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2024-07-03
Il documento programmatico del Ppe somiglia a un trappolone per Ursula
Ursula von der Leyen (Ansa)
Saranno pure democristiani, ma mordono, eccome se mordono: il Ppe prepara un documento programmatico per la nuova legislatura europea che somiglia tanto a un trappolone per i socialisti ma pure per Ursula von der Leyen. Mentre il presidente incaricato cerca di raggranellare i voti sufficienti per non correre il rischio di essere trombata al voto di fiducia dell’Europarlamento il prossimo 18 luglio, rivolgendosi a sinistra ai verdi e trattando sottobanco a destra con i conservatori di Giorgia Meloni, il suo stesso partito, appunto il Ppe, pilastro principale della maggioranza con socialisti e liberali, mette nero su bianco una serie di paletti che complicheranno assai le trattative di Ursula con i Verdi e le faranno pure perdere consensi tra i socialisti.
Il documento dei popolari somiglia tanto al programma del centrodestra italiano. Sul fronte immigrazione, si propone «un Libro bianco sugli hub per il rimpatrio nei Paesi terzi per le persone soggette a una decisione di rimpatrio e i cui Paesi di origine non le accettano e un nuovo Memorandum d’intesa per un pacchetto di partenariati con Paesi terzi di origine e transito come Mali, Niger, Ciad, Nigeria o Etiopia sul modello dell’accordo Ue-Tunisia o del partenariato strategico e globale tra Egitto e Ue». Modello Giorgia: gli accordi con i Paesi terzi li ha fatti la Meloni con l’Albania, così come è stato il nostro premier a ideare e realizzare il memorandum Ue-Tunisia. Ma proseguiamo: il Ppe propone di modificare il regolamento europeo sulle emissioni di Co2 che dal 2035 vieterà la vendita di auto a combustione interna, diesel e benzina, e auspica una «revisione delle regole per la riduzione della CO2 per auto e furgoni nuovi per consentire l’uso di carburanti alternativi a zero emissioni oltre il 2035», chiedendo «una nuova strategia per i carburanti sintetici, i biocarburanti e i carburanti a basso contenuto di carbonio, con incentivi e finanziamenti mirati, da affiancare alla strategia dell’Ue per l’idrogeno». Quanto al Green deal, il Ppe si impegna «a continuare a realizzarlo» ma trasformandolo in un «Green growth deal» per dare più spazio alla crescita e «raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di Co2 del 55% entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050, rafforzando al contempo la competitività dell’Ue e garantendo la neutralità tecnologica». Spunta anche l’idea di un commissario ad hoc per la pesca.
Musica per le orecchie del governo italiano, che della frenata al green deal e alla decarbonizzazione (in questo caso l’industria tedesca è allineata alla nostra) non può che essere soddisfatto. Manca solo il premierato europeo e siamo di fronte a un programma modellato su quello del nostro centrodestra. Ora immaginate la smorfia di Elly Schlein, capo del Pd, la principale delegazione dei socialisti europei, quando avrà letto le basi dell’accordo che dovrà stipulare con i popolari: si tratta di dire sì a Bruxelles ai provvedimenti più aspramente contrastati a Roma, a partire dalle soluzioni proposte sull’immigrazione.
Perché il Ppe ha deciso di andar giù così pesante? Le risposte sono diverse. Prima di tutto, banalmente, i popolari hanno capito che le politiche turbo green e quelle fallimentari sull’immigrazione sono state alla base della disfatta di socialisti e liberali e della crescita delle destre. In secondo luogo, il Ppe vuol fare capire ai socialisti chi comanda davvero nella maggioranza dopo le Europee. Naturalmente, si tenta anche di blandire i conservatori di Ecr, guidati dalla Meloni, che potrebbero contribuire con una «fiducia tecnica» alla partenza della Commissione, salvo poi, nelle commissioni, dare battaglia su tutti i temi sgraditi. Detto ciò, da osservatori della politica italiana, regno del più sfrenato tatticismo parlamentare, non possiamo non leggere in questo documento così duro una trappola per la stessa Von der Leyen che, ricordiamolo sempre, gli stessi popolari hanno nominato candidata alla presidenza della Commissione con una altissima percentuale di astenuti e non partecipanti al voto, in occasione del congresso di Sofia dello scorso marzo. Il voto di «fiducia» dell’Eurocamera, in programma il 18 luglio, è segreto, e quindi un programma così indigesto alle sinistre può provocare, oltre a un «no» in chiaro dei verdi, anche una crescita esponenziale dei franchi tiratori socialisti, che potrebbero impallinare Ursula.
C’è anche un’altra lettura, più raffinata: mettiamo che una bella pattuglia di popolari, nel segreto dell’urna, votino contro la Von der Leyen: con proposte così caratterizzate sul versante del centrodestra, sarebbe facile scaricare la colpa dell’eventuale flop sui socialisti. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
Dispetti a destra sull’autonomia
Nel pieno della campagna delle opposizioni per sbarrare il passo alla riforma, sull’autonomia diffrerenziata ieri è arrivato anche il «fuoco amico» del ministro della Protezione civile ed ex governatore della Sicilia Nello Musumeci. Commentando la decisione del presidente della Regione Veneto Luca Zaia di partire subito con la richiesta di negoziato col governo di Roma per le nove materie per le quali non c’è bisogno di attendere la definizione dei Lep, Musumeci ha usato toni particolarmente critici: «Io sono per l’autonomia differenziata», ha affermato, «a patto che si mettano le Regioni svantaggiate nelle condizioni di partire tutte dalla stessa linea». «La richiesta di Zaia», ha aggiunto, «mi sembra assolutamente precoce, c’è un problema di opportunità e la politica deve obbedire a questa regola non scritta». «In questo momento», ha aggiunto il ministro riferendosi indirettamente ai parlamentari meridionali di Forza Italia e al governatore calabrese Roberto Occhiuto, «permangono delle perplessità anche all’interno della maggioranza di governo che ha votato quella riforma». Per Musumeci Zaia, anziché partire subito con le materie extra-Lep, dovrebbe «accelerare invece assieme al governo il processo che deve portare all’individuazione dei Lep, che sono una garanzia per quelle Regioni che, essendo svantaggiate, guardano con diffidenza all’applicazione della riforma».
Immediata la replica del governatore: «Ho chiesto semplicemente l’applicazione della legge», ha detto, «a me sembra che in un Paese democratico, dove le leggi hanno ancora una validità, si possa appellarsi all’applicazione della legge. Lo facciamo con serenità, coscienti del fatto che è un percorso che dobbiamo fare assieme al governo». «Non ci vedo», ha concluso, «alcun ingresso a gamba tesa».
Le parole di Musumeci, ovviamente, hanno dato slancio a Pd e M5s, già proiettati verso i ricorsi alla Consulta e il referendum abrogativo. Per i dem «fanno emergere non solo grandi divisioni nella maggioranza di governo ma anche la pericolosità del disegno leghista che assomiglia sempre più ad una vera e propria secessione». Il capogruppo al Senato Francesco Boccia ha chiesto che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riferisca in aula sulle richieste di Zaia esprimendo il proprio parere in merito, e alla sua richiesta si sono associati i pentastellati. Il tutto, mentre sul fronte della maggioranza a chiedere di trattare subito l’autonomia laddove possibile è stato anche il Piemonte a guida azzurra e su quello dell’opposizione la segretaria del Pd Elly Schlein ha fatto sapere che i governatori del suo partito stanno stanno lavorando per l’impugnazione del ddl Calderoli di fronte alla Corte costituzionale, in parallelo alla raccolta di firme su base nazionale per il referendum abrogativo. Osservato speciale, su questo fronte, Stefano Bonaccini, che si appresta a traslocare da Bologna a Bruxelles ma che si sta affrettando, come ultimo atto da governatore, a promuovere il referendum e a firmare il ricorso per una legge che sostanzialmente aveva avallato nel 2017, quando con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi aveva chiuso col governo delle pre-intese proprio sulle materie al centro oggi delle richieste di Zaia.
«Zaia», ha affermato il capogruppo leghista a Palazzo Madama Massimiliano Romeo, «non ha fatto niente di diverso da quanto Bonaccini nel 2017 chiedeva con le pre-intese, il fatto è che per la sinistra l’autonomia è buona quando è al governo e cattiva quando è all’opposizione». «Il Pd», ha osservato via Bellerio in una nota, «è contro il progresso, l’efficienza, la trasparenza e il taglio degli sprechi che l’autonomia porterà. Non ci stupisce». Anche Fdi, al netto delle parole di Musumeci, non ha mancato di sottolineare le contraddizioni di Bonaccini: «In questa Regione», ha dichiarato il capogruppo in commissione Affari costituzionali al Senato, Marco Lisei, «stiamo vivendo il teatro dell’assurdo: gli stessi consiglieri di maggioranza dell’assemblea legislativa che quattro anni fa chiedevano a Bonaccini di procedere sull’autonomia oggi chiedono di bloccarla».
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I popolari chiedono una stretta sull’immigrazione e un ripensamento del Green deal. Inaccettabile per i verdi, ma difficile da digerire pure per i socialisti. All’Europarlamento alla Von der Leyen potrebbero mancare i voti.Autonomia: il ministro Nello Musumeci contro Luca Zaia, che chiedeva l’inizio delle negoziazioni col Veneto. Le Regioni rosse corrono per il referendum abrogativo prima che Stefano Bonaccini decada.Lo speciale contiene due articoli.Saranno pure democristiani, ma mordono, eccome se mordono: il Ppe prepara un documento programmatico per la nuova legislatura europea che somiglia tanto a un trappolone per i socialisti ma pure per Ursula von der Leyen. Mentre il presidente incaricato cerca di raggranellare i voti sufficienti per non correre il rischio di essere trombata al voto di fiducia dell’Europarlamento il prossimo 18 luglio, rivolgendosi a sinistra ai verdi e trattando sottobanco a destra con i conservatori di Giorgia Meloni, il suo stesso partito, appunto il Ppe, pilastro principale della maggioranza con socialisti e liberali, mette nero su bianco una serie di paletti che complicheranno assai le trattative di Ursula con i Verdi e le faranno pure perdere consensi tra i socialisti. Il documento dei popolari somiglia tanto al programma del centrodestra italiano. Sul fronte immigrazione, si propone «un Libro bianco sugli hub per il rimpatrio nei Paesi terzi per le persone soggette a una decisione di rimpatrio e i cui Paesi di origine non le accettano e un nuovo Memorandum d’intesa per un pacchetto di partenariati con Paesi terzi di origine e transito come Mali, Niger, Ciad, Nigeria o Etiopia sul modello dell’accordo Ue-Tunisia o del partenariato strategico e globale tra Egitto e Ue». Modello Giorgia: gli accordi con i Paesi terzi li ha fatti la Meloni con l’Albania, così come è stato il nostro premier a ideare e realizzare il memorandum Ue-Tunisia. Ma proseguiamo: il Ppe propone di modificare il regolamento europeo sulle emissioni di Co2 che dal 2035 vieterà la vendita di auto a combustione interna, diesel e benzina, e auspica una «revisione delle regole per la riduzione della CO2 per auto e furgoni nuovi per consentire l’uso di carburanti alternativi a zero emissioni oltre il 2035», chiedendo «una nuova strategia per i carburanti sintetici, i biocarburanti e i carburanti a basso contenuto di carbonio, con incentivi e finanziamenti mirati, da affiancare alla strategia dell’Ue per l’idrogeno». Quanto al Green deal, il Ppe si impegna «a continuare a realizzarlo» ma trasformandolo in un «Green growth deal» per dare più spazio alla crescita e «raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di Co2 del 55% entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050, rafforzando al contempo la competitività dell’Ue e garantendo la neutralità tecnologica». Spunta anche l’idea di un commissario ad hoc per la pesca. Musica per le orecchie del governo italiano, che della frenata al green deal e alla decarbonizzazione (in questo caso l’industria tedesca è allineata alla nostra) non può che essere soddisfatto. Manca solo il premierato europeo e siamo di fronte a un programma modellato su quello del nostro centrodestra. Ora immaginate la smorfia di Elly Schlein, capo del Pd, la principale delegazione dei socialisti europei, quando avrà letto le basi dell’accordo che dovrà stipulare con i popolari: si tratta di dire sì a Bruxelles ai provvedimenti più aspramente contrastati a Roma, a partire dalle soluzioni proposte sull’immigrazione. Perché il Ppe ha deciso di andar giù così pesante? Le risposte sono diverse. Prima di tutto, banalmente, i popolari hanno capito che le politiche turbo green e quelle fallimentari sull’immigrazione sono state alla base della disfatta di socialisti e liberali e della crescita delle destre. In secondo luogo, il Ppe vuol fare capire ai socialisti chi comanda davvero nella maggioranza dopo le Europee. Naturalmente, si tenta anche di blandire i conservatori di Ecr, guidati dalla Meloni, che potrebbero contribuire con una «fiducia tecnica» alla partenza della Commissione, salvo poi, nelle commissioni, dare battaglia su tutti i temi sgraditi. Detto ciò, da osservatori della politica italiana, regno del più sfrenato tatticismo parlamentare, non possiamo non leggere in questo documento così duro una trappola per la stessa Von der Leyen che, ricordiamolo sempre, gli stessi popolari hanno nominato candidata alla presidenza della Commissione con una altissima percentuale di astenuti e non partecipanti al voto, in occasione del congresso di Sofia dello scorso marzo. Il voto di «fiducia» dell’Eurocamera, in programma il 18 luglio, è segreto, e quindi un programma così indigesto alle sinistre può provocare, oltre a un «no» in chiaro dei verdi, anche una crescita esponenziale dei franchi tiratori socialisti, che potrebbero impallinare Ursula. C’è anche un’altra lettura, più raffinata: mettiamo che una bella pattuglia di popolari, nel segreto dell’urna, votino contro la Von der Leyen: con proposte così caratterizzate sul versante del centrodestra, sarebbe facile scaricare la colpa dell’eventuale flop sui socialisti. A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/documento-programmatico-ppe-trappolone-ursula-2668672499.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dispetti-a-destra-sullautonomia" data-post-id="2668672499" data-published-at="1719969030" data-use-pagination="False"> Dispetti a destra sull’autonomia Nel pieno della campagna delle opposizioni per sbarrare il passo alla riforma, sull’autonomia diffrerenziata ieri è arrivato anche il «fuoco amico» del ministro della Protezione civile ed ex governatore della Sicilia Nello Musumeci. Commentando la decisione del presidente della Regione Veneto Luca Zaia di partire subito con la richiesta di negoziato col governo di Roma per le nove materie per le quali non c’è bisogno di attendere la definizione dei Lep, Musumeci ha usato toni particolarmente critici: «Io sono per l’autonomia differenziata», ha affermato, «a patto che si mettano le Regioni svantaggiate nelle condizioni di partire tutte dalla stessa linea». «La richiesta di Zaia», ha aggiunto, «mi sembra assolutamente precoce, c’è un problema di opportunità e la politica deve obbedire a questa regola non scritta». «In questo momento», ha aggiunto il ministro riferendosi indirettamente ai parlamentari meridionali di Forza Italia e al governatore calabrese Roberto Occhiuto, «permangono delle perplessità anche all’interno della maggioranza di governo che ha votato quella riforma». Per Musumeci Zaia, anziché partire subito con le materie extra-Lep, dovrebbe «accelerare invece assieme al governo il processo che deve portare all’individuazione dei Lep, che sono una garanzia per quelle Regioni che, essendo svantaggiate, guardano con diffidenza all’applicazione della riforma». Immediata la replica del governatore: «Ho chiesto semplicemente l’applicazione della legge», ha detto, «a me sembra che in un Paese democratico, dove le leggi hanno ancora una validità, si possa appellarsi all’applicazione della legge. Lo facciamo con serenità, coscienti del fatto che è un percorso che dobbiamo fare assieme al governo». «Non ci vedo», ha concluso, «alcun ingresso a gamba tesa». Le parole di Musumeci, ovviamente, hanno dato slancio a Pd e M5s, già proiettati verso i ricorsi alla Consulta e il referendum abrogativo. Per i dem «fanno emergere non solo grandi divisioni nella maggioranza di governo ma anche la pericolosità del disegno leghista che assomiglia sempre più ad una vera e propria secessione». Il capogruppo al Senato Francesco Boccia ha chiesto che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riferisca in aula sulle richieste di Zaia esprimendo il proprio parere in merito, e alla sua richiesta si sono associati i pentastellati. Il tutto, mentre sul fronte della maggioranza a chiedere di trattare subito l’autonomia laddove possibile è stato anche il Piemonte a guida azzurra e su quello dell’opposizione la segretaria del Pd Elly Schlein ha fatto sapere che i governatori del suo partito stanno stanno lavorando per l’impugnazione del ddl Calderoli di fronte alla Corte costituzionale, in parallelo alla raccolta di firme su base nazionale per il referendum abrogativo. Osservato speciale, su questo fronte, Stefano Bonaccini, che si appresta a traslocare da Bologna a Bruxelles ma che si sta affrettando, come ultimo atto da governatore, a promuovere il referendum e a firmare il ricorso per una legge che sostanzialmente aveva avallato nel 2017, quando con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi aveva chiuso col governo delle pre-intese proprio sulle materie al centro oggi delle richieste di Zaia. «Zaia», ha affermato il capogruppo leghista a Palazzo Madama Massimiliano Romeo, «non ha fatto niente di diverso da quanto Bonaccini nel 2017 chiedeva con le pre-intese, il fatto è che per la sinistra l’autonomia è buona quando è al governo e cattiva quando è all’opposizione». «Il Pd», ha osservato via Bellerio in una nota, «è contro il progresso, l’efficienza, la trasparenza e il taglio degli sprechi che l’autonomia porterà. Non ci stupisce». Anche Fdi, al netto delle parole di Musumeci, non ha mancato di sottolineare le contraddizioni di Bonaccini: «In questa Regione», ha dichiarato il capogruppo in commissione Affari costituzionali al Senato, Marco Lisei, «stiamo vivendo il teatro dell’assurdo: gli stessi consiglieri di maggioranza dell’assemblea legislativa che quattro anni fa chiedevano a Bonaccini di procedere sull’autonomia oggi chiedono di bloccarla».
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.