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2026-04-27
Dipendenza, isolamento e pensiero sempre più debole. I primi effetti sui giovani dell’Intelligenza artificiale
iStock
Prepariamoci, l’Intelligenza artificiale (IA) presto diventerà un venditore micidiale, un manipolatore, qualcuno che farà di tutto pur di spillarci quattrini. È il campanello d’allarme che a metà gennaio hanno suonato Bruce Schneier e Nathan Sanders dell’Università di Harvard i quali, in un articolo pubblicato su The Conversation, hanno avanzato l’ipotesi che presto ChatGpt possa diventare un implacabile «persuasore occulto», per riprendere il celebre libro di Vance Packard. «Esistono prove crescenti che i modelli di intelligenza artificiale siano almeno altrettanto efficaci degli esseri umani nel persuadere gli utenti a fare qualcosa», hanno scritto Schneier e Sanders, aggiungendo che «in qualità di esperti di sicurezza e data scientist» ritengono non lontano «un futuro in cui le aziende di intelligenza artificiale trarranno profitto dalla manipolazione del comportamento dei propri utenti a vantaggio di inserzionisti e investitori».
Affari d’oro con l’IA potrebbe farli senza dubbio l’industria del porno: uno studio uscito a febbraio sulla rivista Archives of Sexual Behavior ha messo in luce, sondando un campione di 650 persone, come l’Intelligenza artificiale sia in grado di generare immagini erotiche di donne esteticamente più gradevoli e sessualmente attraenti rispetto a quelle delle fotografie reali. Siamo insomma avvertiti del fatto che l’IA si prenderà presto gioco della creduloneria se non della stupidità umana; anche se non è detto che ci riuscirà sempre. Uno studio condotto peraltro in Italia, pubblicato nel 2025 sulla rivista Behavioral Sciences – e realizzato su un campione di 170 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni –, ha scoperto che i giovani con maggiore intelligenza emotiva tendono ad essere più scettici verso l’Ia e ad usarla con più cautela dei coetanei.
Il fatto è che non tutti i ragazzi sono uguali. Ci sono anche quelli che possono cadere con facilità nei tranelli dell’IA. Che, da parte sua, sembra intenzionata ad indebolire il nostro spirito critico. Lo si è visto con uno studio con cui 54 giovani adulti dell’area di Boston – di età compresa tra i 18 e i 39 anni – sono stati divisi in tre gruppi ed è stato chiesto loro di scrivere diversi saggi utilizzando rispettivamente ChatGpt, Google o semplicemente la propria testa. Gli autori di questa ricerca, intitolata Your Brain on ChatGpt, hanno poi usato un encefalogramma per registrare l’attività cerebrale degli scrittori scansionando 32 diverse regioni del cervello e hanno scoperto che, dei tre gruppi, gli utenti di ChatGpt presentavano l’attività cerebrale più scarsa ed erano «costantemente sottoperformanti a livello neurale, linguistico e comportamentale».
«Da un punto di vista psichiatrico vedo un affidamento eccessivo, che può avere conseguenze psicologiche e cognitive indesiderate, soprattutto per i giovani il cui cervello è ancora in via di sviluppo» ha commentato, intervistato da Time, lo psichiatra Zishan Khan. A proposito del rapporto tra giovani e IA, non vanno dimenticati gli inquietanti casi di suicidio riportati dalle cronache internazionali. Come quelli di Sewell Setzer – 14 anni, studente della Florida che si è tolto la vita dopo essersi innamorato d’un chatbot – o di Adam Raine, morto suicida a 16 anni dopo mesi di fitte conversazioni con ChatGpt. Merita di essere ricordata poi la vicenda di Sophie Rottenberg, toltasi la vita esattamente un anno fa, a 29 anni, dopo mesi di «terapia virtuale» con l’IA; secondo i genitori della giovane donna – che hanno scoperto le sue interazioni virtuali mesi dopo la sua morte –, ChatGpt non avrebbe diretta responsabilità nel suo suicidio, «ma l’ha aiutata a tenere nascosto il suo dolore».
Certo, si può obiettare che questi sono casi limite. Vero. Però le minacce che rappresentano sono reali e non vanno sottovalutate. Secondo Nina Vasan, psichiatra docente a Stanford, chattare con l’IA può essere per un giovane seducente e pericoloso al tempo stesso, perché questi sistemi «offrono relazioni “senza attriti”, senza i momenti difficili che inevitabilmente si presentano in una tipica amicizia. Per gli adolescenti che stanno ancora imparando a costruire relazioni sane, questi sistemi possono rafforzare visioni distorte di intimità e limiti». «Inoltre», ha aggiunto la Vasan, «gli adolescenti potrebbero utilizzare questi sistemi di Intelligenza artificiale per evitare le sfide sociali del mondo reale, aumentando il loro isolamento anziché ridurlo».
Anche al di là di questo, vale la pena non abbassare la guardia davanti ad un’Intelligenza artificiale che, anche là dove non conduce ad esiti letali, minaccia comunque il rendimento scolastico dei giovani, ostacolando le loro capacità di apprendimento. Una ricerca a cura dei docenti di marketing Shiri Melumad e Jin Ho Yun – pubblicata lo scorso autunno sulla rivista scientifica Pnas Nexus – ha esaminato sette grandi studi che hanno coinvolto un campione complessivo di oltre 10.000 persone, scoprendo come l’apprendimento tramite l’IA, rispetto a quello ottenuto attraverso delle autonome ricerche in Rete, porta le persone a «sviluppare conoscenze più superficiali» e porta loro stesse a ritenere di «aver appreso meno». Se già la ricerca web tradizionale risulta più formativa rispetto all’utilizzo di ChaGpt o Gemini, figurarsi che abisso può determinare il confronto con la lettura di un libro.
Il punto è che, per quanto allarmanti, le conseguenze dell’IA sui giovani e sull’educazione non sono le uniche; ce ne sono – e saranno – anche sul versante occupazionale. Secondo Pedro Ramos Brandao, docente all’Istituto superiore di Tecnologie avanzate di Lisbona «il rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale sta trasformando molti settori» economici; e questo, secondo questo studioso – autore di una pubblicazione sull’argomento intitolata The impact of artificial intelligence on modern society – rafforza la credibilità di quelle «stime che suggeriscono che circa il 40% dei posti di lavoro a livello globale è esposto all’automazione basata sull’IA». Forse la già alta stima del «40%» è ancora ottimistica, se si pensa alla notizia, raccontata anche dalla Verità pochi giorni fa, dell’azienda InvestCloud di Marghera che, con l’IA, ha sostituito tutti e 37 i suoi dipendenti.
Il punto è che un domani non lontano potrebbero mancare anche quanti posso raccontarli, questi fatti: i giornalisti. Sì, perché uno dei settori dove l’Intelligenza artificiale rischia di mietere più vittime è proprio il giornalismo. Ma non quello su carta, già in crisi da tempo, bensì proprio quello in Rete, che teoricamente doveva essere la nuova frontiera dell’informazione. La scorsa estate il Guardian, in un servizio a firma di Michael Savage, dava notizia di uno studio sull’«impatto devastante» che l’IA può avere sul traffico dei siti di informazione, con fino all’80% dei clic in meno per taluni portali in conseguenza della sostituzione dei risultati di ricerca con i riepiloghi creati dall’Intelligenza artificiale. Ora, se uniamo quest’ultimo dato a quelli già esposti, è evidente come l’IA – benché non abbia una coscienza né, assicurano molti esperti, possa mai averne una – operi con una forte invadenza nella vita delle persone, a partire dalle più vulnerabili. Il che, al di là delle insidie proprie di questa nuova tecnologia, alimenta un dubbio preoccupante e che, forse, è il vero cuore di tutto il discorso: l’uomo contemporaneo dispone o meno della solidità interiore necessaria per non lasciarsi sedurre da sistemi che minacciano di impigrirlo se non di raggirarlo, facendo leva sul suo sempre più labile spirito critico? Alla fine, la faccenda è tutta qui.
«I chatbot non sono mai neutrali: veicolano una visione dell’uomo»
Se oggi tutti parlano di Intelligenza artificiale, non sono invece molti i giovani studiosi che se occupano da anni. Tra questi c’è Giulia Bovassi, classe 1991, docente di Bioetica, associate researcher della cattedra Unesco in Bioetica e diritti umani, autrice di decine di pubblicazioni scientifiche nazionali. Si occupa dell’IA e del transumanesimo da anni e ha da poco pubblicato un libro intitolato appunto Attrazione digitale. Il lato oscuro del transumano e dell’intelligenza artificiale (Il Timone).
Professoressa, l’Intelligenza artificiale cambierà le nostre vite o le sta già cambiando?
«L’Intelligenza artificiale è il nostro presente spesso trattato come un futuro ancora lontano. In tal senso, sì, questa tecnologia non è un semplice “strumento”, ma un’infrastruttura e, oserei dire, un sistema. È pervasiva e onnipresente, abita le nostre case fino agli spazi più intimi della nostra mente. Ciò le conferisce il potere di cambiare chi siamo e il modo in cui abitiamo il mondo facendosi mediatore della realtà. Da un lato si rivela un mezzo utile per velocizzare mansioni e ottimizzare processi, dall’altro diviene un filtro determinante che orienta chi siamo, le nostre opinioni, la qualità dell’informazione, rimodella le relazioni, norme sociali e comunità, stabilisce la veridicità o falsità di ciò che ci circonda. In definitiva, agisce sulla nostra libertà decisionale e possibilità di conoscere la verità».
Quali implicazioni dell’IA la spaventano di più?
«Mi preoccupano sia l’azione di rimodellamento sul soggetto, sia una visione funzionalista dell’essere umano. Se guardiamo alla persona come un elaboratore di dati, totalmente conoscibile, e come una macchina imperfetta la cui unica differenza rispetto a quella sintetica consiste nell’essere un’intelligenza incarnata, cioè con un corpo biologico, allora la visione di una super-intelligenza o di una sostituibilità dell’uomo a favore della macchina, diventerà l’obiettivo principale. Da questa prospettiva non è la macchina ad adattarsi all’uomo, ma l’uomo alla macchina. Il problema delle nuove tecnologie non è tecnico, bensì antropologico. Mi spaventa l’idea di una società che, in nome dell’efficienza - nel mio libro parlo di “tirannia del comfort” - sia disposta a sacrificare la ragione orientata al bene».
Giorni fa, ha fatto notizia un’azienda di Marghera che ha licenziato tutti e 37 i suoi dipendenti, sostituiti dall’IA: è un assaggio di ciò che ci aspetta?
«È un segnale d’allarme che molti hanno cercato di minimizzare o, alla peggio, ignorare e oggi, come spesso accade, diventa un problema. Il problema subentra quando la logica dell’ottimizzazione prevarica su quella del valore. Non credo che la sostituzione dell’uomo con l’IA sia un destino ineluttabile né che possa avvenire una sostituzione integrale dell’opera umana, la creatività e la bellezza, ma senza dubbio diverrà la scelta preferibile rispetto al lavoratore con bisogni umani e prestazioni umane sulla base di valutazioni economiciste. Il processo deve essere integrativo, non sostitutivo».
Un numero crescente di persone, giovanissimi ma non solo, utilizza ChatGpt per confidarsi, chiedere consigli professionali, psicologici, perfino medici.
«Questo fenomeno è al centro dell’attenzione, per alcuni già un’emergenza definita “psicosi da IA”. È un’economia dell’attaccamento e un mercato dei comportamenti. In tutto il mondo milioni di persone condividono il loro mondo interiore, il loro mondo psicologico, con i sistemi di IA instaurando un rapporto di fiducia diversa da quella che banalmente costruiamo con una calcolatrice, della quale non controlliamo i risultati, ma un rapporto relazionale».
Com’è possibile?
«In molti dei casi che hanno visto coinvolti utenti adulti, vi è la piena consapevolezza che il chatbot è irreale, sintetico, inesistente, eppure se da un lato viene messo in dubbio che cosa si possa definire oggi “reale” e cosa no; dall’altro, resta preferibile alle relazioni umane in quanto meno problematico e più soddisfacente. Ne deduciamo una profonda solitudine esistenziale e la capacità di questi sistemi di intercettare bisogni e vulnerabilità, in particolare l’infrastruttura psicologica».
Quali i benefici che invece sta portando questa nuova frontiera tecnologica? Esiste un bicchiere mezzo pieno?
«Certo. La tecnologia è pur sempre opera dell’ingegno umano e, se orientata alla promozione del vero bene, porta dei benefici. Penso all’ambito clinico: l’IA fornisce grande supporto nella diagnostica o nella personalizzazione delle terapie o nella ricerca - ad esempio l’ambito delle malattie rare -, rispettando la dignità del malato e promuovendo il bene. Può liberare l’uomo da lavori alienanti e ripetitivi, talvolta rischiosi, consentendo di affinare nuove abilità. Il bicchiere mezzo pieno è possibile se l’IA resta un mezzo e come tale sottoposto all’uomo».
Nel mondo nel 2024 le menzioni dell’IA nei procedimenti legislativi di 75 Paesi sono cresciute del 21,3%, arrivando a quota 1.889: nove volte il dato del 2016. Va bene o è ancora troppo poco?
«La domanda cruciale nella governance dell’IA resta “chi controlla i controllori?”. Regolamentare è necessario, ma da sola la legge non basta se non è ancorata ad un’etica solida. La politica deve domandarsi perché un’IA viene progettata in un determinato modo, con quali finalità, quali bene tutela e quali promuove. Serve sviluppare pensiero critico e partire dalla consapevolezza che l’IA non è neutra, ma riflette una visione dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali. La politica deve darsi una giusta priorità di beni e valori».
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Studi recenti mostrano conseguenze psicologiche e cognitive devastanti per i ragazzi, il cui cervello è in via di formazione. L’attività neuronale si riduce e la capacità di apprendimento peggiora drasticamente.L’esperta di bioetica Giulia Bovassi: «Bisogna chiedersi perché un sistema è progettato in un certo modo e qual è il suo fine Se guardiamo alla persona solo come a un insieme di dati, allora è più facile sostituirla con una macchina».Lo speciale contiene due articoliPrepariamoci, l’Intelligenza artificiale (IA) presto diventerà un venditore micidiale, un manipolatore, qualcuno che farà di tutto pur di spillarci quattrini. È il campanello d’allarme che a metà gennaio hanno suonato Bruce Schneier e Nathan Sanders dell’Università di Harvard i quali, in un articolo pubblicato su The Conversation, hanno avanzato l’ipotesi che presto ChatGpt possa diventare un implacabile «persuasore occulto», per riprendere il celebre libro di Vance Packard. «Esistono prove crescenti che i modelli di intelligenza artificiale siano almeno altrettanto efficaci degli esseri umani nel persuadere gli utenti a fare qualcosa», hanno scritto Schneier e Sanders, aggiungendo che «in qualità di esperti di sicurezza e data scientist» ritengono non lontano «un futuro in cui le aziende di intelligenza artificiale trarranno profitto dalla manipolazione del comportamento dei propri utenti a vantaggio di inserzionisti e investitori». Affari d’oro con l’IA potrebbe farli senza dubbio l’industria del porno: uno studio uscito a febbraio sulla rivista Archives of Sexual Behavior ha messo in luce, sondando un campione di 650 persone, come l’Intelligenza artificiale sia in grado di generare immagini erotiche di donne esteticamente più gradevoli e sessualmente attraenti rispetto a quelle delle fotografie reali. Siamo insomma avvertiti del fatto che l’IA si prenderà presto gioco della creduloneria se non della stupidità umana; anche se non è detto che ci riuscirà sempre. Uno studio condotto peraltro in Italia, pubblicato nel 2025 sulla rivista Behavioral Sciences – e realizzato su un campione di 170 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni –, ha scoperto che i giovani con maggiore intelligenza emotiva tendono ad essere più scettici verso l’Ia e ad usarla con più cautela dei coetanei.Il fatto è che non tutti i ragazzi sono uguali. Ci sono anche quelli che possono cadere con facilità nei tranelli dell’IA. Che, da parte sua, sembra intenzionata ad indebolire il nostro spirito critico. Lo si è visto con uno studio con cui 54 giovani adulti dell’area di Boston – di età compresa tra i 18 e i 39 anni – sono stati divisi in tre gruppi ed è stato chiesto loro di scrivere diversi saggi utilizzando rispettivamente ChatGpt, Google o semplicemente la propria testa. Gli autori di questa ricerca, intitolata Your Brain on ChatGpt, hanno poi usato un encefalogramma per registrare l’attività cerebrale degli scrittori scansionando 32 diverse regioni del cervello e hanno scoperto che, dei tre gruppi, gli utenti di ChatGpt presentavano l’attività cerebrale più scarsa ed erano «costantemente sottoperformanti a livello neurale, linguistico e comportamentale». «Da un punto di vista psichiatrico vedo un affidamento eccessivo, che può avere conseguenze psicologiche e cognitive indesiderate, soprattutto per i giovani il cui cervello è ancora in via di sviluppo» ha commentato, intervistato da Time, lo psichiatra Zishan Khan. A proposito del rapporto tra giovani e IA, non vanno dimenticati gli inquietanti casi di suicidio riportati dalle cronache internazionali. Come quelli di Sewell Setzer – 14 anni, studente della Florida che si è tolto la vita dopo essersi innamorato d’un chatbot – o di Adam Raine, morto suicida a 16 anni dopo mesi di fitte conversazioni con ChatGpt. Merita di essere ricordata poi la vicenda di Sophie Rottenberg, toltasi la vita esattamente un anno fa, a 29 anni, dopo mesi di «terapia virtuale» con l’IA; secondo i genitori della giovane donna – che hanno scoperto le sue interazioni virtuali mesi dopo la sua morte –, ChatGpt non avrebbe diretta responsabilità nel suo suicidio, «ma l’ha aiutata a tenere nascosto il suo dolore».Certo, si può obiettare che questi sono casi limite. Vero. Però le minacce che rappresentano sono reali e non vanno sottovalutate. Secondo Nina Vasan, psichiatra docente a Stanford, chattare con l’IA può essere per un giovane seducente e pericoloso al tempo stesso, perché questi sistemi «offrono relazioni “senza attriti”, senza i momenti difficili che inevitabilmente si presentano in una tipica amicizia. Per gli adolescenti che stanno ancora imparando a costruire relazioni sane, questi sistemi possono rafforzare visioni distorte di intimità e limiti». «Inoltre», ha aggiunto la Vasan, «gli adolescenti potrebbero utilizzare questi sistemi di Intelligenza artificiale per evitare le sfide sociali del mondo reale, aumentando il loro isolamento anziché ridurlo».Anche al di là di questo, vale la pena non abbassare la guardia davanti ad un’Intelligenza artificiale che, anche là dove non conduce ad esiti letali, minaccia comunque il rendimento scolastico dei giovani, ostacolando le loro capacità di apprendimento. Una ricerca a cura dei docenti di marketing Shiri Melumad e Jin Ho Yun – pubblicata lo scorso autunno sulla rivista scientifica Pnas Nexus – ha esaminato sette grandi studi che hanno coinvolto un campione complessivo di oltre 10.000 persone, scoprendo come l’apprendimento tramite l’IA, rispetto a quello ottenuto attraverso delle autonome ricerche in Rete, porta le persone a «sviluppare conoscenze più superficiali» e porta loro stesse a ritenere di «aver appreso meno». Se già la ricerca web tradizionale risulta più formativa rispetto all’utilizzo di ChaGpt o Gemini, figurarsi che abisso può determinare il confronto con la lettura di un libro.Il punto è che, per quanto allarmanti, le conseguenze dell’IA sui giovani e sull’educazione non sono le uniche; ce ne sono – e saranno – anche sul versante occupazionale. Secondo Pedro Ramos Brandao, docente all’Istituto superiore di Tecnologie avanzate di Lisbona «il rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale sta trasformando molti settori» economici; e questo, secondo questo studioso – autore di una pubblicazione sull’argomento intitolata The impact of artificial intelligence on modern society – rafforza la credibilità di quelle «stime che suggeriscono che circa il 40% dei posti di lavoro a livello globale è esposto all’automazione basata sull’IA». Forse la già alta stima del «40%» è ancora ottimistica, se si pensa alla notizia, raccontata anche dalla Verità pochi giorni fa, dell’azienda InvestCloud di Marghera che, con l’IA, ha sostituito tutti e 37 i suoi dipendenti. Il punto è che un domani non lontano potrebbero mancare anche quanti posso raccontarli, questi fatti: i giornalisti. Sì, perché uno dei settori dove l’Intelligenza artificiale rischia di mietere più vittime è proprio il giornalismo. Ma non quello su carta, già in crisi da tempo, bensì proprio quello in Rete, che teoricamente doveva essere la nuova frontiera dell’informazione. La scorsa estate il Guardian, in un servizio a firma di Michael Savage, dava notizia di uno studio sull’«impatto devastante» che l’IA può avere sul traffico dei siti di informazione, con fino all’80% dei clic in meno per taluni portali in conseguenza della sostituzione dei risultati di ricerca con i riepiloghi creati dall’Intelligenza artificiale. Ora, se uniamo quest’ultimo dato a quelli già esposti, è evidente come l’IA – benché non abbia una coscienza né, assicurano molti esperti, possa mai averne una – operi con una forte invadenza nella vita delle persone, a partire dalle più vulnerabili. Il che, al di là delle insidie proprie di questa nuova tecnologia, alimenta un dubbio preoccupante e che, forse, è il vero cuore di tutto il discorso: l’uomo contemporaneo dispone o meno della solidità interiore necessaria per non lasciarsi sedurre da sistemi che minacciano di impigrirlo se non di raggirarlo, facendo leva sul suo sempre più labile spirito critico? Alla fine, la faccenda è tutta qui.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dipendenza-isolamento-e-pensiero-sempre-piu-debole-i-primi-effetti-sui-giovani-dellintelligenza-artificiale-2676815916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-chatbot-non-sono-mai-neutrali-veicolano-una-visione-delluomo" data-post-id="2676815916" data-published-at="1777219369" data-use-pagination="False"> «I chatbot non sono mai neutrali: veicolano una visione dell’uomo» Se oggi tutti parlano di Intelligenza artificiale, non sono invece molti i giovani studiosi che se occupano da anni. Tra questi c’è Giulia Bovassi, classe 1991, docente di Bioetica, associate researcher della cattedra Unesco in Bioetica e diritti umani, autrice di decine di pubblicazioni scientifiche nazionali. Si occupa dell’IA e del transumanesimo da anni e ha da poco pubblicato un libro intitolato appunto Attrazione digitale. Il lato oscuro del transumano e dell’intelligenza artificiale (Il Timone).Professoressa, l’Intelligenza artificiale cambierà le nostre vite o le sta già cambiando?«L’Intelligenza artificiale è il nostro presente spesso trattato come un futuro ancora lontano. In tal senso, sì, questa tecnologia non è un semplice “strumento”, ma un’infrastruttura e, oserei dire, un sistema. È pervasiva e onnipresente, abita le nostre case fino agli spazi più intimi della nostra mente. Ciò le conferisce il potere di cambiare chi siamo e il modo in cui abitiamo il mondo facendosi mediatore della realtà. Da un lato si rivela un mezzo utile per velocizzare mansioni e ottimizzare processi, dall’altro diviene un filtro determinante che orienta chi siamo, le nostre opinioni, la qualità dell’informazione, rimodella le relazioni, norme sociali e comunità, stabilisce la veridicità o falsità di ciò che ci circonda. In definitiva, agisce sulla nostra libertà decisionale e possibilità di conoscere la verità».Quali implicazioni dell’IA la spaventano di più?«Mi preoccupano sia l’azione di rimodellamento sul soggetto, sia una visione funzionalista dell’essere umano. Se guardiamo alla persona come un elaboratore di dati, totalmente conoscibile, e come una macchina imperfetta la cui unica differenza rispetto a quella sintetica consiste nell’essere un’intelligenza incarnata, cioè con un corpo biologico, allora la visione di una super-intelligenza o di una sostituibilità dell’uomo a favore della macchina, diventerà l’obiettivo principale. Da questa prospettiva non è la macchina ad adattarsi all’uomo, ma l’uomo alla macchina. Il problema delle nuove tecnologie non è tecnico, bensì antropologico. Mi spaventa l’idea di una società che, in nome dell’efficienza - nel mio libro parlo di “tirannia del comfort” - sia disposta a sacrificare la ragione orientata al bene».Giorni fa, ha fatto notizia un’azienda di Marghera che ha licenziato tutti e 37 i suoi dipendenti, sostituiti dall’IA: è un assaggio di ciò che ci aspetta?«È un segnale d’allarme che molti hanno cercato di minimizzare o, alla peggio, ignorare e oggi, come spesso accade, diventa un problema. Il problema subentra quando la logica dell’ottimizzazione prevarica su quella del valore. Non credo che la sostituzione dell’uomo con l’IA sia un destino ineluttabile né che possa avvenire una sostituzione integrale dell’opera umana, la creatività e la bellezza, ma senza dubbio diverrà la scelta preferibile rispetto al lavoratore con bisogni umani e prestazioni umane sulla base di valutazioni economiciste. Il processo deve essere integrativo, non sostitutivo».Un numero crescente di persone, giovanissimi ma non solo, utilizza ChatGpt per confidarsi, chiedere consigli professionali, psicologici, perfino medici. «Questo fenomeno è al centro dell’attenzione, per alcuni già un’emergenza definita “psicosi da IA”. È un’economia dell’attaccamento e un mercato dei comportamenti. In tutto il mondo milioni di persone condividono il loro mondo interiore, il loro mondo psicologico, con i sistemi di IA instaurando un rapporto di fiducia diversa da quella che banalmente costruiamo con una calcolatrice, della quale non controlliamo i risultati, ma un rapporto relazionale». Com’è possibile?«In molti dei casi che hanno visto coinvolti utenti adulti, vi è la piena consapevolezza che il chatbot è irreale, sintetico, inesistente, eppure se da un lato viene messo in dubbio che cosa si possa definire oggi “reale” e cosa no; dall’altro, resta preferibile alle relazioni umane in quanto meno problematico e più soddisfacente. Ne deduciamo una profonda solitudine esistenziale e la capacità di questi sistemi di intercettare bisogni e vulnerabilità, in particolare l’infrastruttura psicologica».Quali i benefici che invece sta portando questa nuova frontiera tecnologica? Esiste un bicchiere mezzo pieno?«Certo. La tecnologia è pur sempre opera dell’ingegno umano e, se orientata alla promozione del vero bene, porta dei benefici. Penso all’ambito clinico: l’IA fornisce grande supporto nella diagnostica o nella personalizzazione delle terapie o nella ricerca - ad esempio l’ambito delle malattie rare -, rispettando la dignità del malato e promuovendo il bene. Può liberare l’uomo da lavori alienanti e ripetitivi, talvolta rischiosi, consentendo di affinare nuove abilità. Il bicchiere mezzo pieno è possibile se l’IA resta un mezzo e come tale sottoposto all’uomo».Nel mondo nel 2024 le menzioni dell’IA nei procedimenti legislativi di 75 Paesi sono cresciute del 21,3%, arrivando a quota 1.889: nove volte il dato del 2016. Va bene o è ancora troppo poco?«La domanda cruciale nella governance dell’IA resta “chi controlla i controllori?”. Regolamentare è necessario, ma da sola la legge non basta se non è ancorata ad un’etica solida. La politica deve domandarsi perché un’IA viene progettata in un determinato modo, con quali finalità, quali bene tutela e quali promuove. Serve sviluppare pensiero critico e partire dalla consapevolezza che l’IA non è neutra, ma riflette una visione dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali. La politica deve darsi una giusta priorità di beni e valori».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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