023 è crollato di oltre il 70%. Nel 2024, El Salvador ha registrato un tasso di 1,9 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso dell’intera America Latina: una riduzione del 98% in appena 9 anni. «È stata una vittoria schiacciante», ha dichiarato Nayib Bukele. «Abbiamo affrontato un esercito irregolare di 70.000 uomini senza registrare vittime civili». Come accaduto con i suoi predecessori, anche Bukele avrebbe tentato di negoziare una tregua con le organizzazioni criminali. Secondo funzionari statunitensi e registrazioni audio rese pubbliche da media salvadoregni, nei primi mesi della sua presidenza sarebbero avvenuti accordi con le gang MS-13 e Barrio 18, offrendo incentivi economici al fine di mantenere bassi sia gli episodi di violenza sia il numero di omicidi. Tali affermazioni provengono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2021 ha imposto sanzioni a due collaboratori di Bukele coinvolti nella vicenda. Il presidente ha sempre respinto ogni accusa. In ogni caso, se mai c’è stato un patto segreto tra il governo e le organizzazioni criminali, è durato poco perché nel marzo 2022 oltre 87 persone sono state uccise nell’arco di un solo fine settimana, segnando il bilancio più tragico di omicidi dalla conclusione della guerra civile. Questo è stato interpretato come un chiaro segnale rivolto a Bukele da parte delle bande criminali. In risposta agli eventi, il presidente ha messo in atto la sua strategia repressiva. Proclamò uno «stato di eccezione» della durata di 30 giorni, sospendendo il diritto di libera assemblea e autorizzando arresti senza mandato e detenzioni senza processo. L’esercito fu dispiegato nelle aree sotto il controllo delle gang, mentre la polizia effettuava irruzioni nelle abitazioni e perquisizioni approfondite ai danni dei residenti. Numerosi sospetti affiliati alle bande o presunti collaboratori furono arrestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole o per strada. «Arrestavamo oltre 1.000 persone al giorno», ha dichiarato a Time il ministro della Difesa René Merino, che ha però ridimensionato il ruolo delle forze armate in tali operazioni, sottolineando: «Dovevamo agire in modo tale che il rimedio non risultasse peggiore della malattia». Parallelamente, la polizia ha promosso una linea diretta per segnalare presunti «terroristi», invitando la popolazione a denunciare in forma anonima eventuali sospetti affiliati alle gang componendo il numero 123. Tuttavia, secondo diversi avvocati locali, in un clima carico di tensione e timore, si è spesso rivelato difficile distinguere tra veri criminali e giovani innocenti, magari solo tatuati o vestiti con colori associati alle bande. In alcuni casi, le denunce sono state utilizzate per vendette personali, come nel caso di rivalità tra vicini o concorrenze commerciali. Una delle incognite principali per il futuro di El Salvador è se la MS-13 e le due fazioni del Barrio 18 riusciranno a riorganizzarsi, riconquistare territorio e riprendere le attività criminali, come accaduto in passato dopo altre ondate repressive. Al momento, però, questo scenario appare poco probabile nel breve e medio termine. Il governo dispone infatti di solidi strumenti legali per mantenere in carcere migliaia di sospetti affiliati, mentre la minaccia costante dell’arresto scoraggia qualsiasi tentativo di riemersione. Inoltre, il presidente Nayib Bukele gode di un ampio consenso popolare e il supporto di Donald Trump lo mette al riparo da molti problemi, senza dimenticare che Bukele controlla esercito e intelligence, che ora possono contare sulla Cia. All’interno delle gang, la situazione è di stallo. I gruppi sono stati privati del controllo territoriale e delle principali fonti di guadagno, e sembrano ora in una fase di pura sopravvivenza. Anche la capacità di comunicazione tra le diverse cellule si è drasticamente ridotta dall’inizio dello stato d’emergenza. Secondo fonti interne alle gang, intervistate da InSight Crime, molti membri rimasti in libertà sono stati isolati e lasciati a sé stessi. La minaccia di detenzione ha spinto molti membri delle gang, sia attivi che in semi-ritiro (spesso noti come calmados), a cercare rifugio nei Paesi vicini, sfruttando le consolidate rotte migratorie che attraversano l’America centrale e il Messico in direzione degli Stati Uniti. Questi percorsi sono da tempo utilizzati come via di fuga da chi, in El Salvador, si trova nel mirino di campagne di sicurezza o rischia l’arresto. Tuttavia, la repressione portata avanti dal presidente Bukele ha avuto ripercussioni anche oltreconfine: in Paesi come il Guatemala, le forze di polizia anti gang hanno intensificato i controlli alle frontiere, rendendo molto più difficile la fuga per i criminali salvadoregni, che non di rado dopo essere scappati tra le foreste, finiscono nelle celle del Centro de Confinamiento del Terrorismo, la struttura carceraria progettata per ospitare fino a 40.000 detenuti e inaugurata a tempo di record nel 2023, dalla quale si esce solo «in orizzontale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/el-salvador-bukele-2671641820.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-il-dittatore-piu-cool-del-mondo-conquista-gli-usa" data-post-id="2671641820" data-published-at="1743423022" data-use-pagination="False"> Così il «dittatore più cool del mondo» conquista gli Usa Nayib Bukele, 43° presidente di El Salvador, è un imprenditore, giornalista e politico di origini palestinesi che è cresciuto a San Salvador. Bukele, nato il 24 luglio 1981, è il quinto di dieci figli di Armando Bukele Kattán, un facoltoso imprenditore e imam di origine palestinese. Ha frequentato una prestigiosa scuola privata bilingue, restando relativamente protetto dagli orrori della guerra civile che ha colpito il Paese negli anni Ottanta. A soli 18 anni, dopo aver preso le redini delle aziende di famiglia, Nayib Bukele ha deciso di entrare in politica e lo ha fatto in maniera travolgente. Attivo inizialmente nelle file del partito di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), è stato sindaco di Nuevo Cuscatlán nel 2012 e di San Salvador nel 2015. Dopo essere stato espulso dal Fmln nel 2017 per presunte azioni contro l’unità del partito, ha aderito al partito conservatore Gran Alianza por la Unidad Nacional, con cui ha stravinto le elezioni presidenziali del 2019 al primo turno, con oltre il 53% dei consensi battendo il presidente uscente Salvador Sánchez Cerén. Bukele, che si è autodefinito provocatoriamente «il dittatore più cool del mondo», è prima di tutto uno straordinario comunicatore. Lo dicono i numeri: solo su Instagram ha quasi 10 milioni di follower, su X sfiora gli 8 milioni di fan, mentre al suo canale YouTube sono iscritte 525.000 persone. La forza di Bukele? Una sola: mantiene le promesse, che per un uomo politico è cosa rara, anche se nel suo caso i metodi non sono certo convenzionali specie in materia di sicurezza. Ma a quelle latitudini quello che conta è il risultato, specie se persone innocenti vengono ammazzate per strada, vittime di regolamenti di conti tra gang criminali. Fin dalla sua prima campagna elettorale ha promesso che avrebbe liberato il Paese dalle gang che avevano reso El Salvador la capitale mondiale degli omicidi. Così è stato. Prima ha fatto cacciare funzionari, militari e membri delle forze dell’ordine accusati di collusione con le gang (dei quali in molti casi non si sa più nulla), poi ha siglato un patto d’acciaio con l’esercito e l’intelligence. La sua politica di sicurezza ha portato a una repressione senza precedenti delle gang criminali, con l’arresto di circa 83.000 persone e una drastica riduzione del numero di omicidi. In un’ulteriore dimostrazione della sua politica di tolleranza zero, Nayib Bukele ha fatto costruire il Centro de Confinamiento del Terrorismo. Il governo ha promosso l’inaugurazione del penitenziario avvenuta nel 2023 attraverso video dallo stile accattivante, accompagnati da musica vivace, mostrando al pubblico le dure condizioni di vita all’interno: i pasti sono solo due al giorno, i detenuti dormono su letti metallici senza materasso, vengono spogliati fino alla biancheria intima e costretti a marciare in fila con posture umilianti nei corridoi. Bukele ha voluto marcare una netta rottura con il passato: «Con i governi precedenti, su YouTube si trovavano video girati dalle gang all’interno delle prigioni, con prostitute, droga, feste e spogliarelliste», ha dichiarato. Le immagini della nuova linea dura hanno rapidamente conquistato l’attenzione globale, trasformando Bukele nel leader politico più seguito su TikTok. Il presidente non ha esitato a lanciare avvertimenti pubblici alle organizzazioni criminali: «Se tenteranno di vendicarsi, giuro su Dio che non mangeranno nemmeno un chicco di riso. E vedremo quanto resisteranno». Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca i rapporti tra i due Paesi si sono intensificati proprio in materia di sicurezza, tanto che l’amministrazione Usa pagherà a El Salvador 6 milioni di dollari per incarcerare per un anno circa 300 presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, in uno dei primi casi in cui il Paese centroamericano accoglie migranti dagli Stati Uniti. L’accordo segue le discussioni tra Bukele e il segretario di Stato Marco Rubio in merito all’alloggio dei migranti nella famigerata prigione di El Salvador. Rubio e Bukele hanno discusso i dettagli del nuovo trasferimento che prevede un costo annuale di circa 20.000 dollari per ogni prigioniero ospitato. Un documento del Dipartimento di Stato indica inoltre la possibilità di destinare 15 milioni di dollari a El Salvador per accogliere ulteriori membri della gang. L’operazione è decollata tanto che lo scorso 26 marzo il ministro della Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, è arrivata a El Salvador dove ha incontrato Bukele, con il quale ha dichiarato «di voler discutere l’intensificazione dei voli di deportazione dagli Stati Uniti per i criminali violenti». Nel corso della visita, Noem ha fatto tappa al Centro de Confinamiento del Terrorismo, accompagnata dal ministro della Sicurezza salvadoregno Gustavo Villatoro. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che, lo scorso 15 marzo, già 261 persone sono state portate a El Salvador nonostante il divieto di un giudice federale, di cui 137 ai sensi dell’Alien enemies act.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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