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2020-12-18
E l’Oms indottrina i suoi funzionari. «Niente critiche al governo di Roma»
Hans Kluge (Serhat Cagdas/Anadolu Agency via Getty Images)
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell'Oms, a gennaio 2020 ringraziava il governo cinese per la sua «trasparenza» sul coronavirus. Ecco, se il modello è la Repubblica popolare, non stupisce poi tanto l'atteggiamento adottato dall'Organizzazione mondiale della sanità riguardo al report sulla gestione italiana della pandemia poi censurato. Sulla questione, tutti tengono le bocche cucite o, peggio, quando parlano raccontano bugie. Ranieri Guerra, accusato di essere il mandante della censura, da giorni fornisce ricostruzioni ogni volta differenti. A un certo punto sembrava che l'Oms fosse in procinto di silurarlo, ma è ancora al suo posto. Di più: sembra l'Oms si sia in qualche modo appiattita sulla sua linea, arrivando a fornire ai giornalisti risposte preconfezionate sul piano pandemico. Su Health policy watch, Elaine Ruth Fletcher e Nicoletta Dentico hanno rivelato che l'Oms ha distribuito al suo staff delle linee guida per schivare le domande scomode dei cronisti sulla vicenda. Il documento, marcato in rosso con la dicitura «Internal - do not share» («Interno - non condividere»), s'intitola, appunto, Reactive Q&A in case of media questions (Domande e risposte reattive in caso di quesiti da parte dei media). In sostanza è una velina a cui tutti i dipendenti si devono attenere quando parlano con i media.
La direttiva di partenza punta a sminuire la qualità della relazione sull'Italia curata da Francesco Zambon: l'Oms sostiene di averla ritirata dopo aver «trovato alcune inesattezze fattuali legate alla cronologia della pandemia - e poiché i dati non sono stati accuratamente verificati». Insomma, nessuna pressione da parte di Guerra, nessun tentativo di risparmiare al ministro Roberto Speranza e al governo italiano un grande imbarazzo. Come abbiamo scritto, tuttavia, i famosi «errori» resta ancora da chiarire quali siano, tanto più che la catena di controllo interna dell'Oms aveva approvato il report di Zambon prima di pubblicarlo.
Il manualetto dell'insabbiamento prosegue esaminando una questione spinosa: l'Oms ha in qualche modo «coperto» il governo italiano? Ai membri dello staff dell'organizzazione viene detto di negare tutto e di rispondere così: «L'Oms intraprende regolarmente franche e dirette comunicazioni con i governi», senza «paura di rappresaglie o aspettative di favori». Eppure, in un'email a Zambon, Hans Kluge, direttore della sezione europea dell'Oms, sembra proprio brandire le sovvenzioni concesse all'organizzazione dal nostro Paese, per convincere il ricercatore a edulcorare il documento: «Ora», scriveva Kluge, «abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia», rinnovando così l'accordo per la sede della città lagunare, dove lavora Zambon. Ma anche sulle mail sospette, l'Oms offre al suo staff una via di fuga: «Quei messaggi si riferiscono all'opportunità di evitare critiche superflue all'Italia, nel periodo più complicato di risposta (al virus, ndr)». Dunque, niente occultamenti: i misericordiosi Guerra e Kluge volevano solo che non s'infierisse sul nostro martoriato Paese.
L'Oms insiste anche sull'immunità diplomatica di cui godono sia Zambon sia Guerra, i quali, pertanto, non potrebbero parlare davanti ai pm di Bergamo. In realtà, entrambi sono stati in Procura. Guerra «a titolo personale» (dice lui). Zambon si è presentato martedì nonostante i suoi capi si fossero sempre opposti. Bisognerà vedere se, per questo, il ricercatore andrà incontro a qualche sanzione da parte dei suoi datori di lavoro. Sulla questione Procura, non solo l'Oms non fornisce spiegazioni, ma prova a ribaltare la frittata. E lamenta di aver «chiesto informazioni al procuratore e al ministero degli Esteri italiano», di essersi «offerta di replicare per iscritto a domande tecniche», ma di non aver ricevuto «alcuna risposta».
Ma torniamo al vademecum. Alla domanda: «Ranieri Guerra ha censurato il report?», l'Oms suggerisce di rispondere che quella di ritirare la relazione è stata «una decisione interna, presa a livello dell'Ufficio regionale (europeo, ndr)». Palla in tribuna anche sul piano pandemico, mai aggiornato dal ministero: «La sfida del Covid-19 non aveva precedenti, l'Italia è stata il primo Paese europeo a essere duramente colpito», è il commento precotto fornito dall'Oms. Che arriva addirittura a correggere il report di Zambon. In quel testo, infatti, la risposta iniziale dell'Italia alla pandemia veniva definita «caotica e creativa». Nel vademecum, invece, viene definita «particolarmente complessa». E si precisa che il giudizio di Zambon e soci «non rende giustizia agli enormi sforzi del governo e delle Regioni».
Che le risposte preconfezionate siano in effetti utilizzate possiamo confermarlo poiché ne abbiamo ricevuta una anche noi. Avevamo chiesto se il Kuwait, finanziatore della ricerca di Zambon, fosse irritato dalla censura del report. Ci è stato detto - come indicato dal breviario a uso interno - che quei fondi erano stati stornati su altri progetti dell'Oms Europa. Ma basta andare sulla pagina dei ringraziamenti del report per leggere che esso «non sarebbe stato possibile» senza il denaro del Kuwait.
Senza misure preventive si va allo sbaraglio
La mancanza di un piano pandemico è stata alla base dell'impreparazione, del disorientamento, della confusione con cui l'Italia ha risposto all'epidemia da Covid-19 nel febbraio 2020 e rimane una delle principali cause dell'elevata mortalità che il nostro Paese ha registrato.
Ma perché l'Italia avrebbe dovuto avere un piano pandemico? Perché l'Oms nei primi anni del 2000 aveva richiamato gli Stati sulla necessità di organizzare un piano di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale che, secondo gli esperti, sarebbe sicuramente avvenuta. Pandemia influenzale è completamente altra cosa rispetto a influenza stagionale, differenza - a quanto pare - non conosciuta dal nostro ministro, Roberto Speranza, stando almeno alle risposte date a Bruno Vespa nell'intervista a Porta a Porta. Le pandemie influenzali, la più grave delle quali è stata senza dubbio la Spagnola del 1918-19, sono dovute a virus influenzali del tutto nuovi rispetto ai ceppi circolanti dell'influenza stagionale, i quali mutano ogni anno, ma di poco (antigenic drift), però richiedono comunque la preparazione ogni anno di nuovi vaccini per prevenire l'infezione. Ogni tanto si selezionano in natura virus influenzali dovuti al riassortimento, al rimescolamento tra virus animali (aviari o suini) e virus influenzali umani che fanno emergere virus influenzali con caratteristiche antigeniche del tutto nuove (antigenic shift), contro i quali non esiste alcuna immunità nella popolazione e che sono capaci dunque di provocare un'elevata morbilità e mortalità.
Predisporre un piano pandemico significa attrezzarsi per un evento catastrofico, per una malattia contagiosa nuova capace di fare milioni di malati e migliaia di vittime. L'Oms temette per un certo periodo che l'influenza aviaria da H5N1 - che fece centinaia di vittime in Cina, Indonesia, in altri Paesi asiatici e anche in Egitto e che aveva un elevato tasso di mortalità (introno al 70%) - potesse divenire pandemica, ma fortunatamente quel terribile virus non acquisì la capacità di trasmettersi da uomo ad uomo e i casi mortali si dovettero solo allo stretto contatto tra uomo e pollame. L'epidemia di Sars nel 2004-2005, dovuta a un coronavirus, fu un altro forte stimolo per richiamare gli Stati a predisporre un piano di preparazione e risposta ad eventi pandemici.
Predisporre un piano pandemico significa fare scorte di dispositivi di protezione individuale, di letti aggiuntivi nelle terapie intensive, significa formare il personale sanitario nel campo dell'infettivologia e della sanità internazionale. Significa sapere chi fa cosa e come si devono distribuire i compiti tra le istituzioni per fronteggiare la pandemia. Se, come sembra, nessun piano pandemico è stato preparato dall'Italia e se l'ultimo risale al 2006, probabilmente a risponderne dovrebbero essere non solo i direttori generali alla prevenzione del ministero della Salute, ma i ministri della Salute che si sono succeduti dal 2006 ad oggi.
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Vademecum interno riservato spiega come insabbiare le questioni scomode: il report sull'Italia contiene «inesattezze fattuali» da togliere «per evitare» imbarazzi all'esecutivo «che ha reagito con sforzi enormi».Se non eravamo attrezzati per fronteggiare il Covid la colpa non è solo dei dirigenti, ma pure dei ministri.Lo speciale contiene due articoli.Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell'Oms, a gennaio 2020 ringraziava il governo cinese per la sua «trasparenza» sul coronavirus. Ecco, se il modello è la Repubblica popolare, non stupisce poi tanto l'atteggiamento adottato dall'Organizzazione mondiale della sanità riguardo al report sulla gestione italiana della pandemia poi censurato. Sulla questione, tutti tengono le bocche cucite o, peggio, quando parlano raccontano bugie. Ranieri Guerra, accusato di essere il mandante della censura, da giorni fornisce ricostruzioni ogni volta differenti. A un certo punto sembrava che l'Oms fosse in procinto di silurarlo, ma è ancora al suo posto. Di più: sembra l'Oms si sia in qualche modo appiattita sulla sua linea, arrivando a fornire ai giornalisti risposte preconfezionate sul piano pandemico. Su Health policy watch, Elaine Ruth Fletcher e Nicoletta Dentico hanno rivelato che l'Oms ha distribuito al suo staff delle linee guida per schivare le domande scomode dei cronisti sulla vicenda. Il documento, marcato in rosso con la dicitura «Internal - do not share» («Interno - non condividere»), s'intitola, appunto, Reactive Q&A in case of media questions (Domande e risposte reattive in caso di quesiti da parte dei media). In sostanza è una velina a cui tutti i dipendenti si devono attenere quando parlano con i media. La direttiva di partenza punta a sminuire la qualità della relazione sull'Italia curata da Francesco Zambon: l'Oms sostiene di averla ritirata dopo aver «trovato alcune inesattezze fattuali legate alla cronologia della pandemia - e poiché i dati non sono stati accuratamente verificati». Insomma, nessuna pressione da parte di Guerra, nessun tentativo di risparmiare al ministro Roberto Speranza e al governo italiano un grande imbarazzo. Come abbiamo scritto, tuttavia, i famosi «errori» resta ancora da chiarire quali siano, tanto più che la catena di controllo interna dell'Oms aveva approvato il report di Zambon prima di pubblicarlo. Il manualetto dell'insabbiamento prosegue esaminando una questione spinosa: l'Oms ha in qualche modo «coperto» il governo italiano? Ai membri dello staff dell'organizzazione viene detto di negare tutto e di rispondere così: «L'Oms intraprende regolarmente franche e dirette comunicazioni con i governi», senza «paura di rappresaglie o aspettative di favori». Eppure, in un'email a Zambon, Hans Kluge, direttore della sezione europea dell'Oms, sembra proprio brandire le sovvenzioni concesse all'organizzazione dal nostro Paese, per convincere il ricercatore a edulcorare il documento: «Ora», scriveva Kluge, «abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia», rinnovando così l'accordo per la sede della città lagunare, dove lavora Zambon. Ma anche sulle mail sospette, l'Oms offre al suo staff una via di fuga: «Quei messaggi si riferiscono all'opportunità di evitare critiche superflue all'Italia, nel periodo più complicato di risposta (al virus, ndr)». Dunque, niente occultamenti: i misericordiosi Guerra e Kluge volevano solo che non s'infierisse sul nostro martoriato Paese.L'Oms insiste anche sull'immunità diplomatica di cui godono sia Zambon sia Guerra, i quali, pertanto, non potrebbero parlare davanti ai pm di Bergamo. In realtà, entrambi sono stati in Procura. Guerra «a titolo personale» (dice lui). Zambon si è presentato martedì nonostante i suoi capi si fossero sempre opposti. Bisognerà vedere se, per questo, il ricercatore andrà incontro a qualche sanzione da parte dei suoi datori di lavoro. Sulla questione Procura, non solo l'Oms non fornisce spiegazioni, ma prova a ribaltare la frittata. E lamenta di aver «chiesto informazioni al procuratore e al ministero degli Esteri italiano», di essersi «offerta di replicare per iscritto a domande tecniche», ma di non aver ricevuto «alcuna risposta». Ma torniamo al vademecum. Alla domanda: «Ranieri Guerra ha censurato il report?», l'Oms suggerisce di rispondere che quella di ritirare la relazione è stata «una decisione interna, presa a livello dell'Ufficio regionale (europeo, ndr)». Palla in tribuna anche sul piano pandemico, mai aggiornato dal ministero: «La sfida del Covid-19 non aveva precedenti, l'Italia è stata il primo Paese europeo a essere duramente colpito», è il commento precotto fornito dall'Oms. Che arriva addirittura a correggere il report di Zambon. In quel testo, infatti, la risposta iniziale dell'Italia alla pandemia veniva definita «caotica e creativa». Nel vademecum, invece, viene definita «particolarmente complessa». E si precisa che il giudizio di Zambon e soci «non rende giustizia agli enormi sforzi del governo e delle Regioni». Che le risposte preconfezionate siano in effetti utilizzate possiamo confermarlo poiché ne abbiamo ricevuta una anche noi. Avevamo chiesto se il Kuwait, finanziatore della ricerca di Zambon, fosse irritato dalla censura del report. Ci è stato detto - come indicato dal breviario a uso interno - che quei fondi erano stati stornati su altri progetti dell'Oms Europa. 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Perché l'Oms nei primi anni del 2000 aveva richiamato gli Stati sulla necessità di organizzare un piano di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale che, secondo gli esperti, sarebbe sicuramente avvenuta. Pandemia influenzale è completamente altra cosa rispetto a influenza stagionale, differenza - a quanto pare - non conosciuta dal nostro ministro, Roberto Speranza, stando almeno alle risposte date a Bruno Vespa nell'intervista a Porta a Porta. Le pandemie influenzali, la più grave delle quali è stata senza dubbio la Spagnola del 1918-19, sono dovute a virus influenzali del tutto nuovi rispetto ai ceppi circolanti dell'influenza stagionale, i quali mutano ogni anno, ma di poco (antigenic drift), però richiedono comunque la preparazione ogni anno di nuovi vaccini per prevenire l'infezione. Ogni tanto si selezionano in natura virus influenzali dovuti al riassortimento, al rimescolamento tra virus animali (aviari o suini) e virus influenzali umani che fanno emergere virus influenzali con caratteristiche antigeniche del tutto nuove (antigenic shift), contro i quali non esiste alcuna immunità nella popolazione e che sono capaci dunque di provocare un'elevata morbilità e mortalità. Predisporre un piano pandemico significa attrezzarsi per un evento catastrofico, per una malattia contagiosa nuova capace di fare milioni di malati e migliaia di vittime. L'Oms temette per un certo periodo che l'influenza aviaria da H5N1 - che fece centinaia di vittime in Cina, Indonesia, in altri Paesi asiatici e anche in Egitto e che aveva un elevato tasso di mortalità (introno al 70%) - potesse divenire pandemica, ma fortunatamente quel terribile virus non acquisì la capacità di trasmettersi da uomo ad uomo e i casi mortali si dovettero solo allo stretto contatto tra uomo e pollame. L'epidemia di Sars nel 2004-2005, dovuta a un coronavirus, fu un altro forte stimolo per richiamare gli Stati a predisporre un piano di preparazione e risposta ad eventi pandemici. Predisporre un piano pandemico significa fare scorte di dispositivi di protezione individuale, di letti aggiuntivi nelle terapie intensive, significa formare il personale sanitario nel campo dell'infettivologia e della sanità internazionale. Significa sapere chi fa cosa e come si devono distribuire i compiti tra le istituzioni per fronteggiare la pandemia. Se, come sembra, nessun piano pandemico è stato preparato dall'Italia e se l'ultimo risale al 2006, probabilmente a risponderne dovrebbero essere non solo i direttori generali alla prevenzione del ministero della Salute, ma i ministri della Salute che si sono succeduti dal 2006 ad oggi.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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