Offerta da 63 miliardi di Bill Ackman per mettere le mani su Taylor Swift
2026-04-08
Educazione finanziariaNon una parola, non una spiegazione, non un gesto di scuse. Solo un colpo di bianchetto per togliere da qualsiasi imbarazzo il governo guidato da Mario Draghi. Finisce così, con la cancellazione improvvisa dopo avere letto la prima pagina di Verità&Affari di ieri, l'imbarazzante spot dell'esecutivo per convincere le imprese italiane ad andare a fare affari con la Russia di Vladimir Putin.
Non c'è più la pagina web di promozione dell'economia russa e di suggerimento dei migliori affari che si potevano fare con Putin, espulsa ieri appunto con un colpo di bianchetto digitale dal portale del governo e del ministero degli Affari Esteri di Luigi di Maio. “Pagina in aggiornamento” è stata la sola via di uscita trovata ieri dall’esecutivo per metterci una pezza. Esiste ancora il portale “InfoMercatiEsteri” del governo italiano, e al suo interno si può comodamente navigare fra i cinque continenti per avere le schede paese utili alle imprese italiane, con tutto l’elenco delle eventuali opportunità come delle avvertenze sui rischi.
All’interno dell’Europa si trova la bandiera della Russia, ma se si clicca sopra non c’è più niente, perché tutto è stato sbianchettato in fretta e furia dopo che avevamo preso il governo in castagna. Solo poche ore prima invece, a 55 giorni dall’inizio della invasione dell’Ucraina e dopo tutti i proclami e le minacce pronunciate contro Mosca sanzionata con un crescendo di provvedimenti di settimana in settimana, in quelle schede si poteva leggere in sostanza una elegia della economia russa e delle importanti riforme avviate nell’era di Putin. Si informavano le imprese italiane che «la strada più diretta per accrescere la nostra presenza nel Paese, e ampliare la nostra quota di mercato, è proprio produrre in loco, beneficiando delle agevolazioni offerte a livello federale e regionale».
E si aggiungeva: «La modernizzazione del sistema economico è una priorità delle Autorità della Federazione russa. Ciò riguarda non solo alcuni settori-chiave ad alto contenuto tecnologico, ma anche le infrastrutture, il cui adeguamento è indispensabile allo sviluppo del Paese. Esistono, dunque, opportunità di collaborazione per imprese italiane in numerosi settori». Il governo italiano faceva pure leva sulla particolare simpatia che esisteva fra i due paesi addirittura facendo intendere che i due popoli avessero particolare vicinanza storico-culturale: «Il pubblico russo guarda con estremo favore al prodotto italiano. Il "Made in Italy" è qui sinonimo di qualità, non solo nelle tradizionali "tre A" ("abbigliamento, alimentare, arredamento"), ma anche nei beni strumentali e per l’industria (macchinari e meccanica) e nell’alta tecnologia. Più in generale, esiste un capitale di simpatia da parte russa verso il nostro Paese, legato a questioni storiche e culturali, che può rappresentare un oggettivo vantaggio in termini di cooperazione economica e commerciale».
IMBARAZZO GRANDE
Ma l’imbarazzo e la confusione fino a ieri erano davvero grandi a leggere altre parti di quella scheda che evidenziava i punti di forza di una partnership sicuramente andata ormai in pezzi, ma perfino negata nelle versioni ufficiali in queste settimane. «Sotto il profilo dei flussi turistici», scriveva il governo italiano prima di cancellare tutto ieri dopo essere stato preso in castagna da Verità&Affari, «va rilevato il dinamismo del turismo russo che ha assunto negli ultimi anni un’importanza strategica per il nostro Paese, sia sotto il profilo economico (l’indotto dell’incoming russo pesa per oltre un miliardo di euro), sia sotto quello politico e sociale, alla luce dello straordinario flusso di cittadini russi che si recano in Italia (oltre un milione, per la maggior parte "returners" abituali).
Alla luce dell’importanza del fenomeno, l’Ambasciata d’Italia a Mosca ha realizzato il portale “La Tua Italia”, unico sito istituzionale sul turismo in lingua russa e italiana; il portale contiene informazioni sulle Regioni, le Città e le destinazioni turistiche italiane; sul patrimonio artistico e culturale del nostro Paese; sull'enogastronomia e sul Made in Italy». Oplà, colpo di bianchetto e ogni imbarazzo è passato.
Pershing Square Capital Management si fa avanti su Universal Music Group. Il fondo guidato da Bill Ackman ha formalizzato una proposta che valuta la più grande etichetta discografica al mondo oltre 63 miliardi di dollari, con un obiettivo esplicito: trasferire il baricentro della società negli Stati Uniti e correggere quella che viene considerata una persistente sottovalutazione.
La struttura dell’operazione è costruita per esercitare una pressione immediata sugli azionisti. L’offerta prevede 5,05 euro in contanti per azione - per un esborso complessivo di circa 9,4 miliardi - a cui si aggiungono 0,77 azioni della nuova entità risultante dalla fusione. Il valore implicito complessivo raggiunge i 30,40 euro per azione, incorporando un premio intorno al 78% rispetto ai livelli precedenti all’annuncio. Un livello che segnala chiaramente la natura aggressiva dell’iniziativa.
Alla base della mossa di Ackman c’è una tesi articolata ma lineare: il titolo di Universal, quotato su Euronext Amsterdam, non riflette la qualità e la resilienza del business musicale. In un settore dominato dallo streaming, Universal mantiene una posizione di leadership globale, sostenuta da un catalogo senza equivalenti e da un portafoglio artisti che include Taylor Swift, Bad Bunny, Kendrick Lamar e Drake. Secondo Pershing Square, questi fondamentali dovrebbero tradursi in multipli molto più elevati rispetto a quelli attuali.
Il disallineamento, secondo la visione di Pershing Square Capital Management, deriva da fattori in larga parte esogeni. Tra questi pesa l’incertezza legata alla partecipazione del gruppo Bolloré, azionista di riferimento attraverso Vivendi, la cui strategia futura resta poco chiara per il mercato. A ciò si aggiunge la mancata piena valorizzazione della quota detenuta da Universal in Spotify, considerata un asset strategico in un ecosistema sempre più concentrato e guidato dalle piattaforme.
La risposta dei mercati finanziari è stata immediata. Il titolo Universal ieri ha registrato un rialzo a doppia cifra (+12,51% a 19,25 euro), mentre anche Vivendi e Bolloré hanno beneficiato dell’annuncio. Un segnale che indica come una parte significativa degli investitori condivida almeno in parte la diagnosi di sottovalutazione avanzata da Ackman.
Tuttavia, la fattibilità dell’operazione resta legata a un equilibrio complesso. Universal non è una public company a capitale diffuso, ma una società caratterizzata dalla presenza di azionisti forti, tra cui anche Tencent. In questo contesto, il sostegno di Bolloré appare determinante: senza un suo allineamento, l’offerta rischia di rimanere uno strumento di pressione più che una transazione realizzabile.
Il punto strategico centrale è la quotazione negli Stati Uniti. Ackman sostiene da tempo che Wall Street possa garantire multipli più elevati, maggiore liquidità e un accesso più diretto agli investitori istituzionali globali. L’operazione include anche l’ipotesi di una riorganizzazione societaria negli Stati Uniti, con l’obiettivo di rendere il titolo eleggibile per indici come lo S&P 500.
In questa chiave, l’iniziativa di Pershing Square assume una doppia valenza. Da un lato rappresenta un’offerta concreta, con condizioni economicamente rilevanti per gli azionisti. Dall’altro è una mossa di attivismo finanziario, volta a forzare un ripensamento della strategia, della governance e della struttura di mercato di Universal. In entrambi i casi, il risultato è già evidente: il tema della valorizzazione della più grande etichetta discografica del mondo è tornato al centro del dibattito finanziario globale.
Nel cuore della Lombardia, tra il verde del Parco dell’Adda e un sistema economico sempre più attento alla leva sportiva, il golf torna protagonista. Da domani all’11 aprile il Villa Paradiso Alps Open inaugura la stagione italiana dell’Alps Tour, portando sul campo del Golf Club Villa Paradiso oltre 130 professionisti provenienti da diversi Paesi.
L’appuntamento, aperto al pubblico, si inserisce in una strategia più ampia che vede Assolombarda puntare sul golf non solo come disciplina sportiva, ma come strumento di promozione territoriale e occasione di sviluppo economico. Il torneo rientra infatti nel progetto Open Horizons: Lombardia, Capitale del Golf, pensato per rafforzare il posizionamento della regione come punto di riferimento nazionale e internazionale del settore. I numeri raccontano un comparto tutt’altro che marginale. Secondo lo studio L’indotto del golf in Lombardia, il valore complessivo generato oscilla tra i 165 e i 185 milioni di euro. Una cifra che tiene insieme più livelli: dai ricavi diretti dei circoli, stimati tra 59 e 62 milioni, fino all’impatto turistico, che rappresenta la quota più consistente con un range tra 103 e 118 milioni. Più contenuto, ma comunque significativo, il contributo legato alla vendita di attrezzature e abbigliamento, mentre i grandi eventi continuano a incidere, con l’Open d’Italia che in regione vale tra 8 e 9 milioni a edizione.
La Lombardia, del resto, è già oggi il principale polo golfistico italiano. Con 65 circoli affiliati alla Federazione Italiana Golf — pari al 18% del totale nazionale — e oltre 26 mila tesserati, quasi un terzo dei golfisti italiani, la regione si colloca davanti a realtà consolidate come Piemonte, Veneto e Lazio.
In questo contesto, il progetto Open Horizons mira a costruire una rete stabile tra istituzioni, club e imprese. L’obiettivo è quello di trasformare il golf in un sistema integrato capace di generare valore lungo tutta la filiera: dallo sport al turismo, fino alle relazioni economiche. Un’impostazione che punta a superare la dimensione puramente sportiva, per diventare leva strategica di attrattività. Accanto al circuito professionistico, si muove anche il calendario dedicato al mondo imprenditoriale. Nei giorni scorsi è partita infatti l’edizione 2026 del Assolombarda Golf Tour, un percorso in cinque tappe che toccherà alcuni dei principali circoli lombardi e farà nuovamente tappa proprio al Villa Paradiso l’8 maggio. Un’iniziativa che ha recentemente ottenuto un riconoscimento agli Italian Golf Awards, premiata per il suo rilievo nazionale tra i circuiti a brand golfistico.
Il filo conduttore resta lo stesso: utilizzare il golf come piattaforma di connessione, capace di mettere in relazione sport, territorio e impresa. Un modello che, almeno in Lombardia, sta provando a trasformare una disciplina di nicchia in un asset economico sempre più strutturato.
Il Regno Unito ha revocato il permesso d’ingresso al rapper americano Kanye West, invitato in estate a esibirsi al Wireless Festival di Londra. A decidere il bando è stato il ministro dell’Interno, Shabana Mahmood, perché «la presenza dell’artista non è ritenuta positiva per il bene pubblico». In poche parole: niente visto al «turista americano» West per le sue parole antisemite.
Già l’annuncio dell’esibizione d dell’artista, nato ad Atlanta, che vanta 160 milioni di copie vendute e 24 Grammy era stato accolto da un crescendo di proteste: «È preoccupante che West sia stato ingaggiato visti i suoi precedenti commenti antisemiti e la sua apologia del nazismo», aveva dichiarato il primo ministro Keir Starmer, «L’antisemitismo, in tutte le sue forme, è abominevole e deve essere combattuto con fermezza ovunque si manifesti». Anche il sindaco islamico di Londra, Sadiq Khan, aveva criticato la scelta. «È deplorevole che i luoghi di spettacolo abbiano invitato qualcuno che ha guadagnato decine di milioni di dollari vendendo magliette con la svastica, diffondendo teorie del complotto e venerando Adolf Hitler», il commento del gruppo Campaign against antisemitism (Caa), che aveva esortato gli sponsor a boicottare l’evento, seguendo l’esempio di Pepsi, Diageo, Paypal e Rockstar energy.
A nulla è valsa la difesa degli organizzatori del Wireless che avevano invocato una «seconda chance» per il musicista, né la disponibilità del rapper a incontrare esponenti della sdegnata comunità ebraica britannica per scusarsi. In un comunicato, West aveva dichiarato: «Il mio unico obiettivo è venire a Londra e presentare uno show di cambiamento, portando unità, pace e amore attraverso la mia musica. So che le parole non bastano: dovrò dimostrare il cambiamento con le mie azioni. Se siete disponibili, io ci sono». E così alla fine le scuse di Ye, come si fa chiamare oggi West, non sono bastate, non verrà a Londra e il Festival è stato cancellato.
A sottolineare il «limite» di certe decisioni politiche il leader di Reform Uk, la destra inglese, Nigel Farage: «Non comprerei un biglietto, le dichiarazioni di West sono disgustose, ma penso che se iniziamo a vietare alle persone di entrare nel Paese perché non ci piace quello che dicono, mi preoccupa dove possa portare… è una strada pericolosa».
Le dichiarazioni antisemite del rapper sono iniziate nel 2022 quando, già sposato con Kim Kardashian, pubblicò sui social una serie di commenti offensivi che lo fecero espellere sia da X che da Instagram. Inoltre venne scaricato dalla sua agenzia di talenti e da marchi come Adidas e Balenciaga. Poi pubblicò una foto delle vesti del Ku Klux Klan e si dichiarò «nazista». Infine ha iniziato a vendere magliette con le svastiche e, a maggio, ha pubblicato un brano intitolato Heil Hitler. All’inizio di quest’anno Ye ha acquistato una pagina del Wall Street Journal per chiedere scusa, riflettendo su «un episodio maniacale durato quattro mesi, fatto di comportamenti psicotici, paranoidi e impulsivi» e affermando di aver «perso il contatto con la realtà».
