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2025-03-31
El Salvador, lo Stato-prigionesi rifà l’immagine col presidente «cool»
Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele (Ansa)
Negli anni Ottanta e Novanta, El Salvador è stato profondamente segnato da una sanguinosa guerra civile che ha causato fratture economiche e politiche. Il conflitto costò la vita a circa 70.000 persone e, nonostante la firma di un accordo di pace, le ferite sociali sono rimaste a lungo aperte. Durante quel periodo il Paese fu inondato di armi, molte delle quali circolano ancora oggi, alimentando l’elevata criminalità. Il radicamento della cultura delle gang ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo per decenni El Salvador uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo.
Dopo aver dominato per decenni la scena criminale nelle aree urbane di El Salvador, le due principali gang, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18, sono state praticamente smantellate. Tuttavia, questa operazione ha avuto conseguenze significative sul Paese. Circa il 2% della popolazione è finita in carcere, mentre le denunce di violazioni dei diritti umani sono diventate sempre più frequenti. L’approccio durissimo del presidente Nayib Bukele contro la criminalità ha cambiato completamente la vita a El Salvador e oggi, dopo decenni segnati da violenza, paura ed estorsioni, la popolazione ha finalmente la possibilità di circolare liberamente nelle aree precedentemente dominate dalle gang, di godere degli spazi pubblici come i parchi e di uscire in sicurezza anche durante le ore notturne. I dati governativi parlano chiaro: nel 2022 il numero di omicidi si è dimezzato, nel 2023 è crollato di oltre il 70%. Nel 2024, El Salvador ha registrato un tasso di 1,9 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso dell’intera America Latina: una riduzione del 98% in appena 9 anni. «È stata una vittoria schiacciante», ha dichiarato Nayib Bukele. «Abbiamo affrontato un esercito irregolare di 70.000 uomini senza registrare vittime civili».
Come accaduto con i suoi predecessori, anche Bukele avrebbe tentato di negoziare una tregua con le organizzazioni criminali. Secondo funzionari statunitensi e registrazioni audio rese pubbliche da media salvadoregni, nei primi mesi della sua presidenza sarebbero avvenuti accordi con le gang MS-13 e Barrio 18, offrendo incentivi economici al fine di mantenere bassi sia gli episodi di violenza sia il numero di omicidi. Tali affermazioni provengono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2021 ha imposto sanzioni a due collaboratori di Bukele coinvolti nella vicenda. Il presidente ha sempre respinto ogni accusa.
In ogni caso, se mai c’è stato un patto segreto tra il governo e le organizzazioni criminali, è durato poco perché nel marzo 2022 oltre 87 persone sono state uccise nell’arco di un solo fine settimana, segnando il bilancio più tragico di omicidi dalla conclusione della guerra civile. Questo è stato interpretato come un chiaro segnale rivolto a Bukele da parte delle bande criminali. In risposta agli eventi, il presidente ha messo in atto la sua strategia repressiva. Proclamò uno «stato di eccezione» della durata di 30 giorni, sospendendo il diritto di libera assemblea e autorizzando arresti senza mandato e detenzioni senza processo. L’esercito fu dispiegato nelle aree sotto il controllo delle gang, mentre la polizia effettuava irruzioni nelle abitazioni e perquisizioni approfondite ai danni dei residenti. Numerosi sospetti affiliati alle bande o presunti collaboratori furono arrestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole o per strada. «Arrestavamo oltre 1.000 persone al giorno», ha dichiarato a Time il ministro della Difesa René Merino, che ha però ridimensionato il ruolo delle forze armate in tali operazioni, sottolineando: «Dovevamo agire in modo tale che il rimedio non risultasse peggiore della malattia». Parallelamente, la polizia ha promosso una linea diretta per segnalare presunti «terroristi», invitando la popolazione a denunciare in forma anonima eventuali sospetti affiliati alle gang componendo il numero 123. Tuttavia, secondo diversi avvocati locali, in un clima carico di tensione e timore, si è spesso rivelato difficile distinguere tra veri criminali e giovani innocenti, magari solo tatuati o vestiti con colori associati alle bande. In alcuni casi, le denunce sono state utilizzate per vendette personali, come nel caso di rivalità tra vicini o concorrenze commerciali.
Una delle incognite principali per il futuro di El Salvador è se la MS-13 e le due fazioni del Barrio 18 riusciranno a riorganizzarsi, riconquistare territorio e riprendere le attività criminali, come accaduto in passato dopo altre ondate repressive. Al momento, però, questo scenario appare poco probabile nel breve e medio termine. Il governo dispone infatti di solidi strumenti legali per mantenere in carcere migliaia di sospetti affiliati, mentre la minaccia costante dell’arresto scoraggia qualsiasi tentativo di riemersione. Inoltre, il presidente Nayib Bukele gode di un ampio consenso popolare e il supporto di Donald Trump lo mette al riparo da molti problemi, senza dimenticare che Bukele controlla esercito e intelligence, che ora possono contare sulla Cia.
All’interno delle gang, la situazione è di stallo. I gruppi sono stati privati del controllo territoriale e delle principali fonti di guadagno, e sembrano ora in una fase di pura sopravvivenza. Anche la capacità di comunicazione tra le diverse cellule si è drasticamente ridotta dall’inizio dello stato d’emergenza. Secondo fonti interne alle gang, intervistate da InSight Crime, molti membri rimasti in libertà sono stati isolati e lasciati a sé stessi. La minaccia di detenzione ha spinto molti membri delle gang, sia attivi che in semi-ritiro (spesso noti come calmados), a cercare rifugio nei Paesi vicini, sfruttando le consolidate rotte migratorie che attraversano l’America centrale e il Messico in direzione degli Stati Uniti. Questi percorsi sono da tempo utilizzati come via di fuga da chi, in El Salvador, si trova nel mirino di campagne di sicurezza o rischia l’arresto. Tuttavia, la repressione portata avanti dal presidente Bukele ha avuto ripercussioni anche oltreconfine: in Paesi come il Guatemala, le forze di polizia anti gang hanno intensificato i controlli alle frontiere, rendendo molto più difficile la fuga per i criminali salvadoregni, che non di rado dopo essere scappati tra le foreste, finiscono nelle celle del Centro de Confinamiento del Terrorismo, la struttura carceraria progettata per ospitare fino a 40.000 detenuti e inaugurata a tempo di record nel 2023, dalla quale si esce solo «in orizzontale».
Così il «dittatore più cool del mondo» conquista gli Usa
Nayib Bukele, 43° presidente di El Salvador, è un imprenditore, giornalista e politico di origini palestinesi che è cresciuto a San Salvador. Bukele, nato il 24 luglio 1981, è il quinto di dieci figli di Armando Bukele Kattán, un facoltoso imprenditore e imam di origine palestinese. Ha frequentato una prestigiosa scuola privata bilingue, restando relativamente protetto dagli orrori della guerra civile che ha colpito il Paese negli anni Ottanta. A soli 18 anni, dopo aver preso le redini delle aziende di famiglia, Nayib Bukele ha deciso di entrare in politica e lo ha fatto in maniera travolgente. Attivo inizialmente nelle file del partito di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), è stato sindaco di Nuevo Cuscatlán nel 2012 e di San Salvador nel 2015. Dopo essere stato espulso dal Fmln nel 2017 per presunte azioni contro l’unità del partito, ha aderito al partito conservatore Gran Alianza por la Unidad Nacional, con cui ha stravinto le elezioni presidenziali del 2019 al primo turno, con oltre il 53% dei consensi battendo il presidente uscente Salvador Sánchez Cerén.
Bukele, che si è autodefinito provocatoriamente «il dittatore più cool del mondo», è prima di tutto uno straordinario comunicatore. Lo dicono i numeri: solo su Instagram ha quasi 10 milioni di follower, su X sfiora gli 8 milioni di fan, mentre al suo canale YouTube sono iscritte 525.000 persone. La forza di Bukele? Una sola: mantiene le promesse, che per un uomo politico è cosa rara, anche se nel suo caso i metodi non sono certo convenzionali specie in materia di sicurezza. Ma a quelle latitudini quello che conta è il risultato, specie se persone innocenti vengono ammazzate per strada, vittime di regolamenti di conti tra gang criminali.
Fin dalla sua prima campagna elettorale ha promesso che avrebbe liberato il Paese dalle gang che avevano reso El Salvador la capitale mondiale degli omicidi. Così è stato. Prima ha fatto cacciare funzionari, militari e membri delle forze dell’ordine accusati di collusione con le gang (dei quali in molti casi non si sa più nulla), poi ha siglato un patto d’acciaio con l’esercito e l’intelligence. La sua politica di sicurezza ha portato a una repressione senza precedenti delle gang criminali, con l’arresto di circa 83.000 persone e una drastica riduzione del numero di omicidi. In un’ulteriore dimostrazione della sua politica di tolleranza zero, Nayib Bukele ha fatto costruire il Centro de Confinamiento del Terrorismo. Il governo ha promosso l’inaugurazione del penitenziario avvenuta nel 2023 attraverso video dallo stile accattivante, accompagnati da musica vivace, mostrando al pubblico le dure condizioni di vita all’interno: i pasti sono solo due al giorno, i detenuti dormono su letti metallici senza materasso, vengono spogliati fino alla biancheria intima e costretti a marciare in fila con posture umilianti nei corridoi. Bukele ha voluto marcare una netta rottura con il passato: «Con i governi precedenti, su YouTube si trovavano video girati dalle gang all’interno delle prigioni, con prostitute, droga, feste e spogliarelliste», ha dichiarato. Le immagini della nuova linea dura hanno rapidamente conquistato l’attenzione globale, trasformando Bukele nel leader politico più seguito su TikTok. Il presidente non ha esitato a lanciare avvertimenti pubblici alle organizzazioni criminali: «Se tenteranno di vendicarsi, giuro su Dio che non mangeranno nemmeno un chicco di riso. E vedremo quanto resisteranno».
Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca i rapporti tra i due Paesi si sono intensificati proprio in materia di sicurezza, tanto che l’amministrazione Usa pagherà a El Salvador 6 milioni di dollari per incarcerare per un anno circa 300 presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, in uno dei primi casi in cui il Paese centroamericano accoglie migranti dagli Stati Uniti. L’accordo segue le discussioni tra Bukele e il segretario di Stato Marco Rubio in merito all’alloggio dei migranti nella famigerata prigione di El Salvador. Rubio e Bukele hanno discusso i dettagli del nuovo trasferimento che prevede un costo annuale di circa 20.000 dollari per ogni prigioniero ospitato. Un documento del Dipartimento di Stato indica inoltre la possibilità di destinare 15 milioni di dollari a El Salvador per accogliere ulteriori membri della gang. L’operazione è decollata tanto che lo scorso 26 marzo il ministro della Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, è arrivata a El Salvador dove ha incontrato Bukele, con il quale ha dichiarato «di voler discutere l’intensificazione dei voli di deportazione dagli Stati Uniti per i criminali violenti». Nel corso della visita, Noem ha fatto tappa al Centro de Confinamiento del Terrorismo, accompagnata dal ministro della Sicurezza salvadoregno Gustavo Villatoro. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che, lo scorso 15 marzo, già 261 persone sono state portate a El Salvador nonostante il divieto di un giudice federale, di cui 137 ai sensi dell’Alien enemies act.
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Come si fa piazza pulita in uno dei Paesi con il tasso di omicidi più alto al mondo? Autorizzando arresti senza mandato e incitando i cittadini alla delazione. È quanto accaduto nella nazione sudamericana da decenni in balia della criminalità. Oggi le gang sono state debellate, ma chi è sospettato di farne ancora parte (basta un tatuaggio) viene rinchiuso in un immenso centro detentivo, dal quale si esce solo «in orizzontale».Seguitissimo sui social, Bukele si distingue per i metodi brutali. E in cambio di soldi «accoglie» gli immigrati espulsi da Trump.Lo speciale contiene due articoli.Negli anni Ottanta e Novanta, El Salvador è stato profondamente segnato da una sanguinosa guerra civile che ha causato fratture economiche e politiche. Il conflitto costò la vita a circa 70.000 persone e, nonostante la firma di un accordo di pace, le ferite sociali sono rimaste a lungo aperte. Durante quel periodo il Paese fu inondato di armi, molte delle quali circolano ancora oggi, alimentando l’elevata criminalità. Il radicamento della cultura delle gang ha aggravato ulteriormente la situazione, rendendo per decenni El Salvador uno dei Paesi con il più alto tasso di omicidi al mondo. Dopo aver dominato per decenni la scena criminale nelle aree urbane di El Salvador, le due principali gang, la Mara Salvatrucha (MS-13) e il Barrio 18, sono state praticamente smantellate. Tuttavia, questa operazione ha avuto conseguenze significative sul Paese. Circa il 2% della popolazione è finita in carcere, mentre le denunce di violazioni dei diritti umani sono diventate sempre più frequenti. L’approccio durissimo del presidente Nayib Bukele contro la criminalità ha cambiato completamente la vita a El Salvador e oggi, dopo decenni segnati da violenza, paura ed estorsioni, la popolazione ha finalmente la possibilità di circolare liberamente nelle aree precedentemente dominate dalle gang, di godere degli spazi pubblici come i parchi e di uscire in sicurezza anche durante le ore notturne. I dati governativi parlano chiaro: nel 2022 il numero di omicidi si è dimezzato, nel 2023 è crollato di oltre il 70%. Nel 2024, El Salvador ha registrato un tasso di 1,9 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso dell’intera America Latina: una riduzione del 98% in appena 9 anni. «È stata una vittoria schiacciante», ha dichiarato Nayib Bukele. «Abbiamo affrontato un esercito irregolare di 70.000 uomini senza registrare vittime civili». Come accaduto con i suoi predecessori, anche Bukele avrebbe tentato di negoziare una tregua con le organizzazioni criminali. Secondo funzionari statunitensi e registrazioni audio rese pubbliche da media salvadoregni, nei primi mesi della sua presidenza sarebbero avvenuti accordi con le gang MS-13 e Barrio 18, offrendo incentivi economici al fine di mantenere bassi sia gli episodi di violenza sia il numero di omicidi. Tali affermazioni provengono dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che nel 2021 ha imposto sanzioni a due collaboratori di Bukele coinvolti nella vicenda. Il presidente ha sempre respinto ogni accusa. In ogni caso, se mai c’è stato un patto segreto tra il governo e le organizzazioni criminali, è durato poco perché nel marzo 2022 oltre 87 persone sono state uccise nell’arco di un solo fine settimana, segnando il bilancio più tragico di omicidi dalla conclusione della guerra civile. Questo è stato interpretato come un chiaro segnale rivolto a Bukele da parte delle bande criminali. In risposta agli eventi, il presidente ha messo in atto la sua strategia repressiva. Proclamò uno «stato di eccezione» della durata di 30 giorni, sospendendo il diritto di libera assemblea e autorizzando arresti senza mandato e detenzioni senza processo. L’esercito fu dispiegato nelle aree sotto il controllo delle gang, mentre la polizia effettuava irruzioni nelle abitazioni e perquisizioni approfondite ai danni dei residenti. Numerosi sospetti affiliati alle bande o presunti collaboratori furono arrestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole o per strada. «Arrestavamo oltre 1.000 persone al giorno», ha dichiarato a Time il ministro della Difesa René Merino, che ha però ridimensionato il ruolo delle forze armate in tali operazioni, sottolineando: «Dovevamo agire in modo tale che il rimedio non risultasse peggiore della malattia». Parallelamente, la polizia ha promosso una linea diretta per segnalare presunti «terroristi», invitando la popolazione a denunciare in forma anonima eventuali sospetti affiliati alle gang componendo il numero 123. Tuttavia, secondo diversi avvocati locali, in un clima carico di tensione e timore, si è spesso rivelato difficile distinguere tra veri criminali e giovani innocenti, magari solo tatuati o vestiti con colori associati alle bande. In alcuni casi, le denunce sono state utilizzate per vendette personali, come nel caso di rivalità tra vicini o concorrenze commerciali. Una delle incognite principali per il futuro di El Salvador è se la MS-13 e le due fazioni del Barrio 18 riusciranno a riorganizzarsi, riconquistare territorio e riprendere le attività criminali, come accaduto in passato dopo altre ondate repressive. Al momento, però, questo scenario appare poco probabile nel breve e medio termine. Il governo dispone infatti di solidi strumenti legali per mantenere in carcere migliaia di sospetti affiliati, mentre la minaccia costante dell’arresto scoraggia qualsiasi tentativo di riemersione. Inoltre, il presidente Nayib Bukele gode di un ampio consenso popolare e il supporto di Donald Trump lo mette al riparo da molti problemi, senza dimenticare che Bukele controlla esercito e intelligence, che ora possono contare sulla Cia. All’interno delle gang, la situazione è di stallo. I gruppi sono stati privati del controllo territoriale e delle principali fonti di guadagno, e sembrano ora in una fase di pura sopravvivenza. Anche la capacità di comunicazione tra le diverse cellule si è drasticamente ridotta dall’inizio dello stato d’emergenza. Secondo fonti interne alle gang, intervistate da InSight Crime, molti membri rimasti in libertà sono stati isolati e lasciati a sé stessi. La minaccia di detenzione ha spinto molti membri delle gang, sia attivi che in semi-ritiro (spesso noti come calmados), a cercare rifugio nei Paesi vicini, sfruttando le consolidate rotte migratorie che attraversano l’America centrale e il Messico in direzione degli Stati Uniti. Questi percorsi sono da tempo utilizzati come via di fuga da chi, in El Salvador, si trova nel mirino di campagne di sicurezza o rischia l’arresto. Tuttavia, la repressione portata avanti dal presidente Bukele ha avuto ripercussioni anche oltreconfine: in Paesi come il Guatemala, le forze di polizia anti gang hanno intensificato i controlli alle frontiere, rendendo molto più difficile la fuga per i criminali salvadoregni, che non di rado dopo essere scappati tra le foreste, finiscono nelle celle del Centro de Confinamiento del Terrorismo, la struttura carceraria progettata per ospitare fino a 40.000 detenuti e inaugurata a tempo di record nel 2023, dalla quale si esce solo «in orizzontale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/el-salvador-bukele-2671641820.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-il-dittatore-piu-cool-del-mondo-conquista-gli-usa" data-post-id="2671641820" data-published-at="1743423022" data-use-pagination="False"> Così il «dittatore più cool del mondo» conquista gli Usa Nayib Bukele, 43° presidente di El Salvador, è un imprenditore, giornalista e politico di origini palestinesi che è cresciuto a San Salvador. Bukele, nato il 24 luglio 1981, è il quinto di dieci figli di Armando Bukele Kattán, un facoltoso imprenditore e imam di origine palestinese. Ha frequentato una prestigiosa scuola privata bilingue, restando relativamente protetto dagli orrori della guerra civile che ha colpito il Paese negli anni Ottanta. A soli 18 anni, dopo aver preso le redini delle aziende di famiglia, Nayib Bukele ha deciso di entrare in politica e lo ha fatto in maniera travolgente. Attivo inizialmente nelle file del partito di sinistra Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmln), è stato sindaco di Nuevo Cuscatlán nel 2012 e di San Salvador nel 2015. Dopo essere stato espulso dal Fmln nel 2017 per presunte azioni contro l’unità del partito, ha aderito al partito conservatore Gran Alianza por la Unidad Nacional, con cui ha stravinto le elezioni presidenziali del 2019 al primo turno, con oltre il 53% dei consensi battendo il presidente uscente Salvador Sánchez Cerén. Bukele, che si è autodefinito provocatoriamente «il dittatore più cool del mondo», è prima di tutto uno straordinario comunicatore. Lo dicono i numeri: solo su Instagram ha quasi 10 milioni di follower, su X sfiora gli 8 milioni di fan, mentre al suo canale YouTube sono iscritte 525.000 persone. La forza di Bukele? Una sola: mantiene le promesse, che per un uomo politico è cosa rara, anche se nel suo caso i metodi non sono certo convenzionali specie in materia di sicurezza. Ma a quelle latitudini quello che conta è il risultato, specie se persone innocenti vengono ammazzate per strada, vittime di regolamenti di conti tra gang criminali. Fin dalla sua prima campagna elettorale ha promesso che avrebbe liberato il Paese dalle gang che avevano reso El Salvador la capitale mondiale degli omicidi. Così è stato. Prima ha fatto cacciare funzionari, militari e membri delle forze dell’ordine accusati di collusione con le gang (dei quali in molti casi non si sa più nulla), poi ha siglato un patto d’acciaio con l’esercito e l’intelligence. La sua politica di sicurezza ha portato a una repressione senza precedenti delle gang criminali, con l’arresto di circa 83.000 persone e una drastica riduzione del numero di omicidi. In un’ulteriore dimostrazione della sua politica di tolleranza zero, Nayib Bukele ha fatto costruire il Centro de Confinamiento del Terrorismo. Il governo ha promosso l’inaugurazione del penitenziario avvenuta nel 2023 attraverso video dallo stile accattivante, accompagnati da musica vivace, mostrando al pubblico le dure condizioni di vita all’interno: i pasti sono solo due al giorno, i detenuti dormono su letti metallici senza materasso, vengono spogliati fino alla biancheria intima e costretti a marciare in fila con posture umilianti nei corridoi. Bukele ha voluto marcare una netta rottura con il passato: «Con i governi precedenti, su YouTube si trovavano video girati dalle gang all’interno delle prigioni, con prostitute, droga, feste e spogliarelliste», ha dichiarato. Le immagini della nuova linea dura hanno rapidamente conquistato l’attenzione globale, trasformando Bukele nel leader politico più seguito su TikTok. Il presidente non ha esitato a lanciare avvertimenti pubblici alle organizzazioni criminali: «Se tenteranno di vendicarsi, giuro su Dio che non mangeranno nemmeno un chicco di riso. E vedremo quanto resisteranno». Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca i rapporti tra i due Paesi si sono intensificati proprio in materia di sicurezza, tanto che l’amministrazione Usa pagherà a El Salvador 6 milioni di dollari per incarcerare per un anno circa 300 presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, in uno dei primi casi in cui il Paese centroamericano accoglie migranti dagli Stati Uniti. L’accordo segue le discussioni tra Bukele e il segretario di Stato Marco Rubio in merito all’alloggio dei migranti nella famigerata prigione di El Salvador. Rubio e Bukele hanno discusso i dettagli del nuovo trasferimento che prevede un costo annuale di circa 20.000 dollari per ogni prigioniero ospitato. Un documento del Dipartimento di Stato indica inoltre la possibilità di destinare 15 milioni di dollari a El Salvador per accogliere ulteriori membri della gang. L’operazione è decollata tanto che lo scorso 26 marzo il ministro della Sicurezza interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, è arrivata a El Salvador dove ha incontrato Bukele, con il quale ha dichiarato «di voler discutere l’intensificazione dei voli di deportazione dagli Stati Uniti per i criminali violenti». Nel corso della visita, Noem ha fatto tappa al Centro de Confinamiento del Terrorismo, accompagnata dal ministro della Sicurezza salvadoregno Gustavo Villatoro. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che, lo scorso 15 marzo, già 261 persone sono state portate a El Salvador nonostante il divieto di un giudice federale, di cui 137 ai sensi dell’Alien enemies act.
Il tribunale dei minori de L'Aquila (Ansa)
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
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Giorgia Meloni e Donald Trump a Sharm el Sheikh nell'ottobre 2025 (Ansa)
Il premier spagnolo Pedro Sánchez dice che non concederà le basi militari agli americani, che peraltro non gliele avevano chieste perché Madrid non ne ha di condivise? Qualche onorevole si sveglia la mattina e chiede a Giorgia Meloni di fare altrettanto anche se l’Italia ha da sempre accolto sul suo territorio distaccamenti di forze degli Stati Uniti. Il premier inglese nicchia nel concedere atterraggi e partenze dei caccia dell’aviazione americana dagli aeroporti gestiti dalla Raf di sua maestà britannica? Anche se poi Keir Starmer ha fatto marcia indietro, l’opposizione chiede che il capo del nostro governo faccia altrettanto.
L’ultima uscita è di ieri. Siccome una giornalista del Corriere della Sera ha raggiunto al telefono il presidente americano Donald Trump e gli ha strappato qualche frase, tra cui un paio in cui elogia Giorgia Meloni e l’Italia, il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, ha preso cappello. «Quella di Trump è un’affermazione grave e inquietante. Il presidente del Consiglio deve smentire. Gli italiani hanno diritto di sapere la verità». E che ha detto di tanto grave l’inquilino della Casa Bianca per meritare Meloni una così vibrata ingiunzione a chiarire? Niente di che. Rispondendo a Viviana Mazza, il presidente americano ha detto non solo di amare l’Italia, ma che il premier è un ottimo leader aggiungendo, a proposito dell’invio di una nave a difesa di Cipro dopo l’attacco subito da parte iraniana, che Giorgia Meloni «cerca sempre di aiutare. È una mia amica». Ebbene, che cosa c’è da smentire? Il capo del governo deve dire di non essere un’ottima leader? Oppure deve negare di essere amica di Trump? Che cosa ha fatto agitare Provenzano e compagni? La frase in cui il presidente americano dice che il capo del nostro governo è «sempre pronto ad aiutare»? E che cosa c’è di male? Per far contento il Pd, Trump doveva sostenere che Meloni si mette sempre di traverso e ostacola ogni cosa?
Ovviamente mi è ben chiaro perché a sinistra si agitano. A loro farebbe piacere che il governo impedisse decolli e atterraggi dei velivoli americani dalle basi disseminate lungo la Penisola anche se, al momento, non risulta che aerei partiti da Aviano o da Sigonella abbiano bombardato l’Iran. Anzi, se fosse possibile reclamerebbero la chiusura di tutte le basi, da Vicenza a Livorno, così da prendere le distanze dallo Zio Sam. Peccato che aeroporti e centri operativi in cui sono di stanza truppe americane esistano da decenni e che nel passato nessuno degli esponenti del Pd che si sono succeduti al governo si sia mai posto il problema di limitare l’operatività militare degli Stati Uniti sul territorio italiano. Anzi, quando Massimo D’Alema era a Palazzo Chigi, la agevolò. Ho ricordato nei giorni scorsi di quando i Tornado italiani, insieme a quelli americani e tedeschi, bombardarono Belgrado. All’epoca nessuno si indignò per l’uso e l’abuso (il Parlamento non ne sapeva nulla) delle basi americane in Italia. E nessuno chiese a D’Alema di smentire ciò che disse il suo ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio, il quale, con una lettera al Corriere, chiarì che il governo presieduto per la prima volta da un ex comunista era nato proprio per consentire all’Alleanza atlantica di intervenire in Kosovo, cioè di bombardare la Serbia. Romano Prodi si era dimesso, ma non si poteva andare a nuove elezioni perché c’era da fare la guerra (senza dirlo agli italiani).
Queste sì erano dichiarazioni gravi e inquietanti, per usare le parole di Provenzano. Ma all’epoca nessuno a sinistra fiatò. Forse per la troppa vergogna. Che adesso evidentemente i compagni non conoscono.
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(IStock)
Se fosse così saremmo in presenza di un balzo da record delle quotazioni dell’oro nero, che spingeranno alle stelle benzina e diesel oltre i 2 euro lungo le nostre strade. «Pensavamo che i prezzi del petrolio sarebbero saliti, e così è stato. Poi ci sarà il down. Scenderanno molto velocemente», ha spiegato ieri Donald Trump ai giornalisti. Quando scenderanno però? La guerra nel Golfo continua, lo stretto di Hormuz non sarà riattraversato a breve dalle navi occidentali, nel mentre i Paesi che vivono di greggio riducono l’estrazione.
La produzione di petrolio in Iraq è diminuita di 3 milioni di barili al giorno: precisamente è scesa da 4,3 milioni di barili al giorno a 1,3 milioni di barili al giorno. Sabato anche il Kuwait ha confermato ufficialmente di aver tagliato la produzione e, prima della guerra, l’emirato produceva circa 2,8 milioni di barili di petrolio al giorno...
Gli americani in realtà non dovrebbero soffrire molto da questo calo di produzione ed esportazioni di greggio. La dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio del Golfo non è mai stata così bassa: le importazioni statunitensi sono scese a circa 500.000 barili al giorno, quasi al livello più basso mai registrato. Gli acquisti da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar sono diminuiti di 2,5 milioni di barili al giorno dal picco del 2003. Solo 9 anni fa, gli Stati Uniti ricevevano circa 2 milioni di barili al giorno dalla regione. L’attuale livello delle importazioni è ora superiore solo allo shock pandemico del 2020 e al minimo degli anni ‘80. Nel frattempo, la produzione di greggio degli Stati Uniti si attesta a circa 13,7 milioni di barili al giorno, quasi al massimo storico, con un aumento del +145% dal 2003.
Sta male soprattutto l’Asia: la Cina che dipende dalle esportazioni iraniane, l’India che beneficerà del greggio russo sanzionato grazie all’intercessione degli Usa, e pure la Corea del Sud che ha visto la propria Borsa precipitare la scorsa settimana a causa proprio dello choc energetico al punto che, per la prima volta dal 1997, Seul sta valutando l’ipotesi di imporre un tetto al prezzo del petrolio.
E poi c’è l’incubo gas, il cui prezzo in Europa è praticamente raddoppiato. Secondo una nota di Bernstein, l’interruzione delle spedizioni di Gnl (gas liquefatto) dal Qatar e le interruzioni nello Stretto di Hormuz ha però fatto salire ancora di più le quotazioni in Asia. E in tutto ciò gli analisti affermano che gli Stati Uniti potrebbero avere una capacità limitata di aumentare significativamente la fornitura di Gnl all’Europa nel breve termine. Bernstein osserva che i terminali di esportazione di gas Usa stanno già operando quasi a piena capacità, con volumi di esportazione recenti pari a circa il 94% della capacità di picco, lasciando poco spazio per incrementare ulteriormente le spedizioni.
Invece di aumentare la produzione, gli Stati Uniti potrebbero solo reindirizzare i carichi esistenti verso l’Europa che però sta attualmente perdendo questa guerra di offerte con gli asiatici, proprio perché i prezzi del Gnl in Oriente sono aumentati drasticamente, creando uno spread che rende più redditizio per le navi dirigersi verso i mercati asiatici piuttosto che verso l'Europa.
Bernstein stima che i prezzi del gas europeo potrebbero dover aumentare di un altro 40-50% per attrarre sufficienti carichi di Gnl statunitense dall'Asia, se l’interruzione delle esportazioni del Qatar dovesse durare diversi mesi.
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(Ansa)
Vivere nel bosco senza televisione, senza tablet e senza bagno è talmente grave che i giudici decidono prima di mandare tre bambini e la loro mamma, senza papà, in una «attrezzata» casa famiglia. Ma poi, visto che la mamma non è «collaborativa» e che i bambini sono diventati «aggressivi», sempre i giudici decidono di separare nuovamente il nucleo familiare rimandando la madre dal marito e spedendo i tre piccoli in un’altra casa famiglia. Più lontana, così che vedere i bambini diventa oltremodo più difficoltoso.
Hanno, invece, più vita facile figli e genitori rom anche se vanno in macchina senza patente e ammazzano una donna mentre fuggono dalle forze dell’ordine. L’incredibile e inquietante fatto di cronaca raccontato ieri sera da Fuori dal coro, la trasmissione di Rete 4 condotta da Mario Giordano, è successo a Modena. La scorsa settimana quattro giovani rom a bordo di un’auto in fuga dai carabinieri hanno travolto il veicolo su cui viaggiavano madre e figlia che erano praticamente arrivate a due passi dal casa. A causa dell’alta velocità della macchina condotta dai giovani balordi, nel violento impatto è rimasta uccisa Antonietta Berselli, di 89 anni. Il ventenne alla guida di un’Alfa Romeo era senza patente e quando ha visto i carabinieri è scappato contromano a folle velocità. Subito dopo l’impatto, i quattro rom erano scappati a piedi per rientrare nel campo abusivo in località San Matteo, alle porte della città, dove da un decennio un gruppo di famiglie stazionavano con le loro roulotte sotto il ponte della Tav. Il giovane al volante è stato poi arrestato, un altro si è costituito mentre gli altri due a bordo della vettura sono stati riaffidati alle famiglie.
Ed ecco il punto ben evidenziato dalla troupe di Mediaset. Il ventenne alla guida è andato in carcere mentre uno dei due riconsegnati alle famiglie è il fratello minorenne. Ma a quale famiglia, visto che anche il padre è in galera da alcuni anni per un reato che la moglie definisce «una cosa riservata nostra»? La madre, inoltre, ha altri quattro figli a cui badare mentre si dice «dispiaciuta» per la morte dell’anziana ma non sa se è vero, come dicono i carabinieri, che il figlio non ha la patente e che lui «non sa guidare». Del resto il ragazzino, che non frequenta una scuola da anni, all’inizio del servizio televisivo neanche dice che l’arrestato è il fratello ma afferma, invece, che è «normale scappare dai carabinieri, come fanno tutti» e manda a quel paese l’Italia e tutti gli italiani. Ma tant’è, lui e un altro amico sono tornati in famiglia e chissà se nel campo abusivo degradato quanto basta c’è l’acqua corrente e il bagno che mancano alla famiglia del bosco… Epperò c’è stata una svolta arrivata dopo la tragedia, lo smantellamento del campo perché, come detto dal sindaco Massimo Mezzetti, «occorre ripristinare la legalità e chi sbaglia deve pagare». Infatti la polizia locale insieme ai servizi sociali, hanno provveduto con i carro attrezzi a rimuovere roulotte e camper dove vivevano due famiglie. Una condizione ai margini della legalità alla quale si sommava lo stato di assoluto degrado dall’altra parte della strada, diventata una discarica a cielo aperto.
Il giudice, però, aveva scelto quel campo abusivo come domicilio per gli arresti domiciliari di uno dei componenti della famiglia. E così senza nuocere ai minorenni, anche se delinquenti, il nucleo famigliare è stato spostato presso la parrocchia di San Pancrazio, sempre nel Modenese. Una decisione che non era stata comunicata al parroco don Damiano che, contrariato ora chiede spiegazioni a Comune e diocesi in merito a tempi, spese e organizzazione: «Eravamo ignari di tutto. Vorremmo sapere per quanto tempo queste persone rimarranno qua, a chi spetteranno le spese per le utenze, chi si farà garante del decoro dell’area».
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