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2021-06-22
Draghi e Merkel vogliono applicare il modello Turchia anche alla Libia
Angela Merkel (Ansa)
È stata l'immigrazione a costituire uno dei principali argomenti del bilaterale tenutosi ieri pomeriggio a Berlino tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel.
Nella conferenza stampa congiunta che è seguita al vertice, i due leader hanno espresso piena sintonia, sottolineando un comune impegno nel cercare di affrontare il delicato dossier migratorio. Draghi, in particolare, ha invocato un maggiore coinvolgimento dell'Unione europea nella stabilizzazione del Nord Africa (a partire dalla Libia), mentre la Merkel ha evidenziato la necessità del contrasto ai trafficanti di esseri umani. Entrambi si sono inoltre detti favorevoli a rinnovare l'accordo con la Turchia, finalizzato ad arginare i flussi migratori diretti verso l'Unione europea. Una posizione che lascia presagire come, molto probabilmente, un simile modello possa essere presto adottato anche con la Libia. E proprio sulla partita libica Berlino ha ormai riconosciuto il ruolo primario dell'Italia: un successo per Roma, controbilanciato tuttavia da una situazione ancora troppo poco chiara in materia di ricollocamenti.
Un tema, questo, rispetto a cui, ha detto Draghi ieri, «si sta discutendo, i negoziati prenderanno del tempo ma c'è volontà di arrivare a una posizione congiunta e di mutuo beneficio».
Che la Germania avesse (almeno parzialmente) intenzione di spalleggiare l'Italia sulla questione migratoria era del resto emerso già prima del vertice di ieri. In tal senso, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, in un'intervista a Repubblica aveva dichiarato: «Dovremmo trovare una chiave per la redistribuzione dei profughi. E i Paesi che non volessero parteciparvi dovrebbero contribuire in altro modo a risolvere questo problema, ad esempio mettendo a disposizione mezzi finanziari per proteggere i confini esterni della Ue. Dobbiamo fare finalmente dei passi in avanti nella distribuzione degli oneri». Non solo: nella stessa occasione, il ministro aveva anche sconfessato la proposta, avanzata dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, di una missione di salvataggio europea. «Se mi guardo intorno tra i partner europei non vedo le premesse per una missione del genere», aveva affermato Maas. «Ci sono già regole per l'accoglienza dei profughi che riguardano ad esempio la missione Irini, quando salva esseri umani in mare a Est delle acque libiche. Ma a Bruxelles non vedo margini di manovra per andare oltre». «Molti Stati membri», aveva proseguito il ministro tedesco, «non accetterebbero una nuova missione di salvataggio in mare. Non voglio esprimermi sull'ipotesi che una missione del genere possa attirare maggiori flussi migratori. Ma è certo che con una missione del genere non riusciremmo comunque a intercettare tutti i migranti che vengono in Europa». È anche in questo quadro che Maas aveva evocato il modello turco, sostenendo che l'accordo economico stretto tra Bruxelles e Ankara per il blocco dei flussi migratori si sia rivelato in sostanza efficace e che vada pertanto rinnovato.
Quello stesso modello turco che, come abbiamo visto, è stato molto probabilmente preso in considerazione per trattare la spinosa questione dei migranti provenienti dalla Libia. L'idea è insomma quella di cercare di disinnescare i flussi alla radice. In questo senso, la Turchia costituisce un interlocutore di primo piano anche per l'Italia, vista la pesante influenza esercitata da Recep Tayyip Erdogan sul governo di Tripoli. Ecco perché, dopo le turbolenze diplomatiche recentemente esplose tra Roma e Ankara, Draghi sta cercando di ricucire un rapporto con la Turchia attraverso dei «mediatori»: dalla stessa Berlino a Washington, passando per Londra (ricordiamo, a tal proposito, il vertice siciliano di dieci giorni fa tra il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e i suoi omologhi di Gran Bretagna e Turchia, Ben Wallace e Hulusi Akar).
E comunque, al di là del tema strettamente migratorio, il vertice di ieri è interessante anche per le sue implicazioni politiche. Sul versante europeo, questo incontro evidenzia come, con la Merkel ormai quasi all'uscita di scena, Draghi stia guadagnando terreno, soprattutto in una fase di forte difficoltà per il presidente francese, Emmanuel Macron (reduce da brutti risultati alle elezioni regionali e sempre più vicino a una dura campagna elettorale per la riconferma il prossimo anno). Tutto questo, senza dimenticare che il bilaterale di ieri si sia tenuto nell'imminenza del Consiglio europeo del 24 e del 25 giugno, in cui si parlerà, tra le altre cose, proprio di immigrazione e rapporti con la Turchia. Sul versante interno, i progressi in materia migratoria potrebbero avere un impatto significativo sugli equilibri interni al governo.
Innanzitutto l'asse Draghi-Merkel (come già sintetizzato dalle parole di Maas) sembra pronto a sconfessare la proposta di Sassoli: il che costituirebbe un colpo non di poco conto per il Partito democratico. In secondo luogo, se dovesse realmente riuscire a conseguire dei risultati tangibili, questa linea migratoria rappresenterebbe un successo politico significativo per Draghi, proprio laddove il suo predecessore, Giuseppe Conte, aveva fallito, non riuscendo a farsi ascoltare dall'Europa in termini di ricollocamenti e conducendo una politica libica fondamentalmente caotica. Il che rischierebbe di trasformarsi in un boccone difficile da digerire per un Movimento 5 stelle sempre più in difficoltà.
Meloni: «Rimpatriamo i clandestini»
Proprio mentre era in corso la conferenza stampa congiunta del presidente del Consiglio Mario Draghi e della cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino, nella quale si è proposto di estendere l'accordo con la Turchia anche alla Libia, Giorgia Meloni a Taormina, durante il suo intervento alla seconda Conferenza del Taobuk festival, chiedeva esattamente una misura analoga.
«Altre nazioni difendono i confini esterni e fanno un ragionamento: se non difendi i tuoi confini non puoi pretendere che queste persone siano redistribuite. Bisogna allora chiedere una missione europea per trattare con la Libia, come l'Europa ha già fatto con la Turchia». Secondo Meloni, l'unica strada praticabile è «distribuire i rifugiati e mandare indietro i clandestini». La leader di Fratelli d'Italia osserva che «l'Europa l'ha già fatto trattando con la Turchia dando 6 miliardi di euro a Erdogan e l'Italia stessa, che era stata abbandonata sul forum Mediterraneo ha pure messo 250 milioni, perché gli immigrati che arrivavano dalla rotta balcanica e davano fastidio alla Germania». La ricetta, insomma, sarebbe quella di «fermare le partenze dei barconi, aprire gli hotspot in Africa, distribuire solo i rifugiati e mandare indietro i clandestini».
Draghi ha incassato il primo like post conferenza dal segretario del Partito democratico Enrico Letta, che ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, ha detto che «ha fatto bene ad andare dalla Merkel perché l'unica strada è quella del livello europeo. Non è quella più facile ma è l'unica con cui possiamo cambiare la politica europea sull'immigrazione».
Totò Martello, sindaco di Lampedusa, a Bologna durante uno dei seminari per la Giornata mondiale del rifugiato (ricorrenza di domenica), ha invece rivendicato di aver chiesto a Draghi «di mettere all'ordine del giorno la discussione sul fenomeno delle migrazioni, spesso trattato da alcuni esponenti politici solo per aizzare odio e confusione, per guadagnare l'1 o 2 per cento in più nei sondaggi». Ma sui temi dell'immigrazione, eccezion fatta per una difesa d'ufficio dell'isola Covid free e per la solita polemica nei confronti del leader della Lega Matteo Salvini, il Martello pensiero è sembrato scarico. Martello infatti ha richiamato alcune vecchie dichiarazioni di Salvini sull'emergenza Covid nei centri d'accoglienza siciliani e ha affermato: «Salvini sosteneva che gli africani portassero il Covid e che i rifugiati contagiassero i turisti di Lampedusa, che passeggiavano coi migranti. Ditemi, a chi viene voglia di venirsi a fare un bagno, se pensa di contagiarsi?». Secondo l'iperbole di Martello, quelle esternazioni «possono demolire un intero sistema economico». Ed è arrivato a sostenere che «se per esempio si parla di emergenza sanitaria a Lampedusa, il turista dice sto a casa». Poi però il sindaco ammette che «il centro di accoglienza è sovraffollato, e che quindi la sicurezza sanitaria all'interno del centro diminuisce per questo motivo». Nel frattempo la Caritas italiana fa sapere che il 23 giugno arriverà a Fiumicino un nuovo corridoio umanitario, organizzato su mandato della Conferenza episcopale italiana e dell'Unhcr. «Si tratta di 45 profughi dal Niger», annunciano gli attivisti, «famiglie che hanno vissuto l'inferno della Libia e che finalmente riusciranno a trovare qui in Italia, in varie diocesi, un luogo sicuro dove poter ricostruire le loro vite». E ricordano che «nel 2021 nel Mediterraneo siano scomparse già più di 800 persone, e più di 13.000 sono state quelle intercettate e riportate nella sola Libia».
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I due leader si incontrano a Berlino e si dicono favorevoli al rinnovo degli accordi con Ankara sugli immigrati. Lo stesso patto (soldi in cambio di uno stop ai barconi) sarà proposto a Tripoli. Fumata nera sui ricollocamenti.Pure la leader di Fdi auspica una soluzione concordata con i Paesi nordafricani. Enrico Letta si inchina a Super Mario: «L'unica strada possibile è quella a livello europeo».Lo speciale contiene due articoli.È stata l'immigrazione a costituire uno dei principali argomenti del bilaterale tenutosi ieri pomeriggio a Berlino tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Nella conferenza stampa congiunta che è seguita al vertice, i due leader hanno espresso piena sintonia, sottolineando un comune impegno nel cercare di affrontare il delicato dossier migratorio. Draghi, in particolare, ha invocato un maggiore coinvolgimento dell'Unione europea nella stabilizzazione del Nord Africa (a partire dalla Libia), mentre la Merkel ha evidenziato la necessità del contrasto ai trafficanti di esseri umani. Entrambi si sono inoltre detti favorevoli a rinnovare l'accordo con la Turchia, finalizzato ad arginare i flussi migratori diretti verso l'Unione europea. Una posizione che lascia presagire come, molto probabilmente, un simile modello possa essere presto adottato anche con la Libia. E proprio sulla partita libica Berlino ha ormai riconosciuto il ruolo primario dell'Italia: un successo per Roma, controbilanciato tuttavia da una situazione ancora troppo poco chiara in materia di ricollocamenti. Un tema, questo, rispetto a cui, ha detto Draghi ieri, «si sta discutendo, i negoziati prenderanno del tempo ma c'è volontà di arrivare a una posizione congiunta e di mutuo beneficio». Che la Germania avesse (almeno parzialmente) intenzione di spalleggiare l'Italia sulla questione migratoria era del resto emerso già prima del vertice di ieri. In tal senso, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, in un'intervista a Repubblica aveva dichiarato: «Dovremmo trovare una chiave per la redistribuzione dei profughi. E i Paesi che non volessero parteciparvi dovrebbero contribuire in altro modo a risolvere questo problema, ad esempio mettendo a disposizione mezzi finanziari per proteggere i confini esterni della Ue. Dobbiamo fare finalmente dei passi in avanti nella distribuzione degli oneri». Non solo: nella stessa occasione, il ministro aveva anche sconfessato la proposta, avanzata dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, di una missione di salvataggio europea. «Se mi guardo intorno tra i partner europei non vedo le premesse per una missione del genere», aveva affermato Maas. «Ci sono già regole per l'accoglienza dei profughi che riguardano ad esempio la missione Irini, quando salva esseri umani in mare a Est delle acque libiche. Ma a Bruxelles non vedo margini di manovra per andare oltre». «Molti Stati membri», aveva proseguito il ministro tedesco, «non accetterebbero una nuova missione di salvataggio in mare. Non voglio esprimermi sull'ipotesi che una missione del genere possa attirare maggiori flussi migratori. Ma è certo che con una missione del genere non riusciremmo comunque a intercettare tutti i migranti che vengono in Europa». È anche in questo quadro che Maas aveva evocato il modello turco, sostenendo che l'accordo economico stretto tra Bruxelles e Ankara per il blocco dei flussi migratori si sia rivelato in sostanza efficace e che vada pertanto rinnovato. Quello stesso modello turco che, come abbiamo visto, è stato molto probabilmente preso in considerazione per trattare la spinosa questione dei migranti provenienti dalla Libia. L'idea è insomma quella di cercare di disinnescare i flussi alla radice. In questo senso, la Turchia costituisce un interlocutore di primo piano anche per l'Italia, vista la pesante influenza esercitata da Recep Tayyip Erdogan sul governo di Tripoli. Ecco perché, dopo le turbolenze diplomatiche recentemente esplose tra Roma e Ankara, Draghi sta cercando di ricucire un rapporto con la Turchia attraverso dei «mediatori»: dalla stessa Berlino a Washington, passando per Londra (ricordiamo, a tal proposito, il vertice siciliano di dieci giorni fa tra il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e i suoi omologhi di Gran Bretagna e Turchia, Ben Wallace e Hulusi Akar). E comunque, al di là del tema strettamente migratorio, il vertice di ieri è interessante anche per le sue implicazioni politiche. Sul versante europeo, questo incontro evidenzia come, con la Merkel ormai quasi all'uscita di scena, Draghi stia guadagnando terreno, soprattutto in una fase di forte difficoltà per il presidente francese, Emmanuel Macron (reduce da brutti risultati alle elezioni regionali e sempre più vicino a una dura campagna elettorale per la riconferma il prossimo anno). Tutto questo, senza dimenticare che il bilaterale di ieri si sia tenuto nell'imminenza del Consiglio europeo del 24 e del 25 giugno, in cui si parlerà, tra le altre cose, proprio di immigrazione e rapporti con la Turchia. Sul versante interno, i progressi in materia migratoria potrebbero avere un impatto significativo sugli equilibri interni al governo. Innanzitutto l'asse Draghi-Merkel (come già sintetizzato dalle parole di Maas) sembra pronto a sconfessare la proposta di Sassoli: il che costituirebbe un colpo non di poco conto per il Partito democratico. In secondo luogo, se dovesse realmente riuscire a conseguire dei risultati tangibili, questa linea migratoria rappresenterebbe un successo politico significativo per Draghi, proprio laddove il suo predecessore, Giuseppe Conte, aveva fallito, non riuscendo a farsi ascoltare dall'Europa in termini di ricollocamenti e conducendo una politica libica fondamentalmente caotica. Il che rischierebbe di trasformarsi in un boccone difficile da digerire per un Movimento 5 stelle sempre più in difficoltà. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-e-merkel-vogliono-applicare-il-modello-turchia-anche-alla-libia-2653480558.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-rimpatriamo-i-clandestini" data-post-id="2653480558" data-published-at="1624302649" data-use-pagination="False"> Meloni: «Rimpatriamo i clandestini» Proprio mentre era in corso la conferenza stampa congiunta del presidente del Consiglio Mario Draghi e della cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino, nella quale si è proposto di estendere l'accordo con la Turchia anche alla Libia, Giorgia Meloni a Taormina, durante il suo intervento alla seconda Conferenza del Taobuk festival, chiedeva esattamente una misura analoga. «Altre nazioni difendono i confini esterni e fanno un ragionamento: se non difendi i tuoi confini non puoi pretendere che queste persone siano redistribuite. Bisogna allora chiedere una missione europea per trattare con la Libia, come l'Europa ha già fatto con la Turchia». Secondo Meloni, l'unica strada praticabile è «distribuire i rifugiati e mandare indietro i clandestini». La leader di Fratelli d'Italia osserva che «l'Europa l'ha già fatto trattando con la Turchia dando 6 miliardi di euro a Erdogan e l'Italia stessa, che era stata abbandonata sul forum Mediterraneo ha pure messo 250 milioni, perché gli immigrati che arrivavano dalla rotta balcanica e davano fastidio alla Germania». La ricetta, insomma, sarebbe quella di «fermare le partenze dei barconi, aprire gli hotspot in Africa, distribuire solo i rifugiati e mandare indietro i clandestini». Draghi ha incassato il primo like post conferenza dal segretario del Partito democratico Enrico Letta, che ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, ha detto che «ha fatto bene ad andare dalla Merkel perché l'unica strada è quella del livello europeo. Non è quella più facile ma è l'unica con cui possiamo cambiare la politica europea sull'immigrazione». Totò Martello, sindaco di Lampedusa, a Bologna durante uno dei seminari per la Giornata mondiale del rifugiato (ricorrenza di domenica), ha invece rivendicato di aver chiesto a Draghi «di mettere all'ordine del giorno la discussione sul fenomeno delle migrazioni, spesso trattato da alcuni esponenti politici solo per aizzare odio e confusione, per guadagnare l'1 o 2 per cento in più nei sondaggi». Ma sui temi dell'immigrazione, eccezion fatta per una difesa d'ufficio dell'isola Covid free e per la solita polemica nei confronti del leader della Lega Matteo Salvini, il Martello pensiero è sembrato scarico. Martello infatti ha richiamato alcune vecchie dichiarazioni di Salvini sull'emergenza Covid nei centri d'accoglienza siciliani e ha affermato: «Salvini sosteneva che gli africani portassero il Covid e che i rifugiati contagiassero i turisti di Lampedusa, che passeggiavano coi migranti. Ditemi, a chi viene voglia di venirsi a fare un bagno, se pensa di contagiarsi?». Secondo l'iperbole di Martello, quelle esternazioni «possono demolire un intero sistema economico». Ed è arrivato a sostenere che «se per esempio si parla di emergenza sanitaria a Lampedusa, il turista dice sto a casa». Poi però il sindaco ammette che «il centro di accoglienza è sovraffollato, e che quindi la sicurezza sanitaria all'interno del centro diminuisce per questo motivo». Nel frattempo la Caritas italiana fa sapere che il 23 giugno arriverà a Fiumicino un nuovo corridoio umanitario, organizzato su mandato della Conferenza episcopale italiana e dell'Unhcr. «Si tratta di 45 profughi dal Niger», annunciano gli attivisti, «famiglie che hanno vissuto l'inferno della Libia e che finalmente riusciranno a trovare qui in Italia, in varie diocesi, un luogo sicuro dove poter ricostruire le loro vite». E ricordano che «nel 2021 nel Mediterraneo siano scomparse già più di 800 persone, e più di 13.000 sono state quelle intercettate e riportate nella sola Libia».
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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