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2020-12-18
E l’Oms indottrina i suoi funzionari. «Niente critiche al governo di Roma»
Hans Kluge (Serhat Cagdas/Anadolu Agency via Getty Images)
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell'Oms, a gennaio 2020 ringraziava il governo cinese per la sua «trasparenza» sul coronavirus. Ecco, se il modello è la Repubblica popolare, non stupisce poi tanto l'atteggiamento adottato dall'Organizzazione mondiale della sanità riguardo al report sulla gestione italiana della pandemia poi censurato. Sulla questione, tutti tengono le bocche cucite o, peggio, quando parlano raccontano bugie. Ranieri Guerra, accusato di essere il mandante della censura, da giorni fornisce ricostruzioni ogni volta differenti. A un certo punto sembrava che l'Oms fosse in procinto di silurarlo, ma è ancora al suo posto. Di più: sembra l'Oms si sia in qualche modo appiattita sulla sua linea, arrivando a fornire ai giornalisti risposte preconfezionate sul piano pandemico. Su Health policy watch, Elaine Ruth Fletcher e Nicoletta Dentico hanno rivelato che l'Oms ha distribuito al suo staff delle linee guida per schivare le domande scomode dei cronisti sulla vicenda. Il documento, marcato in rosso con la dicitura «Internal - do not share» («Interno - non condividere»), s'intitola, appunto, Reactive Q&A in case of media questions (Domande e risposte reattive in caso di quesiti da parte dei media). In sostanza è una velina a cui tutti i dipendenti si devono attenere quando parlano con i media.
La direttiva di partenza punta a sminuire la qualità della relazione sull'Italia curata da Francesco Zambon: l'Oms sostiene di averla ritirata dopo aver «trovato alcune inesattezze fattuali legate alla cronologia della pandemia - e poiché i dati non sono stati accuratamente verificati». Insomma, nessuna pressione da parte di Guerra, nessun tentativo di risparmiare al ministro Roberto Speranza e al governo italiano un grande imbarazzo. Come abbiamo scritto, tuttavia, i famosi «errori» resta ancora da chiarire quali siano, tanto più che la catena di controllo interna dell'Oms aveva approvato il report di Zambon prima di pubblicarlo.
Il manualetto dell'insabbiamento prosegue esaminando una questione spinosa: l'Oms ha in qualche modo «coperto» il governo italiano? Ai membri dello staff dell'organizzazione viene detto di negare tutto e di rispondere così: «L'Oms intraprende regolarmente franche e dirette comunicazioni con i governi», senza «paura di rappresaglie o aspettative di favori». Eppure, in un'email a Zambon, Hans Kluge, direttore della sezione europea dell'Oms, sembra proprio brandire le sovvenzioni concesse all'organizzazione dal nostro Paese, per convincere il ricercatore a edulcorare il documento: «Ora», scriveva Kluge, «abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia», rinnovando così l'accordo per la sede della città lagunare, dove lavora Zambon. Ma anche sulle mail sospette, l'Oms offre al suo staff una via di fuga: «Quei messaggi si riferiscono all'opportunità di evitare critiche superflue all'Italia, nel periodo più complicato di risposta (al virus, ndr)». Dunque, niente occultamenti: i misericordiosi Guerra e Kluge volevano solo che non s'infierisse sul nostro martoriato Paese.
L'Oms insiste anche sull'immunità diplomatica di cui godono sia Zambon sia Guerra, i quali, pertanto, non potrebbero parlare davanti ai pm di Bergamo. In realtà, entrambi sono stati in Procura. Guerra «a titolo personale» (dice lui). Zambon si è presentato martedì nonostante i suoi capi si fossero sempre opposti. Bisognerà vedere se, per questo, il ricercatore andrà incontro a qualche sanzione da parte dei suoi datori di lavoro. Sulla questione Procura, non solo l'Oms non fornisce spiegazioni, ma prova a ribaltare la frittata. E lamenta di aver «chiesto informazioni al procuratore e al ministero degli Esteri italiano», di essersi «offerta di replicare per iscritto a domande tecniche», ma di non aver ricevuto «alcuna risposta».
Ma torniamo al vademecum. Alla domanda: «Ranieri Guerra ha censurato il report?», l'Oms suggerisce di rispondere che quella di ritirare la relazione è stata «una decisione interna, presa a livello dell'Ufficio regionale (europeo, ndr)». Palla in tribuna anche sul piano pandemico, mai aggiornato dal ministero: «La sfida del Covid-19 non aveva precedenti, l'Italia è stata il primo Paese europeo a essere duramente colpito», è il commento precotto fornito dall'Oms. Che arriva addirittura a correggere il report di Zambon. In quel testo, infatti, la risposta iniziale dell'Italia alla pandemia veniva definita «caotica e creativa». Nel vademecum, invece, viene definita «particolarmente complessa». E si precisa che il giudizio di Zambon e soci «non rende giustizia agli enormi sforzi del governo e delle Regioni».
Che le risposte preconfezionate siano in effetti utilizzate possiamo confermarlo poiché ne abbiamo ricevuta una anche noi. Avevamo chiesto se il Kuwait, finanziatore della ricerca di Zambon, fosse irritato dalla censura del report. Ci è stato detto - come indicato dal breviario a uso interno - che quei fondi erano stati stornati su altri progetti dell'Oms Europa. Ma basta andare sulla pagina dei ringraziamenti del report per leggere che esso «non sarebbe stato possibile» senza il denaro del Kuwait.
Senza misure preventive si va allo sbaraglio
La mancanza di un piano pandemico è stata alla base dell'impreparazione, del disorientamento, della confusione con cui l'Italia ha risposto all'epidemia da Covid-19 nel febbraio 2020 e rimane una delle principali cause dell'elevata mortalità che il nostro Paese ha registrato.
Ma perché l'Italia avrebbe dovuto avere un piano pandemico? Perché l'Oms nei primi anni del 2000 aveva richiamato gli Stati sulla necessità di organizzare un piano di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale che, secondo gli esperti, sarebbe sicuramente avvenuta. Pandemia influenzale è completamente altra cosa rispetto a influenza stagionale, differenza - a quanto pare - non conosciuta dal nostro ministro, Roberto Speranza, stando almeno alle risposte date a Bruno Vespa nell'intervista a Porta a Porta. Le pandemie influenzali, la più grave delle quali è stata senza dubbio la Spagnola del 1918-19, sono dovute a virus influenzali del tutto nuovi rispetto ai ceppi circolanti dell'influenza stagionale, i quali mutano ogni anno, ma di poco (antigenic drift), però richiedono comunque la preparazione ogni anno di nuovi vaccini per prevenire l'infezione. Ogni tanto si selezionano in natura virus influenzali dovuti al riassortimento, al rimescolamento tra virus animali (aviari o suini) e virus influenzali umani che fanno emergere virus influenzali con caratteristiche antigeniche del tutto nuove (antigenic shift), contro i quali non esiste alcuna immunità nella popolazione e che sono capaci dunque di provocare un'elevata morbilità e mortalità.
Predisporre un piano pandemico significa attrezzarsi per un evento catastrofico, per una malattia contagiosa nuova capace di fare milioni di malati e migliaia di vittime. L'Oms temette per un certo periodo che l'influenza aviaria da H5N1 - che fece centinaia di vittime in Cina, Indonesia, in altri Paesi asiatici e anche in Egitto e che aveva un elevato tasso di mortalità (introno al 70%) - potesse divenire pandemica, ma fortunatamente quel terribile virus non acquisì la capacità di trasmettersi da uomo ad uomo e i casi mortali si dovettero solo allo stretto contatto tra uomo e pollame. L'epidemia di Sars nel 2004-2005, dovuta a un coronavirus, fu un altro forte stimolo per richiamare gli Stati a predisporre un piano di preparazione e risposta ad eventi pandemici.
Predisporre un piano pandemico significa fare scorte di dispositivi di protezione individuale, di letti aggiuntivi nelle terapie intensive, significa formare il personale sanitario nel campo dell'infettivologia e della sanità internazionale. Significa sapere chi fa cosa e come si devono distribuire i compiti tra le istituzioni per fronteggiare la pandemia. Se, come sembra, nessun piano pandemico è stato preparato dall'Italia e se l'ultimo risale al 2006, probabilmente a risponderne dovrebbero essere non solo i direttori generali alla prevenzione del ministero della Salute, ma i ministri della Salute che si sono succeduti dal 2006 ad oggi.
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Vademecum interno riservato spiega come insabbiare le questioni scomode: il report sull'Italia contiene «inesattezze fattuali» da togliere «per evitare» imbarazzi all'esecutivo «che ha reagito con sforzi enormi».Se non eravamo attrezzati per fronteggiare il Covid la colpa non è solo dei dirigenti, ma pure dei ministri.Lo speciale contiene due articoli.Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell'Oms, a gennaio 2020 ringraziava il governo cinese per la sua «trasparenza» sul coronavirus. Ecco, se il modello è la Repubblica popolare, non stupisce poi tanto l'atteggiamento adottato dall'Organizzazione mondiale della sanità riguardo al report sulla gestione italiana della pandemia poi censurato. Sulla questione, tutti tengono le bocche cucite o, peggio, quando parlano raccontano bugie. Ranieri Guerra, accusato di essere il mandante della censura, da giorni fornisce ricostruzioni ogni volta differenti. A un certo punto sembrava che l'Oms fosse in procinto di silurarlo, ma è ancora al suo posto. Di più: sembra l'Oms si sia in qualche modo appiattita sulla sua linea, arrivando a fornire ai giornalisti risposte preconfezionate sul piano pandemico. Su Health policy watch, Elaine Ruth Fletcher e Nicoletta Dentico hanno rivelato che l'Oms ha distribuito al suo staff delle linee guida per schivare le domande scomode dei cronisti sulla vicenda. Il documento, marcato in rosso con la dicitura «Internal - do not share» («Interno - non condividere»), s'intitola, appunto, Reactive Q&A in case of media questions (Domande e risposte reattive in caso di quesiti da parte dei media). In sostanza è una velina a cui tutti i dipendenti si devono attenere quando parlano con i media. La direttiva di partenza punta a sminuire la qualità della relazione sull'Italia curata da Francesco Zambon: l'Oms sostiene di averla ritirata dopo aver «trovato alcune inesattezze fattuali legate alla cronologia della pandemia - e poiché i dati non sono stati accuratamente verificati». Insomma, nessuna pressione da parte di Guerra, nessun tentativo di risparmiare al ministro Roberto Speranza e al governo italiano un grande imbarazzo. Come abbiamo scritto, tuttavia, i famosi «errori» resta ancora da chiarire quali siano, tanto più che la catena di controllo interna dell'Oms aveva approvato il report di Zambon prima di pubblicarlo. Il manualetto dell'insabbiamento prosegue esaminando una questione spinosa: l'Oms ha in qualche modo «coperto» il governo italiano? Ai membri dello staff dell'organizzazione viene detto di negare tutto e di rispondere così: «L'Oms intraprende regolarmente franche e dirette comunicazioni con i governi», senza «paura di rappresaglie o aspettative di favori». Eppure, in un'email a Zambon, Hans Kluge, direttore della sezione europea dell'Oms, sembra proprio brandire le sovvenzioni concesse all'organizzazione dal nostro Paese, per convincere il ricercatore a edulcorare il documento: «Ora», scriveva Kluge, «abbiamo bisogno che il ministero della Salute sia soddisfatto e di firmare per Venezia», rinnovando così l'accordo per la sede della città lagunare, dove lavora Zambon. Ma anche sulle mail sospette, l'Oms offre al suo staff una via di fuga: «Quei messaggi si riferiscono all'opportunità di evitare critiche superflue all'Italia, nel periodo più complicato di risposta (al virus, ndr)». Dunque, niente occultamenti: i misericordiosi Guerra e Kluge volevano solo che non s'infierisse sul nostro martoriato Paese.L'Oms insiste anche sull'immunità diplomatica di cui godono sia Zambon sia Guerra, i quali, pertanto, non potrebbero parlare davanti ai pm di Bergamo. In realtà, entrambi sono stati in Procura. Guerra «a titolo personale» (dice lui). Zambon si è presentato martedì nonostante i suoi capi si fossero sempre opposti. Bisognerà vedere se, per questo, il ricercatore andrà incontro a qualche sanzione da parte dei suoi datori di lavoro. Sulla questione Procura, non solo l'Oms non fornisce spiegazioni, ma prova a ribaltare la frittata. E lamenta di aver «chiesto informazioni al procuratore e al ministero degli Esteri italiano», di essersi «offerta di replicare per iscritto a domande tecniche», ma di non aver ricevuto «alcuna risposta». Ma torniamo al vademecum. Alla domanda: «Ranieri Guerra ha censurato il report?», l'Oms suggerisce di rispondere che quella di ritirare la relazione è stata «una decisione interna, presa a livello dell'Ufficio regionale (europeo, ndr)». Palla in tribuna anche sul piano pandemico, mai aggiornato dal ministero: «La sfida del Covid-19 non aveva precedenti, l'Italia è stata il primo Paese europeo a essere duramente colpito», è il commento precotto fornito dall'Oms. Che arriva addirittura a correggere il report di Zambon. In quel testo, infatti, la risposta iniziale dell'Italia alla pandemia veniva definita «caotica e creativa». Nel vademecum, invece, viene definita «particolarmente complessa». E si precisa che il giudizio di Zambon e soci «non rende giustizia agli enormi sforzi del governo e delle Regioni». Che le risposte preconfezionate siano in effetti utilizzate possiamo confermarlo poiché ne abbiamo ricevuta una anche noi. Avevamo chiesto se il Kuwait, finanziatore della ricerca di Zambon, fosse irritato dalla censura del report. Ci è stato detto - come indicato dal breviario a uso interno - che quei fondi erano stati stornati su altri progetti dell'Oms Europa. Ma basta andare sulla pagina dei ringraziamenti del report per leggere che esso «non sarebbe stato possibile» senza il denaro del Kuwait. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-loms-indottrina-i-suoi-funzionari-niente-critiche-al-governo-di-roma-2649533745.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="senza-misure-preventive-si-va-allo-sbaraglio" data-post-id="2649533745" data-published-at="1608236638" data-use-pagination="False"> Senza misure preventive si va allo sbaraglio La mancanza di un piano pandemico è stata alla base dell'impreparazione, del disorientamento, della confusione con cui l'Italia ha risposto all'epidemia da Covid-19 nel febbraio 2020 e rimane una delle principali cause dell'elevata mortalità che il nostro Paese ha registrato. Ma perché l'Italia avrebbe dovuto avere un piano pandemico? Perché l'Oms nei primi anni del 2000 aveva richiamato gli Stati sulla necessità di organizzare un piano di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale che, secondo gli esperti, sarebbe sicuramente avvenuta. Pandemia influenzale è completamente altra cosa rispetto a influenza stagionale, differenza - a quanto pare - non conosciuta dal nostro ministro, Roberto Speranza, stando almeno alle risposte date a Bruno Vespa nell'intervista a Porta a Porta. Le pandemie influenzali, la più grave delle quali è stata senza dubbio la Spagnola del 1918-19, sono dovute a virus influenzali del tutto nuovi rispetto ai ceppi circolanti dell'influenza stagionale, i quali mutano ogni anno, ma di poco (antigenic drift), però richiedono comunque la preparazione ogni anno di nuovi vaccini per prevenire l'infezione. Ogni tanto si selezionano in natura virus influenzali dovuti al riassortimento, al rimescolamento tra virus animali (aviari o suini) e virus influenzali umani che fanno emergere virus influenzali con caratteristiche antigeniche del tutto nuove (antigenic shift), contro i quali non esiste alcuna immunità nella popolazione e che sono capaci dunque di provocare un'elevata morbilità e mortalità. Predisporre un piano pandemico significa attrezzarsi per un evento catastrofico, per una malattia contagiosa nuova capace di fare milioni di malati e migliaia di vittime. L'Oms temette per un certo periodo che l'influenza aviaria da H5N1 - che fece centinaia di vittime in Cina, Indonesia, in altri Paesi asiatici e anche in Egitto e che aveva un elevato tasso di mortalità (introno al 70%) - potesse divenire pandemica, ma fortunatamente quel terribile virus non acquisì la capacità di trasmettersi da uomo ad uomo e i casi mortali si dovettero solo allo stretto contatto tra uomo e pollame. L'epidemia di Sars nel 2004-2005, dovuta a un coronavirus, fu un altro forte stimolo per richiamare gli Stati a predisporre un piano di preparazione e risposta ad eventi pandemici. Predisporre un piano pandemico significa fare scorte di dispositivi di protezione individuale, di letti aggiuntivi nelle terapie intensive, significa formare il personale sanitario nel campo dell'infettivologia e della sanità internazionale. Significa sapere chi fa cosa e come si devono distribuire i compiti tra le istituzioni per fronteggiare la pandemia. Se, come sembra, nessun piano pandemico è stato preparato dall'Italia e se l'ultimo risale al 2006, probabilmente a risponderne dovrebbero essere non solo i direttori generali alla prevenzione del ministero della Salute, ma i ministri della Salute che si sono succeduti dal 2006 ad oggi.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.