
Jacques Moretti è tornato in libertà dopo il pagamento di una cauzione di 200.000 franchi, versata da un finanziatore rimasto anonimo, mentre resta indagato per omicidio colposo plurimo e incendio colposo per la strage del Constellation. È proprio questo dettaglio ad alimentare il sospetto, espresso apertamente da alcuni familiari delle vittime, che Moretti possa essere una «testa di legno», il volto visibile di interessi più ampi e privo di reali risorse economiche. Un timore che pesa sull’inchiesta: che l’allargamento delle responsabilità a soggetti pubblici o tecnici finisca per rallentare l’accertamento e complicare il percorso dei risarcimenti. Di certo la cauzione versata da un terzo rende sempre più inevitabile un approfondimento patrimoniale anche per chiarire voci circolate nelle ultime settimane legate alle origini corse del gestore.
La liberazione è avvenuta comunque con misure sostitutive, tra cui il divieto di lasciare la Svizzera, l’obbligo di consegna dei documenti e la presentazione quotidiana alla polizia. Viene applicato il principio del diritto penale svizzero secondo cui l’imputato resta libero fino al giudizio. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito la scarcerazione di Moretti «un oltraggio alle famiglie». Sulla stessa linea la presidente del consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato di «insulto alla memoria delle vittime» e ha annunciato che il governo italiano chiederà conto alle autorità svizzere di quanto accaduto. L’avvocato Alessandro Vaccaro, che assiste la famiglia di Emanuele Galeppini, il sedicenne morto nella strage, ha detto che la scarcerazione di Moretti «lascia interdetti», anche perché nelle ultime ore emergono i paradossi dell’inchiesta. Mentre il gestore del Constellation esce dal carcere grazie a soldi di benefattori anonimi, il procedimento si allarga, seguendo la stessa linea della difesa dei Moretti: se le regole sono state rispettate, le responsabilità vanno cercate lungo la filiera dei controlli.
L’incendio del bar Le Constellation a Crans-Montana, la notte di Capodanno, ha causato 40 morti e 116 feriti. A quasi tre settimane dal rogo, 70 persone sono ancora ricoverate in Svizzera e all’estero; due giovani italiani sono stati dimessi dal Niguarda di Milano, mentre altri restano in rianimazione o in reparti specialistici per ustioni gravi e danni respiratori. Secondo gli inquirenti, l’incendio sarebbe stato causato dalle scintille di candele «fontana» che hanno incendiato una schiuma insonorizzante nel piano interrato. La ricostruzione dovrà chiarire dinamica, capienza e vie di fuga. Ma l’indagine è destinata ad allargarsi ad altri soggetti: i gestori sostengono che la responsabilità non fosse solo loro ma di chi doveva vigilare. I controlli antincendio spettavano ai servizi tecnici comunali, sotto la vigilanza del Cantone, e funzionari e responsabili delle ispezioni potrebbero finire sotto esame.
È accertato che il locale non veniva ispezionato dal 2019. Il vicesindaco Nicole Bonvin Clivaz ha ammesso l’assenza di controlli. Continuano inoltre a circolare voci non confermate secondo cui i muri del locale potrebbero essere di sua proprietà. A richiamare il tema sono state le parole di Tommaso Lucia, dirigente del Mef e padre di un ragazzo ustionato, che ha parlato di risarcimenti inadeguati e ha definito Moretti una possibile «testa di legno». Sul piano civile, l’avvocato svizzero Rainer Deecke ha spiegato che la riparazione morale può arrivare a 100.000 franchi o più nei casi di ustioni gravi, mentre per la morte di un adolescente senza reddito l’indennizzo ai familiari oscilla tra 20.000 e 40.0000 franchi per congiunto. I danni complessivi, in presenza di responsabilità solidale anche degli enti pubblici, possono raggiungere cifre molto elevate. Ma è qui che si concentra l’allarme delle famiglie: che una dispersione delle colpe, tra gestori, tecnici e istituzioni, si traduca in anni di contenziosi, con risarcimenti rinviati o ridotti e il rischio concreto che, alla fine, nessuno paghi davvero per tutti.





