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2025-01-21
Ci sono «Due mondi», ma solo in uno la realtà trova ancora una casa
(IStock)
Chiamati a vivere un cruciale momento di passaggio, la fine del Novecento, ci troviamo come a percorrere la lettura dei fatti che ci troviamo di fronte, a riflettere sulla rivoluzione antropologica che sta investendo il mondo. Uscire dalle forme stabilite, soprattutto da quei canoni che governano la saggistica, diventa un atto di necessità, di ribellione contro la narrazione che ha smesso da tempo di parlare del mondo, preferendo invece indugiare su soggetti che si rivelano insignificanti, forse per decadenza, forse per preciso calcolo, forse per inconfessabile pudore. La narrativa, che un tempo era un faro della conoscenza e dell’introspezione umana, oggi non ha più possibilità di liberarsi; è già prigioniera di un discorso che non tace mai, un flusso incessante di immagini e testi che si sovrappongono, creando un mosaico di trasparenze che, paradossalmente, rende opaco ciò che è stato detto solo poche ore o minuti prima. Questo posarsi di fogli trasparenti, uno sull’altro, somma trasparenza a trasparenza, generando un’oscurità che nasconde più di quanto non riveli. È come se ci trovassimo in un patto di lucidità tra il male e la sua intelligenza, dove la comunicazione digitale, sempre online e in continuo aggiornamento, diventa l’unica voce che si sente, seppellendo le occasioni di disvelamento sotto un incessante flusso di informazioni. La parola scritta, che un tempo attingeva significato da fonti profonde, ora si nutre dei social, diventando essa stessa parte di quel flusso che si arricchisce delle reminiscenze di linguaggi morti al nascere e che rispondevano a codici esclusivi, da setta, da club, da salottino letterario. Lì gli operatori della parola scritta indossano la maschera dello scrittore, dell’intellettuale, del funzionario culturale, in un gioco di specchi che saluta per sempre Teeteto e che rende la maschera l’unico accessorio di verità. Eppure, in questo scenario, Friedrich Nietzsche sembra aver anticipato tutto con la sua forma aforistico-discorsiva, forma che trova oggi eco nei social, contraddizioni incluse. A lui si guarda ancora per cercare di dire le cose, soprattutto in questo momento di estrema gravità, dove il pericolo è più vicino, e così anche ciò che può salvarci. Ma ciò che salva è nascosto, richiede occhi capaci di vedere oltre l’apparenza, di tenere alte le fiaccole della conoscenza, senza meriti se non quello di adempiere al proprio destino, senza colpe se non quella di ripetere ciò che molti dicono a bassa voce. Dopo la terra ostile, che non cessa di esserlo, esistono due mondi e ciò che qui si cerca di articolare è che tra le tante cose invisibili e poco chiare, ve ne sono alcune che fungono da chiavi per comprendere il resto. Una di queste chiavi è la terra ostile stessa, l’altra la coscienza dell’ineluttabilità dei due mondi; altre chiavi verranno e di altre sarà necessario parlare. Questo è un tentativo di preparare il terreno per comprendere che i due mondi non sono altro che l’esito della terra ostile, la sua ricaduta allorché i disegni del nemico non si siano realizzati. Se la loro vittoria fosse stata completa, se avessero raggiunto ciò che si erano prefissi venticinque anni fa o più, allora la terra ostile si sarebbe ristretta, rimpicciolita sino a soffocare gli ultimi sopravvissuti. Ma così non è stato, qualcosa non è tornato nei conti da garzoni che si erano fatti: una parte di umanità si è mostrata irriducibile al progetto di trasformazione radicale e sono nati così i due mondi, quello del gregge degli entusiasti e quello di coloro che non hanno potuto distogliere gli occhi dalla lama mentre veniva brandita. Per capire tutto questo, bisogna immergersi nel flusso di quella che è la nostra esistenza contemporanea, dove ogni parola, ogni immagine, ogni tweet, ogni post diventa parte di una narrazione più grande, una sinfonia caotica che cerca di dare un senso all’insensato. Se ci fermiamo a osservare, vediamo come la nostra vita quotidiana sia ormai intrecciata con questa rete digitale, dove ogni connessione, ogni like, ogni commento aggiunge una nota a questa sinfonia, una modulazione allo strano incedere di un’armonia che mai avevamo sentito prima. E in questo contesto, il nostro compito come custodi della parola e del pensiero, è di non perdere la capacità di discernere, di distinguere tra l’effimero e l’eterno, tra ciò che è vero e ciò che è solo un riflesso distorto della verità. Ma non per moralità o «senso del dovere», ancor meno per sentirsi buoni cittadini o membri integrati di un sistema che ci mastica per digerirci; semplicemente perché noi non abbiamo potuto fare a meno di riconoscere come il dato di realtà sia tale, che il sole sorge, che l’erba è verde e che una mela è una mela. Non avevano previsto che portandoci qui avrebbero risvegliato le ultime facoltà dormienti che ci trascendono, quelle che ci tengono in accordo con il mondo, quell’istinto a risvegliarsi nella parte più insopportabile dell’incubo. Se una sola riga di I due mondi riuscirà a piacere, allora il compito sarà stato compiuto, come un seme gettato nel vasto campo, un seme che, con cura e attenzione, potrebbe germogliare in una comprensione più profonda del nostro tempo e dei due mondi che abitiamo. Basta anche solo un attimo di esitazione.
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Stiamo vivendo un momento di cambiamenti cruciali, che investono anche la scrittura e la narrativa. Nel libro in edicola con «La Verità» la differenza tra la terra accogliente e quella ostile, che non ha vinto.Chiamati a vivere un cruciale momento di passaggio, la fine del Novecento, ci troviamo come a percorrere la lettura dei fatti che ci troviamo di fronte, a riflettere sulla rivoluzione antropologica che sta investendo il mondo. Uscire dalle forme stabilite, soprattutto da quei canoni che governano la saggistica, diventa un atto di necessità, di ribellione contro la narrazione che ha smesso da tempo di parlare del mondo, preferendo invece indugiare su soggetti che si rivelano insignificanti, forse per decadenza, forse per preciso calcolo, forse per inconfessabile pudore. La narrativa, che un tempo era un faro della conoscenza e dell’introspezione umana, oggi non ha più possibilità di liberarsi; è già prigioniera di un discorso che non tace mai, un flusso incessante di immagini e testi che si sovrappongono, creando un mosaico di trasparenze che, paradossalmente, rende opaco ciò che è stato detto solo poche ore o minuti prima. Questo posarsi di fogli trasparenti, uno sull’altro, somma trasparenza a trasparenza, generando un’oscurità che nasconde più di quanto non riveli. È come se ci trovassimo in un patto di lucidità tra il male e la sua intelligenza, dove la comunicazione digitale, sempre online e in continuo aggiornamento, diventa l’unica voce che si sente, seppellendo le occasioni di disvelamento sotto un incessante flusso di informazioni. La parola scritta, che un tempo attingeva significato da fonti profonde, ora si nutre dei social, diventando essa stessa parte di quel flusso che si arricchisce delle reminiscenze di linguaggi morti al nascere e che rispondevano a codici esclusivi, da setta, da club, da salottino letterario. Lì gli operatori della parola scritta indossano la maschera dello scrittore, dell’intellettuale, del funzionario culturale, in un gioco di specchi che saluta per sempre Teeteto e che rende la maschera l’unico accessorio di verità. Eppure, in questo scenario, Friedrich Nietzsche sembra aver anticipato tutto con la sua forma aforistico-discorsiva, forma che trova oggi eco nei social, contraddizioni incluse. A lui si guarda ancora per cercare di dire le cose, soprattutto in questo momento di estrema gravità, dove il pericolo è più vicino, e così anche ciò che può salvarci. Ma ciò che salva è nascosto, richiede occhi capaci di vedere oltre l’apparenza, di tenere alte le fiaccole della conoscenza, senza meriti se non quello di adempiere al proprio destino, senza colpe se non quella di ripetere ciò che molti dicono a bassa voce. Dopo la terra ostile, che non cessa di esserlo, esistono due mondi e ciò che qui si cerca di articolare è che tra le tante cose invisibili e poco chiare, ve ne sono alcune che fungono da chiavi per comprendere il resto. Una di queste chiavi è la terra ostile stessa, l’altra la coscienza dell’ineluttabilità dei due mondi; altre chiavi verranno e di altre sarà necessario parlare. Questo è un tentativo di preparare il terreno per comprendere che i due mondi non sono altro che l’esito della terra ostile, la sua ricaduta allorché i disegni del nemico non si siano realizzati. Se la loro vittoria fosse stata completa, se avessero raggiunto ciò che si erano prefissi venticinque anni fa o più, allora la terra ostile si sarebbe ristretta, rimpicciolita sino a soffocare gli ultimi sopravvissuti. Ma così non è stato, qualcosa non è tornato nei conti da garzoni che si erano fatti: una parte di umanità si è mostrata irriducibile al progetto di trasformazione radicale e sono nati così i due mondi, quello del gregge degli entusiasti e quello di coloro che non hanno potuto distogliere gli occhi dalla lama mentre veniva brandita. Per capire tutto questo, bisogna immergersi nel flusso di quella che è la nostra esistenza contemporanea, dove ogni parola, ogni immagine, ogni tweet, ogni post diventa parte di una narrazione più grande, una sinfonia caotica che cerca di dare un senso all’insensato. Se ci fermiamo a osservare, vediamo come la nostra vita quotidiana sia ormai intrecciata con questa rete digitale, dove ogni connessione, ogni like, ogni commento aggiunge una nota a questa sinfonia, una modulazione allo strano incedere di un’armonia che mai avevamo sentito prima. E in questo contesto, il nostro compito come custodi della parola e del pensiero, è di non perdere la capacità di discernere, di distinguere tra l’effimero e l’eterno, tra ciò che è vero e ciò che è solo un riflesso distorto della verità. Ma non per moralità o «senso del dovere», ancor meno per sentirsi buoni cittadini o membri integrati di un sistema che ci mastica per digerirci; semplicemente perché noi non abbiamo potuto fare a meno di riconoscere come il dato di realtà sia tale, che il sole sorge, che l’erba è verde e che una mela è una mela. Non avevano previsto che portandoci qui avrebbero risvegliato le ultime facoltà dormienti che ci trascendono, quelle che ci tengono in accordo con il mondo, quell’istinto a risvegliarsi nella parte più insopportabile dell’incubo. Se una sola riga di I due mondi riuscirà a piacere, allora il compito sarà stato compiuto, come un seme gettato nel vasto campo, un seme che, con cura e attenzione, potrebbe germogliare in una comprensione più profonda del nostro tempo e dei due mondi che abitiamo. Basta anche solo un attimo di esitazione.
La rappresentanza del governo all'apertura di Vinitaly 2026 (Ansa)
Viene in mente una hit di Vasco Rossi: voglio cercare un senso a questo Vinitaly anche se questo Vinitaly un senso non ce l’ha. Nulla di nuovo nonostante la presenza di ben cinque ministri e domani, martedì, è attesa anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Inaugurazione ieri con il titolare degli Esteri Antonio Tajani che parla di Hormuz (dallo stretto com’è noto passano cisterne di vino!), del quadro globale instabile e della Farnesina ministero economico che punta a 700 miliardi di export per l’Italia. Poco più dell’1% sarebbe il vino. Tajani parla benissimo degli accordi Mercosur e con l’Australia a cui concediamo di spacciare finto Prosecco in giro per il mondo, così come abbiamo consentito all’Argentina d’importare dagli Usa il Parmesan e di rivendercelo. Non una parola sull’Europa vuole penalizzare il vino con le etichette allarmistiche. Ma Tajani è soddisfatto perché in America abbiamo ottenuto dazi al 15% sulle nostre bottiglie – gli Usa sono il nostro primo cliente: abbiamo perso il 9% che significa 180 milioni - e c’è chi sta peggio. Un clima da celebrazioni che contrasta col pessimismo e il senso di smarrimento delle aziende.
Vendere vino è una questione di egemonia culturale ed economica: i successi del vino sono legati alla cultura occidentale. I romani lo imposero con l’Impero, lo hanno fatto poi gli inglesi «inventori» commerciali di Bordeaux, dello Campagne e del Marsala. Ma per dirlo bisogna saperlo e avere il coraggio di ammettere che con due miliardi di musulmani, circa 1,5 miliardi di indiani che non si possono permettere il vino e un altro miliardo di cinesi che non sanno neppure cos’è il perimetro di mercato è strettino. Se poi ci facciamo la guerra in Europa con le etichette che equiparano il vino al veleno è fatta. Eppure Matteo Zoppas – presidente dell’Ice – la spara e la spera grossa: «Portiamo l’export del vino italiano a 10 miliardi, l’obiettivo è ambizioso, ma possibile». Detto per inciso quest’anno siamo passati da 8,1 a 7,8 miliardi lasciando per strada quasi il 4%. Tocca a Francesco Lollobrigida ministro dell’agricoltura dare un cenno di speranza ecumenico: «Lo disse papa Woytila: non abbiate paura». Lollobrigida ha fatto fare una mega-bottiglia di trenta metri con scritto dentro c’è l’Italia per dire che ogni bicchiere è testimonianza dei nostri valori. Ha rivendicato il riconoscimento Unesco della nostra cucina (sulla qualità però nessuno sorveglia) perché «senza vino non si mangia bene, il vino deve tornare a raccontarsi come prodotto centrale». Resta il fatto che mentre abbinare vino e Mozart, vino e tagliatelle è facile metterlo insieme con Sfera Ebbasta e con le orride polpette da fast food è più complicato.
Intanto il consumo pro capite in Italia è precipitato sotto i 28 litri e infatti nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri stoccati. Girando per i padiglioni sembra che domini il Principe di Salina: bisogna che tutto cambi perché tutti resti com’è. Solite degustazioni, stand ad effetto, ma di farne una questione di centralità economica e politica prima di tutto in Ue dove Ursula von der Leyen considera l’agricoltura una seccatura non si vede traccia. Tocca al ministro del turismo Gianmarco Mazzi ricordare che il vino «è storia millenaria e che dall’enoturismo viene un impulso». Il ministro del made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che le leve dalla crescita sono enoturismo e nuovi mercati (peccato che l’Ue tagli i soldi per la promozione) e che il Vinitaly è una «vetrina della resilienza e della competitività del made in Italy». Forse, verrebbe da dire. Anche se il presidente della Fiera di Verona Federico Bricolo (i veneti c’erano tutti dal neopresidente della Regione Alberto Stefani al presidente della Provincia e al Sindaco di Verona Flavio Massimo Pasini e Damiano Tommasi) ha fatto lo spot al suo Vinitaly «perché qui il sistema vino è tutto unito e noi siamo non solo Fiera, ma agenzia per l’export che guarda ai mercati emergenti». Ci sono 4400 aziende, felicissima la partecipazione dell’Armenia l’antica culla del vino, tra speranza e pessimismo.
Lamberto Frescobaldi presidente dell’Uiv dice che la «scossa della crisi servirà a rivitalizzare la voglia d’intraprendere delle aziende» e la Confcooperative con Luca Rigotti insiste: se abbassiamo il tasso alcolico si conquista nuovo consumo. I dealcolati fanno moda, ma non fanno, per ora, fatturato. Una parola di verità la dice la Coldiretti. Volete rilanciare il vino? Toglieteci i lacci e i balzelli e finalmente si parla d’Europa. Significa come sottolinea Vincenzo Gesmundo di Coldiretti «liberare il vino da quasi duemila pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari: nessun comparto al mondo è così gravato dalla burocrazia». Semplificare vorrebbe dire: «togliere 1,6 miliardi di euro di costi nascosti che possono tornare direttamente nelle tasche delle imprese vitivinicole italiane». Il fatturato complessivo del vino italiano che resta comunque la prima voce dell’export agricolo, è di 14 miliardi. Buttarne via oltre il 12% in grida manzoniane pare da ubriachi.
«Pronti a tutelare le eccellenze»
Il cambiamento climatico e le problematiche che questo comporta per il settore agroalimentare dà sempre più centralità al ruolo svolto dalle soluzioni assicurative. Sono sempre più frequenti gli eventi estremi, siccità prolungate, alluvioni, grandine e ondate di calore che devastano l'agricoltura, causando perdite produttive significative e mettono a dura prova il settore. Solo nel 2025, l’Italia ha registrato quasi 380 eventi climatici estremi. Il comparto vitivinicolo, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, è tra i settori più esposti. Di qui il rapporto stretto tra mondo del vino e quello assicurativo a protezione del comparto agroalimentare, che vale oltre il 15% del Pil Italiano, e avrà sempre più l’esigenza di poter contare su soluzioni in grado di salvaguardare aziende, territori e comunità. Un connubio ribadito dalla presenza di Generali Italia, alla 58a edizione di Vinitaly a Verona, la manifestazione internazionale di riferimento per il mondo enologico.
Diversi giorni di incontri, tavole rotonde, approfondimenti e dirette Youtube sono in calendario dallo stand di Generali e de Le Tenute del Leone Alato, la società vitivinicola della compagnia, presente nelle regioni a più alta vocazione produttiva del Paese. Occasioni di incontro e approfondimento anche in città, grazie a Vinitaly and the City e alla mostra L’Arte al Vinitaly.
«Come primo assicuratore del Paese - ha affermato Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo di Generali Italia e presidente del Gruppo Leone Alato - sentiamo la responsabilità di essere al fianco delle imprese con soluzioni innovative e con una visione di lungo periodo, capace di creare valore e proteggere il lavoro e i territori, integrando in modo concreto i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Grazie alla forza della Rete di Generali Italia e Cattolica, continueremo a supportare le eccellenze italiane in un percorso di crescita sostenibile e a fornire risposte concrete a comunità e imprese, contribuendo allo sviluppo del Paese».
Secondo dati Istat e dell’Unione europea, il nostro continente, a causa delle trasformazioni del clima e degli eventi collegati, potrebbe dover affrontare costi pari a 600 miliardi di euro fino al 2030.
Oltre all’impatto del cambiamento metereologico, saranno affrontati i temi della sostenibilità ambientale, dell’agricoltura rigenerativa, del turismo e dello sviluppo del territorio con una serie di incontri nel “Glass box” a due piani ospitato nel Padiglione Veneto, insieme a una serie di iniziative, tra cui le degustazioni delle bottiglie de “Le Tenute del Leone Alato” che vedranno coinvolti, oltre agli appassionati del buon vino, anche imprenditori, agenti, periti, agricoltori e studiosi di sostenibilità, clima e ambiente. Un racconto corale, con al centro esperti e manager della compagnia, che aiuterà a capire quali strade intraprendere per offrire risposte adeguate ad un mondo produttivo fondamentale per lo sviluppo dell’economia italiana.
Generali Italia inoltre porta la cultura al Vinitaly. Grazie alla partnership con il ministero dell’Agricoltura e in collaborazione con il ministero della Cultura, verrà esposta una selezione di sculture a tema mitologico provenienti da Firenze. Dalla Galleria degli Uffizi sarà possibile ammirare il gruppo statuario Bacco e Satiro, quello di Bacco e Ampelo, la Ninfa con pantera e le statue di Bacco e di Hora, mentre da Palazzo Pitti una statua di Bacco di epoca romana. L'iniziativa rientra in Generali Valore Cultura, il progetto che da dieci anni sostiene l'arte e la cultura, per valorizzare le comunità e i territori e promuovere la bellezza che unisce il Paese.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 aprile con Carlo Cambi
Peter Magyar (Getty Images)
E poi ovviamente c’è il dato più rilevante, ovvero l’esito (provvisorio al momento in cui andiamo in stampa) delle elezioni più combattute degli ultimi anni. Fidesz, il partito di Viktor Orbán, se la gioca fino all’ultimo con Tisza, la formazione guidata da Peter Magyar. Mentre chiudiamo il giornale i primi scrutini (29,1% dei voti esaminati) mostrano un vantaggio dell’opposizione per 132 seggi a 59, ma intanto c’è un’evidenza: per la prima volta dopo molto tempo Fidesz ha una concreta possibilità di perdere. Orbán suda e fatica dopo sedici anni col vento in poppa, tra gli scongiuri dei fanatici europeisti che in questi anni lo hanno dipinto come un mostro, un nuovo Hitler, l’incarnazione dell’incubo sovranista. Ancora ieri, alla vigilia del voto, gli allegri cantori del sistema - gente come Bernard-Henri Lévy - insistevano a parlare del voto in Ungheria come di uno spartiacque per la storia europea: lo scontro finale tra il Bene (ovviamente rappresentato da Bruxelles) e il mostro di Budapest.
Viene però da chiedersi: come mai, se Orbán era davvero un autocrate nemico della democrazia, un disonesto manipolatore, su queste elezioni c’è stata così tanta incertezza? Non dovrebbe un aspirante dittatore, uno che ha esercitato il potere assoluto per quasi un ventennio, preoccuparsi di impedire il corretto funzionamento delle procedure democratiche al fine di assicurarsi un successo scontato e schiacciante? E invece il presunto autocrate ha dovuto lottare e soffrire esattamente come il suo sfidante. A quanto pare non sono servite a levare di mezzo gli ostacoli nemmeno le onnipresenti «ingerenze russe» che ogni volta vengono evocate quando si sospetta che possa vincere un leader sgradito all’establishment liberal-europeista. In compenso, quello sì, sembra che abbiano funzionato e non poco le ingerenze vere e più feroci, cioè le pressioni fortissime esercitate da Bruxelles e dai suoi fedeli cani da guardia.
«Al di là dell’esito, una cosa è certa: queste elezioni si sono svolte sotto fortissime pressioni esterne, soprattutto da parte della Ue e dell’establishment politico-mediatico mainstream», ci dice Thomas Fazi, saggista e attento analista della situazione ungherese. «Da settimane si montava un nuovo Russiagate - presunte interferenze russe prive di qualsiasi prova concreta - con un doppio obiettivo: avvantaggiare l’opposizione o, in caso di vittoria di Orbán, dichiararne invalido il risultato, esattamente come avvenuto in Romania poco più di un anno fa. Particolarmente grave è stato il rilascio di intercettazioni tra il ministro degli Esteri ungherese e il suo omologo russo Lavrov: intercettazioni che non rivelano nulla di scandaloso, se non il fatto - questo sì sconcertante - che qualche servizio di intelligence occidentale stesse spiando il governo Orbán. A ciò si aggiunge il sabotaggio ucraino dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo in Ungheria: un clamoroso tentativo di destabilizzazione pre-elettorale avvenuto quanto meno con il beneplacito di Bruxelles. Nel complesso», conclude Fazi, «questa elezione conferma una tendenza ormai difficilmente negabile: tenere elezioni davvero libere in Europa è diventato pressoché impossibile, e la responsabilità principale è di Bruxelles».
Per altro, urge ricordare che tutte le tirate sulla democrazia che deve ritornare a Budapest e sulla necessità di svolte liberali fingono di ignorare un dato di fatto. E cioè che Tisza è riuscita a mettere in difficoltà Orbán - operazione in cui tutte le forze di sinistra hanno fallito - proprio perché non è un partito progressista. In pratica Magyar è un Orbán rivisitato che ha saputo accreditarsi molto bene presso la lobby Ue. Il punto, in fondo, è soltanto questo: la disponibilità o meno dell’Ungheria a obbedire ai diktat europei. Orbán ha rappresentato la spina nel fianco di Bruxelles, il leader che continua a rivendicare la sua indipendenza e non cede a una mega macchina costruita per opprimere. Come ha giustamente notato Richard Schenk, direttore dell’Osservatorio sulle interferenze democratiche presso l’Mcc di Bruxelles, chi pensa senza Orbán l’Ungheria si trasformerebbe in una sorta di eden liberale sbaglia di grosso (o mente sapendo di mentire). «Magyar è riuscito a smembrare il sistema politico ungherese e a concentrare quasi tutta l’opposizione attorno a sé, ma il paese è oggi molto più polarizzato di quanto non lo fosse qualche anno fa», sostiene l’analista. A suo dire, anche qualora dovesse trionfare, Magyar è destinato a «affrontare enormi difficoltà di governo. Metà del paese considererebbe la sua vittoria come il risultato di una costante pressione esterna, di una campagna internazionale e di un intervento politico da parte di Bruxelles». Beh, in effetti non è che sia andata poi molto diversamente: contro Fidesz l’Ue ha utilizzato tutte le proprie risorse, specialmente quelle più sgradevoli. Per questo fa bene, di nuovo, Richard Schenk a sostenere che il caso ungherese sia un monito per tutta l’Europa. «Se l’Unione europea iniziasse a considerare illegittimi i governi democraticamente eletti semplicemente perché non condividono la linea politica dominante a Bruxelles, allora il problema non sarebbe più Viktor Orbán. Il problema sarebbe il funzionamento stesso dell’Unione», dice Schenk. «Una volta che diventa accettabile mettere in discussione i risultati elettorali, congelare i fondi, ridurre il pluralismo digitale o isolare un governo dalle istituzioni europee, tale precedente può essere utilizzato domani contro qualsiasi altro Stato membro. E allora la questione non sarà più chi vince le elezioni, ma chi decide se quel risultato può essere accettato».
Del resto sappiamo benissimo quale sia il copione già scritto: vittoria di Magyar uguale liberazione e felicità per Budapest; vittoria di Orbán uguale brogli e democrazia in pericolo. In Ungheria, dicono queste elezioni, la democrazia c’è eccome. Ma per l’Ue una democrazia è buona solo se obbedisce. E non è certo qualcosa per cui gioire.
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