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2022-07-07
Dietro la ricostruzione dell’Ucraina c’è la gara ai suoi immensi giacimenti
Ora dovrebbero averlo capito tutti (anche quelli che l’hanno snobbata), che la conferenza di Lugano non è stata una semplice passerella perché durante i lavori, ma soprattutto lontano dalle telecamere e dai giornalisti, sono state scritte le prima pagine di quel gigantesco e costosissimo libro che sarà la ricostruzione dell’Ucraina.
Come vi abbiamo raccontato ieri il premier ucraino, Denys Shmyhal, ha mostrato una cartina nella quale si leggeva la sua proposta evidentemente concordata con altri su chi si occuperà (zona per zona) di ricostruire l’Ucraina. Il business della ricostruzione, quando questa avverrà, sarà gigantesco perché la stima che gli stessi ucraini hanno previsto è pari ad almeno 750 miliardi di dollari, anche se gli analisti prevedono che non basteranno a ricostruire un Paese che, mentre scriviamo, è ancora sotto le bombe. Ovvio che chi si candida a ricostruire il Paese pensa anche alle sue immense risorse che di certo, in qualche caso, passeranno di mano. E non saranno quelle italiane… come vedremo.
Che l’Ucraina sia un importante produttore di grano è un fatto assodato visto che ne produce decine di milioni di tonnellate mentre meno si sa di quello che c’è sottoterra. Partiamo da un dato: malgrado rappresenti soltanto lo 0,4% della superficie terrestre, ben il 5% delle risorse a livello globale sono presenti in Ucraina, per un valore di 7,2 trilioni di dollari. Sono contenute in circa 20.000 depositi di cui solo 7.800 sono stati sviluppati e 3.300 sono in fase di esplorazione con la presenza di 194 minerali.
Nel sottosuolo ucraino troviamo gas (1,1 trilioni di metri cubi), petrolio (135 milioni di tonnellate), argilla (caolino, argille plastiche ed argille refrattarie), minerale di ferro (2.3 miliardi di tonnellate) e carbone (34 miliardi di tonnellate primo Paese in Europa, al 7° posto nel mondo), manganese (tra i primi dieci produttori al mondo, nel 2020 la sua produzione è stata di 550.000 tonnellate). E che dire dell’uranio? Sebbene la sua produzione sia diminuita nel 2020 e nel 2021, la società ucraina di estrazione dell’uranio VostGok ha storicamente prodotto fino a 830 tonnellate di uranio all’anno. Il piano delle autorità ucraine per l’indipendenza dall’approvvigionamento dell’uranio prevede l’utilizzo della miniera di Smolinskaya, situata nella regione di Kirovograd in Ucraina (qui troviamo i norvegesi), fino al 2023 e della miniera di Ingulskaya, la più grande delle miniere di uranio dell’Ucraina, situata nel villaggio di Neopalimovka sempre nella regione di Kirovograd fino al 2028 in attesa di rendere operativi i nuovi progetti di Severinskiy e Safonovskiy.
Ma non è tutto, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Innanzitutto va detto che sulle riserve, cioè sui depositi non ancora coltivati, ovviamente c’è un certo riserbo sulla posizione esatta quindi, solitamente, viene fornita la regione o un’area geografica approssimativa. Poi», continua Brussato, «le riserve di ferro in Ucraina sono davvero vaste. Nel gennaio 2015, negli 80 giacimenti ucraini si potevano trovare 6,5 miliardi di tonnellate di riserve di minerale di ferro grezzo. Allo stato attuale, solo 30 di questi depositi sono in fase di sviluppo. Tuttavia, nonostante 50 giacimenti non siano stati sviluppati, l’Ucraina è il settimo produttore mondiale di minerale di ferro, con una quota totale del 3,4%. Gran parte di questo minerale si presenta sotto forma di magnetite e si trova principalmente nell’oblast di Poltava nell’Ucraina centrale». Anche il settore dell’alluminio trova importanti interessi in Ucraina e i seguenti tipi di minerali sono considerati i più preziosi per l’industria dell’alluminio: quelli di bauxite si trovano nel deposito di Vysokopillia nel centro di Dnipropetrovsk, l’alunite a Zakarpattia (sud-ovest) mentre quelli di nefelina sono vicino al Mar d’Azov (sud-est). Anche le risorse di titanio identificate in Ucraina sono economicamente interessanti: nel bacino del fiume Samotkan ci sono riserve significative da estrarre.
Nella cartina presentata da Denys Shmyhal non si dice chi dovrebbe operare in questa zona, che non è certo secondaria perché è la storica regione ucraina produttrice di minerale di ferro e la più grande fonte singola di ferro nell’ex Unione sovietica come ci conferma Brussato: «È una stretta striscia lunga circa 100 km e larga 2-7 km, che si estende attraverso l’oblast di Dnipropetrovsk occidentale dalla città di Zhovti Vody a nord a Inhulets a sud, il bacino copre un’area di circa 300 kmq. La città di Kryvyi Rih è il principale centro industriale della regione. Da questo bacino sono stati estratti centinaia di milioni di tonnellate di minerale di ferro e, pur in presenza di un calo della qualità del minerale il cubaggio, resta di assoluto rilievo». E chi se ne occuperà? Il suo nome non è stato scritto, ma di sicuro c’è che non saranno più gli ucraini. Altro gigantesco business che fa gola a tutti, compreso Vladimir Putin, è quello dell’oro: il bilancio statale delle riserve minerarie dell’Ucraina tiene conto delle riserve auree in sei depositi: Muzhievskoe, Saulyak nella regione transcarpatica, Bobrikovskoe nella regione di Luhansk (dove ci saranno Svezia, Finlandia e Cechia), Sergeevskoe, Balka Zolotaya nella regione di Dnipropetrovsk e Klintsovskoe nella regione di Kirovograd. Si stima che l’Ucraina disponga di riserve per quasi 3.000 tonnellate d’oro che, secondo l’Us Geological survey, rimanendone solo 50.000 tonnellate nel mondo, rappresentano il 6% del totale. Depositi con risorse di circa 400 tonnellate sono stati identificati nella regione occidentale della Transcarpazia vicino al confine con l’Ungheria. Sono state localizzate anche altre 500 tonnellate nella regione del Donbass che è dove dovrebbero operare, secondo quanto deciso a Lugano, la Polonia e l’Italia e il tutto a questo punto ha davvero il sapore della beffa.
Le operazioni minerarie sono state in gran parte concentrate nelle aree occidentali e centrali dell’Ucraina e in tre o cinque anni si prevede che l’Ucraina potrebbe produrre almeno una tonnellata d’oro all’anno.
Russi respinti (per ora) a Sloviansk
L’offensiva russa nel Donetsk prosegue come una fotocopia di quella nel Lugansk. La Russia sembra aver trovato il suo schema vincente: il fuoco incessante dell’artiglieria e i raid aerei vengono usati per sfiancare il nemico, poi si procede a sfondare nei centri abitati con le truppe di terra.
La battaglia per Sloviansk sarà la prossima sfida chiave nella lotta finale per il Donbass mentre le forze russe si avvicinano e sono a 16 chilometri dalla città di Donetsk, stando al report dell’intelligence britannica. L’esercito ucraino tenta di fare ciò che può e, per ora, ha respinto l’assalto dei russi nei pressi di Dolyna, proprio in direzione di Sloviansk, come riportato dallo Stato Maggiore ucraino.
«Nell’ultima settimana, le forze russe sono probabilmente avanzate di altri 5 chilometri lungo la strada principale E40 da Izyum, di fronte alla resistenza ucraina estremamente determinata», afferma il rapporto dell’intelligence del ministero della Difesa britannico. La battaglia nel Donetsk si preannuncia, dunque, durissima, tanto che il governatore della regione ha spronato le ultime persone rimaste nell’area, si calcola circa 350.000, a lasciare la zona.
«Il destino dell’intero Paese sarà deciso dalla regione di Donetsk. Se ci saranno meno persone, saremo in grado di concentrarci di più sul nostro nemico e svolgere i nostri compiti principali», ha detto Pavlo Kyrylenko. Pesanti bombardamenti, come da strategia consolidata, sono intanto in corso con mortai e artiglieria lungo la linea di contatto nelle direzioni di Avdiyivka, Kurakhiv, Novopavlivka e Zaporizhia.
Una notizia destinata ad influire in maniera determinante sui rapporti internazionali arriva da Mariupol. I separatisti sostenuti dalla Russia hanno sequestrato due navi (la «Smarta», battente bandiera liberiana e la «Blue Star», battente bandiera panamense) nel porto della città conquistata, affermando che ora sono «proprietà statale». Si tratta del primo atto di questo tipo contro la navigazione commerciale dall’inizio della guerra. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) dell’Onu, oltre 80 navi battenti bandiera straniera rimangono bloccate nei porti ucraini, molti dei quali sono sotto il controllo russo.
Mentre Mosca precede nei suoi piani, Volodymyr Zelensky ha a che fare anche con l’opposizione interna, per la controversa decisione della Difesa di impedire agli uomini fra i 18 e i 60 anni di lasciare la loro residenza senza un permesso speciale dell’ufficio militare di riferimento. Il presidente ucraino ha reagito chiedendo allo Stato maggiore dell’esercito di non prendere iniziative di questo tipo senza consultarlo, in futuro. «Valuterò io sui permessi per chi è in età militare», ha detto.
E la questione «servizio militare» inizia ad assumere importanza nelle nazioni che si sentono minacciate dalla crescente tensione. Il ministro della Difesa lettone, Artis Pabriks ha dichiarato che lo Stato baltico ripristinerà il servizio militare obbligatorio. E mentre tutti i Paesi che orbitano attorno alla Russia cercano di correre ai ripari, Papa Francesco tenta ancora la via diplomatica ma incontra solo freddezza.
Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitrij Peskov, ha affermato nuovamente, come davanti alle richieste passate di Bergolio, di non essere a conoscenza di contatti sulla visita del Papa. Peskov ha spiegato che «una visita dovrebbe essere elaborata al più alto livello, i preparativi dovrebbero precederla. Per quanto ne so, non ci sono contatti sostanziali su questo argomento».
Nel frattempo, la Russia «incassa» l’appoggio della Cina. Il viceministro degli Esteri cinese Ma Zhaoxu, in un incontro con l’ambasciatore russo a Pechino Andrey Denisov, ha dichiarato che «la Cina è disposta a rafforzare il coordinamento strategico con la Russia e ad ampliare la cooperazione pragmatica in quadri multilaterali, tra cui il G20, in modo da promuovere lo sviluppo del sistema di governance globale in una direzione più giusta e ragionevole». Gli equilibri mondiali diventano sempre più chiari e netti.
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Il 5% di tutte le risorse globali si trovano dentro i suoi confini. Ecco la mappa: dal petrolio all’uranio, dal ferro all’alluminio. I «ricostruttori» guardano nel sottosuolo. All’Italia una zona ricca d’oro ma... in mano a Mosca.Russi respinti (per ora) a Sloviansk. Continua l’avanzata in Donbass e verso Donetsk. A Mariupol i separatisti sequestrano due navi commerciali straniere. La Cina è «disposta a rafforzare» il legame con Mosca.Lo speciale comprende due articoli. Ora dovrebbero averlo capito tutti (anche quelli che l’hanno snobbata), che la conferenza di Lugano non è stata una semplice passerella perché durante i lavori, ma soprattutto lontano dalle telecamere e dai giornalisti, sono state scritte le prima pagine di quel gigantesco e costosissimo libro che sarà la ricostruzione dell’Ucraina.Come vi abbiamo raccontato ieri il premier ucraino, Denys Shmyhal, ha mostrato una cartina nella quale si leggeva la sua proposta evidentemente concordata con altri su chi si occuperà (zona per zona) di ricostruire l’Ucraina. Il business della ricostruzione, quando questa avverrà, sarà gigantesco perché la stima che gli stessi ucraini hanno previsto è pari ad almeno 750 miliardi di dollari, anche se gli analisti prevedono che non basteranno a ricostruire un Paese che, mentre scriviamo, è ancora sotto le bombe. Ovvio che chi si candida a ricostruire il Paese pensa anche alle sue immense risorse che di certo, in qualche caso, passeranno di mano. E non saranno quelle italiane… come vedremo.Che l’Ucraina sia un importante produttore di grano è un fatto assodato visto che ne produce decine di milioni di tonnellate mentre meno si sa di quello che c’è sottoterra. Partiamo da un dato: malgrado rappresenti soltanto lo 0,4% della superficie terrestre, ben il 5% delle risorse a livello globale sono presenti in Ucraina, per un valore di 7,2 trilioni di dollari. Sono contenute in circa 20.000 depositi di cui solo 7.800 sono stati sviluppati e 3.300 sono in fase di esplorazione con la presenza di 194 minerali.Nel sottosuolo ucraino troviamo gas (1,1 trilioni di metri cubi), petrolio (135 milioni di tonnellate), argilla (caolino, argille plastiche ed argille refrattarie), minerale di ferro (2.3 miliardi di tonnellate) e carbone (34 miliardi di tonnellate primo Paese in Europa, al 7° posto nel mondo), manganese (tra i primi dieci produttori al mondo, nel 2020 la sua produzione è stata di 550.000 tonnellate). E che dire dell’uranio? Sebbene la sua produzione sia diminuita nel 2020 e nel 2021, la società ucraina di estrazione dell’uranio VostGok ha storicamente prodotto fino a 830 tonnellate di uranio all’anno. Il piano delle autorità ucraine per l’indipendenza dall’approvvigionamento dell’uranio prevede l’utilizzo della miniera di Smolinskaya, situata nella regione di Kirovograd in Ucraina (qui troviamo i norvegesi), fino al 2023 e della miniera di Ingulskaya, la più grande delle miniere di uranio dell’Ucraina, situata nel villaggio di Neopalimovka sempre nella regione di Kirovograd fino al 2028 in attesa di rendere operativi i nuovi progetti di Severinskiy e Safonovskiy.Ma non è tutto, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Innanzitutto va detto che sulle riserve, cioè sui depositi non ancora coltivati, ovviamente c’è un certo riserbo sulla posizione esatta quindi, solitamente, viene fornita la regione o un’area geografica approssimativa. Poi», continua Brussato, «le riserve di ferro in Ucraina sono davvero vaste. Nel gennaio 2015, negli 80 giacimenti ucraini si potevano trovare 6,5 miliardi di tonnellate di riserve di minerale di ferro grezzo. Allo stato attuale, solo 30 di questi depositi sono in fase di sviluppo. Tuttavia, nonostante 50 giacimenti non siano stati sviluppati, l’Ucraina è il settimo produttore mondiale di minerale di ferro, con una quota totale del 3,4%. Gran parte di questo minerale si presenta sotto forma di magnetite e si trova principalmente nell’oblast di Poltava nell’Ucraina centrale». Anche il settore dell’alluminio trova importanti interessi in Ucraina e i seguenti tipi di minerali sono considerati i più preziosi per l’industria dell’alluminio: quelli di bauxite si trovano nel deposito di Vysokopillia nel centro di Dnipropetrovsk, l’alunite a Zakarpattia (sud-ovest) mentre quelli di nefelina sono vicino al Mar d’Azov (sud-est). Anche le risorse di titanio identificate in Ucraina sono economicamente interessanti: nel bacino del fiume Samotkan ci sono riserve significative da estrarre.Nella cartina presentata da Denys Shmyhal non si dice chi dovrebbe operare in questa zona, che non è certo secondaria perché è la storica regione ucraina produttrice di minerale di ferro e la più grande fonte singola di ferro nell’ex Unione sovietica come ci conferma Brussato: «È una stretta striscia lunga circa 100 km e larga 2-7 km, che si estende attraverso l’oblast di Dnipropetrovsk occidentale dalla città di Zhovti Vody a nord a Inhulets a sud, il bacino copre un’area di circa 300 kmq. La città di Kryvyi Rih è il principale centro industriale della regione. Da questo bacino sono stati estratti centinaia di milioni di tonnellate di minerale di ferro e, pur in presenza di un calo della qualità del minerale il cubaggio, resta di assoluto rilievo». E chi se ne occuperà? Il suo nome non è stato scritto, ma di sicuro c’è che non saranno più gli ucraini. Altro gigantesco business che fa gola a tutti, compreso Vladimir Putin, è quello dell’oro: il bilancio statale delle riserve minerarie dell’Ucraina tiene conto delle riserve auree in sei depositi: Muzhievskoe, Saulyak nella regione transcarpatica, Bobrikovskoe nella regione di Luhansk (dove ci saranno Svezia, Finlandia e Cechia), Sergeevskoe, Balka Zolotaya nella regione di Dnipropetrovsk e Klintsovskoe nella regione di Kirovograd. Si stima che l’Ucraina disponga di riserve per quasi 3.000 tonnellate d’oro che, secondo l’Us Geological survey, rimanendone solo 50.000 tonnellate nel mondo, rappresentano il 6% del totale. Depositi con risorse di circa 400 tonnellate sono stati identificati nella regione occidentale della Transcarpazia vicino al confine con l’Ungheria. Sono state localizzate anche altre 500 tonnellate nella regione del Donbass che è dove dovrebbero operare, secondo quanto deciso a Lugano, la Polonia e l’Italia e il tutto a questo punto ha davvero il sapore della beffa.Le operazioni minerarie sono state in gran parte concentrate nelle aree occidentali e centrali dell’Ucraina e in tre o cinque anni si prevede che l’Ucraina potrebbe produrre almeno una tonnellata d’oro all’anno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-la-ricostruzione-dellucraina-ce-la-gara-ai-suoi-immensi-giacimenti-2657618962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="russi-respinti-per-ora-a-sloviansk" data-post-id="2657618962" data-published-at="1657133949" data-use-pagination="False"> Russi respinti (per ora) a Sloviansk L’offensiva russa nel Donetsk prosegue come una fotocopia di quella nel Lugansk. La Russia sembra aver trovato il suo schema vincente: il fuoco incessante dell’artiglieria e i raid aerei vengono usati per sfiancare il nemico, poi si procede a sfondare nei centri abitati con le truppe di terra. La battaglia per Sloviansk sarà la prossima sfida chiave nella lotta finale per il Donbass mentre le forze russe si avvicinano e sono a 16 chilometri dalla città di Donetsk, stando al report dell’intelligence britannica. L’esercito ucraino tenta di fare ciò che può e, per ora, ha respinto l’assalto dei russi nei pressi di Dolyna, proprio in direzione di Sloviansk, come riportato dallo Stato Maggiore ucraino. «Nell’ultima settimana, le forze russe sono probabilmente avanzate di altri 5 chilometri lungo la strada principale E40 da Izyum, di fronte alla resistenza ucraina estremamente determinata», afferma il rapporto dell’intelligence del ministero della Difesa britannico. La battaglia nel Donetsk si preannuncia, dunque, durissima, tanto che il governatore della regione ha spronato le ultime persone rimaste nell’area, si calcola circa 350.000, a lasciare la zona. «Il destino dell’intero Paese sarà deciso dalla regione di Donetsk. Se ci saranno meno persone, saremo in grado di concentrarci di più sul nostro nemico e svolgere i nostri compiti principali», ha detto Pavlo Kyrylenko. Pesanti bombardamenti, come da strategia consolidata, sono intanto in corso con mortai e artiglieria lungo la linea di contatto nelle direzioni di Avdiyivka, Kurakhiv, Novopavlivka e Zaporizhia. Una notizia destinata ad influire in maniera determinante sui rapporti internazionali arriva da Mariupol. I separatisti sostenuti dalla Russia hanno sequestrato due navi (la «Smarta», battente bandiera liberiana e la «Blue Star», battente bandiera panamense) nel porto della città conquistata, affermando che ora sono «proprietà statale». Si tratta del primo atto di questo tipo contro la navigazione commerciale dall’inizio della guerra. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) dell’Onu, oltre 80 navi battenti bandiera straniera rimangono bloccate nei porti ucraini, molti dei quali sono sotto il controllo russo. Mentre Mosca precede nei suoi piani, Volodymyr Zelensky ha a che fare anche con l’opposizione interna, per la controversa decisione della Difesa di impedire agli uomini fra i 18 e i 60 anni di lasciare la loro residenza senza un permesso speciale dell’ufficio militare di riferimento. Il presidente ucraino ha reagito chiedendo allo Stato maggiore dell’esercito di non prendere iniziative di questo tipo senza consultarlo, in futuro. «Valuterò io sui permessi per chi è in età militare», ha detto. E la questione «servizio militare» inizia ad assumere importanza nelle nazioni che si sentono minacciate dalla crescente tensione. Il ministro della Difesa lettone, Artis Pabriks ha dichiarato che lo Stato baltico ripristinerà il servizio militare obbligatorio. E mentre tutti i Paesi che orbitano attorno alla Russia cercano di correre ai ripari, Papa Francesco tenta ancora la via diplomatica ma incontra solo freddezza. Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitrij Peskov, ha affermato nuovamente, come davanti alle richieste passate di Bergolio, di non essere a conoscenza di contatti sulla visita del Papa. Peskov ha spiegato che «una visita dovrebbe essere elaborata al più alto livello, i preparativi dovrebbero precederla. Per quanto ne so, non ci sono contatti sostanziali su questo argomento». Nel frattempo, la Russia «incassa» l’appoggio della Cina. Il viceministro degli Esteri cinese Ma Zhaoxu, in un incontro con l’ambasciatore russo a Pechino Andrey Denisov, ha dichiarato che «la Cina è disposta a rafforzare il coordinamento strategico con la Russia e ad ampliare la cooperazione pragmatica in quadri multilaterali, tra cui il G20, in modo da promuovere lo sviluppo del sistema di governance globale in una direzione più giusta e ragionevole». Gli equilibri mondiali diventano sempre più chiari e netti.
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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