- Trump lavora per rilanciare gli Accordi di Abramo e spinge Bibi a fermare la guerra. Ma l’ultradestra si oppone. L’Iran ribadisce: il programma nucleare non si fermerà.
- Voci di possibile rimpasto nel governo ucraino. Zelensky a Roma il 10 e 11 luglio.
Lo speciale contiene due articoli.
Donald Trump continua a muoversi tra la crisi di Gaza e il nucleare iraniano. Due dossier, la cui risoluzione potrebbe portare al principale obiettivo accarezzato dalla Casa Bianca: il rilancio degli Accordi di Abramo. La situazione resta comunque per ora incerta.
Le relazioni tra Trump e Teheran si mantengono infatti abbastanza fredde. L’altro ieri, l’ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite, Amir-Saeid Iravani, ha escluso che il regime khomeinista possa rinunciare all’arricchimento dell’uranio. «L’arricchimento è un nostro diritto, un diritto inalienabile, e vogliamo attuarlo. Credo che l’arricchimento non si fermerà mai», ha affermato, contraddicendo così quelli che sono i desiderata della Casa Bianca. Non solo. Fox News ha riportato che, domenica, l’ayatollah iraniano, Naser Makarem Shirazi, avrebbe emesso una fatwa contro Benjamin Netanyahu e lo stesso Trump. Un Trump che, dal canto suo, ha negato di aver «offerto» qualcosa agli iraniani per farli tornare a negoziare. «Non sto nemmeno parlando con loro dal momento che abbiamo completamente distrutto i loro impianti nucleari», ha specificato, rivendicando inoltre di non aver assunto la politica adottata da Barack Obama nel 2015 per arrivare al Jcpoa.
Dall’altra parte, la Casa Bianca continua a esercitare pressioni su Netanyahu, affinché si possa chiudere la guerra a Gaza nei prossimi giorni. Il punto è che il premier israeliano sta incontrando delle difficoltà nel far digerire la richiesta all’ala destra della sua coalizione di governo: proprio ieri, sia il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, sia quello della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, si sono detti esplicitamente contrari a una tregua. Eppure, in quelle stesse ore, un funzionario israeliano ha rivelato che «Israele potrebbe ampliare l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza nel prossimo futuro, come parte di un piano più ampio e vasto». Ciò significa che nel governo di Netanyahu si sta registrando un dibattito serrato sulla questione della Striscia. E infatti il premier israeliano aveva convocato nuovamente il gabinetto dei ministri ieri sera, per cercare di superare le divisioni su questo dossier. Nel frattempo, il Qatar ha riferito che sono in corso tentativi per riprendere i negoziati in vista di un cessate il fuoco. «Non sono in corso colloqui per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ma piuttosto contatti volti a elaborare un quadro che consenta la ripresa dei negoziati», ha affermato il ministero degli Esteri di Doha.
È in questo quadro che, sempre ieri, era atteso a Washington il ministro per gli Affari strategici israeliano Ron Dermer: fonti statunitensi hanno riferito al Times of Israel che l’amministrazione Trump ha intenzione di premere, durante i colloqui con lui, per arrivare rapidamente a una tregua. Al contempo, Dermer dovrebbe chiedere agli americani di intervenire sul Qatar affinché faccia a sua volta pressione su Hamas. È anche probabile che Dermer cercherà di aprire la strada a una visita nella capitale statunitense dello stesso Netanyahu: una visita che, secondo fonti diplomatiche israeliane, potrebbe avvenire già la prossima settimana. Non solo. Sul tavolo dei colloqui potrebbero esserci anche gli Accordi di Abramo, visto che, domenica, Trump in persona aveva detto che vari Paesi sarebbero pronti ad aderirvi. Ieri, oltre ad auspicare un trattato di pace con il Libano, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha dichiarato che, in un’eventuale normalizzazione dei rapporti tra Gerusalemme e Damasco, «le alture del Golan rimarranno parte dello Stato di Israele». È pur vero che, secondo il quotidiano libanese Al-Akhbar, all’interno dell’attuale regime siriano non si registrerebbe un consenso unanime sulla necessità di formalizzare una distensione con lo Stato ebraico. Tuttavia, un funzionario israeliano, ieri, ha rivelato che Gerusalemme e Damasco starebbero tenendo dei «colloqui avanzati» per un’eventuale intesa bilaterale in materia di sicurezza: un’intesa che, se si concretizzasse, potrebbe avvicinare la Siria agli Accordi di Abramo. Non a caso, sempre ieri, la Casa Bianca ha confermato che Trump fosse pronto a firmare un ordine esecutivo volto a porre fine alle sanzioni a Damasco.
Chiaramente, agli occhi del presidente americano, chiudere la guerra a Gaza e scongiurare l’arricchimento dell’uranio iraniano rappresentano due precondizioni essenziali per arrivare a un rilancio degli Accordi di Abramo. È per questa ragione che sta agendo contemporaneamente su entrambi i tavoli. Hamas è storicamente spalleggiata da Teheran, mentre sia gli israeliani che i sauditi temono lo scenario di un regime khomeinista con la bomba atomica in mano. Ieri, Francia, Gran Bretagna e Germania hanno inoltre emesso una dichiarazione congiunta, condannando le «minacce» iraniane al direttore dell’Aiea Rafael Grossi e intimando a Teheran di «ripristinare immediatamente la piena cooperazione» con l’agenzia dell’Onu: una cooperazione che, nei giorni scorsi, era stata auspicata anche da Washington e Mosca. Sullo sfondo, ma neanche troppo, si staglia infine la questione della ricostruzione di Gaza: un dossier a cui sono notevolmente interessati non soltanto i sauditi e gli israeliani, ma anche gli americani e i russi. Un dossier che si lega a sua volta al rilancio degli Accordi di Abramo.
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