E ora il premier dà anche l’ultimatum al Senato
Maria Elisabetta Alberti Casellati (Imagoeconomica)
La lettera: «Ddl Concorrenza da approvare entro maggio». Giorgia Meloni: «La fiducia è un fatto molto grave».

Una nota di agenzia – apparentemente scarna e freddamente fattuale – testimonia bene la «naturalezza» con cui la politica e le istituzioni italiane si sono ormai abituate allo stravolgimento dello spirito e della lettera della Costituzione. Recita il lancio, diffuso ieri: «Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha scritto una lettera al presidente del Senato in cui chiede tra l’altro che il ddl Concorrenza venga approvato entro maggio. Elisabetta Casellati, appena ricevuta la lettera, l’ha letta e poi girata al presidente della decima commissione di Palazzo Madama e a tutti i capigruppo. I contenuti della missiva saranno oggetto di discussione alla prossima Conferenza dei capigruppo che si terrà martedì prossimo alle 15».

Un lettore distratto potrebbe trarne la conferma del fatto che il premier sia in grado di scrivere e il presidente del Senato sia a sua volta in grado di leggere (notizie indubbiamente rassicuranti), come pure – si presume – il presidente della commissione Industria (presso la quale il ddl in questione è incardinato) e la Conferenza dei capigruppo. Ironia a parte, nessuno può certo vietare al capo del governo di scrivere al Parlamento per «chiedere»: il problema – c’è da temere – è che ben difficilmente riceverà la risposta che una simile lettera richiederebbe.

Il disegno di legge sulla concorrenza, per quanto presentato dal governo (tecnicamente si dice: è di iniziativa governativa), è quella che viene chiamata una «legge delega», si tratta cioè di una legge con cui, sulla base dell’art. 76 della Costituzione, il Parlamento delega il governo a normare attraverso decreti (detti: «legislativi» o «delegati»). Ma poiché, in linea generale, la funzione legislativa spetta alle Camere, quando invece scatta questa delega a favore dell’esecutivo, il Parlamento può conferirla al governo indicando la materia (cioè il tema su cui normare), i princìpi e criteri direttivi a cui attenersi, e i tempi entro cui la delega può essere esercitata. In altre parole: è il Parlamento a dover indicare al governo il «cosa», il «come» e il «quando», non il contrario.

Ormai, invece (qualcosa del genere stava per avvenire pure sulla delega fiscale), siamo in una specie di mondo alla rovescia in cui il governo pretende di dettare al Parlamento anche i tempi, oltre che i contenuti della delega, e magari minaccia pure l’uso della fiducia, tanto per comprimere ancora – agitando quella frusta – l’autonomia delle Camere. Camere che – beninteso – meritano di essere umiliate, se, anziché rivendicare le proprie prerogative, corrono a rispondere «signorsì».

Nella sua missiva, Draghi entra addirittura nei dettagli del calendario della commissione: «La commissione ha fissato il termine per emendamenti e sub emendamenti fra il 14 e 17 marzo scorso. Ma ad oggi malgrado numerose riunioni con le forze parlamentari le operazioni di voto non risultano effettivamente iniziate». Situazione curiosa: il presidente del Consiglio che si propone come censore e supervisore dei lavori di una commissione. Sarà bene ricordarlo quando qualcuno, in ogni sede istituzionale, ci ripeterà la giaculatoria della «centralità del Parlamento».

Passando dal metodo al merito, l’iniziativa di Draghi resta comunque sconcertante: a chi se non alla sua maggioranza toccherebbe trovare un’intesa politica sui nodi della legge? Perché dare populisticamente l’idea (come si vede, anche la tecnocrazia può avere esiti populisti) che ci sia una sorta di inefficienza del Parlamento quando il nodo è politico?

Dal fronte dei partiti, Matteo Salvini ha fatto sapere che sul ddl Concorrenza «troveremo un accordo così come sul catasto. Penso che l’accordo sia a portata di mano, anche senza la fiducia». Quanto a Silvio Berlusconi, interpellato sulla possibilità di una soluzione, ha risposto: «Spero di sì. Dobbiamo proteggere gli imprenditori che partecipando alle gare perdessero il valore dell’azienda e rimborsarli. Volevamo un po’ più di tempo ma ci sono giorni sufficienti, se dall’altra parte ci sarà razionalità e buon senso». Sempre da Fi, Maurizio Gasparri suggerisce di dedicare le riunioni straordinarie del cdm «a cose più gravi», mentre (dalla delegazione governativa) Renato Brunetta ha sostenuto che «non si va alla crisi di governo per qualche limatura sul decreto Concorrenza». Dall’opposizione, Giorgia Meloni è stata durissima: «Draghi dovrebbe spiegarci le ragioni di questa imposizione: stiamo parlando di espropriare 30.000 aziende. Dai documenti di governo questa roba non c’è nel Pnrr. Se il governo si è impegnato a svendere le nostre aziende balneari, dovrebbe spiegarlo agli italiani».

Resta la sensazione di una tela logorata, di una fragilità complessiva della compagine di governo. Le veline di Palazzo Chigi vorrebbero accreditare (e alcuni commentatori diligentemente rilanciano) l’idea di un Draghi che batte i pugni sul tavolo, che rimette in riga una maggioranza riottosa, addirittura agitando lo spauracchio delle dimissioni. Ma tutto ciò trasmette più un senso di debolezza che di forza. Davvero qualcuno pensa di poter andare avanti così per altri 10-11 mesi (se davvero fosse confermato che le politiche si terranno solo a maggio del 2023)? E davvero qualcuno pensa che, con una guerra in corso, gioverebbe alla credibilità mondiale di Super Mario lasciare la barca su un tema come quello dei balneari?

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