Giuseppina Di Foggia (Ansa)
L’ad uscente di Terna pretende una maxi liquidazione in virtù di una norma stabilita nel 2017, ma non seguita dai suoi predecessori. Il Mef, che l’ha candidata a presidente Eni, ricorda che dal 2023 ha chiesto di ridurre i costi. Patata bollente al cda del gestore elettrico.
Ci sono vicende in cui il diritto, la politica e l’opportunità si incontrano. E invece di chiarirsi, si complicano. Esattamente quello che sta accadendo attorno a Giuseppina Di Foggia, amministratore delegato uscente di Terna, società che gestisce la rete elettrica nazionale.
Per il momento la manager uscente non sembra avere alcuna intenzione di rinunciare a una buonuscita da 7,3 milioni. Non bruscolini, ma neppure un fulmine a ciel sereno: sarebbe tutto scritto nero su bianco, in una disposizione del 2017. In quel momento alla guida del Paese c’era una maggioranza di sinistra. Ministro dell’Economia eraPier Carlo Padoan e a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni. La regola invocata dalla Di Foggia prevede, al momento dell’uscita, una componente fissa - nel suo caso circa 4,6 milioni - più una parte variabile. Fin qui, nulla da eccepire. O quasi. Perché nel frattempo la situazione è cambiata.
Nel 2023 il ministro Giorgetti, per ridurre i costi nelle partecipate pubbliche, ha messo un freno alle maxi liquidazioni. Stefano Donnarumma, prima di lasciare Terna per trasferirsi alle Ferrovie dello Stato, aveva accettato il taglio. Giuseppina Di Foggia, invece, ha puntato i piedi. Dice che le regole ci sono, e - dettaglio non irrilevante - sono state confermate proprio dagli attuali consiglieri di Terna all’inizio del loro mandato. Pertanto chiede il rispetto del contratto. L’insieme rende la faccenda ancora più delicata: perché quando le regole si scontrano con l’opportunità politica e la «moral suasion» bisogna decidere da che parte stare. Tanto più che la questione ha smesso di essere solo contabile ed è diventata strategica. Sullo sfondo c’è infatti la presidenza di Eni, una di quelle poltrone che non sono semplici incarichi, ma veri e propri snodi di potere.
Il Tesoro aveva indicato proprio Di Foggia per quel ruolo, al posto di Stefano Zafarana. Tutto lineare, almeno sulla carta. Poi arriva lo statuto. E lo statuto, si sa, ha il brutto vizio di essere preciso: non si possono nominare amministratori del gruppo petrolifero personalità che ricoprono incarichi in altre società dell’energia. Tradotto: prima si esce da Terna, poi si entra in Eni. Non il contrario, non contemporaneamente, non con formule creative. Qui comincia a giocare il calendario. Il 6 maggio si riunisce l’assemblea di Eni per le nomine. Entro quella data, Di Foggia deve aver lasciato l’incarico a Terna. Altrimenti la nomina salta. Senza margini di interpretazione. Qualcuno si è già adeguato. Stefano Cappiello si è dimesso dal consiglio di Terna per poter entrare nel nuovo board di Eni. Ma non tutte le partite si giocano con lo stesso schema. Perché nel frattempo il consiglio di amministrazione di Terna si trova seduto su una contraddizione potenzialmente esplosiva: la conferma del diritto della Di Foggia alla sua maxi liquidazione espressa tre anni fa in una delle prime riunioni. Dall’altra la pressione del Mef, azionista di maggioranza di Terna, che va nella direzione opposta. In mezzo, 7,3 milioni che pesano come un macigno.
La riunione di ieri del board si è chiusa con un nulla di fatto. «Interlocutoria», nel lessico elegante delle società quotate. Che significa: se ne riparla. Ma il tempo, a differenza dei verbali, non concede rinvii infiniti. Una nuova convocazione arriverà, e sarà difficile svicolare. I consiglieri dovranno assumersi le loro responsabilità e data la situazione c’è il rischio di code avvelenate. Nel frattempo, come accade sempre quando una soluzione si complica, iniziano a circolare alternative. Tra queste, il nome di Emma Marcegaglia, che all’Eni è già stata presidente e che rappresenterebbe una soluzione pronta all’uso, senza strascichi né condizioni sospensive. E così la vicenda assume contorni quasi didattici. Certe cifre oggi sono difficili da digerire, soprattutto quando arrivano da aziende a controllo pubblico. In mezzo, una manager che non molla. La domanda, a questo punto, è meno tecnica di quanto sembri: quanto vale davvero una norma quando diventa scomoda? E soprattutto, chi ha il coraggio di cambiarla o di applicarla fino in fondo?
Per ora, la risposta è sospesa tra una riunione e l’altra. Ma una cosa è certa: la data del 6 maggio si avvicina e le ambiguità vanno risolte. Perché le scadenze, a differenza delle norme, non si interpretano. Si rispettano. O si pagano.
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Il duro scontro sui soldi agli avvocati dei clandestini che scelgono di tornare a casa loro smaschera l’ideologia immigrazionista. Inizia ad andare a regime il centro in Albania finora boicottato dai giudici. Ecco come funziona e chi vi è trattenuto: già 83 espulsi. Un minorenne egiziano indiziato per l’uccisione di un ragazzo a Pavia. Con un cacciavite...
Il nostro è un Paese meraviglioso, soprattutto per le contraddizioni. Prendete ad esempio la normativa che riguarda i migranti: siccome la Costituzione assicura a tutti, anche a chi non ha i mezzi per pagarla, la tutela legale, ogni anno spendiamo quasi mezzo miliardo per liquidare le parcelle di avvocati che difendono migliaia di stranieri che non hanno diritto di restare in Italia.
Per cercare di ridurre il fenomeno e incentivare i rimpatri, il governo ha dunque immaginato di riconoscere ai difensori un bonus di 615 euro per ogni extracomunitario che riuscissero a convincere a tornarsene in patria. Apriti cielo: dalla sinistra all’avvocatura, passando per i magistrati democratici, tutti a strillare, denunciando l’anticostituzionalità del provvedimento.
Che cosa ci sia di non rispettoso della Carta su cui si fonda la nostra Repubblica non è dato sapere. Infatti, nella norma non è previsto alcun obbligo in capo agli avvocati di promuovere il rimpatrio dei migranti che non hanno titolo per ottenere il permesso di soggiorno, né vi è scritto che lo straniero intenzionato a restare in Italia debba essere privato della tutela legale. Dunque, qual è il problema? Debora Serracchiani, del Pd, parla di «un incentivo per la remigrazione». Riccardo Magi di +Europa addirittura di «una taglia, tipo selvaggio West», convinto che l’Italia sia a un passo dal somigliare agli Stati Uniti e dall’introdurre le squadre dell’Ice. Per Francesco Boccia, altro Pd, «così si mette in discussione l’indipendenza della difesa».
Ovviamente, nessuno dei critici è in grado di spiegare in che cosa consista il grave attacco alle garanzie della difesa o che male ci sia nella remigrazione. Oggi ci sono avvocati che campano facendo ricorsi fotocopia contro i decreti di espulsione. Come dicevo, lo Stato paga ogni anno quasi mezzo miliardo in parcelle per tenersi i migranti, perché con questo sistema nessuno viene espulso. Si sa che molti degli stranieri che si oppongono al rimpatrio non hanno alcun diritto di restare, ma questo poco importa. E non conta neppure che, una volta presentato il ricorso contro il provvedimento che intima l’espulsione, il migrante faccia perdere le proprie tracce e lo stesso difensore spesso non sappia nemmeno come rintracciarlo. Opposizione, magistrati e avvocati che si occupano dei diritti dei richiedenti asilo, in questo modo formano un blocco unico, che impedisce di rispedire a casa chiunque.
L’emendamento voluto dalla maggioranza prova dunque a smontare il fenomeno, favorendo i rimpatri. Non si obbliga lo straniero ad accettare la remigrazione. Né si impone agli avvocati di costringere i propri clienti a far le valige. Semplicemente si premiano i legali che, resisi conto dell’impossibilità di trasformare un clandestino in un residente con regolare permesso di soggiorno, convincono lo straniero a tornare nel Paese di origine. Che cosa c’è di male? Soprattutto cosa c’è di anticostituzionale? Davvero un bonus di 615 euro può essere paragonato agli arresti dell’Ice in America? Nonostante ciò che vogliono far credere Serracchiani, Magi, Boccia e compagni non siamo alla deportazione dei migranti. Semplicemente si cerca un modo per smontare un sistema perverso su cui troppi campano e che ingolfa la macchina della giustizia con procedimenti che non hanno alcuna possibilità di successo.
Se uno straniero non ha modo di essere regolarizzato, perché non convincerlo ad andarsene? Perché, per incassare una parcella di poche centinaia di euro, si deve avviare una pratica o un’opposizione all’espulsione che non porterà a nulla? I meccanismi che si vogliono difendere con la scusa che ogni persona ha diritto ad avere un legale che ne tuteli gli interessi, a prescindere da dove provenga e dal proprio reddito, sono ormai diventati una fabbrica che sforna clandestini. I quali non avranno alcuna possibilità di integrarsi, ma finiranno ai margini della società e, spesso, nelle mani della criminalità. In Germania e in Austria esistono vere e proprie agenzie statali che si occupano del rimpatrio dei migranti. Però, per loro fortuna, non esistono le versioni berlinesi e viennesi di Serracchiani, Magi, Boccia e compagni.
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«Non una di meno» attacca il raduno delle penne nere a Genova. E persino la Cgil si accoda, criticando la chiusura delle scuole.
Attenti, affilate le armi perché la sinistra italiana ha dei nuovi nemici che vanno combattuti con ogni forza, fino all’ultima stilla di sangue. Oddio, a dirla tutta questi nemici non sono poi così nuovi, fanno parte da molto tempo dell’apparato psicotico-onirico del mondo antagonista.
Però in effetti era un po’ che non sentivamo qualcuno prendersela con gli alpini. Grazie al cielo le militanti di Non una di meno si sono precipitate a colmare la lacuna, scodellando un comunicato di fuoco contro la grande adunata delle Penne nere in programma a Genova. I toni sono di un vintage quasi commovente.
«Siamo in guerra. E Genova festeggia. Con una grande adunata che negherà il diritto allo studio, ai servizi educativi, alle aree verdi e parchi pubblici, alla libertà di circolazione in città ed esporrà molt3 a molestie e violenza», scrivono le transfemministe. Il pregiudizio sugli alpini, è noto, è che gradiscano fin troppo le bevande alcoliche. Ma anche le nostre amiche attiviste a quanto pare non scherzano: ci vuole un’alta gradazione per scrivere certe cose. In che modo una adunata degli alpini dovrebbe esporre «molt3» donne e uomini a violenze e molestie?
Certo, sappiamo bene delle denunce e dei processi che sono seguiti all’adunata dell’Aquila nel 2015. Furono mosse accuse di violenza, in appello gli imputati sono stati assolti, e nel 2023 la Cassazione ha disposto un nuovo processo. Il caso dunque è discutibile e discusso anche in sede giudiziaria. Ma da qui a sostenere che gli alpini siano come lanzichenecchi pronti allo stupro e al saccheggio ce ne passa.
Eppure Non una di meno arriva persino a contestare le decisioni dell’icona progressista Silvia Salis che ha invitato la cittadinanza a contribuire al «senso di collettività» che può svilupparsi dall’evento. «Come transfemministe», scrivono, «ci sfugge a quale senso di collettività dovremmo contribuire. Forse quello di non turbare l’euforia nazionalista e patriottica che da sempre accompagna le adunate, sopportando in silenzio la celebrazione di un mondo fatto di divise, maschilità tossica e cameratismo militaresco? Di immaginari che pongono l’esperienza della guerra come evento inevitabile e fondante della nostra storia e del nostro presente? La presunta inevitabilità della molestia, il primato dei festeggiamenti militareschi sul benessere collettivo, sanciscono una normalizzazione del sessismo e del militarismo che, oggi più che mai, non possiamo lasciar correre».
Riassumendo, secondo Non una di meno gli alpini sono colpevoli di vari crimini tra cui quello di promuovere «maschilità tossica e goliardia» tramite «festeggiamenti di corpo militare che più di ogni altro evoca l’immagine di un patriottismo benevolo, incarnato da uomini cui dovremmo, in nome della loro dedizione alla collettività, concedere il vezzo di perpetrare molestie, abusi e insulti sessisti e razzisti». A questo vanno aggiunti ovviamente la violenza di genere e, come se non bastasse, la responsabilità di «normalizzare il militarismo». Conclusione: le compagne vorrebbero cancellare l’adunata poiché rifiutano «di celebrare il connubio tra patriottismo e violenza patriarcale soprattutto oggi, in un mondo devastato da guerre, massacri e genocidio».
Al di là delle assurdità sulla violenza patriarcale, sfugge forse alle gentili signore che è proprio grazie all’esercito - alpini compresi - che alla bisogna ci si può difendere da massacri e genocidi. Ma sappiamo che è inutile provare a dialogare su questo tema. Non potendo con tutta evidenza impedire che la manifestazione degli alpini si svolga, la sinistra radicale si concentra su un aspetto specifico della questione, e cioè la chiusura delle scuole ordinata da Comune.
Secondo Non una di meno, «la scuola non è una priorità, l’educazione, le relazioni, le vite delle persone giovani si possono sacrificare per non disturbare la sfilata del maschilismo patriottico armato». Più o meno analoga la posizione della Cgil, secondo cui «il diritto all’istruzione deve rimanere una priorità, anche in presenza di eventi rilevanti per la città che devono essere organizzati senza incidere sul regolare svolgimento delle attività scolastiche. [...] La scuola è un presidio fondamentale della comunità, uno spazio educativo e costituzionalmente tutelato, che non può essere considerato alla stregua di una struttura logistica da utilizzare all’occorrenza. Interrompere l’attività didattica per esigenze organizzative, per quanto straordinarie, trasmette un messaggio incoerente rispetto ai principi che si affermano».
Non ci risulta che il sindacato o le femministe si siano disperati quando durante il lockdown si blindavano le classi e si imponeva la Dad, o si sbarravano i parchi giochi e si impediva ai ragazzini e alle ragazzine di praticare sport. E non ci pare che nemmeno ora i sinceri democratici si straccino le vesti quando le manifestazioni dei centri sociali impediscono le lezioni, bloccano scuole e università e mettono a soqquadro interi quartieri. Anzi, da mesi i cari progressisti non fanno altro che lamentare una stretta sulla libertà di manifestare e contestare. A quanto pare, come sempre, la libertà a cui tengono è soltanto la loro e quella dei loro amici. Se c’è da impedire una manifestazione della Lega o una riunione degli alpini, invece, si possono invocare chiusure, divieti e censure. Se in piazza vanno gli antagonisti armati, o se a manifestare sono immigrati che non hanno esattamente il rispetto delle donne fra le priorità, non si levano proteste contro il militarismo e la violenza patriarcale, anzi si odono spesso applausi e giustificazioni.
In conclusione, vale anche la pena di ricordare che le simpatiche transfemministe non si fanno problemi a usare la violenza, anche nei riguardi delle donne, quando si tratta di colpire Pro vita, che di frequente riceve in regalo minacce e persino bombette. In quel caso, Non una di meno si trasforma in Non una ti meno. E magari non è patriarcale e militarista, ma infastidisce non poco.
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JD Vance e Mohammad Bagher Ghalibaf (Ansa)
Trump scatenato: «Senza la firma arrivano le bombe. Sto vincendo alla grande».
Il mondo resta col fiato sospeso mentre il Pakistan si accinge a ospitare un secondo round di colloqui tra Washington e Teheran. Il New York Times ha riferito che oggi si recheranno a Islamabad sia una delegazione americana, guidata dal numero due della Casa Bianca JD Vance, sia il team negoziale della Repubblica islamica, capitanato dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf.
La testata ha aggiunto che il governo pakistano sta preparando il meeting, che dovrebbe tenersi in settimana. La notizia della svolta è arrivata alcune ore dopo che il ministero degli Esteri iraniano aveva affermato di non aver ancora deciso se Teheran avrebbe preso parte o meno alla nuova tornata di negoziati.
La posta in gioco è alta, anche perché, a meno che non venga concordata una proroga, Donald Trump ha sottolineato ieri come la scadenza del cessate il fuoco tra Usa e Iran sia fissata per domani sera. L’inquilino della Casa Bianca ha detto che «inizieranno a esplodere molte bombe», in caso di mancata intesa con gli ayatollah. E poi ha aggiunto: «Sto vincendo alla grande». Dall’altra parte, il presidente Usa si è mostrato conciliante, aprendo alla possibilità di incontrare i leader della Repubblica islamica, qualora si registrassero dei progressi diplomatici significativi. Non solo. L’inquilino della Casa Bianca sarebbe anche disposto a prendere in considerazione un’eventuale revoca del blocco statunitense ai porti iraniani: una mossa, questa, consigliatagli dal capo delle Forze di difesa pakistane, Asim Munir, secondo cui proprio il blocco decretato da Washington rappresenterebbe uno dei principali scogli per un eventuale avanzamento dei negoziati.
Non è d’altronde un mistero che Hormuz e l’uranio arricchito abbiano rappresentato i due principali punti su cui si erano incagliati i colloqui tenutisi lo scorso 11 aprile tra Stati Uniti e Repubblica islamica. Ed è da qui che le due delegazioni dovranno prevedibilmente ripartire. Per riaprire lo Stretto, gli iraniani esigono che Washington revochi il blocco ai loro porti. Un blocco che, almeno fino a ieri, Trump voleva mantenere in vigore come leva negoziale per mettere sotto pressione il regime khomeinista. Dall’altra parte, la Casa Bianca vuole che Teheran ceda le proprie scorte di uranio arricchito: una richiesta che finora gli ayatollah hanno ripetutamente respinto al mittente. Non a caso, ieri Trump è tornato a criticare la Repubblica islamica sulla questione del nucleare. «Israele non mi ha mai convinto a entrare in guerra con l’Iran, ma sono stati i risultati del 7 ottobre, assieme alla mia convinzione di lunga data che l’Iran non potrà mai avere un’arma nucleare a farlo», ha affermato su Truth. «L’accordo che stiamo stipulando con l’Iran sarà molto migliore del Jcpoa, comunemente noto come “Accordo sul nucleare iraniano”, redatto da Barack Hussein Obama e da Sleepy Joe Biden, uno dei peggiori accordi mai conclusi in materia di sicurezza nazionale», ha aggiunto, riferendosi al trattato da cui lui stesso si ritirò nel 2018.
Ieri, anche Mosca si è mostrata favorevole a una soluzione diplomatica della crisi in corso. Durante una telefonata con l’omologo di Teheran, Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha auspicato che gli sforzi diplomatici proseguano, sperando inoltre che il cessate il fuoco venga mantenuto. Più in generale, uno dei nodi riguarda la spaccatura in seno al regime khomeinista, diviso tra un’ala dialogante, facente principalmente capo al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e un’altra, legata ai pasdaran, che preme per mantenere la linea dura nei confronti di Washington. Ghalibaf è chiamato a trovare una difficile sintesi tra queste due anime. Pezeshkian è preoccupato della pressione economica sul regime khomeinista e per questo è maggiormente favorevole alla diplomazia. Le Guardie della rivoluzione, al contrario, vogliono far leva sulla chiusura di Hormuz per mantenere alto il costo della benzina negli Usa e infliggere così un duro colpo a Trump in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Ed è proprio per questo che, pur tenendo sul tavolo l’opzione militare, il presidente è più propenso al rilancio dell’iniziativa diplomatica. Il che non può non riverberarsi anche sugli equilibri interni. Se Vance e il segretario di Stato, Marco Rubio, propendono per la diplomazia, temendo un impantanamento, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è storicamente più scettico.
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