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2021-03-27
Draghi è stato contagiato da Speranza
Roberto Speranza e Mario Draghi (Ansa)
«È impensabile tenere chiusa l'Italia per tutto aprile». La scena non è nuova. C'è un premier che spinge per blindare la porta e c'è un leader che ha messo il piede nello stipite per impedirglielo. È Matteo Salvini che, pur in un contesto generale completamente diverso dall'annus horribilis di Giuseppe Conte, si trova a sostenere la stessa parte in commedia mentre Mario Draghi fa catenaccio. E come si dice nel calcio, parcheggia il pullman sulla linea di porta con buona pace del lirico «ritorno alla vita». La risposta del presidente arriva quasi subito: «Le misure sono pensabili o impensabili solo in base ai dati che vediamo».
Le nuove zone rosso-arancioni anche dopo il 7 aprile sono una mazzata sociale. L'ipotesi di eliminazione a tradimento del giallo con un mese di divieti fino al 30 aprile, come chiedono i ministri della sinistra chiusurista, è un guanto di sfida politico. L'unica concessione (scuole elementari aperte) non fa altro che riallineare il Draghi 1 al Conte 2. È l'uovo partorito dalla cabina di regia, il direttorio voluto dal presidente Sergio Mattarella da cui tutto discende, e composto dalla formazione Draghi, Speranza, Franco, Giorgetti, Patuanelli, Franceschini, Gelmini, Bonetti, Bianchi, Garofoli (sottosegretario), Brusaferro e Locatelli (Cts). Una squadra alla quale si chiede di osare qualcosa in più rispetto al catenaccio trapattoniano che in un anno ha prodotto 100.000 morti, il crollo dell'economia e la desertificazione delle aree commerciali.
I provvedimenti draconiani verranno portati in Consiglio dei ministri, poi in Aula con un decreto legge a metà della prossima settimana. All'orizzonte si profila un prevedibile scontro politico. La Lega non può accettare che fin d'ora si metta il Paese agli arresti domiciliari per un altro mese. Salvini aveva fiutato la trappola e in mattinata era uscito allo scoperto: «Nel nome del buonsenso che contraddistingue il premier, e soprattutto dei dati medici e scientifici, chiediamo che dal 7 aprile, almeno nelle Regioni e nelle città con situazione sanitaria sotto controllo, si riaprano (ovviamente in sicurezza) le attività chiuse. E si ritorni alla vita a partire da ristoranti, teatri, palestre, cinema, bar, oratori, negozi».
Obiezione respinta. Per tutta la durata della cabina di regia Salvini si è tenuto in contatto con Giancarlo Giorgetti , che ha provato a scardinare «la linea del terrore» di Roberto Speranza e Dario Franceschini, due ministri che insieme rappresentano meno del 20% degli elettori. L'idea di blindare l'Italia fino a maggio viene definita pazzesca dentro la Lega: «È completamente folle dare per scontato fin da ora che le chiusure proseguiranno sino alla fine del mese prossimo come vorrebbero Speranza e Franceschini. Così si fa solo del terrorismo psicologico».
Dal primo partito del centrodestra arriva anche un'apertura di credito nei confronti del premier perché l'approccio di lotta e di governo - tattica bossiana vincente - è rimasto nel dna. Fonti interne definiscono «apprezzabile quanto sostenuto da Draghi in conferenza stampa, quando ha detto che sarebbe desiderabile avviare alcune riaperture. La stella polare sono i dati, e proprio perché variano di giorno in giorno è impensabile dire già da ora che non si potranno alleggerire le restrizioni più avanti. Se si chiude con tanti contagi e gli ospedali in sofferenza, si dovrà riaprire con pochi contagi e gli ospedali a posto. Salute e lavoro non sono nemici».
La frase cardine della giornata del chiavistello è ancora di Salvini: «Qualunque proposta in Consiglio dei ministri e in Parlamento avrà l'ok della Lega solo se prevederà un graduale e sicuro ritorno alla vita». Qui si parla di voti e di strategie, è in corso la prima vera partita a scacchi nella maggioranza. Di più, fra il premier e la Lega. È il primo strappo, anche se solo verbale, rispetto all'allineamento militare dietro la Draghi way of life. Salvini sta marcando una differenza forte rispetto agli altri componenti del governo istituzionale, si intesta la leadership dell'ala aperturista proseguendo su una linea di coerenza rispetto al passato.
Il botta e risposta, l'appuntamento in Aula, la richiesta di non imporre chiusure preventive senza dati freschi sono propri di una dialettica che segna il ritorno della politica. Finalmente. Draghi ha spazzato via l'ipocrisia (e poco altro, per ora). È la differenza sostanziale rispetto al Ceausescu style di Conte, che a ogni obiezione mandava avanti i corvi del Cts e rispondeva con il mantra: «Ce lo dice la scienza». Poiché nell'anno pandemico la scienza ha detto tutto e il suo contrario, bentornata politica. Oggi torna a pesare con le responsabilità dei singoli partiti all'interno di una maggioranza composita.
La Settimana santa sarà anche la più lunga, con Salvini che tiene il piedone nello stipite e Speranza (sempre più smunto, sempre più affranto) che vorrebbe nascondersi in cantina fino al giorno del giudizio. È l'uomo dell'inverno sanitario, per lui la politica è una zona rossa permanente e si esaurisce nel counter dei contagi. Dovrà difendere in Parlamento le restrizioni e quell'idea sinistra di imporle fino a maggio, ma è probabile che il premier trovi una soluzione mediana.
Speranza è l'opposto di Massimo Garavaglia, ministro del Turismo leghista, già proiettato sull'estate: «Da aprile vorrei vedere aperto, tutti gialli in estate. Non c'è motivo di pensare a qualcosa di diverso». Draghi risponde anche a lui, ottimista che non è altro: «Se potessi andare in vacanza prenoterei anch'io quelle estive». Lo penseremo guardando un tramonto sul mare, andrà bene anche così.
La svolta di Draghi non arriva mai. Italia in «Profondo rosso»
La cortesia di Mario Draghi è impeccabile («Posso cominciare?», chiede alla sua portavoce, oppure si informa premuroso «Dov'è?», per poter guardare chi di volta in volta gli pone le domande), ma questa gentilezza e una consumata abilità sono messe al servizio di una conferenza sgusciante, furbamente selettiva, in cui il premier valorizza le pochissime buone notizie (essenzialmente una: la riapertura delle scuole, ma solo fino alla prima media), salvo attenuare, smorzare e quasi occultare le moltissime cattive (il fatto che resteremo chiusi, tra il rosso e l'arancione, fino a fine aprile), lasciando che questo fatto venga esplicitato solo da una domanda arrivata dopo circa 70 minuti. Insomma, alle decisioni più deludenti restano delegati la «cabina di regia» e il solito ineffabile Roberto Speranza, seduto alla destra del premier e spesso chiamato a dire la sua, ovviamente in senso restrittivo e chiusurista.
Per il resto, Draghi tratta con parole garbate nella forma ma liquidatorie nella sostanza Matteo Salvini (che aveva definito «impensabile» tenere tutto chiuso anche ad aprile), derubricando la posizione del leader leghista a una prospettiva «desiderabile». Anche sul piano europeo, il premier si affida a un gioco di specchi: prima attacca pesantemente Astrazeneca (pur senza citarla), e poi annuncia che si vaccinerà con essa («Ho fatto la prenotazione, sto aspettando che mi rispondano…»); così come prima si schiera a favore dell'irrobustimento della possibilità di blocco Ue dell'export dei vaccini, e poi, forse accorgendosi del rischio di scivolare verso una linea troppo conflittuale, sembra ritrarsi e auspica ripetutamente un'intesa tra Bruxelles e il Regno Unito.
La parte iniziale della conferenza è dedicata ai vaccini e al Consiglio Ue, non senza alcuni incredibili equivoci nelle domande: molti parlano come se l'Ue avesse essa stessa prodotto vaccini (cosa che evidentemente non sta né in cielo né in terra), laddove si tratta invece di vaccini prodotti da aziende private che hanno stabilimenti anche in Ue. Eppure Draghi valorizza il giro di vite deciso dai 27: «Prima l'unico requisito per bloccare l'export era il fatto che la società produttrice non avesse rispettato i contratti. Ora la Commissione ha allargato il criterio, introducendo le parole “proporzionalità" e “reciprocità"». Con il secondo termine, spiega Draghi, si fa riferimento al fatto che «conta anche cosa fa il Paese verso cui il vaccino è diretto, se esso stesso blocca le esportazioni o no»; con il primo, si fa riferimento al fatto che l'export possa riguardare «un Paese che ha già un alto livello di vaccinati». Atteggiamento curioso da parte di Bruxelles: diventa una specie di colpa essere stati più veloci dell'Ue.
Poi l'attacco più pesante ad Astrazeneca (pur non nominata): «Credo che il blocco vada considerato nei confronti delle società che non rispettano i patti. Si ha l'impressione che alcune società si siano vendute le cose due o tre volte…». Quanto all'Uk, Draghi è sembrato tendere la mano rispetto alle durezze di Bruxelles: «Blocco totale? Non ci dobbiamo assolutamente arrivare e non ci arriveremo». E ancora: «Ognuna delle parti dice di avere ragione. Il punto è se bisogna aspettare gli avvocati, mentre c'è un'enorme quantità di vaccini prodotti in Belgio e in Olanda destinati all'Uk. La cosa migliore è trovare un accordo». Poi la frase più distensiva e saggia: «Il revanscismo non porta da nessuna parte. E non ne usciamo con i blocchi: ne usciamo con la produzione di vaccini».
Draghi ha quindi ribadito la sua affermazione più coraggiosa di una settimana fa: «Dobbiamo far di tutto per cercare il coordinamento europeo, ma se non si riesce dobbiamo cercare altre strade». Quanto a Sputnik, il premier ha spiegato che «l'Ema non ha ancora ricevuto domanda ma sta facendo una review delle varie componenti». In ogni caso, «non si prevede che si pronunci prima di 3-4 mesi».
Dopo un lungo elogio dell'intervento di Joe Biden, Draghi è passato all'Italia, accennando prima alla vaccinazione dei sanitari («Non va bene che operatori non vaccinati siano in contatto con malati. Il ministro Cartabia sta preparando un provvedimento») e poi alla prossima riapertura delle scuole, ma solo fino alla prima media. Qui il premier ha motivato la scelta, estremamente limitata, dicendo che «le decisioni prese nell'ultima cabina di regia hanno portato a una diminuzione nel tasso di crescita dei contagi», ma «la situazione rimane molto critica e preoccupante». E ha aggiunto: già a suo tempo dicemmo che «se ci fosse stato uno spazio, avremmo aperto fino alla prima media». E a quel punto a Speranza non è parso vero di poter chiarire che per il resto la porta rimane sbarrata: «La situazione è delicata: ci consentiamo di spendere questo piccolissimo tesoretto sulla scuola».
Draghi ha poi smorzato la polemica con le Regioni, pur ribadendo che ora occorrerà seguire un criterio più rigidamente anagrafico per le vaccinazioni («la risposta delle Regioni è stata ampiamente positiva, inutile minacciare misure»).
Quindi la già citata risposta alla linea più aperturista di Salvini: per Draghi, tenere chiuso non è «pensabile o impensabile: dipende esclusivamente dai dati che vediamo. Queste misure hanno dimostrato di non essere campate per aria». Risposta che Draghi ha solo leggermente attenuato, prima dichiarandosi d'accordo, pur con una punta di ironia, con l'invito a prenotare le vacanze fatto dal ministro Massimo Garavaglia («Se potessi andare in vacanza ci andrei volentieri»), e poi, proprio in conclusione di conferenza, lasciando aperto uno spiraglio di riflessione ulteriore («Non escludo cambiamenti in corso, continueremo a seguire i dati, la situazione va monitorata giorno per giorno»). Ma intanto resta tutto chiuso, proprio come ai tempi di Giuseppe Conte.
Scuole aperte fino alla prima media. L'unica notizia è buona solo a metà
La riapertura delle scuole ci sarà, dopo Pasqua, ma «fino alla prima media», ha annunciato ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, in conferenza stampa. Dopo tre settimane di chiusura - anzi, quattro, considerando quella pasquale - asili nido, elementari e prima media potranno ripartire. La decisione di un'apertura a metà è stata presa dopo la cabina di regia presieduta dal premier sulle nuove misure per la zona rossa. Solo gli studenti del Lazio, con il passaggio a zona arancione, potrebbero dire addio alla didattica a distanza (Dad) alle medie e probabilmente alle superiori già martedì 30 marzo.
«C'è stata una diminuzione del tasso di crescita dei contagi», ha spiegato il presidente del Consiglio, osservando però che «il resto della situazione rimane preoccupante». Insomma, aprire ulteriormente potrebbe aumentare i contagi, ma «aprire fino alla prima media non è di per sé fonte di contagio», perché «più si alza l'età più aumentano i casi», ha dichiarato Draghi. Il riferimento è al problema dei trasporti, e a tutte le attività parascolastiche, che sono quelle che causano una maggiore circolazione del virus. Nelle ultime settimane si è fatta insistente la richiesta di riaprire la scuola da esperti e genitori che hanno protestato ovunque, sui social e anche in piazza, con i bambini. Sulla questione dell'aumento dei contagi collegati agli studenti i dati sono controversi. Una spinta verso la riapertura potrebbe essere arrivata da uno studio condotto da un gruppo di epidemiologi, medici, biologi e statistici tra cui Sara Gandini dello Ieo di Milano e riportato nei giorni scorsi dal Corriere della Sera. I risultati dimostrano come non ci sia correlazione tra aumento dei contagi e apertura della scuola: i giovani contagiano il 50% in meno rispetto agli adulti e i focolai sono sotto il 7% di tutte le scuole.
«Il ministro Bianchi sta lavorando sulla riapertura, in alcuni casi sarà possibile effettuare anche test su studenti e docenti», ha detto Draghi. In effetti, se la chiusura delle scuole è un problema serio per i ragazzi in termini di benessere psicofisico, è anche vero che ci sono delle condizioni per mettere le scuole in sicurezza, meno costosi e più efficaci dei banchi a rotelle. Secondo lo European centers for disease control, serve una bassa prevalenza e incidenza Covid nel territorio e strategie basate su tamponi rapidi (ogni 3-5 giorni) per identificare tempestivamente i nuovi contagi a scuola e suggerire l'isolamento di dieci giorni per tutti i casi positivi al test. È il piano che sta considerando il ministro Patrizio Bianchi, ma non è pensabile fare un tampone naso faringeo settimanale a un adulto, figuriamoci a dei bambini. Da più parti si chiede l'uso del test salivare, che consiste nel far masticare ai bambini un tampone di cotone. Il test, messo a punto mesi fa anche da un team di ricercatrici milanesi, non può essere utilizzato perché, nonostante sia stata provata l'efficacia del 98%, è in corso di validazione da parte dell'Istituto superiore di sanità. I tempi dovrebbero essere maturi per un pronunciamento.
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Il leader leghista fiuta la resa e anticipa la conferenza del presidente chiedendo di «riaprire dal 7 aprile». La vera partita si giocherà nel Cdm: «Noi siamo per il ritorno alla vita». E Massimo Garavaglia pressa sul turismo. Il premier si piega alla linea dura di Roberto Speranza e lascia il Paese chiuso per tutto aprile. Celandosi dietro la «cabina di regia». Dopo Pasqua i più grandi non torneranno in classe. Ignorati gli studi e i sit in dei genitori. Lo speciale contiene tre articoli. «È impensabile tenere chiusa l'Italia per tutto aprile». La scena non è nuova. C'è un premier che spinge per blindare la porta e c'è un leader che ha messo il piede nello stipite per impedirglielo. È Matteo Salvini che, pur in un contesto generale completamente diverso dall'annus horribilis di Giuseppe Conte, si trova a sostenere la stessa parte in commedia mentre Mario Draghi fa catenaccio. E come si dice nel calcio, parcheggia il pullman sulla linea di porta con buona pace del lirico «ritorno alla vita». La risposta del presidente arriva quasi subito: «Le misure sono pensabili o impensabili solo in base ai dati che vediamo». Le nuove zone rosso-arancioni anche dopo il 7 aprile sono una mazzata sociale. L'ipotesi di eliminazione a tradimento del giallo con un mese di divieti fino al 30 aprile, come chiedono i ministri della sinistra chiusurista, è un guanto di sfida politico. L'unica concessione (scuole elementari aperte) non fa altro che riallineare il Draghi 1 al Conte 2. È l'uovo partorito dalla cabina di regia, il direttorio voluto dal presidente Sergio Mattarella da cui tutto discende, e composto dalla formazione Draghi, Speranza, Franco, Giorgetti, Patuanelli, Franceschini, Gelmini, Bonetti, Bianchi, Garofoli (sottosegretario), Brusaferro e Locatelli (Cts). Una squadra alla quale si chiede di osare qualcosa in più rispetto al catenaccio trapattoniano che in un anno ha prodotto 100.000 morti, il crollo dell'economia e la desertificazione delle aree commerciali. I provvedimenti draconiani verranno portati in Consiglio dei ministri, poi in Aula con un decreto legge a metà della prossima settimana. All'orizzonte si profila un prevedibile scontro politico. La Lega non può accettare che fin d'ora si metta il Paese agli arresti domiciliari per un altro mese. Salvini aveva fiutato la trappola e in mattinata era uscito allo scoperto: «Nel nome del buonsenso che contraddistingue il premier, e soprattutto dei dati medici e scientifici, chiediamo che dal 7 aprile, almeno nelle Regioni e nelle città con situazione sanitaria sotto controllo, si riaprano (ovviamente in sicurezza) le attività chiuse. E si ritorni alla vita a partire da ristoranti, teatri, palestre, cinema, bar, oratori, negozi». Obiezione respinta. Per tutta la durata della cabina di regia Salvini si è tenuto in contatto con Giancarlo Giorgetti , che ha provato a scardinare «la linea del terrore» di Roberto Speranza e Dario Franceschini, due ministri che insieme rappresentano meno del 20% degli elettori. L'idea di blindare l'Italia fino a maggio viene definita pazzesca dentro la Lega: «È completamente folle dare per scontato fin da ora che le chiusure proseguiranno sino alla fine del mese prossimo come vorrebbero Speranza e Franceschini. Così si fa solo del terrorismo psicologico». Dal primo partito del centrodestra arriva anche un'apertura di credito nei confronti del premier perché l'approccio di lotta e di governo - tattica bossiana vincente - è rimasto nel dna. Fonti interne definiscono «apprezzabile quanto sostenuto da Draghi in conferenza stampa, quando ha detto che sarebbe desiderabile avviare alcune riaperture. La stella polare sono i dati, e proprio perché variano di giorno in giorno è impensabile dire già da ora che non si potranno alleggerire le restrizioni più avanti. Se si chiude con tanti contagi e gli ospedali in sofferenza, si dovrà riaprire con pochi contagi e gli ospedali a posto. Salute e lavoro non sono nemici». La frase cardine della giornata del chiavistello è ancora di Salvini: «Qualunque proposta in Consiglio dei ministri e in Parlamento avrà l'ok della Lega solo se prevederà un graduale e sicuro ritorno alla vita». Qui si parla di voti e di strategie, è in corso la prima vera partita a scacchi nella maggioranza. Di più, fra il premier e la Lega. È il primo strappo, anche se solo verbale, rispetto all'allineamento militare dietro la Draghi way of life. Salvini sta marcando una differenza forte rispetto agli altri componenti del governo istituzionale, si intesta la leadership dell'ala aperturista proseguendo su una linea di coerenza rispetto al passato. Il botta e risposta, l'appuntamento in Aula, la richiesta di non imporre chiusure preventive senza dati freschi sono propri di una dialettica che segna il ritorno della politica. Finalmente. Draghi ha spazzato via l'ipocrisia (e poco altro, per ora). È la differenza sostanziale rispetto al Ceausescu style di Conte, che a ogni obiezione mandava avanti i corvi del Cts e rispondeva con il mantra: «Ce lo dice la scienza». Poiché nell'anno pandemico la scienza ha detto tutto e il suo contrario, bentornata politica. Oggi torna a pesare con le responsabilità dei singoli partiti all'interno di una maggioranza composita. La Settimana santa sarà anche la più lunga, con Salvini che tiene il piedone nello stipite e Speranza (sempre più smunto, sempre più affranto) che vorrebbe nascondersi in cantina fino al giorno del giudizio. È l'uomo dell'inverno sanitario, per lui la politica è una zona rossa permanente e si esaurisce nel counter dei contagi. Dovrà difendere in Parlamento le restrizioni e quell'idea sinistra di imporle fino a maggio, ma è probabile che il premier trovi una soluzione mediana. Speranza è l'opposto di Massimo Garavaglia, ministro del Turismo leghista, già proiettato sull'estate: «Da aprile vorrei vedere aperto, tutti gialli in estate. Non c'è motivo di pensare a qualcosa di diverso». Draghi risponde anche a lui, ottimista che non è altro: «Se potessi andare in vacanza prenoterei anch'io quelle estive». Lo penseremo guardando un tramonto sul mare, andrà bene anche così. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-e-stato-contagiato-da-speranza-2651226607.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-svolta-di-draghi-non-arriva-mai-italia-in-profondo-rosso" data-post-id="2651226607" data-published-at="1616789783" data-use-pagination="False"> La svolta di Draghi non arriva mai. 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Per il resto, Draghi tratta con parole garbate nella forma ma liquidatorie nella sostanza Matteo Salvini (che aveva definito «impensabile» tenere tutto chiuso anche ad aprile), derubricando la posizione del leader leghista a una prospettiva «desiderabile». Anche sul piano europeo, il premier si affida a un gioco di specchi: prima attacca pesantemente Astrazeneca (pur senza citarla), e poi annuncia che si vaccinerà con essa («Ho fatto la prenotazione, sto aspettando che mi rispondano…»); così come prima si schiera a favore dell'irrobustimento della possibilità di blocco Ue dell'export dei vaccini, e poi, forse accorgendosi del rischio di scivolare verso una linea troppo conflittuale, sembra ritrarsi e auspica ripetutamente un'intesa tra Bruxelles e il Regno Unito. La parte iniziale della conferenza è dedicata ai vaccini e al Consiglio Ue, non senza alcuni incredibili equivoci nelle domande: molti parlano come se l'Ue avesse essa stessa prodotto vaccini (cosa che evidentemente non sta né in cielo né in terra), laddove si tratta invece di vaccini prodotti da aziende private che hanno stabilimenti anche in Ue. Eppure Draghi valorizza il giro di vite deciso dai 27: «Prima l'unico requisito per bloccare l'export era il fatto che la società produttrice non avesse rispettato i contratti. Ora la Commissione ha allargato il criterio, introducendo le parole “proporzionalità" e “reciprocità"». Con il secondo termine, spiega Draghi, si fa riferimento al fatto che «conta anche cosa fa il Paese verso cui il vaccino è diretto, se esso stesso blocca le esportazioni o no»; con il primo, si fa riferimento al fatto che l'export possa riguardare «un Paese che ha già un alto livello di vaccinati». Atteggiamento curioso da parte di Bruxelles: diventa una specie di colpa essere stati più veloci dell'Ue. Poi l'attacco più pesante ad Astrazeneca (pur non nominata): «Credo che il blocco vada considerato nei confronti delle società che non rispettano i patti. Si ha l'impressione che alcune società si siano vendute le cose due o tre volte…». Quanto all'Uk, Draghi è sembrato tendere la mano rispetto alle durezze di Bruxelles: «Blocco totale? Non ci dobbiamo assolutamente arrivare e non ci arriveremo». E ancora: «Ognuna delle parti dice di avere ragione. Il punto è se bisogna aspettare gli avvocati, mentre c'è un'enorme quantità di vaccini prodotti in Belgio e in Olanda destinati all'Uk. La cosa migliore è trovare un accordo». Poi la frase più distensiva e saggia: «Il revanscismo non porta da nessuna parte. E non ne usciamo con i blocchi: ne usciamo con la produzione di vaccini». Draghi ha quindi ribadito la sua affermazione più coraggiosa di una settimana fa: «Dobbiamo far di tutto per cercare il coordinamento europeo, ma se non si riesce dobbiamo cercare altre strade». Quanto a Sputnik, il premier ha spiegato che «l'Ema non ha ancora ricevuto domanda ma sta facendo una review delle varie componenti». In ogni caso, «non si prevede che si pronunci prima di 3-4 mesi». Dopo un lungo elogio dell'intervento di Joe Biden, Draghi è passato all'Italia, accennando prima alla vaccinazione dei sanitari («Non va bene che operatori non vaccinati siano in contatto con malati. Il ministro Cartabia sta preparando un provvedimento») e poi alla prossima riapertura delle scuole, ma solo fino alla prima media. Qui il premier ha motivato la scelta, estremamente limitata, dicendo che «le decisioni prese nell'ultima cabina di regia hanno portato a una diminuzione nel tasso di crescita dei contagi», ma «la situazione rimane molto critica e preoccupante». E ha aggiunto: già a suo tempo dicemmo che «se ci fosse stato uno spazio, avremmo aperto fino alla prima media». E a quel punto a Speranza non è parso vero di poter chiarire che per il resto la porta rimane sbarrata: «La situazione è delicata: ci consentiamo di spendere questo piccolissimo tesoretto sulla scuola». Draghi ha poi smorzato la polemica con le Regioni, pur ribadendo che ora occorrerà seguire un criterio più rigidamente anagrafico per le vaccinazioni («la risposta delle Regioni è stata ampiamente positiva, inutile minacciare misure»). Quindi la già citata risposta alla linea più aperturista di Salvini: per Draghi, tenere chiuso non è «pensabile o impensabile: dipende esclusivamente dai dati che vediamo. Queste misure hanno dimostrato di non essere campate per aria». Risposta che Draghi ha solo leggermente attenuato, prima dichiarandosi d'accordo, pur con una punta di ironia, con l'invito a prenotare le vacanze fatto dal ministro Massimo Garavaglia («Se potessi andare in vacanza ci andrei volentieri»), e poi, proprio in conclusione di conferenza, lasciando aperto uno spiraglio di riflessione ulteriore («Non escludo cambiamenti in corso, continueremo a seguire i dati, la situazione va monitorata giorno per giorno»). Ma intanto resta tutto chiuso, proprio come ai tempi di Giuseppe Conte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-e-stato-contagiato-da-speranza-2651226607.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="scuole-aperte-fino-alla-prima-media-l-unica-notizia-e-buona-solo-a-meta" data-post-id="2651226607" data-published-at="1616789783" data-use-pagination="False"> Scuole aperte fino alla prima media. 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Insomma, aprire ulteriormente potrebbe aumentare i contagi, ma «aprire fino alla prima media non è di per sé fonte di contagio», perché «più si alza l'età più aumentano i casi», ha dichiarato Draghi. Il riferimento è al problema dei trasporti, e a tutte le attività parascolastiche, che sono quelle che causano una maggiore circolazione del virus. Nelle ultime settimane si è fatta insistente la richiesta di riaprire la scuola da esperti e genitori che hanno protestato ovunque, sui social e anche in piazza, con i bambini. Sulla questione dell'aumento dei contagi collegati agli studenti i dati sono controversi. Una spinta verso la riapertura potrebbe essere arrivata da uno studio condotto da un gruppo di epidemiologi, medici, biologi e statistici tra cui Sara Gandini dello Ieo di Milano e riportato nei giorni scorsi dal Corriere della Sera. I risultati dimostrano come non ci sia correlazione tra aumento dei contagi e apertura della scuola: i giovani contagiano il 50% in meno rispetto agli adulti e i focolai sono sotto il 7% di tutte le scuole. «Il ministro Bianchi sta lavorando sulla riapertura, in alcuni casi sarà possibile effettuare anche test su studenti e docenti», ha detto Draghi. In effetti, se la chiusura delle scuole è un problema serio per i ragazzi in termini di benessere psicofisico, è anche vero che ci sono delle condizioni per mettere le scuole in sicurezza, meno costosi e più efficaci dei banchi a rotelle. Secondo lo European centers for disease control, serve una bassa prevalenza e incidenza Covid nel territorio e strategie basate su tamponi rapidi (ogni 3-5 giorni) per identificare tempestivamente i nuovi contagi a scuola e suggerire l'isolamento di dieci giorni per tutti i casi positivi al test. È il piano che sta considerando il ministro Patrizio Bianchi, ma non è pensabile fare un tampone naso faringeo settimanale a un adulto, figuriamoci a dei bambini. Da più parti si chiede l'uso del test salivare, che consiste nel far masticare ai bambini un tampone di cotone. Il test, messo a punto mesi fa anche da un team di ricercatrici milanesi, non può essere utilizzato perché, nonostante sia stata provata l'efficacia del 98%, è in corso di validazione da parte dell'Istituto superiore di sanità. I tempi dovrebbero essere maturi per un pronunciamento.
Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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