I giudici paladini della libertà: dei migranti, non degli italiani
Ansa
Al clandestino in attesa di rimpatrio vanno assicurati tutti i comfort, socializzazione compresa, altrimenti non lo si può trattenere. ma dov’erano questi magistrati ipergarantisti quando Conte ci rinchiudeva con un dpcm?

Mi sono letto la sentenza con cui la Corte d’appello di Cagliari ha annullato il provvedimento di trattenimento di un clandestino di origine algerina in un Cpr. Sono 12 pagine in cui il giudice si appiglia ai pronunciamenti della Corte costituzionale per sostenere che «il trattenimento degli stranieri» deve assicurare «il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona, senza discriminazioni».

Fin qui nulla da eccepire, mica siamo nel Terzo mondo, dove si torturano e si affamano i fermati. Poi il magistrato aggiunge una serie di considerazioni a dir poco discutibili, con cui sull’onda dei rilievi della Consulta rammenta la mancanza di una disciplina di legge che delimiti la discrezionalità delle forze dell’ordine e «fissi per tutti i soggetti trattenuti le caratteristiche degli edifici e dei locali di soggiorno e pernottamento, la cura dell’igiene personale, l’alimentazione, l’attività all’aperto, l’erogazione del servizio sanitario, le possibilità di colloquio con difensore e parenti, e, infine, le attività di socializzazione». In pratica, per trattenere un migrante entrato illegalmente nel nostro Paese, dobbiamo prima ospitarlo in un albergo a 5 stelle, preoccupandoci che gli vengano assicurati tutti i comfort e anche, magari, qualche servizio di intrattenimento, perché non sia mai che si annoi. Per i giudici di Cagliari, la libertà personale non può essere limitata, neanche per il breve periodo di tempo che precede l’espulsione del clandestino, se non sono assicurate tutte le cautele di cui sopra. Dunque, nonostante l’algerino fosse sul nostro territorio senza autorizzazione, il questore non aveva il potere di trattenerlo, e infatti è stato lasciato libero di circolare, facendo perdere leggermente le proprie tracce e rendendo dunque vana qualsiasi possibilità di rimpatrio.

Da notare che lo straniero a cui non sarebbero stati messi a disposizione alloggio, cibo, servizio sanitario, avvocato e attività di socializzazione a cinque stelle, non aveva proprio le caratteristiche necessarie per ottenere l’asilo. Prova ne sia che le sue domande di protezione internazionale erano già state respinte da Svizzera, Olanda e Germania, Paesi in cui negli scorsi anni aveva girovagato. Finito di viaggiare su e giù per il Vecchio continente, l’algerino, che per altro era sprovvisto di documento d’identità e aveva rilasciato false dichiarazioni circa nome, data di nascita e provenienza, ha riprovato a fare il profugo, ripresentando in Italia le domande che aveva già rivolto, senza successo, in altri Paesi. Il tutto con l’obiettivo di ritardare l’espulsione. La commissione competente, come quelle del resto d’Europa, ha risposto picche, perché le intenzioni di prendere tempo erano chiare. Tutte le toghe, fino alla Cassazione, avevano infatti già confermato il trattenimento in vista dell’espulsione.

Tuttavia, ciò che sembrava ovvio, ovvero l’emissione di un biglietto di sola andata per l’Algeria, alla fine non si è rivelato altrettanto per i giudici della Corte d’appello, i quali hanno rilevato la discrepanza di due giorni nella richiesta di conferma del trattenimento e dunque hanno annullato la proroga della permanenza obbligatoria nel Cpr, richiamando «la gravità dell’ingerenza della misura di trattenimento sul diritto di libertà». Insomma, non si può limitare la circolazione di un individuo, perché questo comporta una situazione di «assoggettamento fisico all’altrui potere» e ne consegue «una mortificazione della dignità dell’uomo», il quale è colpito «nella sfera della libertà personale». Chiaro, no? Non si possono fermare le persone, né trattenerle in un apposito centro, perché il soggetto si deprime e si debilita.

Al che, di fronte a tanto garantismo, sicuramente apprezzabile, vengono però spontanee alcune considerazioni. La prima è piuttosto scontata: com’è che i giudici si sono accorti solo ora della mancanza di una legislazione ad hoc per il trattenimento degli stranieri? Possibile che prima, con altri governi e molti altri clandestini, nessuno si sia accorto dell’assenza di una legislazione primaria per il trattenimento delle persone? Seconda osservazione: ma quando con un semplice dpcm Conte e compagni decisero di limitare la libertà personale degli italiani, rinchiudendoli in casa senza assicurarsi delle caratteristiche degli edifici, dell’igiene, dell’alimentazione, della permanenza all’aperto e delle attività di socializzazione, questi giudici ipergarantisti, che oggi si occupano di clandestini, dov’erano? C’erano o dormivano?

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