Ed è inevitabile iniziare la conversazione chiedendole quali traumi abbiano riportato in questi mesi i tre figli di Nathan e Catherine Trevallion. «Questi bambini sono stati allontanati dai genitori e sono stati di fatto sradicati da un ambiente di vita a contatto con la natura per essere trasferiti in una condizione ambientale molto diversa», dice la dottoressa. «In questo modo è avvenuta una frattura molto brusca, quindi c’è stato un trauma ambientale oltre che relazionale. Di solito si pensa sempre che i bambini si adattino, perché apparentemente dimostrano di avere delle risorse e di mantenere serenità. Ma quella serenità nasconde anche una memoria traumatica importante. In questo caso abbiamo dei traumi che riguardano un vissuto di perdita legato sia alla famiglia sia all’ambiente».
Insomma, oltre alla separazione dai genitori anche quella dall’ambiente in cui hanno vissuto per anni è un trauma per i tre bambini Trevallion.
«Questi bambini ricevevano degli stimoli neurosensoriali ambientali, educativi e pure nutritivi di un certo tipo. Poi sono stati posti in un’altra realtà molto diversa rispetto a quella a cui erano abituati».
Una realtà che, sia concesso dirlo, non sembra poi migliore rispetto a quella che hanno lasciato. A quanto pare fanno poche ore di lezione, non hanno grande socialità perché in casa protetta ci sono ragazzi di età diverse... In compenso possono vedere i cartoni animati e mangiare dolci e cibi processati.
«Questo è un tema molto importante. I bambini in questo momento vivono in una realtà che non è stimolante come quella che hanno lasciato. Possiamo parlare di deprivazione ambientale. Le istituzioni devono garantire delle alternative valide, anche in linea con quello che potremmo chiamare il mito familiare».
Il mito familiare sarebbe il legame con la natura?
«Sì. Ci sono perfino delle scuole che prevedono questo contatto. Ebbene io credo che i bambini, nel momento in cui vengono allontanati e posti in un altro ambiente, debbano avere in qualche modo un rifornimento».
Cioè dovrebbero in qualche maniera rimanere in linea con la visione in cui sono cresciuti.
«Certo, assolutamente sì. Pure il cibo con cui oggi si stanno alimentando è un cibo molto dissonante da quello a cui sono stati abituati. Il cibo non è solo apporto calorico e proteico, ma qualcosa di più. Il cibo a cui loro sono stati abituati l’hanno perduto per acquisire uno stile alimentare diverso, che potrebbe essere anche tossico per certi aspetti. Non c’è continuità su questo tema, come sui temi educativi, con quello che hanno vissuto in precedenza».
Secondo lei ora sarebbe importante riunire la famiglia anche per non danneggiare ulteriormente questi bambini?
«In quest’epoca abbiamo tutti gli strumenti e i professionisti in grado di aiutare questa famiglia. Questa è una famiglia che ha dimostrato una forte sintonizzazione affettiva ed emotiva tra i genitori e i bambini. I bambini sono risultati sani dal punto di vista cognitivo e emotivo, e riavvicinarli in qualche modo potrebbe garantire un aiuto, una promozione alla salute di questi bambini. Io credo che sia fondamentale una cooperazione, una forma di dialogo tra la famiglia e le istituzioni».
Dialogo che però per ora è stato piuttosto carente. Eppure dovrebbero essere soprattutto le istituzioni a promuoverlo.
«Assolutamente sì. L’istituzione deve in qualche modo creare una forma di sintonizzazione con questi genitori, sempre avendo in mente i bambini e i loro diritti».
A volte si notano atteggiamenti contraddittori da parte delle istituzioni. Abbiamo casi come questo in cui i bambini vengono tolti a genitori non abusanti. E altri casi in cui invece i bambini vengono lasciati con dei genitori che arrivano addirittura a ucciderli. Da cosa dipende questa disparità secondo lei?
«Noi vediamo tanti bambini e ragazzi che sviluppano una psicopatologia perché vivono in ambienti tossici, e mi chiedo come mai appunto ci siano delle situazioni che non vengono attenzionate o altre che vengono attenzionate troppo. Alcuni casi rimangono al buio, altri sono illuminati con degli abbaglianti. Per questo credo che sia importante riflettere sull’idea di un collegio tecnico multidisciplinare, un insieme di persone che lavorino in concerto su queste situazioni. E poi bisogna lavorare sui servizi sociali che a volte sono carenti. È fondamentale che chi lavora con i bambini abbia competenze adeguate, addirittura una sorta di patentino, per capire quale sia davvero il bambino in pericolo».
Se ho capito bene lei parla di un patentino per gli assistenti sociali e di un gruppo di esperti che valuti i vari casi prima che si proceda agli allontanamenti.
«Sì, bisogna avere un team esperto in questo campo che possa coordinare un percorso preventivo. Parliamo della casa nel bosco ma siamo pieni di famiglie che possono avere in mente progetti diciamo così non adeguati, non per mancanza di amore o di generosità ma per altre ragioni».
E secondo lei si potrebbero prevenire allontanamenti o lavorare su potenziali rischi se le famiglie incontrassero prima questo gruppo di esperti? Questo si sarebbe potuto fare anche con i Trevallion. Si sarebbe potuto modulare un percorso senza arrivare all’allontanamento dei figli.
«Sì, anche perché quei genitori in qualche modo si sono messi in discussione... E poi le dirò di più. Si è parlato tanto della mamma Catherine, si è detto che nella casa famiglia aveva un atteggiamento un po’ ostile... Ma quando una mamma ha paura che i figli le possano essere sottratti, cosa può provare? Le manca l’aria solo al pensiero di sapere che un figlio potrebbe anche perderlo. Il timore di perdere un figlio ti mette in una condizione di incertezza, anche di rabbia. Perché la rabbia parte da una paura profonda».
Un’ultima domanda, a proposito di madri. Abbiamo visto la terribile storia di una donna di Catanzaro che si è gettata dal balcone assieme ai figli. Che cosa può spingere una donna a fare una cosa del genere?
«Gesti così sono legati alla liberazione da una sofferenza diventata cronica, da cui rappresentano una tragica via di uscita. È quasi un gesto di libertà, per alcune donne paradossalmente è quasi una scelta di salvezza quella di sacrificare i propri figli di fronte alla paura che non possa esserci una soluzione al dolore».