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2025-01-21
Ci sono «Due mondi», ma solo in uno la realtà trova ancora una casa
(IStock)
Chiamati a vivere un cruciale momento di passaggio, la fine del Novecento, ci troviamo come a percorrere la lettura dei fatti che ci troviamo di fronte, a riflettere sulla rivoluzione antropologica che sta investendo il mondo. Uscire dalle forme stabilite, soprattutto da quei canoni che governano la saggistica, diventa un atto di necessità, di ribellione contro la narrazione che ha smesso da tempo di parlare del mondo, preferendo invece indugiare su soggetti che si rivelano insignificanti, forse per decadenza, forse per preciso calcolo, forse per inconfessabile pudore. La narrativa, che un tempo era un faro della conoscenza e dell’introspezione umana, oggi non ha più possibilità di liberarsi; è già prigioniera di un discorso che non tace mai, un flusso incessante di immagini e testi che si sovrappongono, creando un mosaico di trasparenze che, paradossalmente, rende opaco ciò che è stato detto solo poche ore o minuti prima. Questo posarsi di fogli trasparenti, uno sull’altro, somma trasparenza a trasparenza, generando un’oscurità che nasconde più di quanto non riveli. È come se ci trovassimo in un patto di lucidità tra il male e la sua intelligenza, dove la comunicazione digitale, sempre online e in continuo aggiornamento, diventa l’unica voce che si sente, seppellendo le occasioni di disvelamento sotto un incessante flusso di informazioni. La parola scritta, che un tempo attingeva significato da fonti profonde, ora si nutre dei social, diventando essa stessa parte di quel flusso che si arricchisce delle reminiscenze di linguaggi morti al nascere e che rispondevano a codici esclusivi, da setta, da club, da salottino letterario. Lì gli operatori della parola scritta indossano la maschera dello scrittore, dell’intellettuale, del funzionario culturale, in un gioco di specchi che saluta per sempre Teeteto e che rende la maschera l’unico accessorio di verità. Eppure, in questo scenario, Friedrich Nietzsche sembra aver anticipato tutto con la sua forma aforistico-discorsiva, forma che trova oggi eco nei social, contraddizioni incluse. A lui si guarda ancora per cercare di dire le cose, soprattutto in questo momento di estrema gravità, dove il pericolo è più vicino, e così anche ciò che può salvarci. Ma ciò che salva è nascosto, richiede occhi capaci di vedere oltre l’apparenza, di tenere alte le fiaccole della conoscenza, senza meriti se non quello di adempiere al proprio destino, senza colpe se non quella di ripetere ciò che molti dicono a bassa voce. Dopo la terra ostile, che non cessa di esserlo, esistono due mondi e ciò che qui si cerca di articolare è che tra le tante cose invisibili e poco chiare, ve ne sono alcune che fungono da chiavi per comprendere il resto. Una di queste chiavi è la terra ostile stessa, l’altra la coscienza dell’ineluttabilità dei due mondi; altre chiavi verranno e di altre sarà necessario parlare. Questo è un tentativo di preparare il terreno per comprendere che i due mondi non sono altro che l’esito della terra ostile, la sua ricaduta allorché i disegni del nemico non si siano realizzati. Se la loro vittoria fosse stata completa, se avessero raggiunto ciò che si erano prefissi venticinque anni fa o più, allora la terra ostile si sarebbe ristretta, rimpicciolita sino a soffocare gli ultimi sopravvissuti. Ma così non è stato, qualcosa non è tornato nei conti da garzoni che si erano fatti: una parte di umanità si è mostrata irriducibile al progetto di trasformazione radicale e sono nati così i due mondi, quello del gregge degli entusiasti e quello di coloro che non hanno potuto distogliere gli occhi dalla lama mentre veniva brandita. Per capire tutto questo, bisogna immergersi nel flusso di quella che è la nostra esistenza contemporanea, dove ogni parola, ogni immagine, ogni tweet, ogni post diventa parte di una narrazione più grande, una sinfonia caotica che cerca di dare un senso all’insensato. Se ci fermiamo a osservare, vediamo come la nostra vita quotidiana sia ormai intrecciata con questa rete digitale, dove ogni connessione, ogni like, ogni commento aggiunge una nota a questa sinfonia, una modulazione allo strano incedere di un’armonia che mai avevamo sentito prima. E in questo contesto, il nostro compito come custodi della parola e del pensiero, è di non perdere la capacità di discernere, di distinguere tra l’effimero e l’eterno, tra ciò che è vero e ciò che è solo un riflesso distorto della verità. Ma non per moralità o «senso del dovere», ancor meno per sentirsi buoni cittadini o membri integrati di un sistema che ci mastica per digerirci; semplicemente perché noi non abbiamo potuto fare a meno di riconoscere come il dato di realtà sia tale, che il sole sorge, che l’erba è verde e che una mela è una mela. Non avevano previsto che portandoci qui avrebbero risvegliato le ultime facoltà dormienti che ci trascendono, quelle che ci tengono in accordo con il mondo, quell’istinto a risvegliarsi nella parte più insopportabile dell’incubo. Se una sola riga di I due mondi riuscirà a piacere, allora il compito sarà stato compiuto, come un seme gettato nel vasto campo, un seme che, con cura e attenzione, potrebbe germogliare in una comprensione più profonda del nostro tempo e dei due mondi che abitiamo. Basta anche solo un attimo di esitazione.
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Stiamo vivendo un momento di cambiamenti cruciali, che investono anche la scrittura e la narrativa. Nel libro in edicola con «La Verità» la differenza tra la terra accogliente e quella ostile, che non ha vinto.Chiamati a vivere un cruciale momento di passaggio, la fine del Novecento, ci troviamo come a percorrere la lettura dei fatti che ci troviamo di fronte, a riflettere sulla rivoluzione antropologica che sta investendo il mondo. Uscire dalle forme stabilite, soprattutto da quei canoni che governano la saggistica, diventa un atto di necessità, di ribellione contro la narrazione che ha smesso da tempo di parlare del mondo, preferendo invece indugiare su soggetti che si rivelano insignificanti, forse per decadenza, forse per preciso calcolo, forse per inconfessabile pudore. La narrativa, che un tempo era un faro della conoscenza e dell’introspezione umana, oggi non ha più possibilità di liberarsi; è già prigioniera di un discorso che non tace mai, un flusso incessante di immagini e testi che si sovrappongono, creando un mosaico di trasparenze che, paradossalmente, rende opaco ciò che è stato detto solo poche ore o minuti prima. Questo posarsi di fogli trasparenti, uno sull’altro, somma trasparenza a trasparenza, generando un’oscurità che nasconde più di quanto non riveli. È come se ci trovassimo in un patto di lucidità tra il male e la sua intelligenza, dove la comunicazione digitale, sempre online e in continuo aggiornamento, diventa l’unica voce che si sente, seppellendo le occasioni di disvelamento sotto un incessante flusso di informazioni. La parola scritta, che un tempo attingeva significato da fonti profonde, ora si nutre dei social, diventando essa stessa parte di quel flusso che si arricchisce delle reminiscenze di linguaggi morti al nascere e che rispondevano a codici esclusivi, da setta, da club, da salottino letterario. Lì gli operatori della parola scritta indossano la maschera dello scrittore, dell’intellettuale, del funzionario culturale, in un gioco di specchi che saluta per sempre Teeteto e che rende la maschera l’unico accessorio di verità. Eppure, in questo scenario, Friedrich Nietzsche sembra aver anticipato tutto con la sua forma aforistico-discorsiva, forma che trova oggi eco nei social, contraddizioni incluse. A lui si guarda ancora per cercare di dire le cose, soprattutto in questo momento di estrema gravità, dove il pericolo è più vicino, e così anche ciò che può salvarci. Ma ciò che salva è nascosto, richiede occhi capaci di vedere oltre l’apparenza, di tenere alte le fiaccole della conoscenza, senza meriti se non quello di adempiere al proprio destino, senza colpe se non quella di ripetere ciò che molti dicono a bassa voce. Dopo la terra ostile, che non cessa di esserlo, esistono due mondi e ciò che qui si cerca di articolare è che tra le tante cose invisibili e poco chiare, ve ne sono alcune che fungono da chiavi per comprendere il resto. Una di queste chiavi è la terra ostile stessa, l’altra la coscienza dell’ineluttabilità dei due mondi; altre chiavi verranno e di altre sarà necessario parlare. Questo è un tentativo di preparare il terreno per comprendere che i due mondi non sono altro che l’esito della terra ostile, la sua ricaduta allorché i disegni del nemico non si siano realizzati. Se la loro vittoria fosse stata completa, se avessero raggiunto ciò che si erano prefissi venticinque anni fa o più, allora la terra ostile si sarebbe ristretta, rimpicciolita sino a soffocare gli ultimi sopravvissuti. Ma così non è stato, qualcosa non è tornato nei conti da garzoni che si erano fatti: una parte di umanità si è mostrata irriducibile al progetto di trasformazione radicale e sono nati così i due mondi, quello del gregge degli entusiasti e quello di coloro che non hanno potuto distogliere gli occhi dalla lama mentre veniva brandita. Per capire tutto questo, bisogna immergersi nel flusso di quella che è la nostra esistenza contemporanea, dove ogni parola, ogni immagine, ogni tweet, ogni post diventa parte di una narrazione più grande, una sinfonia caotica che cerca di dare un senso all’insensato. Se ci fermiamo a osservare, vediamo come la nostra vita quotidiana sia ormai intrecciata con questa rete digitale, dove ogni connessione, ogni like, ogni commento aggiunge una nota a questa sinfonia, una modulazione allo strano incedere di un’armonia che mai avevamo sentito prima. E in questo contesto, il nostro compito come custodi della parola e del pensiero, è di non perdere la capacità di discernere, di distinguere tra l’effimero e l’eterno, tra ciò che è vero e ciò che è solo un riflesso distorto della verità. Ma non per moralità o «senso del dovere», ancor meno per sentirsi buoni cittadini o membri integrati di un sistema che ci mastica per digerirci; semplicemente perché noi non abbiamo potuto fare a meno di riconoscere come il dato di realtà sia tale, che il sole sorge, che l’erba è verde e che una mela è una mela. Non avevano previsto che portandoci qui avrebbero risvegliato le ultime facoltà dormienti che ci trascendono, quelle che ci tengono in accordo con il mondo, quell’istinto a risvegliarsi nella parte più insopportabile dell’incubo. Se una sola riga di I due mondi riuscirà a piacere, allora il compito sarà stato compiuto, come un seme gettato nel vasto campo, un seme che, con cura e attenzione, potrebbe germogliare in una comprensione più profonda del nostro tempo e dei due mondi che abitiamo. Basta anche solo un attimo di esitazione.
Pedro Sánchez (Ansa)
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
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Andrea Delmastro (Ansa)
La richiesta arriva nell’ambito dell’indagine sul riciclaggio del clan Senese. Il centrodestra non pare intenzionato a dare il via libera, anche se Forza Italia ha posto condizioni, il che lascia intendere che potrebbe decidere di votare diversamente. «Prima abbiamo necessità di leggere le carte» si apprende fa fonti parlamentari.
Naturalmente le opposizioni insorgono. «Se così fosse il messaggio politico sarebbe devastante. Parliamo di atti richiesti dall’autorità giudiziaria in un’inchiesta che chiede chiarezza. Giorgia Meloni ha due strade davanti a sé: coprire Delmastro e i suoi rapporti con personaggi in orbita mafiosa, oppure ordinare ai suoi dare l’ok alla richiesta, provare a fare luce e sgomberare il campo dall’idea che lei il suo partito abbiano qualcosa da nascondere», le parole del capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. E Angelo Bonelli (Avs) rincara: «È un fatto molto grave: invece di aiutare i magistrati a fare chiarezza e arrivare alla verità, la maggioranza alza un muro politico».
«Apprendiamo che il centrodestra sarebbe orientato a respingere la richiesta della Procura di Roma», dice Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, «Meloni non aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno? E allora che problema c’è ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario e anche quelle del caso Mps?». Infatti quelle di Delmastro non sono le uniche chat che si chiede di acquisire. Anche la Procura di Milano ha fatto una richiesta poco tempo fa: ha chiesto di visionare le chat dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala. Il caso è quello della scalata di Mps a Mediobanca, i pm hanno chiesto al Parlamento di autorizzare la visione delle chat di Sala in quanto, secondo quel che riporta lo stesso ex dirigente ministeriale (non indagato), nelle conversazioni sarebbero citati anche nove parlamentari, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.
La chiave è qui. L’intenzione sembra quella di voler usare due inchieste per sfruttare la possibilità di andare a cercare all’interno delle chat di maggioranza ed esecutivo per vedere di trovare qualcosa da utilizzare contro il governo. Sul caso di Delmastro, ad esempio, perché, avendo le chat di Caroccia, si chiede di visionare quelle dell’ex sottosegretario? Cosa può aver scambiato con queste persone che non si possa leggere dalle chat già acquisite? È chiaro che si cerchi dell’altro. «In base agli elementi a mia conoscenza, in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha detto Fabrizio Gallo, difensore di Mauro Caroccia, commentando la richiesta avanzata dalla Procura. Certo è che le richieste delle Procure hanno fornito un grande assist alla sinistra che in questo modo evita di parlare dei guai giudiziari spagnoli gravati sui loro idoli: Pedro Sánchez e José Zapatero.
Il fratello minore di Sánchez dovrà comparire in tribunale dove è chiamato a rispondere delle accuse di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione. Guai familiari grossi per Sánchez perché anche la moglie del premier spagnolo, Begoña Gómez, dovrà comparire in tribunale il 9 giugno accusata di aver usato la sua influenza, come consorte del primo ministro, per ottenere sponsor per un corso di laurea da lei diretto. Secondo l’accusa, inoltre, avrebbe utilizzato fondi statali per pagare la sua assistente per l’aiuto in questioni personali. La sinistra italiana non ne parla e ignora anche il fatto che nel fine settimana a Madrid sono scese in piazza 40.000 persone per manifestare «contro il governo corrotto di Sánchez». Scandali che si allargano anche agli altri socialisti. Anche l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero sta mettendo in difficoltà il governo (di cui è un forte alleato) perché è stato accusato di traffico di influenze illecite e altri reati di corruzione.
Uno scandalo enorme in Spagna, mentre in Italia, a sinistra, invece di prendere distante, si pensa alle chat di governo nella speranza di trovare qualcosa a cui appendersi per fare opposizione.
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