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2021-06-22
Draghi e Merkel vogliono applicare il modello Turchia anche alla Libia
Angela Merkel (Ansa)
È stata l'immigrazione a costituire uno dei principali argomenti del bilaterale tenutosi ieri pomeriggio a Berlino tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel.
Nella conferenza stampa congiunta che è seguita al vertice, i due leader hanno espresso piena sintonia, sottolineando un comune impegno nel cercare di affrontare il delicato dossier migratorio. Draghi, in particolare, ha invocato un maggiore coinvolgimento dell'Unione europea nella stabilizzazione del Nord Africa (a partire dalla Libia), mentre la Merkel ha evidenziato la necessità del contrasto ai trafficanti di esseri umani. Entrambi si sono inoltre detti favorevoli a rinnovare l'accordo con la Turchia, finalizzato ad arginare i flussi migratori diretti verso l'Unione europea. Una posizione che lascia presagire come, molto probabilmente, un simile modello possa essere presto adottato anche con la Libia. E proprio sulla partita libica Berlino ha ormai riconosciuto il ruolo primario dell'Italia: un successo per Roma, controbilanciato tuttavia da una situazione ancora troppo poco chiara in materia di ricollocamenti.
Un tema, questo, rispetto a cui, ha detto Draghi ieri, «si sta discutendo, i negoziati prenderanno del tempo ma c'è volontà di arrivare a una posizione congiunta e di mutuo beneficio».
Che la Germania avesse (almeno parzialmente) intenzione di spalleggiare l'Italia sulla questione migratoria era del resto emerso già prima del vertice di ieri. In tal senso, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, in un'intervista a Repubblica aveva dichiarato: «Dovremmo trovare una chiave per la redistribuzione dei profughi. E i Paesi che non volessero parteciparvi dovrebbero contribuire in altro modo a risolvere questo problema, ad esempio mettendo a disposizione mezzi finanziari per proteggere i confini esterni della Ue. Dobbiamo fare finalmente dei passi in avanti nella distribuzione degli oneri». Non solo: nella stessa occasione, il ministro aveva anche sconfessato la proposta, avanzata dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, di una missione di salvataggio europea. «Se mi guardo intorno tra i partner europei non vedo le premesse per una missione del genere», aveva affermato Maas. «Ci sono già regole per l'accoglienza dei profughi che riguardano ad esempio la missione Irini, quando salva esseri umani in mare a Est delle acque libiche. Ma a Bruxelles non vedo margini di manovra per andare oltre». «Molti Stati membri», aveva proseguito il ministro tedesco, «non accetterebbero una nuova missione di salvataggio in mare. Non voglio esprimermi sull'ipotesi che una missione del genere possa attirare maggiori flussi migratori. Ma è certo che con una missione del genere non riusciremmo comunque a intercettare tutti i migranti che vengono in Europa». È anche in questo quadro che Maas aveva evocato il modello turco, sostenendo che l'accordo economico stretto tra Bruxelles e Ankara per il blocco dei flussi migratori si sia rivelato in sostanza efficace e che vada pertanto rinnovato.
Quello stesso modello turco che, come abbiamo visto, è stato molto probabilmente preso in considerazione per trattare la spinosa questione dei migranti provenienti dalla Libia. L'idea è insomma quella di cercare di disinnescare i flussi alla radice. In questo senso, la Turchia costituisce un interlocutore di primo piano anche per l'Italia, vista la pesante influenza esercitata da Recep Tayyip Erdogan sul governo di Tripoli. Ecco perché, dopo le turbolenze diplomatiche recentemente esplose tra Roma e Ankara, Draghi sta cercando di ricucire un rapporto con la Turchia attraverso dei «mediatori»: dalla stessa Berlino a Washington, passando per Londra (ricordiamo, a tal proposito, il vertice siciliano di dieci giorni fa tra il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e i suoi omologhi di Gran Bretagna e Turchia, Ben Wallace e Hulusi Akar).
E comunque, al di là del tema strettamente migratorio, il vertice di ieri è interessante anche per le sue implicazioni politiche. Sul versante europeo, questo incontro evidenzia come, con la Merkel ormai quasi all'uscita di scena, Draghi stia guadagnando terreno, soprattutto in una fase di forte difficoltà per il presidente francese, Emmanuel Macron (reduce da brutti risultati alle elezioni regionali e sempre più vicino a una dura campagna elettorale per la riconferma il prossimo anno). Tutto questo, senza dimenticare che il bilaterale di ieri si sia tenuto nell'imminenza del Consiglio europeo del 24 e del 25 giugno, in cui si parlerà, tra le altre cose, proprio di immigrazione e rapporti con la Turchia. Sul versante interno, i progressi in materia migratoria potrebbero avere un impatto significativo sugli equilibri interni al governo.
Innanzitutto l'asse Draghi-Merkel (come già sintetizzato dalle parole di Maas) sembra pronto a sconfessare la proposta di Sassoli: il che costituirebbe un colpo non di poco conto per il Partito democratico. In secondo luogo, se dovesse realmente riuscire a conseguire dei risultati tangibili, questa linea migratoria rappresenterebbe un successo politico significativo per Draghi, proprio laddove il suo predecessore, Giuseppe Conte, aveva fallito, non riuscendo a farsi ascoltare dall'Europa in termini di ricollocamenti e conducendo una politica libica fondamentalmente caotica. Il che rischierebbe di trasformarsi in un boccone difficile da digerire per un Movimento 5 stelle sempre più in difficoltà.
Meloni: «Rimpatriamo i clandestini»
Proprio mentre era in corso la conferenza stampa congiunta del presidente del Consiglio Mario Draghi e della cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino, nella quale si è proposto di estendere l'accordo con la Turchia anche alla Libia, Giorgia Meloni a Taormina, durante il suo intervento alla seconda Conferenza del Taobuk festival, chiedeva esattamente una misura analoga.
«Altre nazioni difendono i confini esterni e fanno un ragionamento: se non difendi i tuoi confini non puoi pretendere che queste persone siano redistribuite. Bisogna allora chiedere una missione europea per trattare con la Libia, come l'Europa ha già fatto con la Turchia». Secondo Meloni, l'unica strada praticabile è «distribuire i rifugiati e mandare indietro i clandestini». La leader di Fratelli d'Italia osserva che «l'Europa l'ha già fatto trattando con la Turchia dando 6 miliardi di euro a Erdogan e l'Italia stessa, che era stata abbandonata sul forum Mediterraneo ha pure messo 250 milioni, perché gli immigrati che arrivavano dalla rotta balcanica e davano fastidio alla Germania». La ricetta, insomma, sarebbe quella di «fermare le partenze dei barconi, aprire gli hotspot in Africa, distribuire solo i rifugiati e mandare indietro i clandestini».
Draghi ha incassato il primo like post conferenza dal segretario del Partito democratico Enrico Letta, che ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, ha detto che «ha fatto bene ad andare dalla Merkel perché l'unica strada è quella del livello europeo. Non è quella più facile ma è l'unica con cui possiamo cambiare la politica europea sull'immigrazione».
Totò Martello, sindaco di Lampedusa, a Bologna durante uno dei seminari per la Giornata mondiale del rifugiato (ricorrenza di domenica), ha invece rivendicato di aver chiesto a Draghi «di mettere all'ordine del giorno la discussione sul fenomeno delle migrazioni, spesso trattato da alcuni esponenti politici solo per aizzare odio e confusione, per guadagnare l'1 o 2 per cento in più nei sondaggi». Ma sui temi dell'immigrazione, eccezion fatta per una difesa d'ufficio dell'isola Covid free e per la solita polemica nei confronti del leader della Lega Matteo Salvini, il Martello pensiero è sembrato scarico. Martello infatti ha richiamato alcune vecchie dichiarazioni di Salvini sull'emergenza Covid nei centri d'accoglienza siciliani e ha affermato: «Salvini sosteneva che gli africani portassero il Covid e che i rifugiati contagiassero i turisti di Lampedusa, che passeggiavano coi migranti. Ditemi, a chi viene voglia di venirsi a fare un bagno, se pensa di contagiarsi?». Secondo l'iperbole di Martello, quelle esternazioni «possono demolire un intero sistema economico». Ed è arrivato a sostenere che «se per esempio si parla di emergenza sanitaria a Lampedusa, il turista dice sto a casa». Poi però il sindaco ammette che «il centro di accoglienza è sovraffollato, e che quindi la sicurezza sanitaria all'interno del centro diminuisce per questo motivo». Nel frattempo la Caritas italiana fa sapere che il 23 giugno arriverà a Fiumicino un nuovo corridoio umanitario, organizzato su mandato della Conferenza episcopale italiana e dell'Unhcr. «Si tratta di 45 profughi dal Niger», annunciano gli attivisti, «famiglie che hanno vissuto l'inferno della Libia e che finalmente riusciranno a trovare qui in Italia, in varie diocesi, un luogo sicuro dove poter ricostruire le loro vite». E ricordano che «nel 2021 nel Mediterraneo siano scomparse già più di 800 persone, e più di 13.000 sono state quelle intercettate e riportate nella sola Libia».
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I due leader si incontrano a Berlino e si dicono favorevoli al rinnovo degli accordi con Ankara sugli immigrati. Lo stesso patto (soldi in cambio di uno stop ai barconi) sarà proposto a Tripoli. Fumata nera sui ricollocamenti.Pure la leader di Fdi auspica una soluzione concordata con i Paesi nordafricani. Enrico Letta si inchina a Super Mario: «L'unica strada possibile è quella a livello europeo».Lo speciale contiene due articoli.È stata l'immigrazione a costituire uno dei principali argomenti del bilaterale tenutosi ieri pomeriggio a Berlino tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Nella conferenza stampa congiunta che è seguita al vertice, i due leader hanno espresso piena sintonia, sottolineando un comune impegno nel cercare di affrontare il delicato dossier migratorio. Draghi, in particolare, ha invocato un maggiore coinvolgimento dell'Unione europea nella stabilizzazione del Nord Africa (a partire dalla Libia), mentre la Merkel ha evidenziato la necessità del contrasto ai trafficanti di esseri umani. Entrambi si sono inoltre detti favorevoli a rinnovare l'accordo con la Turchia, finalizzato ad arginare i flussi migratori diretti verso l'Unione europea. Una posizione che lascia presagire come, molto probabilmente, un simile modello possa essere presto adottato anche con la Libia. E proprio sulla partita libica Berlino ha ormai riconosciuto il ruolo primario dell'Italia: un successo per Roma, controbilanciato tuttavia da una situazione ancora troppo poco chiara in materia di ricollocamenti. Un tema, questo, rispetto a cui, ha detto Draghi ieri, «si sta discutendo, i negoziati prenderanno del tempo ma c'è volontà di arrivare a una posizione congiunta e di mutuo beneficio». Che la Germania avesse (almeno parzialmente) intenzione di spalleggiare l'Italia sulla questione migratoria era del resto emerso già prima del vertice di ieri. In tal senso, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, in un'intervista a Repubblica aveva dichiarato: «Dovremmo trovare una chiave per la redistribuzione dei profughi. E i Paesi che non volessero parteciparvi dovrebbero contribuire in altro modo a risolvere questo problema, ad esempio mettendo a disposizione mezzi finanziari per proteggere i confini esterni della Ue. Dobbiamo fare finalmente dei passi in avanti nella distribuzione degli oneri». Non solo: nella stessa occasione, il ministro aveva anche sconfessato la proposta, avanzata dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, di una missione di salvataggio europea. «Se mi guardo intorno tra i partner europei non vedo le premesse per una missione del genere», aveva affermato Maas. «Ci sono già regole per l'accoglienza dei profughi che riguardano ad esempio la missione Irini, quando salva esseri umani in mare a Est delle acque libiche. Ma a Bruxelles non vedo margini di manovra per andare oltre». «Molti Stati membri», aveva proseguito il ministro tedesco, «non accetterebbero una nuova missione di salvataggio in mare. Non voglio esprimermi sull'ipotesi che una missione del genere possa attirare maggiori flussi migratori. Ma è certo che con una missione del genere non riusciremmo comunque a intercettare tutti i migranti che vengono in Europa». È anche in questo quadro che Maas aveva evocato il modello turco, sostenendo che l'accordo economico stretto tra Bruxelles e Ankara per il blocco dei flussi migratori si sia rivelato in sostanza efficace e che vada pertanto rinnovato. Quello stesso modello turco che, come abbiamo visto, è stato molto probabilmente preso in considerazione per trattare la spinosa questione dei migranti provenienti dalla Libia. L'idea è insomma quella di cercare di disinnescare i flussi alla radice. In questo senso, la Turchia costituisce un interlocutore di primo piano anche per l'Italia, vista la pesante influenza esercitata da Recep Tayyip Erdogan sul governo di Tripoli. Ecco perché, dopo le turbolenze diplomatiche recentemente esplose tra Roma e Ankara, Draghi sta cercando di ricucire un rapporto con la Turchia attraverso dei «mediatori»: dalla stessa Berlino a Washington, passando per Londra (ricordiamo, a tal proposito, il vertice siciliano di dieci giorni fa tra il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e i suoi omologhi di Gran Bretagna e Turchia, Ben Wallace e Hulusi Akar). E comunque, al di là del tema strettamente migratorio, il vertice di ieri è interessante anche per le sue implicazioni politiche. Sul versante europeo, questo incontro evidenzia come, con la Merkel ormai quasi all'uscita di scena, Draghi stia guadagnando terreno, soprattutto in una fase di forte difficoltà per il presidente francese, Emmanuel Macron (reduce da brutti risultati alle elezioni regionali e sempre più vicino a una dura campagna elettorale per la riconferma il prossimo anno). Tutto questo, senza dimenticare che il bilaterale di ieri si sia tenuto nell'imminenza del Consiglio europeo del 24 e del 25 giugno, in cui si parlerà, tra le altre cose, proprio di immigrazione e rapporti con la Turchia. Sul versante interno, i progressi in materia migratoria potrebbero avere un impatto significativo sugli equilibri interni al governo. Innanzitutto l'asse Draghi-Merkel (come già sintetizzato dalle parole di Maas) sembra pronto a sconfessare la proposta di Sassoli: il che costituirebbe un colpo non di poco conto per il Partito democratico. In secondo luogo, se dovesse realmente riuscire a conseguire dei risultati tangibili, questa linea migratoria rappresenterebbe un successo politico significativo per Draghi, proprio laddove il suo predecessore, Giuseppe Conte, aveva fallito, non riuscendo a farsi ascoltare dall'Europa in termini di ricollocamenti e conducendo una politica libica fondamentalmente caotica. Il che rischierebbe di trasformarsi in un boccone difficile da digerire per un Movimento 5 stelle sempre più in difficoltà. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-e-merkel-vogliono-applicare-il-modello-turchia-anche-alla-libia-2653480558.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-rimpatriamo-i-clandestini" data-post-id="2653480558" data-published-at="1624302649" data-use-pagination="False"> Meloni: «Rimpatriamo i clandestini» Proprio mentre era in corso la conferenza stampa congiunta del presidente del Consiglio Mario Draghi e della cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino, nella quale si è proposto di estendere l'accordo con la Turchia anche alla Libia, Giorgia Meloni a Taormina, durante il suo intervento alla seconda Conferenza del Taobuk festival, chiedeva esattamente una misura analoga. «Altre nazioni difendono i confini esterni e fanno un ragionamento: se non difendi i tuoi confini non puoi pretendere che queste persone siano redistribuite. Bisogna allora chiedere una missione europea per trattare con la Libia, come l'Europa ha già fatto con la Turchia». Secondo Meloni, l'unica strada praticabile è «distribuire i rifugiati e mandare indietro i clandestini». La leader di Fratelli d'Italia osserva che «l'Europa l'ha già fatto trattando con la Turchia dando 6 miliardi di euro a Erdogan e l'Italia stessa, che era stata abbandonata sul forum Mediterraneo ha pure messo 250 milioni, perché gli immigrati che arrivavano dalla rotta balcanica e davano fastidio alla Germania». La ricetta, insomma, sarebbe quella di «fermare le partenze dei barconi, aprire gli hotspot in Africa, distribuire solo i rifugiati e mandare indietro i clandestini». Draghi ha incassato il primo like post conferenza dal segretario del Partito democratico Enrico Letta, che ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, ha detto che «ha fatto bene ad andare dalla Merkel perché l'unica strada è quella del livello europeo. Non è quella più facile ma è l'unica con cui possiamo cambiare la politica europea sull'immigrazione». Totò Martello, sindaco di Lampedusa, a Bologna durante uno dei seminari per la Giornata mondiale del rifugiato (ricorrenza di domenica), ha invece rivendicato di aver chiesto a Draghi «di mettere all'ordine del giorno la discussione sul fenomeno delle migrazioni, spesso trattato da alcuni esponenti politici solo per aizzare odio e confusione, per guadagnare l'1 o 2 per cento in più nei sondaggi». Ma sui temi dell'immigrazione, eccezion fatta per una difesa d'ufficio dell'isola Covid free e per la solita polemica nei confronti del leader della Lega Matteo Salvini, il Martello pensiero è sembrato scarico. Martello infatti ha richiamato alcune vecchie dichiarazioni di Salvini sull'emergenza Covid nei centri d'accoglienza siciliani e ha affermato: «Salvini sosteneva che gli africani portassero il Covid e che i rifugiati contagiassero i turisti di Lampedusa, che passeggiavano coi migranti. Ditemi, a chi viene voglia di venirsi a fare un bagno, se pensa di contagiarsi?». Secondo l'iperbole di Martello, quelle esternazioni «possono demolire un intero sistema economico». Ed è arrivato a sostenere che «se per esempio si parla di emergenza sanitaria a Lampedusa, il turista dice sto a casa». Poi però il sindaco ammette che «il centro di accoglienza è sovraffollato, e che quindi la sicurezza sanitaria all'interno del centro diminuisce per questo motivo». Nel frattempo la Caritas italiana fa sapere che il 23 giugno arriverà a Fiumicino un nuovo corridoio umanitario, organizzato su mandato della Conferenza episcopale italiana e dell'Unhcr. «Si tratta di 45 profughi dal Niger», annunciano gli attivisti, «famiglie che hanno vissuto l'inferno della Libia e che finalmente riusciranno a trovare qui in Italia, in varie diocesi, un luogo sicuro dove poter ricostruire le loro vite». E ricordano che «nel 2021 nel Mediterraneo siano scomparse già più di 800 persone, e più di 13.000 sono state quelle intercettate e riportate nella sola Libia».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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