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2022-07-07
Dietro la ricostruzione dell’Ucraina c’è la gara ai suoi immensi giacimenti
Ora dovrebbero averlo capito tutti (anche quelli che l’hanno snobbata), che la conferenza di Lugano non è stata una semplice passerella perché durante i lavori, ma soprattutto lontano dalle telecamere e dai giornalisti, sono state scritte le prima pagine di quel gigantesco e costosissimo libro che sarà la ricostruzione dell’Ucraina.
Come vi abbiamo raccontato ieri il premier ucraino, Denys Shmyhal, ha mostrato una cartina nella quale si leggeva la sua proposta evidentemente concordata con altri su chi si occuperà (zona per zona) di ricostruire l’Ucraina. Il business della ricostruzione, quando questa avverrà, sarà gigantesco perché la stima che gli stessi ucraini hanno previsto è pari ad almeno 750 miliardi di dollari, anche se gli analisti prevedono che non basteranno a ricostruire un Paese che, mentre scriviamo, è ancora sotto le bombe. Ovvio che chi si candida a ricostruire il Paese pensa anche alle sue immense risorse che di certo, in qualche caso, passeranno di mano. E non saranno quelle italiane… come vedremo.
Che l’Ucraina sia un importante produttore di grano è un fatto assodato visto che ne produce decine di milioni di tonnellate mentre meno si sa di quello che c’è sottoterra. Partiamo da un dato: malgrado rappresenti soltanto lo 0,4% della superficie terrestre, ben il 5% delle risorse a livello globale sono presenti in Ucraina, per un valore di 7,2 trilioni di dollari. Sono contenute in circa 20.000 depositi di cui solo 7.800 sono stati sviluppati e 3.300 sono in fase di esplorazione con la presenza di 194 minerali.
Nel sottosuolo ucraino troviamo gas (1,1 trilioni di metri cubi), petrolio (135 milioni di tonnellate), argilla (caolino, argille plastiche ed argille refrattarie), minerale di ferro (2.3 miliardi di tonnellate) e carbone (34 miliardi di tonnellate primo Paese in Europa, al 7° posto nel mondo), manganese (tra i primi dieci produttori al mondo, nel 2020 la sua produzione è stata di 550.000 tonnellate). E che dire dell’uranio? Sebbene la sua produzione sia diminuita nel 2020 e nel 2021, la società ucraina di estrazione dell’uranio VostGok ha storicamente prodotto fino a 830 tonnellate di uranio all’anno. Il piano delle autorità ucraine per l’indipendenza dall’approvvigionamento dell’uranio prevede l’utilizzo della miniera di Smolinskaya, situata nella regione di Kirovograd in Ucraina (qui troviamo i norvegesi), fino al 2023 e della miniera di Ingulskaya, la più grande delle miniere di uranio dell’Ucraina, situata nel villaggio di Neopalimovka sempre nella regione di Kirovograd fino al 2028 in attesa di rendere operativi i nuovi progetti di Severinskiy e Safonovskiy.
Ma non è tutto, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Innanzitutto va detto che sulle riserve, cioè sui depositi non ancora coltivati, ovviamente c’è un certo riserbo sulla posizione esatta quindi, solitamente, viene fornita la regione o un’area geografica approssimativa. Poi», continua Brussato, «le riserve di ferro in Ucraina sono davvero vaste. Nel gennaio 2015, negli 80 giacimenti ucraini si potevano trovare 6,5 miliardi di tonnellate di riserve di minerale di ferro grezzo. Allo stato attuale, solo 30 di questi depositi sono in fase di sviluppo. Tuttavia, nonostante 50 giacimenti non siano stati sviluppati, l’Ucraina è il settimo produttore mondiale di minerale di ferro, con una quota totale del 3,4%. Gran parte di questo minerale si presenta sotto forma di magnetite e si trova principalmente nell’oblast di Poltava nell’Ucraina centrale». Anche il settore dell’alluminio trova importanti interessi in Ucraina e i seguenti tipi di minerali sono considerati i più preziosi per l’industria dell’alluminio: quelli di bauxite si trovano nel deposito di Vysokopillia nel centro di Dnipropetrovsk, l’alunite a Zakarpattia (sud-ovest) mentre quelli di nefelina sono vicino al Mar d’Azov (sud-est). Anche le risorse di titanio identificate in Ucraina sono economicamente interessanti: nel bacino del fiume Samotkan ci sono riserve significative da estrarre.
Nella cartina presentata da Denys Shmyhal non si dice chi dovrebbe operare in questa zona, che non è certo secondaria perché è la storica regione ucraina produttrice di minerale di ferro e la più grande fonte singola di ferro nell’ex Unione sovietica come ci conferma Brussato: «È una stretta striscia lunga circa 100 km e larga 2-7 km, che si estende attraverso l’oblast di Dnipropetrovsk occidentale dalla città di Zhovti Vody a nord a Inhulets a sud, il bacino copre un’area di circa 300 kmq. La città di Kryvyi Rih è il principale centro industriale della regione. Da questo bacino sono stati estratti centinaia di milioni di tonnellate di minerale di ferro e, pur in presenza di un calo della qualità del minerale il cubaggio, resta di assoluto rilievo». E chi se ne occuperà? Il suo nome non è stato scritto, ma di sicuro c’è che non saranno più gli ucraini. Altro gigantesco business che fa gola a tutti, compreso Vladimir Putin, è quello dell’oro: il bilancio statale delle riserve minerarie dell’Ucraina tiene conto delle riserve auree in sei depositi: Muzhievskoe, Saulyak nella regione transcarpatica, Bobrikovskoe nella regione di Luhansk (dove ci saranno Svezia, Finlandia e Cechia), Sergeevskoe, Balka Zolotaya nella regione di Dnipropetrovsk e Klintsovskoe nella regione di Kirovograd. Si stima che l’Ucraina disponga di riserve per quasi 3.000 tonnellate d’oro che, secondo l’Us Geological survey, rimanendone solo 50.000 tonnellate nel mondo, rappresentano il 6% del totale. Depositi con risorse di circa 400 tonnellate sono stati identificati nella regione occidentale della Transcarpazia vicino al confine con l’Ungheria. Sono state localizzate anche altre 500 tonnellate nella regione del Donbass che è dove dovrebbero operare, secondo quanto deciso a Lugano, la Polonia e l’Italia e il tutto a questo punto ha davvero il sapore della beffa.
Le operazioni minerarie sono state in gran parte concentrate nelle aree occidentali e centrali dell’Ucraina e in tre o cinque anni si prevede che l’Ucraina potrebbe produrre almeno una tonnellata d’oro all’anno.
Russi respinti (per ora) a Sloviansk
L’offensiva russa nel Donetsk prosegue come una fotocopia di quella nel Lugansk. La Russia sembra aver trovato il suo schema vincente: il fuoco incessante dell’artiglieria e i raid aerei vengono usati per sfiancare il nemico, poi si procede a sfondare nei centri abitati con le truppe di terra.
La battaglia per Sloviansk sarà la prossima sfida chiave nella lotta finale per il Donbass mentre le forze russe si avvicinano e sono a 16 chilometri dalla città di Donetsk, stando al report dell’intelligence britannica. L’esercito ucraino tenta di fare ciò che può e, per ora, ha respinto l’assalto dei russi nei pressi di Dolyna, proprio in direzione di Sloviansk, come riportato dallo Stato Maggiore ucraino.
«Nell’ultima settimana, le forze russe sono probabilmente avanzate di altri 5 chilometri lungo la strada principale E40 da Izyum, di fronte alla resistenza ucraina estremamente determinata», afferma il rapporto dell’intelligence del ministero della Difesa britannico. La battaglia nel Donetsk si preannuncia, dunque, durissima, tanto che il governatore della regione ha spronato le ultime persone rimaste nell’area, si calcola circa 350.000, a lasciare la zona.
«Il destino dell’intero Paese sarà deciso dalla regione di Donetsk. Se ci saranno meno persone, saremo in grado di concentrarci di più sul nostro nemico e svolgere i nostri compiti principali», ha detto Pavlo Kyrylenko. Pesanti bombardamenti, come da strategia consolidata, sono intanto in corso con mortai e artiglieria lungo la linea di contatto nelle direzioni di Avdiyivka, Kurakhiv, Novopavlivka e Zaporizhia.
Una notizia destinata ad influire in maniera determinante sui rapporti internazionali arriva da Mariupol. I separatisti sostenuti dalla Russia hanno sequestrato due navi (la «Smarta», battente bandiera liberiana e la «Blue Star», battente bandiera panamense) nel porto della città conquistata, affermando che ora sono «proprietà statale». Si tratta del primo atto di questo tipo contro la navigazione commerciale dall’inizio della guerra. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) dell’Onu, oltre 80 navi battenti bandiera straniera rimangono bloccate nei porti ucraini, molti dei quali sono sotto il controllo russo.
Mentre Mosca precede nei suoi piani, Volodymyr Zelensky ha a che fare anche con l’opposizione interna, per la controversa decisione della Difesa di impedire agli uomini fra i 18 e i 60 anni di lasciare la loro residenza senza un permesso speciale dell’ufficio militare di riferimento. Il presidente ucraino ha reagito chiedendo allo Stato maggiore dell’esercito di non prendere iniziative di questo tipo senza consultarlo, in futuro. «Valuterò io sui permessi per chi è in età militare», ha detto.
E la questione «servizio militare» inizia ad assumere importanza nelle nazioni che si sentono minacciate dalla crescente tensione. Il ministro della Difesa lettone, Artis Pabriks ha dichiarato che lo Stato baltico ripristinerà il servizio militare obbligatorio. E mentre tutti i Paesi che orbitano attorno alla Russia cercano di correre ai ripari, Papa Francesco tenta ancora la via diplomatica ma incontra solo freddezza.
Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitrij Peskov, ha affermato nuovamente, come davanti alle richieste passate di Bergolio, di non essere a conoscenza di contatti sulla visita del Papa. Peskov ha spiegato che «una visita dovrebbe essere elaborata al più alto livello, i preparativi dovrebbero precederla. Per quanto ne so, non ci sono contatti sostanziali su questo argomento».
Nel frattempo, la Russia «incassa» l’appoggio della Cina. Il viceministro degli Esteri cinese Ma Zhaoxu, in un incontro con l’ambasciatore russo a Pechino Andrey Denisov, ha dichiarato che «la Cina è disposta a rafforzare il coordinamento strategico con la Russia e ad ampliare la cooperazione pragmatica in quadri multilaterali, tra cui il G20, in modo da promuovere lo sviluppo del sistema di governance globale in una direzione più giusta e ragionevole». Gli equilibri mondiali diventano sempre più chiari e netti.
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Il 5% di tutte le risorse globali si trovano dentro i suoi confini. Ecco la mappa: dal petrolio all’uranio, dal ferro all’alluminio. I «ricostruttori» guardano nel sottosuolo. All’Italia una zona ricca d’oro ma... in mano a Mosca.Russi respinti (per ora) a Sloviansk. Continua l’avanzata in Donbass e verso Donetsk. A Mariupol i separatisti sequestrano due navi commerciali straniere. La Cina è «disposta a rafforzare» il legame con Mosca.Lo speciale comprende due articoli. Ora dovrebbero averlo capito tutti (anche quelli che l’hanno snobbata), che la conferenza di Lugano non è stata una semplice passerella perché durante i lavori, ma soprattutto lontano dalle telecamere e dai giornalisti, sono state scritte le prima pagine di quel gigantesco e costosissimo libro che sarà la ricostruzione dell’Ucraina.Come vi abbiamo raccontato ieri il premier ucraino, Denys Shmyhal, ha mostrato una cartina nella quale si leggeva la sua proposta evidentemente concordata con altri su chi si occuperà (zona per zona) di ricostruire l’Ucraina. Il business della ricostruzione, quando questa avverrà, sarà gigantesco perché la stima che gli stessi ucraini hanno previsto è pari ad almeno 750 miliardi di dollari, anche se gli analisti prevedono che non basteranno a ricostruire un Paese che, mentre scriviamo, è ancora sotto le bombe. Ovvio che chi si candida a ricostruire il Paese pensa anche alle sue immense risorse che di certo, in qualche caso, passeranno di mano. E non saranno quelle italiane… come vedremo.Che l’Ucraina sia un importante produttore di grano è un fatto assodato visto che ne produce decine di milioni di tonnellate mentre meno si sa di quello che c’è sottoterra. Partiamo da un dato: malgrado rappresenti soltanto lo 0,4% della superficie terrestre, ben il 5% delle risorse a livello globale sono presenti in Ucraina, per un valore di 7,2 trilioni di dollari. Sono contenute in circa 20.000 depositi di cui solo 7.800 sono stati sviluppati e 3.300 sono in fase di esplorazione con la presenza di 194 minerali.Nel sottosuolo ucraino troviamo gas (1,1 trilioni di metri cubi), petrolio (135 milioni di tonnellate), argilla (caolino, argille plastiche ed argille refrattarie), minerale di ferro (2.3 miliardi di tonnellate) e carbone (34 miliardi di tonnellate primo Paese in Europa, al 7° posto nel mondo), manganese (tra i primi dieci produttori al mondo, nel 2020 la sua produzione è stata di 550.000 tonnellate). E che dire dell’uranio? Sebbene la sua produzione sia diminuita nel 2020 e nel 2021, la società ucraina di estrazione dell’uranio VostGok ha storicamente prodotto fino a 830 tonnellate di uranio all’anno. Il piano delle autorità ucraine per l’indipendenza dall’approvvigionamento dell’uranio prevede l’utilizzo della miniera di Smolinskaya, situata nella regione di Kirovograd in Ucraina (qui troviamo i norvegesi), fino al 2023 e della miniera di Ingulskaya, la più grande delle miniere di uranio dell’Ucraina, situata nel villaggio di Neopalimovka sempre nella regione di Kirovograd fino al 2028 in attesa di rendere operativi i nuovi progetti di Severinskiy e Safonovskiy.Ma non è tutto, come ci conferma l’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Innanzitutto va detto che sulle riserve, cioè sui depositi non ancora coltivati, ovviamente c’è un certo riserbo sulla posizione esatta quindi, solitamente, viene fornita la regione o un’area geografica approssimativa. Poi», continua Brussato, «le riserve di ferro in Ucraina sono davvero vaste. Nel gennaio 2015, negli 80 giacimenti ucraini si potevano trovare 6,5 miliardi di tonnellate di riserve di minerale di ferro grezzo. Allo stato attuale, solo 30 di questi depositi sono in fase di sviluppo. Tuttavia, nonostante 50 giacimenti non siano stati sviluppati, l’Ucraina è il settimo produttore mondiale di minerale di ferro, con una quota totale del 3,4%. Gran parte di questo minerale si presenta sotto forma di magnetite e si trova principalmente nell’oblast di Poltava nell’Ucraina centrale». Anche il settore dell’alluminio trova importanti interessi in Ucraina e i seguenti tipi di minerali sono considerati i più preziosi per l’industria dell’alluminio: quelli di bauxite si trovano nel deposito di Vysokopillia nel centro di Dnipropetrovsk, l’alunite a Zakarpattia (sud-ovest) mentre quelli di nefelina sono vicino al Mar d’Azov (sud-est). Anche le risorse di titanio identificate in Ucraina sono economicamente interessanti: nel bacino del fiume Samotkan ci sono riserve significative da estrarre.Nella cartina presentata da Denys Shmyhal non si dice chi dovrebbe operare in questa zona, che non è certo secondaria perché è la storica regione ucraina produttrice di minerale di ferro e la più grande fonte singola di ferro nell’ex Unione sovietica come ci conferma Brussato: «È una stretta striscia lunga circa 100 km e larga 2-7 km, che si estende attraverso l’oblast di Dnipropetrovsk occidentale dalla città di Zhovti Vody a nord a Inhulets a sud, il bacino copre un’area di circa 300 kmq. La città di Kryvyi Rih è il principale centro industriale della regione. Da questo bacino sono stati estratti centinaia di milioni di tonnellate di minerale di ferro e, pur in presenza di un calo della qualità del minerale il cubaggio, resta di assoluto rilievo». E chi se ne occuperà? Il suo nome non è stato scritto, ma di sicuro c’è che non saranno più gli ucraini. Altro gigantesco business che fa gola a tutti, compreso Vladimir Putin, è quello dell’oro: il bilancio statale delle riserve minerarie dell’Ucraina tiene conto delle riserve auree in sei depositi: Muzhievskoe, Saulyak nella regione transcarpatica, Bobrikovskoe nella regione di Luhansk (dove ci saranno Svezia, Finlandia e Cechia), Sergeevskoe, Balka Zolotaya nella regione di Dnipropetrovsk e Klintsovskoe nella regione di Kirovograd. Si stima che l’Ucraina disponga di riserve per quasi 3.000 tonnellate d’oro che, secondo l’Us Geological survey, rimanendone solo 50.000 tonnellate nel mondo, rappresentano il 6% del totale. Depositi con risorse di circa 400 tonnellate sono stati identificati nella regione occidentale della Transcarpazia vicino al confine con l’Ungheria. Sono state localizzate anche altre 500 tonnellate nella regione del Donbass che è dove dovrebbero operare, secondo quanto deciso a Lugano, la Polonia e l’Italia e il tutto a questo punto ha davvero il sapore della beffa.Le operazioni minerarie sono state in gran parte concentrate nelle aree occidentali e centrali dell’Ucraina e in tre o cinque anni si prevede che l’Ucraina potrebbe produrre almeno una tonnellata d’oro all’anno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dietro-la-ricostruzione-dellucraina-ce-la-gara-ai-suoi-immensi-giacimenti-2657618962.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="russi-respinti-per-ora-a-sloviansk" data-post-id="2657618962" data-published-at="1657133949" data-use-pagination="False"> Russi respinti (per ora) a Sloviansk L’offensiva russa nel Donetsk prosegue come una fotocopia di quella nel Lugansk. La Russia sembra aver trovato il suo schema vincente: il fuoco incessante dell’artiglieria e i raid aerei vengono usati per sfiancare il nemico, poi si procede a sfondare nei centri abitati con le truppe di terra. La battaglia per Sloviansk sarà la prossima sfida chiave nella lotta finale per il Donbass mentre le forze russe si avvicinano e sono a 16 chilometri dalla città di Donetsk, stando al report dell’intelligence britannica. L’esercito ucraino tenta di fare ciò che può e, per ora, ha respinto l’assalto dei russi nei pressi di Dolyna, proprio in direzione di Sloviansk, come riportato dallo Stato Maggiore ucraino. «Nell’ultima settimana, le forze russe sono probabilmente avanzate di altri 5 chilometri lungo la strada principale E40 da Izyum, di fronte alla resistenza ucraina estremamente determinata», afferma il rapporto dell’intelligence del ministero della Difesa britannico. La battaglia nel Donetsk si preannuncia, dunque, durissima, tanto che il governatore della regione ha spronato le ultime persone rimaste nell’area, si calcola circa 350.000, a lasciare la zona. «Il destino dell’intero Paese sarà deciso dalla regione di Donetsk. Se ci saranno meno persone, saremo in grado di concentrarci di più sul nostro nemico e svolgere i nostri compiti principali», ha detto Pavlo Kyrylenko. Pesanti bombardamenti, come da strategia consolidata, sono intanto in corso con mortai e artiglieria lungo la linea di contatto nelle direzioni di Avdiyivka, Kurakhiv, Novopavlivka e Zaporizhia. Una notizia destinata ad influire in maniera determinante sui rapporti internazionali arriva da Mariupol. I separatisti sostenuti dalla Russia hanno sequestrato due navi (la «Smarta», battente bandiera liberiana e la «Blue Star», battente bandiera panamense) nel porto della città conquistata, affermando che ora sono «proprietà statale». Si tratta del primo atto di questo tipo contro la navigazione commerciale dall’inizio della guerra. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale (Imo) dell’Onu, oltre 80 navi battenti bandiera straniera rimangono bloccate nei porti ucraini, molti dei quali sono sotto il controllo russo. Mentre Mosca precede nei suoi piani, Volodymyr Zelensky ha a che fare anche con l’opposizione interna, per la controversa decisione della Difesa di impedire agli uomini fra i 18 e i 60 anni di lasciare la loro residenza senza un permesso speciale dell’ufficio militare di riferimento. Il presidente ucraino ha reagito chiedendo allo Stato maggiore dell’esercito di non prendere iniziative di questo tipo senza consultarlo, in futuro. «Valuterò io sui permessi per chi è in età militare», ha detto. E la questione «servizio militare» inizia ad assumere importanza nelle nazioni che si sentono minacciate dalla crescente tensione. Il ministro della Difesa lettone, Artis Pabriks ha dichiarato che lo Stato baltico ripristinerà il servizio militare obbligatorio. E mentre tutti i Paesi che orbitano attorno alla Russia cercano di correre ai ripari, Papa Francesco tenta ancora la via diplomatica ma incontra solo freddezza. Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitrij Peskov, ha affermato nuovamente, come davanti alle richieste passate di Bergolio, di non essere a conoscenza di contatti sulla visita del Papa. Peskov ha spiegato che «una visita dovrebbe essere elaborata al più alto livello, i preparativi dovrebbero precederla. Per quanto ne so, non ci sono contatti sostanziali su questo argomento». Nel frattempo, la Russia «incassa» l’appoggio della Cina. Il viceministro degli Esteri cinese Ma Zhaoxu, in un incontro con l’ambasciatore russo a Pechino Andrey Denisov, ha dichiarato che «la Cina è disposta a rafforzare il coordinamento strategico con la Russia e ad ampliare la cooperazione pragmatica in quadri multilaterali, tra cui il G20, in modo da promuovere lo sviluppo del sistema di governance globale in una direzione più giusta e ragionevole». Gli equilibri mondiali diventano sempre più chiari e netti.
@20thCenturyFox
Attenzione, non tratto dal seguito letterario che la Weisberger aveva poi mandato in libreria nel 2013, Revenge wears Prada, che evidentemente non piacque tanto da farne cinema, ma sviluppato poco prima di girare da regista e sceneggiatrice del primo film. Sequel dunque nato non per far cassa o egotismo, ma con l’intenzione di parlare al mondo come fece il primo. Ha spiegato il regista David Frankel: «Il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito solo un anno dopo il primo film e quello è stato l’inizio della fine. Vedevamo il giornalismo cartaceo sempre più in declino, anno dopo anno. Ci è parso sensato esplorare questo cambiamento sviluppandoci una storia in cui far interagire ancora i personaggi».
Altra condizione per un seguito era la presenza di Meryl Streep, Miranda Priestley nel film, la direttrice della rivista Runway, versione artistica di Anna Wintour di Vogue. Meryl, a sua volta, aveva detto che sarebbe stata della squadra solo con una sceneggiatura grandiosa. Che, in effetti, tale è. Ancora la Streep: «Miranda è un po’ più libera, ma anche in posizione più precaria nel suo mondo, e lo sa. È comunque ancora astuta e mantiene un controllo rigoroso su sé e sul suo team. Ciò che non è cambiato è la sua voglia di lavorare, di fare ciò che ama e in cui è davvero brava. Fisicamente, però, ha 76 anni, non 56, quindi è diverso». Invecchiano gli attori e invecchiano i doppiatori: il volto quasi ottantenne di Meryl Streep occulta l’età anche dietro gli occhiali da sole sovente su, come da consuetudine prima fashionista, ora di chiunque. La sua voce italiana, la grande doppiatrice ottantaseienne Maria Pia Di Meo, ogni tanto tradisce un tremolio. L’evidenza del tempo passato (anche per noi spettatori) intenerisce, emoziona ed è tema del plot. Il lavoro è uno dei pochi contesti sociali in cui il «vecchio» si può salvare dalla furia destruens di tanti, l’anzianità, se di servizio, è esperienza, non consunzione. Com’è per abiti e accessori griffati, che non si buttano mai perché da vintage valgono ancora di più. Lo sa bene Andy (Anne Hathaway) che ha pagato solo 11 dollari una giacca vintage Margiela al mercatino.
Dietro lo specifico della moda e dell’estetica, oggi connotate da fast fashion, fashion icons, patch occhi, beauty routine, inclusività, politically correct, collabs coi cantanti, i nuovi modelli già Vip di loro (qui c’è Lady Gaga), che in questo ventennio sono divenuti dogmi impeccabilmente registrati da questo certosino saggio socio-antropologico-economico travestito da commedia, questo capolavoro, anche, di cinema americano leggero e tecnicamente perfetto (una cifra degli stelleestrisce) racconta in primo luogo l’etica del lavoro, unico settore della vita perfetto di molti mentre il resto, famiglia, Stato, Chiesa, valori ecc. si è liquefatto, per dirla con Bauman. I colleghi sono la nuova famiglia e la famiglia vera non può esser tale se non capisce la vocazione per il lavoro (finalmente Miranda e Andy hanno trovato il compagno giusto, dopo i maschi incapaci di stare accanto a donne con personalità del primo film).
Poi c’è, centrale, trasformata in godibile elemento di trama alla ricerca del lieto fine, la crisi del giornalismo cartaceo causata dal digitale e ben riassunta da Nigel (Stanely Tucci): «Diventare contenuti che le persone scrollano mentre fanno pipì…». Crisi favorita anche dal delirio «futurista» di troppi. Compresi imprenditori ex nerdoni miracolati dal turbocapitalismo e convinti dalla compagna gold digger, che li ha sottoposti a un glow up testosteronico per averli accanto senza vergognarsi, di essere dei geni. Quando il compagno di Emily (Emily Blunt) tenta di filosofeggiare, guardando il Cenacolo Vinciano, che i giornali saranno presto fatti dall’AI ed è sciocco opporsi difendendo il vecchio (povero Leonardo) ogni riferimento a Jeff Bezos - che con Amazon ha distrutto il commercio in carne e ossa e favorito l’invasione della paccottiglia esotica al posto della produzione locale di qualità - e simili non è puramente casuale.
Bella la citazione di Eva contro Eva nel colpo di scena finale che contrappone Emily a Miranda. C’è tanta Milano (e il lago di Como) e tante icone milanesi food, da Giacomo Bulleri ad Adolfo Stefanelli, passando per una Galleria Vittorio Emanuele II piena solo di Miranda talmente suggestiva da commuovere. Come fa il film.
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Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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