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2020-06-01
Arriva l’ondata di tasse. Incostituzionale
Ansa
- Tolta un po' di Irap, ma rimane tutto il resto: come sopravvivere al fisco dopo l'epidemia
- La Costituzione è chiara: il gettito dev'essere proporzionale al reddito. E se l'incasso è zero, all'erario non si versa nulla. Invece tra qualche giorno si abbatterà una mazzata.
- Il presidente delle piccole imprese di Venezia Silvia Bolla: non bisogna togliere ancora soldi alle aziende che riaprono
Lo speciale contiene tre articoli
Meglio non farsi illusioni, la stangata fiscale ci sarà, eccome. Quello tra giugno e settembre sarà un periodo di fuoco per le imprese: dovranno versare al fisco 50 miliardi. Stressate da tre mesi di mancato fatturato, dall'assenza di liquidità, dai litigi con le banche per l'accesso al credito, da una riapertura con prospettive incerte, l'appuntamento con il fisco sarà un incubo. Il governo ha parzialmente cancellato la rata Irap e fatto slittare al 16 settembre il pagamento delle imposte tra marzo e maggio, ma è come dare un'aspirina a un malato in coma. La pandemia che regredisce tra le persone ora fa strage di imprese. Intacca i bilanci, soffocati da una domanda che stenta a ripartire e da ordinativi ridotti al lumicino. La terapia d'emergenza con i pochi stanziamenti a fondo perduto, l'ulteriore indebitamento determinato dai crediti garantiti dallo Stato e lo spostamento del pagamento delle imposte sono palliativi.
Sulla testa delle imprese grava una scure da 50 miliardi di tasse che dovranno essere pagate tra giugno e settembre con una possibile coda a metà dicembre per chi decide di rateizzare. Non c'è scampo. Così le aziende, invece di concentrarsi sulla ripresa e impiegare le risorse a disposizione per ottimizzare la produzione, dovranno svuotarsi le tasche per le imposte di inizio estate. Questo vale anche per le attività in grande difficoltà.
I tributi previsti tra marzo e maggio, nei mesi di blocco totale di gran parte delle attività produttive, erano stati spostati a giugno. Si tratta di circa 20 miliardi. Tra qualche giorno, quindi, le imprese dovrebbero saldare il conto con l'Agenzia delle entrate, sommando le tasse sospese a quelle previste, di norma, per questo mese. Il governo però ha deciso di far slittare ancora, al 16 settembre, i tributi pregressi e non versati relativi al periodo di pandemia, mantenendo inalterati gli appuntamenti di giugno. È un aiuto per modo di dire, anche se il governo l'ha presentato come una boccata d'ossigeno per le attività produttive. Non tutto è oro ciò che luccica.
Il blocco tributario di 3 mesi nasconde un trabocchetto. Non tutte le imprese sono riuscite a scampare ai pagamenti di marzo. Nel momento del picco della pandemia è accaduto un «piccolo» disguido normativo che ha penalizzato quelle solitamente più puntuali nel rispettare le scadenze. Lo stop fiscale di marzo avrebbe dovuto bloccare 8,7 miliardi di imposte. Invece a causa del ritardo del decreto Cura Italia, arrivato il 17 marzo, lo Stato si è assicurato entrate per 5,2 miliardi. Chi si è affrettato a pagare è stato beffato. Sono rimasti quindi sospesi 3,5 miliardi che andranno recuperati.
Con il decreto Rilancio il governo ha fatto slittare al 16 settembre tutte le imposte e i versamenti sospesi nel trimestre di blocco delle attività, cioè le ritenute Irpef, le ritenute d'acconto, l'Iva e i contributi assistenziali e previdenziali. Per avere un'idea di quanto pesano, basta leggere la Relazione tecnica al decreto Liquidità in cui sono riportati gli importi. Le ritenute Irpef da saldare valgono 4,3 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 1,77 miliardi di maggio); le ritenute d'acconto 929 milioni (462 milioni di aprile e 467 di maggio) e l'Iva 5,53 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 2,59 di maggio). I contributi previdenziali e assistenziali sospesi sono pari a 8 miliardi di cui Inail 2 miliardi e Inps 6 miliardi. Si aggiungono i pagamenti degli avvisi bonari, delle cartelle esattoriali e degli accertamenti in scadenza dal 2 marzo scorso a tutto maggio. Si tratta complessivamente di oltre 22 miliardi. Il pagamento potrà avvenire in unica soluzione, il 16 settembre, o diluendolo in 4 rate di pari importo, con l'ultima in scadenza il prossimo 16 dicembre.
Non tutti però potranno usufruire dello slittamento a metà settembre. Il meccanismo è rivolto solo alle imprese che sono in uno stato veramente critico. Cioè devono trovarsi in una condizione molto particolare: con un volume d'affari fino a 2 milioni di euro per i pagamenti sospesi di marzo; con fatturato inferiore a 50 milioni e un calo dei ricavi del 33%, o con volume d'affari superiore a 50 milioni e un calo del fatturato del 50% per le tasse sospese di aprile e maggio.
Chi non ha la cassa così malmessa ha già pagato le imposte di aprile e maggio. E ora è alle prese con le scadenze di giugno. A questo appuntamento non possono sottrarsi nemmeno quelle aziende che, come abbiamo visto, erano in condizioni talmente critiche da essere state costrette a sospendere i pagamenti per tre mesi e per le quali c'è il nuovo termine del 16 settembre.
Per avere un'idea del peso impositivo che attende gli imprenditori alla vigilia dell'estate, possiamo rifarci al gettito dell'anno scorso.
Nel giugno 2019 le imprese hanno versato 4 miliardi tra saldo e acconto Irpef e 8 miliardi per l'Ires (sempre saldo e acconto). Totale 12 miliardi circa. A questi va aggiunta la prima rata dell'Imu (sospesa quest'anno per le attività ricettive), la Tasi (1 miliardo) e l'Iva (9 miliardi). Totale 29 miliardi. Questa è la scadenza più pesante.
La preoccupazione riguarda anche il calcolo dell'acconto. Come si può fare una stima del fatturato di un anno nominato da grandissima incertezza? Il fisco chiuderà un occhio solo con un margine di errore del 20%. Non sarà sanzionato chi verserà almeno l'80% dell'acconto che poi si rivelerà rispondente al reale giro d'affari dell'anno. È un calcolo da equilibrista. Tutte le previsioni indicano un peggioramento netto dell'andamento dell'economia. Il Centro studi di Confindustria ha stimato un crollo del Pil per il 2020 del 9,6%.
L'Irap merita un discorso a parte. La rata del 30 giugno è stata abolita ma solo per chi ha fatturato sotto 250 milioni di euro, anche se non hanno avuto un calo del giro d'affari. Circa 1.200 imprese invece la pagheranno perché hanno un giro d'affari superiore. Alcuni imprenditori hanno segnalato che lo sbianchettamento di tale imposta non è stato effettuato con un criterio di equità. L'abolizione è riconosciuta indistintamente a tutti coloro che hanno ricavi sotto i 250 milioni di ricavi. Quelle risorse si potevano utilizzare per aumentare il fondo perduto a favore di chi è in difficoltà.
Da questo scenario emerge che la rateizzazione in quattro step potrebbe creare un ingolfamento dei pagamenti, zavorrando i bilanci delle aziende proprio in un momento in cui la liquidità dovrebbe essere convogliata per aiutare la ripartenza. Inoltre, resta per tutti l'impegno di giugno, sia per chi è con l'acqua alla gola sia per chi naviga sul filo del rasoio. C'è il rischio che aumenti l'evasione come scelta obbligata per sopravvivere.
Se per mesi non si guadagna non è giusto pagare i tributi
Le tasse non sono state cancellate, come spesso si sente dire, sono state solo rinviate. Non si pagano ora - e ci mancherebbe altro - si pagheranno più avanti. L'unica cancellata è la rata Irap del 30 giugno (saldo 2019 e acconto 2020) soltanto per chi ha un fatturato inferiore a 250 milioni. Le grandi imprese, anche se hanno subito gravi cali di fatturato, non avranno alcuna sospensione. Motivo? Non detto o, meglio, incomprensibile. O meglio ancora comprensibilissimo: se fanno fatturati così alti, cosa vogliono questi imprenditori? Non avranno mica bisogno, avranno montagne di soldi da parte, avranno evaso l'animaccia loro, avranno soldi all'estero, nel pagliaio di casa, sotto il materasso, nel caminetto finto del salotto. Ma che modo di ragionare è? Ma è mai possibile non capire una mazza dell'economia reale fino a questo punto? Se queste imprese hanno fatturato meno sono in pericolo un gran numero dei posti di lavoro, o no? Se hanno fatturato meno avranno un problema di liquidità, o no? Se hanno fatturato meno lo Stato dovrebbe gravarle meno con i tributi, o no? No, se sono ricche, tutto questo non vale. Boh.
Dicevamo, tutte le altre tasse rimandate. Non cancellate. Le scadenze da marzo a giugno sono state rinviate a settembre: ritenute Irpef, ritenute d'acconto, Iva, contributi Inps e Inail (due istituti che si sono guadagnati medaglie d'oro di inefficienza e di pressapochismo, medaglie d'oro mondiali). Ma cosa vuol dire rimandare? Perché rimandarle e non cancellarle? Dietro c'è un ragionamento malato e, talvolta, ci sorge il dubbio che non ci sia nessun ragionamento proprio, una scarsa conoscenza dei principi della costituzione.
Ora, la Costituzione sul punto è chiarissima. All'articolo 53 dice che i cittadini devono concorrere alle spese dello Stato in ragione della loro capacità contributiva. Cioè in relazione al loro livello di reddito. In parole povere, si devono pagare le tasse nella misura che si può, non solo perché lo Stato ce lo impone. Lo Stato, di diritto e di fatto, non può imporre tasse e tributi in una misura che è insostenibile per un contribuente. Un cittadino non deve mai essere messo di fronte all'alternativa: o pago le tasse o campo. Che sia un cittadino o un'impresa non cambia nulla. Anzi, a maggior ragione, semmai, il principio è ancora più valido per un'impresa dalla quale dipendono i redditi di diversi cittadini lavoratori. O no?
Se un'impresa è stata costretta a chiudere per mesi, a causa della pandemia, che capacità contributiva avrà avuto in quei mesi? Facile risposta: zero. E quale obbligo fiscale avrà maturato? Risposta ancora più facile: nessuno. Non è che a settembre, anche se riprendesse la sua attività e tale attività andasse benissimo, maturerà una capacità contributiva per i mesi nei quali è stata chiusa. Queste cose l'avvocato del popolo - come lui stesso si definì - Giuseppe Conte dovrebbe saperle. È vero che lui è professore di diritto privato, ma qualche nozione di diritto tributario, scienza delle finanze nonché di diritto costituzionale le dovrà pur avere. Le comunichi al suo ministro dell'Economia, che si occupa anche di fisco.
Non era il caso, invece di disperdere in mille rivoli i soldi della manovra, comprese le biciclette e i monopattini, concentrarsi su tasse e contributi a fondo perduto universali? E le scadenze del 16 giugno: Ires, Imu, Tasi, Tobin tax, imposte dirette relative alla dichiarazione del 2020? A oggi son lì e, vista la parziale riapertura, non vorremmo che rimanessero lì immutate. Se non hanno tolto di mezzo quelle relative ai peggiori mesi della crisi, figuratevi queste.
Il fatto che non è digeribile è il seguente: quando è lo Stato a rivendicare i suoi diritti fiscali, il dovere fiscale dei cittadini è fatto rispettare con una durezza fondamentalista, indipendentemente da tutto e da tutti. Quando in gioco sono i diritti tributari dei cittadini, allora si ragiona come se fossero diritti di serie B, inferiori, a disposizione del potere pubblico. Il virus delle tasse, in questo Paese, è il più resistente di tutti.
«Sconti sulle imposte e scadenze più lunghe»
«Pensate a un'impresa che dopo essere stata ferma per tre mesi stenta a ripartire, ha il fatturato azzerato e si trova a dover affrontare l'appuntamento fiscale di giugno. È vero che le tasse sospese da marzo a maggio sono state rinviate a settembre, ma non è che di qui a qualche mese la situazione migliorerà tanto. E poi comunque lo scoglio di giugno è un macigno. Chi ha un po' di liquidità vorrebbe metterla in azienda per facilitare il riavvio, invece deve travasarla all'Agenzia delle entrate». Silvia Bolla, presidente della Piccola impresa di Confindustria Venezia, è una mitragliatrice.
Il governo ha concesso alle imprese in difficoltà di pagare gli arretrati dei 3 mesi di pandemia il 16 settembre, o al massimo entro dicembre. Ma dalle scadenze di giugno non si scampa.
«Non so se il governo si rende conto che anche chi è riuscito a sopravvivere in questi mesi di lockdown e ha ancora fondi da parte, se li versa al fisco invece di metterli in azienda, rischia di chiudere. Non si vuole capire che ora ci sono i segnali di crisi, ma a ottobre la recessione esploderà. Togliere alle imprese anche le poche risorse che sono riuscite a conservare, significa condannarle a morte. Dopo la crisi del 2008 abbiamo avuto il numero più alto di suicidi in Veneto, non vogliamo ripetere questa tragica esperienza».
Quale è la soluzione?
«A me non piace la parola condono, non mi è mai piaciuta. È il momento però di una pace fiscale».
Pace fiscale ovvero saltare le scadenze di giugno?
«Significa scontare una parte delle imposte da pagare il prossimo mese e rateizzare il resto con scadenze lunghe. Chiediamo al governo di chiamarci a un tavolo per andare in questa direzione. Ho inviato ai miei associati un questionario in cui chiedo la loro opinione sul fisco: tutti mi hanno detto che vorrebbero tirare il fiato con un anno di tregua. È assurdo poi che un imprenditore rischi di essere sanzionato se non riesce a prevedere il fatturato di quest'anno che serve per pagare l'acconto delle imposte. In questa situazione, come faccio a stimare quale sarà il mio giro d'affari? Tante aziende non hanno ancora riaperto, il comparto del turismo sarà bloccato chissà per quanto tempo ancora. Io ho un'azienda di pulizie, ho riaperto ma sto ferma perché lavoro soprattutto con gli alberghi. Tanti imprenditori sono nella mia situazione. È una riapertura per modo di dire».
Dicono che un simile taglio dei tributi non sia compatibile con il bilancio dello Stato.
«Qui si tratta di decidere se garantire un futuro a tante imprese rinunciando a una parte del gettito, o destinare alla morte tanta parte del tessuto produttivo italiano. E comunque se non si riparte, gli imprenditori non potranno pagare le tasse future. Non parlo di evasione, ma di rinvio dei pagamenti. Non è preferibile, per lo Stato, avere meno soldi ma sicuri, che ancora meno e incerti? Quando le aziende che hanno zero liquidità si ritrovano a dover pagare cifre importanti al fisco, saltano. Se un'azienda chiude è un problema sociale, s'impoverisce il territorio, e lo Stato non ha più le risorse che quell'azienda prima gli garantiva. Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha parlato di un'alta evasione e di crediti inesigibili per il 40%. Se si continuano a strizzare i contribuenti temo che questa percentuale sia destinata a crescere. Meno tasse e più comprensibili: i nostri commercialisti stanno studiando i decreti attuativi per tradurli in italiano. Ci sono cavilli incredibili».
Vuol dire che il decreto Rilancio non offre certezze?
«Proprio così. Sempre per il tema fiscale, non si sa ancora se gli avvisi bonari che scadono a maggio e giugno saranno posticipati. È sempre un correre dietro ai provvedimenti che escono l'ultimo giorno utile. E poi ci saremmo aspettati un disboscamento della burocrazia, altro costo per le imprese».
Faccia qualche esempio di mala burocrazia anche nella riapertura.
«Un associato mi ha telefonato per riferire un fatto bizzarro. Aveva partecipato a una gara telematica e l'aveva vinta. Pensava così che i tempi si sarebbero accorciati, invece sbucano le marche da bollo da consegnare di persona. Un processo veloce che si incaglia nelle marche da bollo. In banca il modulo per richiedere il credito con garanzia dello Stato è cambiato 5 volte. E poi c'è l'ecobonus con credito d'imposta al 110%, che rischia di essere un nodo scorsoio per le imprese».
Ma come: il bonus per i lavori di edilizia non dovrebbe favorire il settore e rimettere in moto i cantieri?
«Dicono che così si attiveranno lavori di miglioramento ed efficientamento energetico degli immobili a costo zero. Sono felice se ci sarà un risparmio energetico importante, però il meccanismo del credito d'imposta presenta un trabocchetto per le aziende del settore».
Che cosa non va nell'ecobonus?
«Innanzitutto, non sono ancora arrivati i decreti attuativi. Chi intende avviare i lavori è bloccato. Se saranno pubblicati entro il 19 giugno, come sembra probabile, vuol dire che i cantieri prima di luglio non aprono. Ma il problema maggiore è un altro. I privati tenderanno a cedere il credito d'imposta alle imprese. Ma queste come faranno a sobbarcarsi il credito ceduto? Questo meccanismo si può fare per un paio di clienti ma non può diventare sistematico, altrimenti l'azienda se porta tutto in detrazione non ha liquidità per pagare i fornitori. Dovrebbero intervenire anche le banche ma su questo fronte non sappiamo ancora nulla. L'incertezza è totale».
Tolta un po' di Irap, ma rimane tutto il resto: come sopravvivere al fisco dopo l'epidemiaLa Costituzione è chiara: il gettito dev'essere proporzionale al reddito. E se l'incasso è zero, all'erario non si versa nulla. Invece tra qualche giorno si abbatterà una mazzata.Il presidente delle piccole imprese di Venezia Silvia Bolla: non bisogna togliere ancora soldi alle aziende che riapronoLo speciale contiene tre articoliMeglio non farsi illusioni, la stangata fiscale ci sarà, eccome. Quello tra giugno e settembre sarà un periodo di fuoco per le imprese: dovranno versare al fisco 50 miliardi. Stressate da tre mesi di mancato fatturato, dall'assenza di liquidità, dai litigi con le banche per l'accesso al credito, da una riapertura con prospettive incerte, l'appuntamento con il fisco sarà un incubo. Il governo ha parzialmente cancellato la rata Irap e fatto slittare al 16 settembre il pagamento delle imposte tra marzo e maggio, ma è come dare un'aspirina a un malato in coma. La pandemia che regredisce tra le persone ora fa strage di imprese. Intacca i bilanci, soffocati da una domanda che stenta a ripartire e da ordinativi ridotti al lumicino. La terapia d'emergenza con i pochi stanziamenti a fondo perduto, l'ulteriore indebitamento determinato dai crediti garantiti dallo Stato e lo spostamento del pagamento delle imposte sono palliativi. Sulla testa delle imprese grava una scure da 50 miliardi di tasse che dovranno essere pagate tra giugno e settembre con una possibile coda a metà dicembre per chi decide di rateizzare. Non c'è scampo. Così le aziende, invece di concentrarsi sulla ripresa e impiegare le risorse a disposizione per ottimizzare la produzione, dovranno svuotarsi le tasche per le imposte di inizio estate. Questo vale anche per le attività in grande difficoltà.I tributi previsti tra marzo e maggio, nei mesi di blocco totale di gran parte delle attività produttive, erano stati spostati a giugno. Si tratta di circa 20 miliardi. Tra qualche giorno, quindi, le imprese dovrebbero saldare il conto con l'Agenzia delle entrate, sommando le tasse sospese a quelle previste, di norma, per questo mese. Il governo però ha deciso di far slittare ancora, al 16 settembre, i tributi pregressi e non versati relativi al periodo di pandemia, mantenendo inalterati gli appuntamenti di giugno. È un aiuto per modo di dire, anche se il governo l'ha presentato come una boccata d'ossigeno per le attività produttive. Non tutto è oro ciò che luccica.Il blocco tributario di 3 mesi nasconde un trabocchetto. Non tutte le imprese sono riuscite a scampare ai pagamenti di marzo. Nel momento del picco della pandemia è accaduto un «piccolo» disguido normativo che ha penalizzato quelle solitamente più puntuali nel rispettare le scadenze. Lo stop fiscale di marzo avrebbe dovuto bloccare 8,7 miliardi di imposte. Invece a causa del ritardo del decreto Cura Italia, arrivato il 17 marzo, lo Stato si è assicurato entrate per 5,2 miliardi. Chi si è affrettato a pagare è stato beffato. Sono rimasti quindi sospesi 3,5 miliardi che andranno recuperati.Con il decreto Rilancio il governo ha fatto slittare al 16 settembre tutte le imposte e i versamenti sospesi nel trimestre di blocco delle attività, cioè le ritenute Irpef, le ritenute d'acconto, l'Iva e i contributi assistenziali e previdenziali. Per avere un'idea di quanto pesano, basta leggere la Relazione tecnica al decreto Liquidità in cui sono riportati gli importi. Le ritenute Irpef da saldare valgono 4,3 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 1,77 miliardi di maggio); le ritenute d'acconto 929 milioni (462 milioni di aprile e 467 di maggio) e l'Iva 5,53 miliardi (2,53 miliardi di aprile e 2,59 di maggio). I contributi previdenziali e assistenziali sospesi sono pari a 8 miliardi di cui Inail 2 miliardi e Inps 6 miliardi. Si aggiungono i pagamenti degli avvisi bonari, delle cartelle esattoriali e degli accertamenti in scadenza dal 2 marzo scorso a tutto maggio. Si tratta complessivamente di oltre 22 miliardi. Il pagamento potrà avvenire in unica soluzione, il 16 settembre, o diluendolo in 4 rate di pari importo, con l'ultima in scadenza il prossimo 16 dicembre. Non tutti però potranno usufruire dello slittamento a metà settembre. Il meccanismo è rivolto solo alle imprese che sono in uno stato veramente critico. Cioè devono trovarsi in una condizione molto particolare: con un volume d'affari fino a 2 milioni di euro per i pagamenti sospesi di marzo; con fatturato inferiore a 50 milioni e un calo dei ricavi del 33%, o con volume d'affari superiore a 50 milioni e un calo del fatturato del 50% per le tasse sospese di aprile e maggio.Chi non ha la cassa così malmessa ha già pagato le imposte di aprile e maggio. E ora è alle prese con le scadenze di giugno. A questo appuntamento non possono sottrarsi nemmeno quelle aziende che, come abbiamo visto, erano in condizioni talmente critiche da essere state costrette a sospendere i pagamenti per tre mesi e per le quali c'è il nuovo termine del 16 settembre.Per avere un'idea del peso impositivo che attende gli imprenditori alla vigilia dell'estate, possiamo rifarci al gettito dell'anno scorso. Nel giugno 2019 le imprese hanno versato 4 miliardi tra saldo e acconto Irpef e 8 miliardi per l'Ires (sempre saldo e acconto). Totale 12 miliardi circa. A questi va aggiunta la prima rata dell'Imu (sospesa quest'anno per le attività ricettive), la Tasi (1 miliardo) e l'Iva (9 miliardi). Totale 29 miliardi. Questa è la scadenza più pesante. La preoccupazione riguarda anche il calcolo dell'acconto. Come si può fare una stima del fatturato di un anno nominato da grandissima incertezza? Il fisco chiuderà un occhio solo con un margine di errore del 20%. Non sarà sanzionato chi verserà almeno l'80% dell'acconto che poi si rivelerà rispondente al reale giro d'affari dell'anno. È un calcolo da equilibrista. Tutte le previsioni indicano un peggioramento netto dell'andamento dell'economia. Il Centro studi di Confindustria ha stimato un crollo del Pil per il 2020 del 9,6%.L'Irap merita un discorso a parte. La rata del 30 giugno è stata abolita ma solo per chi ha fatturato sotto 250 milioni di euro, anche se non hanno avuto un calo del giro d'affari. Circa 1.200 imprese invece la pagheranno perché hanno un giro d'affari superiore. Alcuni imprenditori hanno segnalato che lo sbianchettamento di tale imposta non è stato effettuato con un criterio di equità. L'abolizione è riconosciuta indistintamente a tutti coloro che hanno ricavi sotto i 250 milioni di ricavi. Quelle risorse si potevano utilizzare per aumentare il fondo perduto a favore di chi è in difficoltà.Da questo scenario emerge che la rateizzazione in quattro step potrebbe creare un ingolfamento dei pagamenti, zavorrando i bilanci delle aziende proprio in un momento in cui la liquidità dovrebbe essere convogliata per aiutare la ripartenza. Inoltre, resta per tutti l'impegno di giugno, sia per chi è con l'acqua alla gola sia per chi naviga sul filo del rasoio. C'è il rischio che aumenti l'evasione come scelta obbligata per sopravvivere. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-adesso-si-crepa-di-tasse-2646136581.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-per-mesi-non-si-guadagna-non-e-giusto-pagare-i-tributi" data-post-id="2646136581" data-published-at="1590947816" data-use-pagination="False"> Se per mesi non si guadagna non è giusto pagare i tributi Le tasse non sono state cancellate, come spesso si sente dire, sono state solo rinviate. Non si pagano ora - e ci mancherebbe altro - si pagheranno più avanti. L'unica cancellata è la rata Irap del 30 giugno (saldo 2019 e acconto 2020) soltanto per chi ha un fatturato inferiore a 250 milioni. Le grandi imprese, anche se hanno subito gravi cali di fatturato, non avranno alcuna sospensione. Motivo? Non detto o, meglio, incomprensibile. O meglio ancora comprensibilissimo: se fanno fatturati così alti, cosa vogliono questi imprenditori? Non avranno mica bisogno, avranno montagne di soldi da parte, avranno evaso l'animaccia loro, avranno soldi all'estero, nel pagliaio di casa, sotto il materasso, nel caminetto finto del salotto. Ma che modo di ragionare è? Ma è mai possibile non capire una mazza dell'economia reale fino a questo punto? Se queste imprese hanno fatturato meno sono in pericolo un gran numero dei posti di lavoro, o no? Se hanno fatturato meno avranno un problema di liquidità, o no? Se hanno fatturato meno lo Stato dovrebbe gravarle meno con i tributi, o no? No, se sono ricche, tutto questo non vale. Boh. Dicevamo, tutte le altre tasse rimandate. Non cancellate. Le scadenze da marzo a giugno sono state rinviate a settembre: ritenute Irpef, ritenute d'acconto, Iva, contributi Inps e Inail (due istituti che si sono guadagnati medaglie d'oro di inefficienza e di pressapochismo, medaglie d'oro mondiali). Ma cosa vuol dire rimandare? Perché rimandarle e non cancellarle? Dietro c'è un ragionamento malato e, talvolta, ci sorge il dubbio che non ci sia nessun ragionamento proprio, una scarsa conoscenza dei principi della costituzione. Ora, la Costituzione sul punto è chiarissima. All'articolo 53 dice che i cittadini devono concorrere alle spese dello Stato in ragione della loro capacità contributiva. Cioè in relazione al loro livello di reddito. In parole povere, si devono pagare le tasse nella misura che si può, non solo perché lo Stato ce lo impone. Lo Stato, di diritto e di fatto, non può imporre tasse e tributi in una misura che è insostenibile per un contribuente. Un cittadino non deve mai essere messo di fronte all'alternativa: o pago le tasse o campo. Che sia un cittadino o un'impresa non cambia nulla. Anzi, a maggior ragione, semmai, il principio è ancora più valido per un'impresa dalla quale dipendono i redditi di diversi cittadini lavoratori. O no? Se un'impresa è stata costretta a chiudere per mesi, a causa della pandemia, che capacità contributiva avrà avuto in quei mesi? Facile risposta: zero. E quale obbligo fiscale avrà maturato? Risposta ancora più facile: nessuno. Non è che a settembre, anche se riprendesse la sua attività e tale attività andasse benissimo, maturerà una capacità contributiva per i mesi nei quali è stata chiusa. Queste cose l'avvocato del popolo - come lui stesso si definì - Giuseppe Conte dovrebbe saperle. È vero che lui è professore di diritto privato, ma qualche nozione di diritto tributario, scienza delle finanze nonché di diritto costituzionale le dovrà pur avere. Le comunichi al suo ministro dell'Economia, che si occupa anche di fisco. Non era il caso, invece di disperdere in mille rivoli i soldi della manovra, comprese le biciclette e i monopattini, concentrarsi su tasse e contributi a fondo perduto universali? E le scadenze del 16 giugno: Ires, Imu, Tasi, Tobin tax, imposte dirette relative alla dichiarazione del 2020? A oggi son lì e, vista la parziale riapertura, non vorremmo che rimanessero lì immutate. Se non hanno tolto di mezzo quelle relative ai peggiori mesi della crisi, figuratevi queste. Il fatto che non è digeribile è il seguente: quando è lo Stato a rivendicare i suoi diritti fiscali, il dovere fiscale dei cittadini è fatto rispettare con una durezza fondamentalista, indipendentemente da tutto e da tutti. Quando in gioco sono i diritti tributari dei cittadini, allora si ragiona come se fossero diritti di serie B, inferiori, a disposizione del potere pubblico. 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Silvia Bolla, presidente della Piccola impresa di Confindustria Venezia, è una mitragliatrice. Il governo ha concesso alle imprese in difficoltà di pagare gli arretrati dei 3 mesi di pandemia il 16 settembre, o al massimo entro dicembre. Ma dalle scadenze di giugno non si scampa. «Non so se il governo si rende conto che anche chi è riuscito a sopravvivere in questi mesi di lockdown e ha ancora fondi da parte, se li versa al fisco invece di metterli in azienda, rischia di chiudere. Non si vuole capire che ora ci sono i segnali di crisi, ma a ottobre la recessione esploderà. Togliere alle imprese anche le poche risorse che sono riuscite a conservare, significa condannarle a morte. Dopo la crisi del 2008 abbiamo avuto il numero più alto di suicidi in Veneto, non vogliamo ripetere questa tragica esperienza». Quale è la soluzione? «A me non piace la parola condono, non mi è mai piaciuta. È il momento però di una pace fiscale». Pace fiscale ovvero saltare le scadenze di giugno? «Significa scontare una parte delle imposte da pagare il prossimo mese e rateizzare il resto con scadenze lunghe. Chiediamo al governo di chiamarci a un tavolo per andare in questa direzione. Ho inviato ai miei associati un questionario in cui chiedo la loro opinione sul fisco: tutti mi hanno detto che vorrebbero tirare il fiato con un anno di tregua. È assurdo poi che un imprenditore rischi di essere sanzionato se non riesce a prevedere il fatturato di quest'anno che serve per pagare l'acconto delle imposte. In questa situazione, come faccio a stimare quale sarà il mio giro d'affari? Tante aziende non hanno ancora riaperto, il comparto del turismo sarà bloccato chissà per quanto tempo ancora. Io ho un'azienda di pulizie, ho riaperto ma sto ferma perché lavoro soprattutto con gli alberghi. Tanti imprenditori sono nella mia situazione. È una riapertura per modo di dire». Dicono che un simile taglio dei tributi non sia compatibile con il bilancio dello Stato. «Qui si tratta di decidere se garantire un futuro a tante imprese rinunciando a una parte del gettito, o destinare alla morte tanta parte del tessuto produttivo italiano. E comunque se non si riparte, gli imprenditori non potranno pagare le tasse future. Non parlo di evasione, ma di rinvio dei pagamenti. Non è preferibile, per lo Stato, avere meno soldi ma sicuri, che ancora meno e incerti? Quando le aziende che hanno zero liquidità si ritrovano a dover pagare cifre importanti al fisco, saltano. Se un'azienda chiude è un problema sociale, s'impoverisce il territorio, e lo Stato non ha più le risorse che quell'azienda prima gli garantiva. Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha parlato di un'alta evasione e di crediti inesigibili per il 40%. Se si continuano a strizzare i contribuenti temo che questa percentuale sia destinata a crescere. Meno tasse e più comprensibili: i nostri commercialisti stanno studiando i decreti attuativi per tradurli in italiano. Ci sono cavilli incredibili». Vuol dire che il decreto Rilancio non offre certezze? «Proprio così. Sempre per il tema fiscale, non si sa ancora se gli avvisi bonari che scadono a maggio e giugno saranno posticipati. È sempre un correre dietro ai provvedimenti che escono l'ultimo giorno utile. E poi ci saremmo aspettati un disboscamento della burocrazia, altro costo per le imprese». Faccia qualche esempio di mala burocrazia anche nella riapertura. «Un associato mi ha telefonato per riferire un fatto bizzarro. Aveva partecipato a una gara telematica e l'aveva vinta. Pensava così che i tempi si sarebbero accorciati, invece sbucano le marche da bollo da consegnare di persona. Un processo veloce che si incaglia nelle marche da bollo. In banca il modulo per richiedere il credito con garanzia dello Stato è cambiato 5 volte. E poi c'è l'ecobonus con credito d'imposta al 110%, che rischia di essere un nodo scorsoio per le imprese». Ma come: il bonus per i lavori di edilizia non dovrebbe favorire il settore e rimettere in moto i cantieri? «Dicono che così si attiveranno lavori di miglioramento ed efficientamento energetico degli immobili a costo zero. Sono felice se ci sarà un risparmio energetico importante, però il meccanismo del credito d'imposta presenta un trabocchetto per le aziende del settore». Che cosa non va nell'ecobonus? «Innanzitutto, non sono ancora arrivati i decreti attuativi. Chi intende avviare i lavori è bloccato. Se saranno pubblicati entro il 19 giugno, come sembra probabile, vuol dire che i cantieri prima di luglio non aprono. Ma il problema maggiore è un altro. I privati tenderanno a cedere il credito d'imposta alle imprese. Ma queste come faranno a sobbarcarsi il credito ceduto? Questo meccanismo si può fare per un paio di clienti ma non può diventare sistematico, altrimenti l'azienda se porta tutto in detrazione non ha liquidità per pagare i fornitori. Dovrebbero intervenire anche le banche ma su questo fronte non sappiamo ancora nulla. L'incertezza è totale».
La manifestazione della Cisl per la libertà in Iran (Ansa)
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
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(IStock)
Claudia Serafini e Michele Vincelli, legali di moglie, figli e fratelli di Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, ucciso la notte del 20 settembre 2020 durante un tentativo di furto e dopo aver ferito un carabiniere, tentano di battere cassa direttamente alla Verità, che non è parte processuale ma ha solo lanciato una raccolta di aiuti arrivata alla straordinaria cifra di 450.000 euro.
Donazioni da parte di tantissimi cittadini che hanno voluto così mostrare la loro solidarietà al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, sposato con figli, condannato il 7 gennaio a tre anni di reclusione per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi». È stato ritenuto colpevole di aver sparato al delinquente Badawi nel tentativo di difendere il suo collega Lorenzo Grasso della Radiomobile di Roma, vivo per miracolo. Il siriano era morto.
Marroccella, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni deve pagare una provvisionale di 125.000 euro, somma pari a sei anni del suo stipendio di carabiniere e solo l’enorme generosità dei lettori della Verità gli ha tolto almeno questo incubo economico. Le modalità di versamento della provvisionale, stabilita dal giudice del Tribunale di Roma Claudio Politi a carico dell’imputato ritenuto colpevole in primo grado, vanno concordate tra avvocati. Non certo chiedendo alla Verità di far fronte al pagamento, contando sulle donazioni di così tanti cittadini.
«La richiesta delle parti civili si manda all’avvocato del difensore», confermano Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo legali del vicebrigadiere. Invece, i 450.000 euro devono aver prodotto un abbaglio, si vogliono avere i soldi subito dalla Verità. È singolare, poi, che si intenda chiedere sempre a questo giornale di provvedere alla liquidazione di 8.806 euro come «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano.
Ovvero, 5.180 euro andranno all’avvocato di Zumbach Tania, Badawi Omar, Badawi Kaiser, Badawi Svetlana, Badawi Syriana, Badawi Selvana, Badawi Bakri, Badawi Dalai, Badawi Khadija, Badawi Manal, Badawi Youssef, Badawi Abduirahim»; e 3.626 al secondo legale che assiste Badawi Aber, un altro fratello del siriano. Tutte persone che avevano chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito, cioè di non pagare i propri avvocati!
«La persona non abbiente può richiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato», chiarisce il ministero della Giustizia. Per essere ammesso, deve dichiarare un reddito annuo imponibile non superiore a 13.659,64 euro. La domanda di ammissione si presenta alla cancelleria del giudice e nel caso dei parenti di Badawi era stata accolta.
Va sottolineato che «se il richiedente è straniero (extracomunitario) la domanda deve essere accompagnata da una certificazione (per i redditi prodotti all’estero) dell’autorità consolare competente che attesti la verità di quanto dichiarato nella domanda. In caso di impossibilità, la certificazione può essere sostituita da autocertificazione». Incredibile, un extracomunitario basta che dichiari di essere in difficoltà economiche, mentre un cittadino italiano deve dimostrare di tutto e di più.
Quando un soggetto gode del patrocinio gratuito, le spese sono a carico della collettività quindi noi tutti avremmo dovuto pagare le spese legali delle parti civili del siriano, ucciso durante un tentativo di furto e dopo che aveva ferito un carabiniere. A figli, moglie, fratelli di Jamal Badawi, in tutto tredici persone, è stato concesso di non pagare i propri avvocati ma gli stessi familiari hanno chiesto e ottenuto la provvisionale di 125.000 euro.
Su richiesta di contenuto risarcitorio della parte civile, infatti, il giudice penale può condannare l’imputato al pagamento di una provvisionale come anticipo sull’importo integrale che spetterà in via definitiva. Provvisionale immediatamente esecutiva, si può procedere all’esecuzione forzata senza attendere il deposito delle motivazioni della sentenza che, in questo caso, si conosceranno entro aprile.
Se non ci fosse stata la sottoscrizione e la straordinaria adesione di così tante persone, il vicebrigadiere Emanuele Marroccella sarebbe stato costretto a indebitarsi per pagare subito 125.000 euro, altrimenti il creditore può avviare un pignoramento dello stipendio o di altre somme.
Senza avere ottenuto le attenuanti generiche, con una pena inasprita rispetto ai due anni e sei mesi chiesti dalla Procura, il vicebrigadiere confida nell’Appello. «Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire», hanno ribadito i suoi legali.
Le parti civili volevano che Marroccella fosse imputato addirittura di omicidio volontario e avevano chiesto una cifra astronomica, 200.000 euro per ciascun familiare, ridotta poi dal giudice a 15.000 euro per ogni figlio e la moglie del Badawi, a 5.000 euro per ciascuno dei suoi fratelli. Questi soldi, raccolti attraverso l’iniziativa della Verità, vanno al vicebrigadiere. Provvederà lui, attraverso i suoi avvocati, a pagare i 125.000 euro della provvisionale che gli è stata imposta assieme a una dura condanna.
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I funerali di Youssef Abanoub, il ragazzo ucciso a La Spezia da un coetaneo di origine marocchina. Nel riquadro, Kiro Attia Ayman, il cugino della vittima (Ansa)
Anche Kiro ha origini straniere. Sul suo profilo Facebook compare una bandiera egiziana al fianco di quella italiana. Dunque conosce bene i dilemmi identitari e i problemi delle cosiddette seconde e terze generazioni. Giovedì, parlando a Ore 14 Sera di Milo Infante, su Raidue, è stato chiarissimo a riguardo. Già il suo esordio è stato sorprendente. La telecamera lo inquadrava e dietro di lui si vedevano una croce e un’immagine della Madonna, segno evidente della religione cristiana copta, che a quanto pare ha avuto un ruolo rilevante nella formazione del ragazzo. «Nonostante questo momento difficile per noi e per tutti quanti», ha iniziato Kiro, «mi sono sentito in dovere di ringraziare tutte le forze dell’ordine, tutti gli uomini e le donne che indossano una divisa, che in questa settimana sono stati di un grandissimo supporto. I loro occhi parlavano chiaro, dicevano “Kiro ce la fai, vai avanti, siamo tutti con te”». Caspita: un giovane che ringrazia le forze dell’ordine per il loro lavoro, gesto decisamente inedito da cui pure qualche politico dovrebbe prendere esempio. Ma attenti che il meglio deve ancora venire. Milo Infante ha posto a Kiro una domanda diretta e cristallina: «Chi oggi porta un coltello in tasca, chi è un pericolo per la sicurezza?». Kiro ha risposto con saggezza: «In base alla mia esperienza purtroppo», ha detto, «ci sono tantissimi giovani che girano sempre con dei coltelli in tasca con la scusa di doversi difendere. Ma se si mettessero tutti d’accordo e dicessero “il coltello non ce lo portiamo così non ci dobbiamo difendere da nessuno”, probabilmente questo fenomeno diminuirebbe». Subito dopo, Kiro ha fatto affermazioni spiazzanti, almeno per l’intellettuale italico medio.
«Il problema», ha spiegato, «non è solo quello del coltello, ci sono altri problemi. I problemi possono riguardare la cultura dei ragazzi e soprattutto il modo in cui sono stati educati in casa. Purtroppo c’è questa cultura del coltello che in alcuni Paesi è normale. Per loro è normale utilizzarli, un po’ come per noi magari è normale uscire con il telefono. Per loro uscire con un coltello o qualsiasi arma che possa offendere qualsiasi altra persona è un gesto di normalità». A quel punto, Infante lo ha incalzato: «Ma quando dici “loro” a chi ti riferisci, ai cosiddetti maranza?». Risposta di Kiro: «Hai detto benissimo Milo, proprio i maranza, le baby gang, proprio loro, che da quando sono aumentati è aumentato anche questo fenomeno qui dei coltelli».
Ma pensa, il giovane di origini egiziane spiega che ci sono altri ragazzi stranieri che hanno una cultura del coltello. Stranieri di precisa provenienza, e con abitudini note. «Sicuramente ci sono tantissimi fattori che hanno influenzato questo tipo di violenza, dalla morte di mio cugino oppure a tanti altri episodi che sentiamo ogni giorno», ha proseguito Kiro. «Se io non filtro l’immigrazione e mi porto persone che sono criminali già nel loro Paese di origine, diventano criminali anche qui. Le leggi che ci sono andavano bene fino a qualche anno fa, perché fino a qualche anno fa in una rissa si finiva con due pugni, tre punti in testa e finiva lì. Nel 2026 si portano i coltelli ed è un problema. Nel 2030 probabilmente la gente andrà in giro con le armi, se già non lo fanno». Davvero incredibile. Kiro non parla di disagio, non ripete frasi strappacuore su integrazione e ascolto. Lui l’integrazione la vive, e non gli piacciono né l’immigrazione di massa né i maranza che girano armati. E più parla, più chiede rigore e sicurezza. «Se io esco con un grammo di droga e la polizia mi ferma, mi fa un foglio di possesso e finita lì la storia», insiste Kiro. «Ma penso che servano misure molto restrittive: mi fermano con un grammo di droga? Allora mi sospendono la patente, mi ritirano il passaporto, devono limitare la mia libertà». Sono parole di un «nuovo italiano» che non invita alla guerra ma al disarmo, epperò chiede rigore e rispetto delle regole. Non piange sull’integrazione mancata, è integrato con serietà e garbo. Volete più ascolto? Cominciate ascoltando lui.
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A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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