Delitto La Spezia, sfogo del cugino di Youssef: basta maranza, viva gli agenti

Da giorni illustri commentatori e politici progressisti vanno ripetendo che per combattere la violenza diffusa bisogna non tanto varare nuove misure repressive o spargere più agenti del territorio, ma occuparsi del disagio giovanile e ascoltare i ragazzi. È una teoria interessante, motivo per cui speriamo con tutto il cuore che tutte queste personalità autorevoli tengano fede ai loro propositi e ascoltino la voce di un ragazzo. Parliamo di Kiro Attia Ayman, giovanissimo cugino di Youssef Abanoub, studente ucciso a coltellate in una scuola di La Spezia la scorsa settimana da un compagno, Zouhair Atif, 19 anni, marocchino. Va ascoltato con attenzione Kiro, perché parla con gentilezza e intelligenza, senza cadere in mezzo luogo comune. E dice cose diverse dalle banalità che circolano sui media e che vengono quotidianamente ribadite dall’intellettuale unico progressista.
Anche Kiro ha origini straniere. Sul suo profilo Facebook compare una bandiera egiziana al fianco di quella italiana. Dunque conosce bene i dilemmi identitari e i problemi delle cosiddette seconde e terze generazioni. Giovedì, parlando a Ore 14 Sera di Milo Infante, su Raidue, è stato chiarissimo a riguardo. Già il suo esordio è stato sorprendente. La telecamera lo inquadrava e dietro di lui si vedevano una croce e un’immagine della Madonna, segno evidente della religione cristiana copta, che a quanto pare ha avuto un ruolo rilevante nella formazione del ragazzo. «Nonostante questo momento difficile per noi e per tutti quanti», ha iniziato Kiro, «mi sono sentito in dovere di ringraziare tutte le forze dell’ordine, tutti gli uomini e le donne che indossano una divisa, che in questa settimana sono stati di un grandissimo supporto. I loro occhi parlavano chiaro, dicevano “Kiro ce la fai, vai avanti, siamo tutti con te”». Caspita: un giovane che ringrazia le forze dell’ordine per il loro lavoro, gesto decisamente inedito da cui pure qualche politico dovrebbe prendere esempio. Ma attenti che il meglio deve ancora venire. Milo Infante ha posto a Kiro una domanda diretta e cristallina: «Chi oggi porta un coltello in tasca, chi è un pericolo per la sicurezza?». Kiro ha risposto con saggezza: «In base alla mia esperienza purtroppo», ha detto, «ci sono tantissimi giovani che girano sempre con dei coltelli in tasca con la scusa di doversi difendere. Ma se si mettessero tutti d’accordo e dicessero “il coltello non ce lo portiamo così non ci dobbiamo difendere da nessuno”, probabilmente questo fenomeno diminuirebbe». Subito dopo, Kiro ha fatto affermazioni spiazzanti, almeno per l’intellettuale italico medio.
«Il problema», ha spiegato, «non è solo quello del coltello, ci sono altri problemi. I problemi possono riguardare la cultura dei ragazzi e soprattutto il modo in cui sono stati educati in casa. Purtroppo c’è questa cultura del coltello che in alcuni Paesi è normale. Per loro è normale utilizzarli, un po’ come per noi magari è normale uscire con il telefono. Per loro uscire con un coltello o qualsiasi arma che possa offendere qualsiasi altra persona è un gesto di normalità». A quel punto, Infante lo ha incalzato: «Ma quando dici “loro” a chi ti riferisci, ai cosiddetti maranza?». Risposta di Kiro: «Hai detto benissimo Milo, proprio i maranza, le baby gang, proprio loro, che da quando sono aumentati è aumentato anche questo fenomeno qui dei coltelli».
Ma pensa, il giovane di origini egiziane spiega che ci sono altri ragazzi stranieri che hanno una cultura del coltello. Stranieri di precisa provenienza, e con abitudini note. «Sicuramente ci sono tantissimi fattori che hanno influenzato questo tipo di violenza, dalla morte di mio cugino oppure a tanti altri episodi che sentiamo ogni giorno», ha proseguito Kiro. «Se io non filtro l’immigrazione e mi porto persone che sono criminali già nel loro Paese di origine, diventano criminali anche qui. Le leggi che ci sono andavano bene fino a qualche anno fa, perché fino a qualche anno fa in una rissa si finiva con due pugni, tre punti in testa e finiva lì. Nel 2026 si portano i coltelli ed è un problema. Nel 2030 probabilmente la gente andrà in giro con le armi, se già non lo fanno». Davvero incredibile. Kiro non parla di disagio, non ripete frasi strappacuore su integrazione e ascolto. Lui l’integrazione la vive, e non gli piacciono né l’immigrazione di massa né i maranza che girano armati. E più parla, più chiede rigore e sicurezza. «Se io esco con un grammo di droga e la polizia mi ferma, mi fa un foglio di possesso e finita lì la storia», insiste Kiro. «Ma penso che servano misure molto restrittive: mi fermano con un grammo di droga? Allora mi sospendono la patente, mi ritirano il passaporto, devono limitare la mia libertà». Sono parole di un «nuovo italiano» che non invita alla guerra ma al disarmo, epperò chiede rigore e rispetto delle regole. Non piange sull’integrazione mancata, è integrato con serietà e garbo. Volete più ascolto? Cominciate ascoltando lui.





