Il documento programmatico del Ppe somiglia a un trappolone per Ursula
Ursula von der Leyen (Ansa)
  • I popolari chiedono una stretta sull’immigrazione e un ripensamento del Green deal. Inaccettabile per i verdi, ma difficile da digerire pure per i socialisti. All’Europarlamento alla Von der Leyen potrebbero mancare i voti.
  • Autonomia: il ministro Nello Musumeci contro Luca Zaia, che chiedeva l’inizio delle negoziazioni col Veneto. Le Regioni rosse corrono per il referendum abrogativo prima che Stefano Bonaccini decada.

Lo speciale contiene due articoli.

Saranno pure democristiani, ma mordono, eccome se mordono: il Ppe prepara un documento programmatico per la nuova legislatura europea che somiglia tanto a un trappolone per i socialisti ma pure per Ursula von der Leyen. Mentre il presidente incaricato cerca di raggranellare i voti sufficienti per non correre il rischio di essere trombata al voto di fiducia dell’Europarlamento il prossimo 18 luglio, rivolgendosi a sinistra ai verdi e trattando sottobanco a destra con i conservatori di Giorgia Meloni, il suo stesso partito, appunto il Ppe, pilastro principale della maggioranza con socialisti e liberali, mette nero su bianco una serie di paletti che complicheranno assai le trattative di Ursula con i Verdi e le faranno pure perdere consensi tra i socialisti.

Il documento dei popolari somiglia tanto al programma del centrodestra italiano. Sul fronte immigrazione, si propone «un Libro bianco sugli hub per il rimpatrio nei Paesi terzi per le persone soggette a una decisione di rimpatrio e i cui Paesi di origine non le accettano e un nuovo Memorandum d’intesa per un pacchetto di partenariati con Paesi terzi di origine e transito come Mali, Niger, Ciad, Nigeria o Etiopia sul modello dell’accordo Ue-Tunisia o del partenariato strategico e globale tra Egitto e Ue». Modello Giorgia: gli accordi con i Paesi terzi li ha fatti la Meloni con l’Albania, così come è stato il nostro premier a ideare e realizzare il memorandum Ue-Tunisia. Ma proseguiamo: il Ppe propone di modificare il regolamento europeo sulle emissioni di Co2 che dal 2035 vieterà la vendita di auto a combustione interna, diesel e benzina, e auspica una «revisione delle regole per la riduzione della CO2 per auto e furgoni nuovi per consentire l’uso di carburanti alternativi a zero emissioni oltre il 2035», chiedendo «una nuova strategia per i carburanti sintetici, i biocarburanti e i carburanti a basso contenuto di carbonio, con incentivi e finanziamenti mirati, da affiancare alla strategia dell’Ue per l’idrogeno». Quanto al Green deal, il Ppe si impegna «a continuare a realizzarlo» ma trasformandolo in un «Green growth deal» per dare più spazio alla crescita e «raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di Co2 del 55% entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050, rafforzando al contempo la competitività dell’Ue e garantendo la neutralità tecnologica». Spunta anche l’idea di un commissario ad hoc per la pesca.

Musica per le orecchie del governo italiano, che della frenata al green deal e alla decarbonizzazione (in questo caso l’industria tedesca è allineata alla nostra) non può che essere soddisfatto. Manca solo il premierato europeo e siamo di fronte a un programma modellato su quello del nostro centrodestra. Ora immaginate la smorfia di Elly Schlein, capo del Pd, la principale delegazione dei socialisti europei, quando avrà letto le basi dell’accordo che dovrà stipulare con i popolari: si tratta di dire sì a Bruxelles ai provvedimenti più aspramente contrastati a Roma, a partire dalle soluzioni proposte sull’immigrazione.

Perché il Ppe ha deciso di andar giù così pesante? Le risposte sono diverse. Prima di tutto, banalmente, i popolari hanno capito che le politiche turbo green e quelle fallimentari sull’immigrazione sono state alla base della disfatta di socialisti e liberali e della crescita delle destre. In secondo luogo, il Ppe vuol fare capire ai socialisti chi comanda davvero nella maggioranza dopo le Europee. Naturalmente, si tenta anche di blandire i conservatori di Ecr, guidati dalla Meloni, che potrebbero contribuire con una «fiducia tecnica» alla partenza della Commissione, salvo poi, nelle commissioni, dare battaglia su tutti i temi sgraditi. Detto ciò, da osservatori della politica italiana, regno del più sfrenato tatticismo parlamentare, non possiamo non leggere in questo documento così duro una trappola per la stessa Von der Leyen che, ricordiamolo sempre, gli stessi popolari hanno nominato candidata alla presidenza della Commissione con una altissima percentuale di astenuti e non partecipanti al voto, in occasione del congresso di Sofia dello scorso marzo. Il voto di «fiducia» dell’Eurocamera, in programma il 18 luglio, è segreto, e quindi un programma così indigesto alle sinistre può provocare, oltre a un «no» in chiaro dei verdi, anche una crescita esponenziale dei franchi tiratori socialisti, che potrebbero impallinare Ursula.

C’è anche un’altra lettura, più raffinata: mettiamo che una bella pattuglia di popolari, nel segreto dell’urna, votino contro la Von der Leyen: con proposte così caratterizzate sul versante del centrodestra, sarebbe facile scaricare la colpa dell’eventuale flop sui socialisti. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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